Eutanasia della libertà
Viscontessa, 25 Settembre 2006Ci dicono che l’inquinamento sta distruggendo il nostro pianeta ma continuano a pubblicizzare ossessivamente la vendita di automobili.
Ci dicono che il trasporto pubblico è l’unica soluzione possibile al traffico delle nostre città, ma aumentano le tariffe dei taxi, i pendolari viaggiano nei carri bestiame e i comuni sopravvivono solo grazie alle multe agli automobilisti.
Ci dicono che sono aumentati i posti di lavoro, ma che i contratti sono diminuiti in termini di tempo e un contratto di sei mesi è il massimo a cui si può aspirare.
Ci dicono che il tasso di natalità del nostro paese è così basso che la maggior parte della nostra popolazione è ormai vecchia, ma ci richiamano continuamente alla necessità di mantenere intatta la nostra identità culturale.
Ci invitano al proletariato di fatto: riprodursi copiosamente per fornire nuova forza lavoro in grado di sostenere l’Inps è l’unica speranza di ottenere prima o poi una pensione, ma non ci forniscono nessuna struttura adatta per tutelare le madri lavoratrici.
Ci insegnano il rispetto linguistico per i disabili invitandoci a definirli diversamente abili, ma non esistono percorsi diversamente strutturati per chi è senza gambe.
Ci dicono che l’importante è essere belli dentro e poi mettono la Gregoracci a condurre una rubrica in tv.
Ci parlano di prevenzione e ci fanno aspettare sei mesi per una tac.
Ci vietano le droghe e poi ci drogano con gli antidepressivi.
Ci dicono che viviamo in un paese libero, ma ci negano la libertà più intima di cui ogni individuo dovrebbe disporre.
E ci obbligano a vivere anche quando la natura ha già da un pezzo decretato la sua volontà.
Ci dicono che il trasporto pubblico è l’unica soluzione possibile al traffico delle nostre città, ma aumentano le tariffe dei taxi, i pendolari viaggiano nei carri bestiame e i comuni sopravvivono solo grazie alle multe agli automobilisti.
Ci dicono che sono aumentati i posti di lavoro, ma che i contratti sono diminuiti in termini di tempo e un contratto di sei mesi è il massimo a cui si può aspirare.
Ci dicono che il tasso di natalità del nostro paese è così basso che la maggior parte della nostra popolazione è ormai vecchia, ma ci richiamano continuamente alla necessità di mantenere intatta la nostra identità culturale.
Ci invitano al proletariato di fatto: riprodursi copiosamente per fornire nuova forza lavoro in grado di sostenere l’Inps è l’unica speranza di ottenere prima o poi una pensione, ma non ci forniscono nessuna struttura adatta per tutelare le madri lavoratrici.
Ci insegnano il rispetto linguistico per i disabili invitandoci a definirli diversamente abili, ma non esistono percorsi diversamente strutturati per chi è senza gambe.
Ci dicono che l’importante è essere belli dentro e poi mettono la Gregoracci a condurre una rubrica in tv.
Ci parlano di prevenzione e ci fanno aspettare sei mesi per una tac.
Ci vietano le droghe e poi ci drogano con gli antidepressivi.
Ci dicono che viviamo in un paese libero, ma ci negano la libertà più intima di cui ogni individuo dovrebbe disporre.
E ci obbligano a vivere anche quando la natura ha già da un pezzo decretato la sua volontà.





25 Settembre 2006, 16:21
a proposito di traffico e inquinamento…passa a trovarmi!
25 Settembre 2006, 16:38
Concordo.

..e ci dicono anche che non leggiamo e poi ci chiedono 2 euro di acconto per un libro da 4.90! E che dovremmo usare i mezzi pubblici a 4 Euro al giorno (solo per la metro, ché il costo del resto del viaggio è escluso dal calcolo)!
25 Settembre 2006, 16:58
Ti conosco abbastanza per capire che i primi dieci paragrafi sono l’antipasto, questioni propedeutiche al punto focale: paragrafi sui quali ci si può limitare a osservare “tutto vero, e infatti in Italia si ama parlare dei problemi piuttosto che affrontarli e risolverli”.
Il punto che ti sta a cuore è l’ultimo.
Argomento difficile, come tutti quelli che vertono su questioni che possono essere affrontate sia in senso laico che religioso, che investono l’etica e la morale, la legge umana e quella naturale.
Temo che, proprio per le caratteristiche tipiche di questo paese di cui dicevo sopra, anche quest’occasione andrà perduta; ci perderemo in polemiche dettate dalla convenienza e dalla collocazione politica senza provare a individuare se e dove esistano concetti condivisi e condivisibili che possono ricondurre a unità i diversi modi di sentire il problema.
25 Settembre 2006, 19:04
Certo che quest’occasione andrà perduta, fino a quando il nostro sarà un paese laico fondato sulla morale e i principi cattolici (come suggeriva lo stesso Papa qualche tempo fa) non si potrà far altro che parlare della libertà individuale come un bene della collettività.
D’altra parte, per la morale cattolica, la vera libertà sessuale è quella di fare sesso solo nell’ambito del matrimonio.
25 Settembre 2006, 19:12
Riprodotta sarà lei, cara viss
Off topic: non ha mai risposto ad una mia mail, poi non dica che ho violato il suo diritto alla privacy, eh?
saluti , mf*
25 Settembre 2006, 19:47
oltre che ai malati terminali per porre fine all’ accanimento terapeutico
propongo venga estesa a tutti i lavoratori che in un futuro ormai….ahime….prossimo saranno costretti a lavorare fino a ottanta anni ….o la pensione…incerta
o…l’ eutanasia sicura ( che è molto meglio che lavorare fino a ottantanni)…abbasso l’ acccanimento lavorativo
credo che su questa proposta e sui notevoli risparmi che porterebbe i nostri “cari” politici sicuramente sarebbero d’ accordo all’ unanimità….tanto poi…con…dividerebbero i cospicui introiti delle casse statali
25 Settembre 2006, 20:47
un riassunto impeccabile.
26 Settembre 2006, 0:34
Propongo un sano digiuno televisivo (un mesetto, almeno).
26 Settembre 2006, 7:55
ieri è morta mia mamma, dopo una lunga malattia e due giorni di coma irreversibile. La ringrazio per essersene andata da sola, senza obbligarci a scegliere se staccare le macchine ma se avessimo dovuto farlo, non l’avremmo certo lasciata lì a vegetare per anni.
Non si tratta di laicità o religione, etica o non etica, ma di rispetto verso la persona che è stata. Il corpo che ho visto attaccato a quelle macchine non era vivo e non era più mia mamma.
Eleni
26 Settembre 2006, 9:40
Anche mia mamma se ne è andata così.
E io avrei forse fatto le tue stesse scelte. Pe fortuna non ho avuto tempo e modo di mettermi alla prova.
26 Settembre 2006, 10:12
Eleni, so di cosa stai parlando, con mio padre la natura non è stata così misericordiosa e dopo un lungo periodo di coma ci ha reso un uomo praticamente lobotomizzato.
Io non so quanto chi non è passato da certe disgrazie, possa rendersi conto dello strazio che possa comportare la scelta di staccare le macchine. A maggior ragione quando a chidere l’eutanasia è lo stesso paziente.
26 Settembre 2006, 11:03
Ed io mi chiedo come possano sentirsi i parenti di persone in coma irreversibile quando c’è in giro 8e in televisione) chi ha la faccia tosta (diciamo così) di accusarli di voler metter mano ad un’eredità. Se poi l’eutanasia la chiede il diretto interessato credo ci sia poco da discutere; ma hai detto bene Viss, qui la libertà individuale è vista come un bene della collettività.
Annika
26 Settembre 2006, 11:19
Il servizio di ieri sera di apertura del TG5 sull’argomento, recitava più o meno così “c’è chi chiede l’eutanasia ma c’è anche chi chiede di vivere” e via di seguito interviste a malati terminali che sostenevano che loro volevano vivere come se l’eutanasia fosse un dovere e non un diritto.
26 Settembre 2006, 11:22
Che la collettività possa limitare la libertà individuale è principio fondamentale, e ineludibile, della convivenza. Oggi siamo così frustrati dall’omologazione forzata, così presi da tanta e tale ansia di affermarci, che di ogni “principio” (sia esso civile, morale o religioso)vediamo solo la parte che consideriamo lesiva della nostra “personalità”, trascurando le ragioni che hanno contribuito nei secoli alla sua individuazione.
I soliti “maestri del pensiero” hanno subito provveduto alla chiamata alle armi “contro” (guarda caso, la Chiesa…), sapendo bene che indicare un “nemico” alle masse è scorciatoia ben meno impegnativa che impegnarsi per convincerle in modo razionale e argomentato.
Certamente, nella visione della Chiesa l’uomo non è padrone della propria vita, che è dono di Dio. Per questo la Chiesa non può essere favorevole all’eutanasia (ed è contraria all’accanimento terapeutico).
D’altronde, non si deve dimenticare che, con pochissime eccezioni, i portabandiera del nuovo anti-clericalismo sono figli (quando non direttamente complici) di quelle ideologie di derivazione hegeliana che hanno teorizzato e sancito l’inutilità e l’insignificanza dell’individuo rispetto agli interessi della collettività, e che -pur partendo da una prospettiva del tutto priva di qualsiasi senso religioso- sono ugualmente giunti, riguardo l’eutanasia, al divieto. Idem dicasi per certe (non tutte) correnti “liberali”, che, legando l’individuo alla sua potenzialità produttiva (non solo in senso attivo, ma anche di “induzione”) ugualmente fionioscono per negare il diritto a disporre “autonomamente” e “in toto” della propria vita.
La questione è certo delicata. Per conto mio, se invece di cedere ai tristi epigoni dei deliri scientisti ottocenteschi, si frenasse la smania di onnipotenza della medicina, e si individuasse (condannandola e vietandola) come “accanimento terapeutico” qualsiasi terapia inutile ai fini del prolungamento di una vita cosciente o all’alleviamento del suo dolore, il problema dell’eutanasia non si porrebbe neanche.
26 Settembre 2006, 11:29
Brava Viss. Brava. Condivido tutto quello che dici, al 100%.
26 Settembre 2006, 11:55
Slow, sono d’accordo con te nell’individuare nell’accanimento terapeutico la causa principale del dubbio che ora ci porta a chiederci se sia giusto o meno concedere l’eutanasia. D’altra parte ormai la medicina ci ha messo a disposizione strumenti in grado di mantenere in vita un corpo per il quale la natura ci avrebbe già sollevato da ogni decisione e non far ricorso a questi strumenti, metterebbe i medici nella condizione di assumersi la responsabilità di una morte. E questo ovviamente non è possibile.
Purtroppo, che ci piaccia o no, siamo noi a doverci assumere questa responsabilità che però a mio avviso non si dovrebbe porre quando è il malato stesso ad esprimere consapevolmente la sua volontà.
Da cattolici si può fare le proprie scelte ma non si può imporre le proprie scelte a chi consapevolmente non le condivide.
Per questo concedere l’eutanasia a chi la chiede dovrebbe essere un dovere e non un argomento di discussione. La libertà individuale di ciascuno è limitata dalle esigenze della collettività, ma concedere l’eutanasia a chi la chiede non compromette il bene collettivo, mentre si rischia di strumentalizzare la sofferenza altrui, per affermare principi etici e morali che non potranno mai essere univoci.
26 Settembre 2006, 12:14
Il fatto è che non è poi così scontato che siamo del tutto e incondizionatamente proprietari della nostra vita. E questo, religione e/o civismo a parte, è un dato di fatto, che deriva dal fatto che nel corso dell’esistenza facciamo nascere, quasi sempre volontariamente, rapporti di interdipendenza con i nostri simili. Limitiamoci a un paio di esempi banali: se, ad esempio, i parenti stretti (moglie, figli, genitori, fratelli…) fossero contrari al volere del malato? O se ci fossero in corso pendenze legali, che la morte del malato renderebbe impossibile districare?
Voglio dire, ci sono certo (e in Italia sono certamente ben presenti) motivi religiosi alla base del “no” all’eutanasia che si sente ripetere in giro. Ma, come cercavo di dire prima, quella di voler ridurre il tutto alla solita (sciocca) diatriba “laici illuminati” contro “cattolici oscurantisti” è uno stratagemma (a mio parere meschino, ma da certa gente non è che mi aspetti gran che) magari utile, ma che non risponde alla verità delle posizioni in campo, perché il “no” all’eutanasia è stato sviluppato anche in società e ideologie che col cattolicesimo hanno ben poco a che vedere.
C’è poi da dire che, così come i cattolici non potrebbero “imporre” la loro visione a nessuno (poi un giorno qualcuno forse sarà capace di spiegarmi perché se i cattolici sono la maggioranza allora “impongono”, se invece la maggioranza sono gli “altri” allora è “democrazia”…), bisogna ben prevedere che un medico, o un esecutore, possano non volersi sentire obbligati a fare una cosa che non rientra nelle loro convinzioni. E allora, prima di partire lancia in resta a dire che è i preti sono cattivi e/o che è colpa del Papa, facciamoci un quadro della situazione, e, soprattutto, cominciamo a limitare l’abuso di “cure” che non curano un accidente… Nessun medico è mai stato chiamato “responsabile” di non averci reso immortali. Mentre tanti lo sono, invece, per aver reso i pazienti larve umane, senza alcuna utilità per loro o per i loro cari.
26 Settembre 2006, 13:46
e’ vero che la vita non e’ di proprieta’ di chi la vive (nessuno ha scelto di nascere) ma chi puo’ affermare che quella del povero sig Welby sia oggi di proprieta’ condivisa?
non e’ percaso un po’ piu’ delle macchine?
la legge deve poter permettere di far decidere a qualcuno se staccarla questa spina.
26 Settembre 2006, 14:00
Slow, aspetta, tu accenni a vari argomenti che meritano di essere affrontati singolarmente.
Tanto una precisazione: la democrazia è una forma di governo basata su libere elezioni di liberi cittadini che eleggono i loro rappresentanti affinchè questi interpretando la volontà popolare, si occupino di stabilire le leggi che regolano la comunità.
La religione, la fede, il cattolicesimo, non sono una democrazia che elegge un Papa che interpreti i valori dei fedeli, ma una monarchia assoluta che si tramanda solo per discendenza maschile e al cui monarca non è affidato il compito di interpretare il volere dei suoi fedeli, ma addirittura quello di interpretare quello di Dio e di diffonderne il suo volere.
La differenza è sostanziale, la democrazia è una forma di governo, la fede è un moto dell’animo.
Tornando invece all’eutanasia trovo davvero allucinante che le esigenze materiali di chi resta, possano essere considerate prioritarie sulla sofferenza di chi chiede l’eutanasia.
Sarò sincera, tollero molto male che un altro essere umano facendosi interprete di una volontà divina si permetta di ritenere che io sono costretta a soffrire fino alla fine, ma sapere che poi ho il dovere di soffrire per accontentare le esigenze materiali dei vivi, mi pare davvero crudele.
26 Settembre 2006, 14:12
Qualcuno ha visto “Mare dentro”?
Il tema è quello in oggetto, accanto al malato che chiede l’eutanasia due donne, due visioni opposte, della vita e dell’amore. Ma la scelta non può che spettare a lui, no?
Annika
26 Settembre 2006, 14:46
Vis, quando dialoghi sei adorabile, quando argomenti, però, sei a volte un po’ approssimativa.
La fede è un moto dell’animo, OK. E questo cosa c’entra? Anche la non-fede lo è; e, aben vedere, qualsiasi scelta altro non è che “un moto dell’animo”. La democrazia è un metodo, che prevede si decida a maggioranza. Ed è, in ogni caso, una maggioranza di “moti dell’animo”. Poi, però, succede che certi “moti dell’animo” siano, per ragioni misteriose, più “democratici” di altri, naturalmente a insindacabile giudizio di chi li condivide… mentre gli altri “moti dell’animo” sono soltanto sciocchezze…
Quanto al resto, sono argomenti in parte condivisibili, che però, purtroppo, non mi sembrano decisivi. Chi vuole l’eutanasia, che diritto ha di imporre a un suo caro, non consenziente, il dolore per la sua dipartita? Come si può non considerare l’effetto potenzialmente rovinoso che una scelta del genere può avere su chi “resta”, che finirebbe fatalmente per colpevolizzarsi della sua (presunta) inadeguatezza? Scusate, eh, ma si fa presto, a personalizzare in modo esclusivo “dolore” e “sofferenza”…
26 Settembre 2006, 18:24
quoto!!!
Io sono assolutamente per il testamento biologico.

In un mare di contraddizioni, almeno la certezza di poter scegliere come morire, nel caso lo stare al mondo sia privo di ogni dignità.
Ciao
26 Settembre 2006, 18:29
Ho perso recentemente mio suocero dopo 5 giorni di coma a seguito di un ictus; e 3 anni fa mia suocera è morta di SLA, poteva alla fine muovere solo gli occhi, ma anche quelli avrebbero finito per non muoversi più.
Due persone che adoravo.
26 Settembre 2006, 19:22
Ogni tanto passo e leggo. Mi sento quasi un…pirata. Questa volta, credo che sia la prima volta, lascio un segnale visibile su questo blog particolarmente curato. Non ho alternative. Condivido tutto. Ma proprio tutto. Sopratutto la parte finale. Quella più difficile. Quella più complessa che divide le coscienze. E nega le nostre libertà. Devo dire che il post meriterebbe una analisi anche più approfondita. Ma amando la sintesi dello scritto, ne rispetterò la filosofia anche nel commento stringato. Ma almeno un grazie devo esprimerlo perchè mi ha emozionato al punto da convincermi dall’uscire dalle sembianze del… pirata!
26 Settembre 2006, 21:42
Slow hai ragione, moto dell’anima è riduttivo, sbagliato e approssimativo. E’ che avevo fretta, ero in ufficio e avevo da fare ma mi premeva risponderti e mentre lo facevo, conoscendoti, sapevo che avrei dovuto metterci un più di attenzione.
Ma torniamo sull’argomento, allora la differenza tra la mia democrazia e la tua imposizione, consiste nel fatto che io non pretendo di intromettermi nella tua vita né nella tua morte. Tu da cattolico hai tutto il diritto di soffrire quanto vuoi, ma non puoi pretendere che io accetti la stessa sofferenza in nome di un Dio in cui non credo. Né puoi pretendere che io soffra per evitare una eventuale sofferenza a chi mi sta intorno. E’ egoistico? Può darsi anche se trovo che sia molto più egoistico tenere in vita un moribondo per un proprio tornaconto.
Io sono democratica slow perché non ti impongo di vivere né di morire, rispetto le tue scelte qualunque esse siano e ho fiducia in te come individuo e nelle tue capacità di scelta, tu invece come fedele non hai alcuna fiducia nell’individuo ma ti rimetti alla presunta volontà di un essere superiore privandomi di fatto della mia capacità di scelta.
26 Settembre 2006, 22:00
Bruge, ti ringrazio dell’intervento ad un post che riassumeva soltanto in linea di massima un pensiero che avevo già espresso in occasione dell’eutanasia chiesta ed ottenuta dai genitori di quella ragazza americana morta qualche tempo fa.
So anche che è facile lasciarsi influenzare dalla sofferenza per invocare l’eutanasia e che come ogni questione che sulla scia dell’emozione affronta temi così delicati come la vita e la morte, si rischia di commettere degli errori le cui conseguenze possono essere disastrose sul bene della collettività.
Inutile aggiungere che chi è passato attraverso la sofferenza dei propri cari, così come dalle testimonianze lasciate su questo post, non nutre dubbi riguardo alla necessità di affrontare seriamente un tema come l’eutanasia, anche se sono sicura che non aver avuto la possibilità di scelta sia stato un sollievo per tutti.
Senza voler assolutamente paragonare la vita di un essere umano con quella di un animale, spero che non me ne vogliate per questo paragone, io so che quando ho scelto di far sopprimere il mio cane ormai in fin di vita, mi sono sentita addosso una responsabilità enorme di cui tuttora ne porto il peso. Avessi dovuto scegliere della vita di mio padre, non so se ne sarei stata capace.
26 Settembre 2006, 22:31
Ho apprezzato lo stile, i toni e i contenuti. Anche le risposte su un tema così delicato che, giustamente,non può risolversi sull’onda delle emozioni. Ma ne viene fuori anche un rispetto profondo per la dignità delle persone sane e malate che, purtroppo, non si avverte sempre. E il discorso potrebbe allargarsi sul come spesso vengono trattati i malati negli ospedali italiani. Non mi piace generalizzare. Ma è evidentemente un problema culturale.
Non c’è rispetto per la vita e, in qualche caso, neanche per la morte.
27 Settembre 2006, 9:55
Mi dispiace di avere poco tempo, oggi.
La tua obiezione, Vis, è viziata da tautologia; senza accorgertene, consideri come presupposto (che l’eutanasia sia una scelta di “libertà”) proprio quello che, invece, dovrebbe essere dimostrato.
Il succo è, come al solito, tutto nella parola “libertà”: ora, come è noto, non tutto ciò che abbiamo “facoltà” di fare corrisponde a “libertà”, ma esistono azioni che si configurano come “arbitrio”.
Nel caso di Welby, poi, come in diecimila altri casi simili, il problema è posto in modo strumentale: Welby, come chiunque in grado di esprimersi, se vuole, può rifiutare di essere curato ulteriormente: non ha nessun bisogno di qualcuno che lo “termini”. Nella confusione fra “eutanasia”, “accanimento terapeutico” si vorrebbe far passare un principio “assoluto” che è in vece tutto da dimostrare, e cioè che l’uomo sia integralmente padrone della propria vita: si pensi, tanto per dire, alle conseguenze che l’applicazione di questo principio può avere nel campo della prostituzione, della vendita di organi, della droga.
Io a Welby lo capisco. Ma, come già fece Coscioni, sta usando strumentalmente il suo caso per suscitare onde emozionali che possano alzare polvere, e confondere un dibattito che, invece, deve essere portato avanti sulla sola base della ragione e dell’opportunità.
Sul testamento biologico, e sull’accanimento terapeutico, per fortuna, sembra che si sia tutti d’accordo. Ma allora, a che servirebbe l’eutanasia “attiva”, se non ad affermare (trasversalmente e subdolamente) quel principio di cui parlavo prima?
Ultima cosa, a mero titolo di provocazione: se di “principi” si tratta, quelli “laici” valgono quanto quelli religiosi. Il solo campo sul quale si possono confrontare è quello della ragione: mi sta bene. Ora, vediamo se qualcuno è in grado di portare argomenti razionalmente fondati a favore della validità razionale dell’eutanasia attiva.
Per oggi, ti saluto.
27 Settembre 2006, 15:04
Credo di avere il diritto di decidere quando morire.
Con le braccia funzionanti posso togliermi la vita quando voglio (sono fortunata!).
Se poi una religione, che vanta tra i suoi santi ed eroi assassini e ladri, non mi lascerà accedere al suo paradiso, me ne farò una ragione.
27 Settembre 2006, 16:34
Spesso sono in disaccordo con Slow su questo tipo di argomenti.
Ma poi leggo quale tipo di commenti viene opposto alle sue argomentazioni ed allora mi tocca dargli ragione.
27 Settembre 2006, 21:00
Slow, se ne parlava ieri sera, l’eutanasia di fatto esiste basta rifiutarsi consapevolmente di ricevere le cure necessarie per sopravvivere.
Resta la questione di fondo quella su cui poi finiamo per non trovarci d’accordo e che direi rappresentata dal valore della libertà dell’individuo. Io continuo a pensare e a sperare che l’evoluzione dell’uomo passi attraverso una sempre maggiore acquisizione di consapevolezza e senso di responsabilità dell’individuo, tu invece intravedi nella collettività e nella salvaguardia della medesima, la speranza di un mondo migliore.
Come vedi non ne faccio una questione religiosa:-)
28 Settembre 2006, 11:37
Neanche io, per grazia di Dio.
In realtà, la collettività è fatta di individui, che sono obbligati a sopravvivere insieme. possono farlo, esssenzialmente, in due modi: o sparandosi, o cercando di andare d’accordo. Perché quest’ultima cosa funzioni, è necessario che tutti sentano realizzata la loro libertà, o che, comunque, sentano che questa realizzazione sia possibile.
POi nasce, da subito, la consapevolezza che, se voglio essere libero, devi rinunciare a un po’ dei miei desideri: incrinare un pezzetto di quella “libertà” assoluta e ideale che esiste solo nella completa soddisfazione dei miei desideri.
E così, trovo indispensabile che si comprenda che la “libertà individuale” può essere garantita solo dalla collettività sociale; e che, perché questo avvenga, è necessario che questa rinunci a essere assoluta, autoreferenziale, ed esclusiva. Non è poco, ma è l’unica strada percorribile. In alternativa, c’è sempre il fucile.
Nel tema specifico: sono completamente d’accordo sul diritto del malato a rifiutarsi di prolungare cure che non abbiano un fine terapeutico.
Non sono d’accordo, invece, se partendo strumentalmente da una realtà triste si vogliono costruire sistemi ideologici eversivi e disumani, basati su (presunti) principi che non hanno alcuna giustificazione, se non la smania di morte e distruzione di alcuni predicatori del nulla.