La mangiatrice di gatti

Viscontessa, 9 Settembre 2006

La donna prese il gatto e lo mise a bollire nella pentola. Non prima ovviamente di avergli spezzato il collo come aveva imparato a fare da piccola con i conigli.
Il brodo di gatto le piaceva molto ma le piaceva molto anche rosicchiare gli occini della coda della bestiola lessa. Questo il motivo per cui sceglieva solo esemplari con la coda lunga e possibilmente anche con il pelo lungo.
E poi bastava prendere gatti molto giovani, di solito li prendeva da piccoli, i giornali di annunci gratuiti erano pieni di gente che regalava gattini tenerissimi e dolcissimi e di qualcuno c’era anche la foto: una cucciolata di micetti di tutti i colori nei quali si intravedeva dietro una mano che costringeva le bestiole a girarsi verso l’obbiettivo. A dire il vero questi erano i suoi preferiti perchè chi si prendeva la briga di fotografare i propri gattini prima di regalarli, doveva amare abbastanza i gatti per aver ben alimentato e curato mamma gatta. Certo, per non destare sospetti, non poteva quasi mai prenderne più di uno per volta ed erano rare le occasioni in cui, senza destar sospetto, riusciva a portarsene a casa un paio della stessa cucciolata, ma poi bastava girare l’angolo e c’era un altro affettuoso padrone disposto a regalare un altro gattino e volendo in una sola giornata potevi portarti a casa tutti i gatti che volevi.
Le stagioni migliori era naturalmente la primavera e l’estate, i gatti, come d’altra parte quasi tutte le specie animali, figliavano più frequentemente durante la stagione calda ma anche d’inverno si trovava sempre qualcosa e poi tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, ci si poteva procurare abbastanza gatti per sfamarsi anche d’inverno.
All’inizio aveva cominciato con i gatti randagi, le città erano piene di gatte randage che consumate dalla fame e dall’amore, mettevano al mondo nidiate intere di gattini pulcuiosi e cisposi che finivano sotto le macchine appena mamma gatta riusciva a staccarli dalle sue mammelle per partorirne un’altra cucciolata. E qualche volta, dopo aver raccolto quei piccoli pelle ossa che miagolavano disperati non appena lei si avvicinava con un po’ di cibo, aveva ucciso anche le gatte quando ad occhio le pareva che non fossero gravide. Le pareva che porre un definitivo rimedio a quelle vite randagie fosse il minimo che poteva fare per tutto quello che le gatte facevano continuamente per lei.
Poi ad un certo punto parte del genere umano che viveva soprattutto nelle città, pareva si fosse accorto del patimento di questi animali e avevano cominciato a castrare i gatti randagi e a creare le colonie feline ovvero gruppi di vecchi gatti sterili che non servivano né a riprodursi e neanche più ad essere mangiati. I primi tempi questa nuova usanza le complicò un po’ la vita, se prima per procurarsi qualche gatto bastava farsi una girata al parco, adesso poteva camminare giornate intere senza trovare un solo gatto che facesse al caso suo. E all’inizio quando pareva che alla penuria di gattini randagi non vi fosse rimedio, si era anche adattata a qualche grosso gatto castrato raccolto senza sforzo da una di queste colonie. Poi un giorno comprò per caso una rivista di annunci gratuiti e lì, con sua grande gioia e sorpresa, si accorse che poteva avere tutti gatti che voleva.
Di solito preferiva gatti che avessero almeno un paio di mesi, quelli più piccoli il più delle volte, dovevano ancora essere svezzati cosa di cui lei non poteva occuparsi, e quelli più grandi avevano già cominciato a mangiare fetide scatolette che ne compromettevano irrimediabilmente il sapore della carne. Per questo di solito si informava prima a che punto fosse lo svezzamento dei gattini e quando i padroni premurosi la invitavano ad un’altra settimana di pazienza perchè i piccoli prendevano ancora il latte, non metteva mai premura ai padroni restando tranquillamente in attesa del momento giusto.
I suoi gatti, infatti, erano i gatti più belli e più sani che si fossero mai potuti trovare in giro, non appena si staccavano dalla mammella materna, entravano a far parte della sua “gatteria”, come la chiamava lei, e da quel giorno e per circa un anno sarebbero stati nutriti con i migliori alimenti che un gatto potesse desiderare. La sua etica, infatti, le impediva rigorosamente di uccidere un gatto prima del compimento del suo primo anno di età, l’infanzia era una cosa sacra per la quale bisognava avere un rispetto profondo qualsiasi fosse la specie ed era suo preciso dovere fare in modo che i suoi gatti vivessero la propria nel miglior modo possibile.
Poi raggiunto l’anno di età quando le loro carni erano ancora tenere e la loro vita era stata la miglior vita che un gatto potesse desiderare, li ammazzava con un colpo secco alla nuca che non permetteva alle bestiole di soffrire e probabilmente neanche di rendersi bene conto di cosa gli stava capitando.
I gatti morti venivano scuoiati in un’apposita stanza dove le pellicce, fatte essiccare, servivano poi per confezionare coperte, cuscini, colli e persino oggetti più stravaganti come borsette o cappellini la cui successiva vendita le consentiva di poter contare su introiti più che sufficienti per i suoi bisogni, i gatti scuoiati invece finivano nella pentola d’acqua con gli odori, oppure nel congelatore per gli inverni più difficili.
Ciò che guadagnava dalla vendite tramite internet dei suoi articoli in “lapin” (chissà perchè la gente avesse tanto a cuore i gatti e così scarsa considerazione per i conigli) e non era necessario per il suo sostentamento, finiva tutto in beneficenza.

Adesso mentre nella casa cominciava a spandersi quel delizioso profumino di gatto lesso, la donna si rigirava tra le mani quell’invito non sapendo bene come regolarsi. L’associazione degli Amici del Gatto, in occasione di una serata speciale, voleva conferirle il premio quale più generosa sostenitrice della loro associazione e lei che i gatti vivi li toccava solo quando non poteva farne a meno e con le dovute precauzioni, non sapeva come fare ad accettare un invito che le sarebbe potuto costare la vita.

Sull’invito era chiaramente indicata la presenza dei loro “amici”gatti in occasione della serata ma era escluso lei si potesse presentare con la tuta che le consentiva di toccare un gatto vivo senza rischiare un shock anafilattico per l’allergia al loro pelo “vivo” ed era anche escluso che le massicce dosi di cortisone a cui faceva ricorso quando doveva andare a procurasi un gatto, sarebbero state sufficienti a consentirle una serata intera in compagnia di quelle bestie.

Tanto, sul calendario, un cerchietto rosso le suggeriva che altri quattro gatti avrebbero raggiunto l’anno di età entro la settimana prossima…….



9 commenti a “La mangiatrice di gatti”

  1. lsadora Says:

    Leggendo mi sono sentita come quella volta in cui, invitata a pranzo, ho gustato voluttuosamente un delizioso arrosto di coniglio e immediatamente dopo, ancora un po’ appesantita dal lauto pasto, sono stata portata a visitare l’allevamento di conigli dei padroni di casa, da cui proveniva anche il nostro arrosto. Di merda, insomma. Complimenti per la prosa assolutamente incisiva, uno dei tuoi pezzi migliori. Mi hai rovinato la giornata :-)

  2. utente anonimo Says:

    Sempre meglio dei comunisti che mangiano i bambini….:-)

    Però devo confessarti che, tempo fa, dopo aver visto i succulenti banchetti della televisiva Fattoria - vomito di capra, code di scorpione, merda di facocero - mi era quasi venuta voglia di gustarmi una pantegana da fogna arrosto…

    Ps. Se continui di questo passo il secondo capolavoro letterario è questione di poche settimane….:-)Cap

  3. kinglear Says:

    Viss, tu non mi rispondi neanche.

    Mi sa che hai cominciato a tirartela: attenta a non dilatartela troppo però la gonna ovviamente. :-)

    Lui ti vuol più bene di me, sicuramente. :-)

  4. Lesorja Says:

    E’ solo una questione culturale. In molti Paesi anglosassoni non mangerebbero mai un coniglio. O tua figlia non mangerebbe una bistecca di cavallo. Io apprezzo tutte e due le cose, e chissà che prima o poi non mi capiti anche un gatto a tiro (le mie due pellicciose inquiline sono avvertite)…

  5. Viscontessa Says:

    Lesorja, esatto, è solo una questione di cultura, i in Sardegna ho mangiato spesso carne di cavallo e mangio il coniglio anche se non lo compro mai.

    Il difficile, per me, è conciliare le mie due anime: quella animalista che non mi consentirebbe di mangiare neanche una animale morto di vecchiaia, e quella “naturale” per cui a volte sento proprio il bisogno di mangiare carne.

    L’unico compromesso per cui fino ad ora sono arrivata, è, come nell’interprete del mio racconto, quello di non mangiare “cuccioli”, nè vitello, nè agnello. Poi per il resto mi nutro di sensi di colpa:-)

    King, ti preferivo quando non mi volevi più bene e mi postavi le foto delle rose…. non sono più sicura dei tuoi sentimenti per me:-)

    Scherzi a parte, al post di venerdì non ho ancora risposto a nessuno, ora arrivo!

    Cap, ho già la situazione sotto controllo, molla le pantegane che tanto a te per mangiarle non ti danno neanche di “bischero” (come si direbbe a Firenze) e preparati a ricevere il capolavoro letterario che rivoluzionerà il modo di pensare delle magnifiche massaie quarantenni:-)

    Isa, esatto, mangi un rollè di coniglio da leccarti i baffi, poi ti fanno vedere il coniglietto nano di casa appoliato di fronte alla televisione e ti viene il voltastomaco.

    (Ieri sera avevo un gran mal di testa e ad un certo punto è arrivato uno dei gatti e ha tirato giù la tenda dello studio…. per riattaccarla mi sono dovuta arrampicare sulla finestra reggendomi alle inferiate.

    Da qui iil comprensibile desiderio:-)

  6. BBSlow Says:

    Parp, morto parp.

  7. giarina Says:

    niente carne

    solo prosciutto.

    e che non mi si dica che è carne. ché tanto non ci credo.

  8. Viscontessa Says:

    Giarina, sul prosciutto mi verrebbe una battutaccia sul maiale…ma con te non la farò, giuro! :-))))

    Slow, chi è morto?

  9. BBSlow Says:

    morto: avv., dial. rom., “molto”. cfr. “parp, morto parp” i.e. “pulp, molto pulp”.

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