Ieri pomeriggio ho sentito uno schianto e i gatti sono saltati su quattro zampe tutti ingobbiti e con la coda gonfia. Non era il solito schianto che capita a tutti, ogni casa ha uno schianto a cui gli abitanti sono abituati come il gatto che tira giù una tenda o quella mensola dell’armadio che cazzo! Mi avevi detto la sistemavi. Era uno schianto nuovo e infatti sono corsi tutti qui nello studio e mi hanno guardato interrogativi come se io fossi un’esperta di schianti.
Già la mattina avevo dovuto sedare gli animi, le gattine nei loro giochi sguaiati erano finite sul cane che dormiva e che stufo di tutto questo infantile baccano, ne aveva presa una e gli aveva fatto una smusata. La gattina terrorizzata soffiava come una matta e quando sono andata a salvarla dalla reprimenda canina, aveva gli occhi sbarrati, il cuore impazzito e gli artigli ancora tutti estratti come se avesse visto in faccia la morte. Il gatto più grande che non aveva assistito all’accaduto ma era corso in casa richiamato dagli strepiti, aveva però trovato soltanto il cane a cuccia come se non fosse successo niente e la gattina terrorizzata tra le mie braccia come accade spesso, così convinto che qualcosa doveva pur essere successo, ha individuato nell’altra gattina la responsabile di quel baccano e anche lui si è gonfiato tutto e con la sua camminata di traverso da gatto in attacco le si è avvicinato minaccioso. Lei ancora scossa per ciò che ero occorso alla sua sorellina, si è sua volta gonfiata tutta e per un’ora i due si sono fronteggiati a passo di danza avvicinandosi cauti l’uno all’altra per poi fuggire nuovamente ognuno nella propria direzione.
Per questo quando poche ore dopo nella casa è riecheggiato quello schianto, i gatti sono saltati per aria come se fossero stati caricati a molle, il cane già impensierito dall’imminente temporale mi è corso tra le gambe, e mia figlia che per non studiare pare abbia fatto un corso alla CEPU, ha approfittato immediatamente per spaventarsi e interrompere i suo miseri studi.
Poi, mentre cercavo di comprendere da dove fosse provenuto allo schianto, tutti quegli occhi imploranti mi hanno convinto ad alzarmi per andare a caccia del nemico mentre la tensione di quegli occhi si stemperava di una sorta di abbraccio collettivo. Stavano tutti lì insieme e insieme hanno spiato le mie mosse mentre accompagnata da mia figlia sono andate a vedere cosa fosse successo.
Dalla camera di mia figlia, tramite una porticina, si accede ad una piccola corte interna condominiale che grazie ad una copertura in vetro all’altezza del tetto, mi consente di utilizzare quel piccolo spazio luminoso con l’estro del momento. Uno degli usi frequenti che ne faccio, oltre a tenerci la scarpiera e il mobile con i caschi da moto, è quello di nursery per i nuovi arrivati. Lo spazio infatti è angusto ma luminoso e i danni che possono fare dei gattini di tre mesi, sono estremamente limitati. Per questo quando non siamo in casa, lascio lì le piccoline che possono contare sul loro bagnetto, cibo, acqua e una confortevole cuccia.
Il rumore proveniva da lì.
Così sono entrata e ho trovato per tera i resti di un pupazzetto in ceramica che solo dopo un’accurata autopsia, si è rivelato essere un ex pinguino viola con una colonnina per misurare la temperatura esterna. I suoi miseri resti erano sparsi un po’ ovunque, cadendo infatti dalla finestra di uno dei due appartamenti del piano di sopra, si era schiantato sul contenitore in plastica per il cibo dei gatti e dopo averne spaccato il coperchio, si era a sua volta frantumato. Se una delle gattine si fosse trovata lì sulla traiettoria del pinguino, ne sarebbe rimasta inesorabilmente uccisa.
Nessuno naturalmente è venuto a reclamare il pinguino stramazzato né a chiedere scusa per quel suicidio che aveva rischiato di trasformarsi in un omicidio di massa.
Così stamattina, mentre cercavo di decidermi sul colore della lavatrice da caricare (la monocromaticità è una delle mie manie) mi sono finalmente decisa per il giallo.
Il fatto è che il pinguino suicida è solo la più pericolosa ed evidente delle cadute dai piani superiori dei cui nuovi inquilini (di entrambe gli appartamenti) non so assolutamente niente.
Se di quelli dell’ultimo piano grazie alla risonanza del cortiletto si sa che prediligono le trasmissioni televisive di Costanzo e che stendono in bucato senza strizzarlo (allagando inevitabilmente il mio giardino) di quelli del secondo piano si è invece a conoscenza delle abitudine sessuali notturne e dell’usanza di stendere il bucato senza l’ausilio di quei simpatici strumenti chiamati chiappini, pinze o mollette per stendere a seconda della località ove se ne discorra.
Mai nessuno però si è mai preso la briga di scusarsi né per i l’acqua né per il guardaroba intero che alla prima folata di vento si deposita inevitabilmente nel mio giardino. Mutande, calzini, magliette, asciugamani e lenzuola, sono all’ordine del giorno così come lo sono i residui terrosi dell’annaffiatura di quelli che non strizzano il bucato.
Io, ogni volta che trovo qualcosa, lo appoggio sul corrimano delle scale e quello, a volte subito a volte a distanza di qualche giorno, sparisce, immagino recuperato dal suo legittimo proprietario.
Poi un po’ stufa di questo servizio di lavanderia, ho cominciato ultimamente a tenere in casa la biancheria suicida nella speranza che qualcuno venisse a reclamarla e che in quella circostanza mi fosse fornita l’occasione di spiegare al legittimo proprietario che sono di facile reperibilità sul mercato i chiappini, le pinze o le mollette per stendere. O in alternativa che la lavatrice è fornita della funzione centrifuga ovvero un comodissimo optional che consente di tirare fuori il bucato già strizzato.
Siccome poi l’ultimo atterraggio non autorizzato ha visto protagonista un bellissimo telo da mare giallo che stazione ormai nel mio giardino da un paio di settimane, ho pensato che fosse giunta l’ora di accogliere la sua domanda di asilo politico.
Stando così le cose, penso che entro breve comincerò ad accettare le richieste di cittadinanza del bucato,non appena questo atterra senza autorizzazione nel mio giardino.