Di mamma c’è n’è una sola. E non è un sollievo ma una minaccia.

Viscontessa, 13 Settembre 2006

L’ultima volta che ho sofferto di un attacco d’ansia così intenso, è stato la notte che doveva nascere mia figlia quando l’ostetrica mi ha detto che le doglie erano soltanto all’inizio e che i dolorosi contorcimenti a cui mi il mio corpo mi costringeva, erano poco più di un dolore mestruale.
Poi si è vero, sono in ansia tutte le volte che mi devo alzare prima delle sette e il solo pensiero è così angosciante, che preferisco non dormire tutta la notte.
Quindi vediamo, ecco, mi è venuto un attacco d’ansia quando il mio gatto moribondo ha deciso che voleva morire fuori casa e un’altra volta in ospedale quando mi sono rotta la gamba e mi hanno messo un gesso provvisorio vietandomi di alzarmi fino al controllo medico che sarebbe avvenuto solo la mattina dopo. Non ho potuto fumare per quasi 24 ore, non so se mi spiego.
Adesso mi aggiro per casa con una rivista, il telecomando della televisione, le sigarette, la bottiglia dell’acqua, uno dei gattini e il telefono in mano. Praticamente tutto in una mano perchè con l’altra mi gratto la testa, mi tocco un occhio, mi strofino un orecchio, mi sfioro il mento. Ho percorso chilometri di appartamento girando da una stanza all’altra in un moto perpetuo e circolare e anche gli efferati, incomprensibili e improbabili omicidi di CSI non riescono ad attirare la mia attenzione.

Domani ricomincia la scuola.

Ora io mi rendo conto che detta così non si capisce se sono una studentessa un po’ fuori corso, un’insegnante al suo esordio, una ex-precaria cronica finalmente guarita dal precariato, o una madre alle prese con il primo giorno di scuola di sua figlia, ma il fatto è che niente di tutto ciò corrisponde alla realtà perchè mia figlia domani torna a scuola e va soltanto in quinta elementare.
Eppure, se l’ultimo giorno della quarta ha pianto come una vite spezzata perchè le dispiaceva non vedere i suoi compagni per qualche mese, oggi (ma già da giorni va montando l’ansia) sembra un tossico in astinenza.
E io giuro, non so più cosa fare, si agita, parla, straparla, piange, ride, vuole le coccole, vuole la mamma, vuole la camomilla, vuole che arrivi presto domani, vuole vegliare sullo zaino nuovo per tutta la notte, vuole me, vuole lui, vuole…….

Per spiegare il mio stato d’animo dico solo questo, ad un certo punto sono persino arrivata a consigliarle di pregare, ma pregare di brutto, Dio, Gesù, la Madonna, l’Angelo Custode, tutti i Santi e persino i Beati in lista d’attesa.
“pregare?” mi ha detto un po’ perplessa consapevole mio malgrado della mia mancanza di fede.
“amore mio, se un Dio esiste ti assicuro che mai come in questo momento è necessario che mi manifesti la sua presenza”
“ma che c’entri tu? È me che dovrebbe consolare, mica te!”
“hai ragione, però prima che finalmente ti consoli, potresti dirgli di passare un attimino da me che gli devo chiedergli un parere?”
“un parere su cosa mamma?”
“niente…..volevo solo sapere se secondo lui commetto peccato se faccio, diciamo, un uso improprio del Tavor”

(Aiutatemi!)

Al bar del procione

Viscontessa, 12 Settembre 2006

Avevo smesso di frequentare il bar del procione perchè da quando il procione aveva scoperto che il venerdì ho una rubrichetta su Il Firenze, che oltretutto viene distribuito gratuitamente anche fuori dal suo pulcioso baretto, si era fatto di una gentilezza pelosa davvero irritante.
Pover’uomo, io lo so che non è colpa sua, ma la sua totale mancanza di malizia, la sua ingenuità, quel suo boccheggiare come un pesce fuor d’acqua e quello sguardo perso nel vuoto, non riescono comunque a muovermi a compassione e per quanto possa sforzarmi, preferirei davvero trascorrere un’ora in compagnia di una blatta piuttosto che con lui.
L’altro giorno, per esempio, nel suo rinnovato tentativo di essere accomodante e gentile nei miei confronti, si è mosso da dietro la confezione di merendine nella quale vive di solito rintanato, e mi ha portato la colazione al tavolino. Era così orgoglioso del gesto e ancor di più di essersi ricordato come faccio colazione, che quasi non ho avuto cuore di dirgli che aveva sbagliato tutto. Quasi.
Poi, rammentandomi che sono due anni che vado a fare colazione lì e che sono uno dei quattro clienti abituali che frequentano il suo baretto, non sono riuscita a trattenermi e mentre lui come un cagnolino aspettava che gli dicessi “bravo!” per avermi riportato la pallina, io ho lanciato un urlo in aria.
“cazzo!” ho detto “ma il caffè è bollente e l’acqua è gelata!”
“eh! Ma te un tu pigli il caffè macchiato e l’acqua gassata?”
“Si ma il caffè macchiato freddo e l’acqua a temperatura ambiente”
“Vabbè, come tu sei diventata…” e già abbassava il musino in segno di frustrazione mentre lo sguardo tradiva propositi di vendetta tremenda per la mia mancata gratitudine.
“veramente son sempre stata così, è te che tu vuoi fare il gentile ma un ti riesce”
Non ha detto niente, è tornato dietro alle merendine, poi una volta raggiunta la sua “cuccia” si è affacciato e mi ha ringhiato in faccia “se un ti va bene, la prossima volta tu vieni te a macchiarti il caffè!”
Io non ho detto niente, ho continuato a sfogliare distrattamente il giornale poi quando sono arrivata all’ultima pagina, rivolgendomi ad un pubblico immaginario, ho aggiunto “vabbè, l’articolo di questa settimana non l’ho ancora scritto….. si vede che scriverò di come vengono trattati i clienti di riguardo, in questo barre….”.
Lo avessi mai detto! E’ uscito di corsa dalla cuccia e scodinzolando mi è venuto in contro mentre rideva come farebbe una iena ignara della sua condizione “iena ridens”.
“Si eh…. tu lo dici apposta…..” e mi spiava con gli occhietti neri e vuoti come una zucca.
Non ho aggiunto altro, sono uscita e l’ho abbandonato così.

Awards dei blog. Lasciate un messaggio in segreteria e sarete richiamati.

Viscontessa, 11 Settembre 2006

Va bene, allora ditelo così io lo so e mi regolo diversamente.
Eppure non era male, cioè era un po’ confusionario perchè il mal di testa che si insinuava nell’orecchio successivo e poi il titolo…. che titolo! E io che qui vi metto al corrente della mia produzione onirica e poi Kazuo….
Non so ecco, mi aspettavo che qualcuno almeno mi dicesse come andava a finire il libro o che qualcuno mi offrisse un Moment, un corteggiatore solitario capitato per caso da qualche motore di ricerca, una carezza, un saluto, un insulto, insomma qualcosa.
E invece niente, neanche uno straccio di commento ad uno dei migliori post che siano mai stati partoriti su questo blog in una giornata di mal di testa.
Poi però ho capito, cioè sono andata a dare un’occhiata a non ricordo a quale diavoleria che ti permette di vedere chi è passato dal tuo blog in giornata (che per dirla tutta è poi l’aggiornamento quotidiano alla mia blogrolll) e lì ho capito che la blogsfera era tutta impegnata a stirare l’abito buono per gli Awards dei blog di Macchianera. Sito che a mio avviso da fin troppo tempo pare ormai vivacchiare di rendita ma che al momento giusto ti piazza lì un premio nel quale non si vince ovviamente niente ma che per il solo fatto di essere stato indetto, rianima la blogsfera di nomi, siti e contatti perduti.
Allora io all’inizio che ormai da tempo non mi divertivo più con i giochi di società della blogsfera (anche perchè in giro non si trovava un gran chè) mi son detta che alla festa non ci volevo andare anche se mi era arrivato il cartoncino di invito sotto forma di nomination tra i migliori blog personali.
Mi son tenuta in dosso la vestaglietta e le ciabatte, mi son messa i bigodini e mi son messa a fare i biscotti che hai visto mai che poi passa qualche commentatore e io non ho neanche un dolcino da offrirgli.
Poi mentre i biscotti erano in forno mi sono affacciata alla finestra e ho visto tutto questo gran fermento allora ho pensato che potevo almeno togliermi i bigodini per non farmi trovare in disordine da chi mi avesse visto dalla strada. Quindi ho tolto la vestaglietta, ho finito per bruciare i biscotti in forno e mi son detta “ma si! Ma chi se ne frega! Dai vengo anche io!”
E ho compilato la mia bella scheda con i voti, mi son fatta mettere sul blog il bannerino e adesso ci sto anche scrivendo un post.
Insomma, se passate di qua e non mi trovate, è perchè sono andata alla festa.

Ahi ahi carramba, ahi ahi carramba…..

Fanculo Kazuo Ishiguro!!

Viscontessa, 11 Settembre 2006

Ieri mi sono svegliata presto incazzata di brutto con Kazuo Ishiguro.

Era presto perchè già il giorno prima mi ero svegliata di buon ora con un cuneo infilato nella tempia ma siccome aspettavo questo sabato da tutta la settimana, me ne ero rimasta a crogiolarmi tra le lenzuola in compagnia del mio cuneo.
E’ per via del fatto che la settimana appena trascorsa, la prima lavorativa dopo le ferie, avevo fatto una fatica tremenda per alzarmi la mattina.
Gli ultimi due giorni, per dire, ero andata a letto presto anche se non avevo sonno, nella speranza di un risveglio meno traumatico.
Ma poi non c’era stato niente da fare la sveglia era stata ugualmente un incubo come non ricordavo di averne più avuti dall’età dell’infanzia quando sognavo i giocatori hockey su ghiaccio che al posto del disco usavano teste mozzate ed io anche quelle mattine lì avevo finito per scivolare giù dal letto come un invertebrato su una piramide di ghiaccio.
Venerdì poi era avvenuto il crollo.
Verso le sette di sera mi era venuto un sonno di quelli così debilitanti, che mi son chiesta se quello fosse il primo sintomo di una narcolessia latente. Mi alzavo dal divano per andare a bere e poi appena tornavo a sdraiarmi, mi addormentavo nuovamente come se avessi avuto la febbre altissima. E alla fine, dopo aver dormito ininterrottamente sul divano tra le sette di sera e mezzanotte, come una novella Cenerentola ho trasformato il mio sonno da divano in un sonno da letto e perdendo non una, ma ben sì entrambe le mie ciabattine di cristallo, ho raggiunto finalmente il materasso.
Per questo quando sabato mattina mi sono svegliata presto con il cuneo infilato in fronte, ho pensato che il cuneo me lo avesse mandato Morfeo per rammentarmi che non era umano dormire oltre le dodici ore consecutive ma siccome aspettavo quel sabato per dormire fino a tardi, ho lasciato che il cuneo mi si infilasse fino all’orecchio successivo e quando mi sono alzata barcollavo nuovamente per il dolore. Quando poi succede che il cuneo prende il sopravvento su ogni organo del mio misero corpo, non esiste più un antidolorifico in grado di scacciarlo e l’unico modo per tenerlo in testa senza che la sua trivella scenda sempre più in profondità, è quello di provocarsi un coma indotto e passare la giornata a letto in compagnia del cuneo e di dosi da cavallo di antidolorifici.
Non che il mal di testa passi, ma il sovradosaggio è in grado di provocare altri sintomi il più frequente dei quali è quello del totale rincoglionimento.
Anche se sulle istruzioni non lo chiamano così.
Domenica mattina quindi quando mi sono svegliata presto con il cuneo in testa, ho provato ad alzarmi subito anche se sapevo già che dopo l’episodio del giorno precedente, difficilmente la levataccia avrebbe potuto dissuadere il cuneo dal tenermi compagnia tutta la giornata. E mi sono svegliata con il cuneo in testa e un’incazzatura a bestia con Kazuo Ishiguro.

Non che il suo ultimo libro non mi piaccia (“Non lasciarmi”) ma la recensione del Washington Post riportata sulla copertina, mi ha davvero fatto infuriare.
La premessa è che ho trascorso l’estate in compagnia di romanzi le cui sagre familiari lasciavano di volta in volta una diversa amarezza in bocca. Tutta roba che se tra i personaggi c’era un bacio, come minimo uno dei due aveva la rogna e questo libro di Ishiguro, lo avevo scelto proprio perchè nella recensione, si parlava di un bellissimo romanzo sui sentimenti dell’amicizia e l’amore.
Un bellissimo libro incellophanato di cui non puoi leggere nient’altro che la recensione sulla copertina.
Poi appena levi il cellophane e leggi le prime righe del libro, ti rendi conto che i buoni sentimenti dell’amicizia e l’amore, nascondono una verità terribile di cui io non sono ancora venuta a capo.
E allora cazzo, mi son detta domenica mattina, vuoi fare un bel romanzo sui sentimenti dell’amore e dell’amicizia o volevi scrivere un thriller nel quale del bel rapporto di amore e di amicizia ai tuoi lettori importa un accidenti perchè vogliono scoprire chi è l’assassino? Almeno dillo Ishiguro! Dillo subito o dimmi subito chi è l’assassino così magari non mi perdo la bellezza delle tue descrizioni sul sentimento dell’amicizia, in cerca dell’origine di questa accidenti di amicizia!
Anche perchè Ishiguro, io adesso non ho più il tempo che avevo in vacanza per leggere e se avevo scelto te, era proprio perchè mi avevi promesso che se una sera avessi avuto un cuneo che già mi faceva l’occhiolino dal fondo del letto, potevo anche chiudere il tuo libro ed evitare di accumulare tutto il sonno che mi ha devastato tutta la settimana.
E le cui conseguenze si sono poi scatenate con il cuneo del week-end!

Fanculo Kazuo, nonostante l’ora anche adesso sono costretta a tornare da te.

La mangiatrice di gatti

Viscontessa, 9 Settembre 2006

La donna prese il gatto e lo mise a bollire nella pentola. Non prima ovviamente di avergli spezzato il collo come aveva imparato a fare da piccola con i conigli.
Il brodo di gatto le piaceva molto ma le piaceva molto anche rosicchiare gli occini della coda della bestiola lessa. Questo il motivo per cui sceglieva solo esemplari con la coda lunga e possibilmente anche con il pelo lungo.
E poi bastava prendere gatti molto giovani, di solito li prendeva da piccoli, i giornali di annunci gratuiti erano pieni di gente che regalava gattini tenerissimi e dolcissimi e di qualcuno c’era anche la foto: una cucciolata di micetti di tutti i colori nei quali si intravedeva dietro una mano che costringeva le bestiole a girarsi verso l’obbiettivo. A dire il vero questi erano i suoi preferiti perchè chi si prendeva la briga di fotografare i propri gattini prima di regalarli, doveva amare abbastanza i gatti per aver ben alimentato e curato mamma gatta. Certo, per non destare sospetti, non poteva quasi mai prenderne più di uno per volta ed erano rare le occasioni in cui, senza destar sospetto, riusciva a portarsene a casa un paio della stessa cucciolata, ma poi bastava girare l’angolo e c’era un altro affettuoso padrone disposto a regalare un altro gattino e volendo in una sola giornata potevi portarti a casa tutti i gatti che volevi.
Le stagioni migliori era naturalmente la primavera e l’estate, i gatti, come d’altra parte quasi tutte le specie animali, figliavano più frequentemente durante la stagione calda ma anche d’inverno si trovava sempre qualcosa e poi tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, ci si poteva procurare abbastanza gatti per sfamarsi anche d’inverno.
All’inizio aveva cominciato con i gatti randagi, le città erano piene di gatte randage che consumate dalla fame e dall’amore, mettevano al mondo nidiate intere di gattini pulcuiosi e cisposi che finivano sotto le macchine appena mamma gatta riusciva a staccarli dalle sue mammelle per partorirne un’altra cucciolata. E qualche volta, dopo aver raccolto quei piccoli pelle ossa che miagolavano disperati non appena lei si avvicinava con un po’ di cibo, aveva ucciso anche le gatte quando ad occhio le pareva che non fossero gravide. Le pareva che porre un definitivo rimedio a quelle vite randagie fosse il minimo che poteva fare per tutto quello che le gatte facevano continuamente per lei.
Poi ad un certo punto parte del genere umano che viveva soprattutto nelle città, pareva si fosse accorto del patimento di questi animali e avevano cominciato a castrare i gatti randagi e a creare le colonie feline ovvero gruppi di vecchi gatti sterili che non servivano né a riprodursi e neanche più ad essere mangiati. I primi tempi questa nuova usanza le complicò un po’ la vita, se prima per procurarsi qualche gatto bastava farsi una girata al parco, adesso poteva camminare giornate intere senza trovare un solo gatto che facesse al caso suo. E all’inizio quando pareva che alla penuria di gattini randagi non vi fosse rimedio, si era anche adattata a qualche grosso gatto castrato raccolto senza sforzo da una di queste colonie. Poi un giorno comprò per caso una rivista di annunci gratuiti e lì, con sua grande gioia e sorpresa, si accorse che poteva avere tutti gatti che voleva.
Di solito preferiva gatti che avessero almeno un paio di mesi, quelli più piccoli il più delle volte, dovevano ancora essere svezzati cosa di cui lei non poteva occuparsi, e quelli più grandi avevano già cominciato a mangiare fetide scatolette che ne compromettevano irrimediabilmente il sapore della carne. Per questo di solito si informava prima a che punto fosse lo svezzamento dei gattini e quando i padroni premurosi la invitavano ad un’altra settimana di pazienza perchè i piccoli prendevano ancora il latte, non metteva mai premura ai padroni restando tranquillamente in attesa del momento giusto.
I suoi gatti, infatti, erano i gatti più belli e più sani che si fossero mai potuti trovare in giro, non appena si staccavano dalla mammella materna, entravano a far parte della sua “gatteria”, come la chiamava lei, e da quel giorno e per circa un anno sarebbero stati nutriti con i migliori alimenti che un gatto potesse desiderare. La sua etica, infatti, le impediva rigorosamente di uccidere un gatto prima del compimento del suo primo anno di età, l’infanzia era una cosa sacra per la quale bisognava avere un rispetto profondo qualsiasi fosse la specie ed era suo preciso dovere fare in modo che i suoi gatti vivessero la propria nel miglior modo possibile.
Poi raggiunto l’anno di età quando le loro carni erano ancora tenere e la loro vita era stata la miglior vita che un gatto potesse desiderare, li ammazzava con un colpo secco alla nuca che non permetteva alle bestiole di soffrire e probabilmente neanche di rendersi bene conto di cosa gli stava capitando.
I gatti morti venivano scuoiati in un’apposita stanza dove le pellicce, fatte essiccare, servivano poi per confezionare coperte, cuscini, colli e persino oggetti più stravaganti come borsette o cappellini la cui successiva vendita le consentiva di poter contare su introiti più che sufficienti per i suoi bisogni, i gatti scuoiati invece finivano nella pentola d’acqua con gli odori, oppure nel congelatore per gli inverni più difficili.
Ciò che guadagnava dalla vendite tramite internet dei suoi articoli in “lapin” (chissà perchè la gente avesse tanto a cuore i gatti e così scarsa considerazione per i conigli) e non era necessario per il suo sostentamento, finiva tutto in beneficenza.

Adesso mentre nella casa cominciava a spandersi quel delizioso profumino di gatto lesso, la donna si rigirava tra le mani quell’invito non sapendo bene come regolarsi. L’associazione degli Amici del Gatto, in occasione di una serata speciale, voleva conferirle il premio quale più generosa sostenitrice della loro associazione e lei che i gatti vivi li toccava solo quando non poteva farne a meno e con le dovute precauzioni, non sapeva come fare ad accettare un invito che le sarebbe potuto costare la vita.

Sull’invito era chiaramente indicata la presenza dei loro “amici”gatti in occasione della serata ma era escluso lei si potesse presentare con la tuta che le consentiva di toccare un gatto vivo senza rischiare un shock anafilattico per l’allergia al loro pelo “vivo” ed era anche escluso che le massicce dosi di cortisone a cui faceva ricorso quando doveva andare a procurasi un gatto, sarebbero state sufficienti a consentirle una serata intera in compagnia di quelle bestie.

Tanto, sul calendario, un cerchietto rosso le suggeriva che altri quattro gatti avrebbero raggiunto l’anno di età entro la settimana prossima…….

Violenza sul protocollo.

Viscontessa, 7 Settembre 2006

Son contenta perchè pare che dopo l’ennesimo stupro ai danni di una turista americana finalmente si sia pensato ad un protocollo d’intesa tra il nostro comune e il consolato americano.
Si tratterà in sostanza di un documento nel quale si spiegherà alle giovani turiste, ospiti della nostra città soprattutto per motivi di studio, che qui a Firenze si viene più che altro per ammirare i capolavori del Rinascimento e non soltanto per trombare.
E questo non perchè non si debba della sincera gratitudine alle americane la cui disponibilità verso i miei concittadini, ha contribuito a svezzare generazioni intere di ragazzotti un po’ imbranati che, senza di loro, sarebbero probabilmente ancora alla fase onanistica della loro esistenza, ma perchè questa nuova iniziativa mi fa ben sperare che il valore istituzionale che rappresenta sia solo il primo passo verso un nuovo Rinascimento della coscienza civile.

Tanto, ho pensato, dopo aver dato un’innocente tiratina d’orecchie alle americane ricche non si potrà fare a meno di mantenere intatta l’indignazione per questo reato che fino ad oggi, pur condannato senza appello in qualsiasi circostanza, godeva in verità ancora della protezione di una certa logica maschile che vedeva nella provocazione femminile un’attenuante quasi in grado di giustificare completamente il reato.
Non mi illudo sulle vere motivazioni che si nascondono dietro a questa indignazione e che a mio avviso hanno poco a fare con le conseguenze di un percorso di maturazione della nostra civiltà, ma mi illudo invece che l’esasperazione per un’immigrazione clandestina fuori controllo (che porta oltre tutto nel nostro paese i rappresentanti di una civiltà alla quale abbiamo dichiarato guerra ormai da anni) serva almeno per aiutarci a compiere un vero percorso verso una nuova coscienza civile.

Poi sono fiduciosa nei confronti delle forze dell’ordine la cui solerzia nelle indagini per questo genere di reati non potrà esaurirsi con la difesa delle americane e la caccia degli extra comunitari, ma sarà costretta a prodigarsi almeno in egual misura verso gli stessi cittadini italiani coinvolti in questo genere di reati. C’è infatti da aspettarsi che a fronte della nuova sensibilità acquisita dalle istituzioni saranno molte le vittime che, indotte fino ad ora a tacere per la sgradevole sensazione di essere giudicate esse stesse da quella logica maschile che accompagnava il lungo percorso di una denuncia per un reato di stupro, si sentiranno incoraggiate a farsi avanti e si aspetteranno ovviamente che venga loro garantita la medesima attenzione dedicata alle americane.

Infine non posso fare a meno di aspettarmi che dopo un protocollo pieno di saggi consigli per queste turiste se ne proponga un altro nel quale invece si spieghi a chi proviene da una cultura molto diversa dalla nostra che qui da noi si ha una considerazione delle donne molto maggiore di quella alla quale sono stati educati loro. Se in India le vacche sono sacre da noi son sacre anche le maiale.
Contestualmente, ovviamente, si avrà anche l’accortezza di spiegare alle americane che se da noi le maiale son sacre come le vacche in India questo non significa che sia ammesso comportarsi come tali. E in questo caso non parlo della libertà di ogni donna di darla a chi vuole, ma di quella di mostrare per la nostra città il medesimo rispetto che loro pretendono per il loro corpo.

Perchè la prossima volta che mi capita, come di recente, di vedere una ragazzina americana di neanche vent’anni che ubriaca come un tegolo si tira giù le mutande e, tra le risate sguaiate delle sue amiche, si mette a pisciare in mezzo alla strada, giuro che scendo di macchina e la violento io con il crick.

Nuove tendenze per la prossima stagione

Viscontessa, 6 Settembre 2006

Essendo a corto di buoni propositi per la stagione invernale in arrivo, avrei pensato per quest’anno di dedicarmi al controllo giornaliero della glicemia.
Diciamoci la verità, la palestra, il corso di cucina, il ballo latino americano, il brevetto da sub, il fidanzato, la propria regolarità intestinale….insomma, questi sono obbiettivi già sfruttati per i quali non vale neanche più la pena perdere tempo e se l’apparecchio per tenere sotto controllo la pressione, il test per celiachia, la poltrona che ti sollazza mentre riposi o il vaccino contro l’influenza aviaria, sono quel genere di necessità, che pur non sapendo di avere, la pubblicità ci ha aiutato prima ad individuare ed infine a soddisfare, il controllo della glicemia è ancora una novità assoluta di cui rivendico senza indugi l’originalità. A meno di non essere diabetici, ovviamente.
Non che voglia accollarmi tutti i meriti di questa iniziativa, al mio collega hanno di recente diagnosticato una leggera forma di diabete che lo costringe a girare con l’apparecchietto per controllare la glicemia, ma è anche vero che nessuno ha mai pensato di fare di questo controllo una necessità anche per coloro che adducendo al famoso calo di zuccheri, si ingozzano di gelato al cioccolato.
L’esame d’altronde è semplicissimo, indolore e molto rapido e l’apparecchietto è così piccolo da poter essere confuso con un cellulare ma, a differenza del cellulare, è custodito in un astuccio che non può che suscitare la più viva curiosità di tutti gli amanti della tecnologia.
Per le fashion victim, poi, si potranno creare astucci disegnati dalle più famose case di moda da abbinare con le scarpe e la borsa o con il tessuto del foulard.
Una volta quindi afferrato il palmare, l’ipood e infine l’apparecchietto per misurare la glicemia, sarà un gioco da ragazzi sedersi a tavola in ristorante e prima di ordinare le portate al cameriere, controllarsi rapidamente la glicemia. Ma ve l’immaginate l’ammirato stupore dei commensali quando con voce seria sosterrete che tenere sotto controllo la propria glicemia e valutare il livello degli zuccheri nel sangue prima di decidere cosa mangiare, è una buona norma alimentare?
Insomma, io oggi ho misurato la glicemia ben tre volte, prima e dopo aver mangiato un gelato e poi a stomaco vuoto, così tanto perchè conoscere il nostro corpo, ci aiuta a vivere meglio.
E adesso che sono a casa e non posso sforacchiarmi un dito per sapere come stanno i miei zuccheri, già mi crea quel leggero stato d’ansia derivato dall’ignoranza, come faccio a sapere se è meglio un risotto alla milanese o una tagliatella con i funghi?
Devo in tutti i modi attrezzarmi.

Pagnotte sull’epitaffio

Viscontessa, 4 Settembre 2006

Avevo iniziato un post nel quale parlavo di poesia. Un argomento piuttosto ostico e per me poi così complicato da non avermi mai persuaso a prendermi cura di lui.
Siccome questo post sulla poesia nasceva da uno stato d’animo personale un po’ particolare, ero corsa a casa per trovare quel briciolo di concentrazione necessaria per riuscire ad esprimermi come volevo.
Quando dico che ero corsa a casa, non ho usato alcun eufemismo.
Queste vacanze appena terminate e non del tutto concluse, trovano ancora la famiglia talmente unita che nonostante la ripresa del lavoro, i ritmi sono così lenti che le piccole dosi d’impegno “produttivo” vedono la famiglia nuovamente tutta riunita sotto allo stesso tetto, già dalle cinque del pomeriggio. Se nel corso dell’inverno, tra la scuola, gli impegni sportivi e sociali di mia figlia e l’orario di lavoro di mio marito, mi è possibile ritagliare piccoli spazi in cui la casa è tutta a mia disposizione, nel corso del raggiungimento di tale obbiettivo invernale, pare che per ottenere anche solo qualche briciola di intimistica intimità, non mi resti che mettere in pratica piccoli sotterfugi da adolescente in fregola d’amore. Oggi per esempio, mentre stavo fuggendo dall’ufficio per tornare sola soletta a casa, convinta delle straordinarie potenzialità del post che volevo scrivere sulla poesia, mi ha chiamato mio marito per dirmi che entro breve sarebbe tornato a casa anche lui.
Non che potessi dirgli di non farlo, ma se nel mio precedente programma avevo pensato di lasciare ancora un po’ mia figlia a casa di mia madre per recuperarla solo a capolavoro avvenuto, di fronte alle nuove prospettive familiari per il pomeriggio, mi sono ridotta ad offrirmi di acquistare il pane prima di tornare a casa, invitando quindi marito ad andare lui a prendere la piccola. Pensavo così che avrei guadagnato un po’ di tempo, giusto quello necessario ad immergermi nella mia poetica solitudine in grado, come nient’altro, di cullare così sapientemente la mia ispirazione pomeridiana.
Invece poi, per quanto sia fuggita dall’ufficio persino sgommando con l’auto dall’uscita del parcheggio, (manco avessi una tarantola in macchina) sono arrivata a casa solo dieci minuti prima di mio marito e di mia figlia dei quali, pur nutrendo nei loro confronti tutto l’affetto di cui sono capace, avrei fatto volentieri a meno ancora per un po’.
Perchè io ci ho messo davvero tutta la mia buona volontà, ero qui davanti alla tastiera cercando di mettere in parole scritte una metafora che mi pareva assolutamente straordinaria e non appena i miei congiunti hanno varcato la soglia, pur senza volerli intimorire di fronte a si tanta creatività, ho provato a chiedere almeno dieci minuti di tempo per finire, in pace e in solitudine, la straordinaria creatura linguistica che stava prendendo forma sotto i colpi di questa tastiera.
Ci ho provato, giuro, ero qui con questa cosa a mezzo come un pezzo di creta con un volto straordinario e un busto ancora in embrione, e se alla prima interruzione già mi pareva di non sapere più come modellare un paio di tette, dopo la decima (racconto rapido della giornata, programmi per il resto del pomeriggio, compiti che non vanno avanti senza l’aiuto della mamma, presenza umana, se pur silenziosa, nella medesima stanza dove l’artista stava creando e comunque un assembramento di uomini e animali nel suo piccolissimo laboratorio) mi hanno fatto definitivamente perdere ogni ispirazione e con esso anche la possibilità di condividere in maniera adeguata, lo spirito poetico con cui quest’oggi mi stavo ponendo sul blog.
Ora tutto tace, nella stanza sempre l’uomo dietro al monitor intento con il suo sudoku e il cane accucciato ai piedi, ma l’aria si era ormai già così saturata di quel genere di aspettative domestiche che mi riguardano, che il busto della mia creatura aveva già preso la forma del gelato che mia figlia sta aspettando di andare a prendere e le braccia erano come scatolette per i gatti che imploranti aspettano che io li sfami e i piedi eran sudoku e i fianchi come pane visto che anche quello, non avendolo comprato, va procurato.
Per un momento, quest’oggi, avevo immaginato che sulla mia tomba potesse venir posto il seguente epitaffio “qui giace colei che con le sue parole ha nutrito lo spirito di milioni di persone, colei che con il suo post sulla poesia, invertì le miserabili sorti del genere umano intero” ma così stando le cose temo che dovrò accontentarmi di un “qui giace colei che con la sua devozione ha nutrito la sua famiglia, colei che con le sue pagnotte, invertì le miserabili sorti di una cena casalinga”.

Voi, perdonatemi se potete.

Asini

Viscontessa, 1 Settembre 2006

La telefonata è arrivata una sera in cui il tramonto era più rosso del solito.
Quando ho sentito suonare il cellulare ho sperato che fosse mia madre, l’alternativa più probabile sarebbe stata qualche seccatura di lavoro che preferivo non prendere neanche in considerazione.
Non che le telefonate di mia madre mi lasciassero poi molto più tranquilla: una sera le si era rotto l’irrigatore del giardino e aveva tentato di ripararlo mentre l’impianto era in funzione, e un’altra non sapeva come fare a rimuovere la carcassa di un piccione portata dal gatto sul tappeto di camera. Ma d’altra parte quando le ho affidato la mia casa, il mio giardino e parte dei miei animali, mi aspettavo che qualche inconveniente si sarebbe verificato. E poi tentare di farle aspirare un piccione con l’aspirapolvere era stato anche divertente.
La mia amica poi non poteva essere, ci eravamo già sentite il giorno prima quando disperata e con un filo di voce mi aveva chiesto dove fosse nascosto l’interruttore del pappagallo che le avevo affidato, “nessun interruttore” le avevo comunicato mortificata “metti sopra alla gabbia un telo scuro e vedrai che dovrebbe zittirsi”. Non credo che desidererà più avere anche lei un pappagallo.

Quattro squilli a disposizione perchè poi entra in funzione la segreteria telefonica. Il primo sgradevole cicaleccio mi coglie di sorpresa. Sono nuda di fronte alla finestra, la doccia si è portata via il salmastro della giornata e i colori del tramonto sono così intensi da farmi temere che quella sublime interpretazione del sole sia anche la sua definitiva uscita di scena. Penso ad un artista all’apice del successo mentre un brivido mi attraversava la schiena, un’interpretazione magnifica e il brivido si perde tra le pieghe dell’asciugamano mentre di sottofondo le tortore, mai paghe di quella loro cantilena gutturale, accompagnano l’artista nei suoi movimenti.
Il secondo squillo è invece accompagnato dal ragliare dell’asino. Una piccola nuvola passa per un attimo di fronte al sole e poi rossa per la vergogna fugge via mentre l’asino dal suo recinto ne sottolinea l’inopportuno transito, con il suo verso carico di una sofferenza atavica che va trasformando la speranza in illusione e infine in rassegnazione.
Per un po’, mentre cerco di capire da dove arriva il suone del mio cellulare, penso alle uova. Con l’asciugamano ancora sulle spalle e i due rimanenti squilli a disposizione, abbandono il sole, la nuvola e l’asino per tuffare il mio sguardo nell’oscurità della camera. Rapidi bagliori tra le pupille lasciano affiorare nella mia mente l’immagine di un cesto di uova candide dal guscio sottile e levigato. Fragili perfezioni che si sgretolano tra mani troppo grossolane come quella sinfonia telefonica tra la nuvola e l’asino.
“Stasera per cena uova in padella” un ultimo raggio purpureo trafigge l’oscurità della camera mentre in lontananza il latrato di un cane suggerisce premura al gregge di ritorno nell’ovile. Ancora uno squillo e poi entrerà in funzione la segreteria telefonica, uova che si rompono sul bordo della padella per sfrigolare nell’olio bollente come un sole al tramonto.
Un punto verde scintilla tra le ombre rosse della camera, un’ultima nota metallica accompagna la sua localizzazione, un belato finisce insieme al sole dietro all’orizzonte, le uova come soli al tramonto, sorgono dalla padella tra candide nuvole di albume ormai cotto.
Raggiungo il telefono, non faccio in tempo a guardare il numero sul display, premo rapidamente il pulsante e rispondo
“pronto?”
“Fabbbiana so’ io…. che t’avevo detto de nun prenè ‘a peruviana per badare ar pupo en spiaggia che quelle nun sa manco nuotà? che l’hai sentita di quella che s’è affogata per ripiglià ‘a ragazzina che s’era tuffata? Aò ’ste filippine tocca anche imparargli di parlà figurete nuotà……ma che è ’sto rumore? ‘ndo stai?”
“asino, è un asino che raglia e temo che lei abbia sbagliato numero….. e non solo”
“un asino?!? ‘mazza che brutto verso che fanno, ma ho sbiato numero Fabbià?”
“visto che non sono Fabiana, direi di si”
“aaahh… nun sei Fabbbbiana, ma come mai responne lei al numero de Fabbbiana?”
“perchè questo non è il numero di Fabiana. Signora ha sbagliato a comporre il numero!”
“ho sbaiato? E come ho fatto a sbaiarme? Mannaggia…. ma che è sicura che questo non il numero de’ mi’ fia?”
“non so che dirle signora, se vuole le passo l’asina, magari può chiedere a lei se per caso non si chiami Fabiana!”
“Che me sta’ a piglià per culo? Mi’ fia non è mica un’asina!”
“buon per l’asina signora mia. Comunque ha sbagliato numero!”
Tanto fuori è calato il sipario.

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