Agosto

Viscontessa, 18 Agosto 2006
Questo è un post mensile, è il post del resoconto della prima quindicina di agosto alla quale segue una quindicina di giorni al mare. A partire da domani.

Epilogo.

Lunedì 14 agosto ore 12.30
La figuretta camminava ingobbita sotto ad un piccolo ombrello con le stecche rotte. Forti raffiche di vento modificavano continuamente la direzione della pioggia battente e prima l’erba e poi il cemento che correvano veloci sotto ai piedi della figuretta, erano percorsi da rivoli d’acqua che non di rado si insinuavano tra le sue calzature estive.
Lei, mostrando il coraggio della piccola fiammiferaia del racconto di Andersen, stringeva a se la borsa ormai madida, e teneva stretta sotto il braccio una cartellina rossa contenente dei preziosi documenti. Il freddo era pungente e le scarpe ormai infradiciate d’acqua non facevano che rendere più gravoso il suo percorso mentre l’umido le se insinuava anche tra le mutande e le macchine che correvano veloci sulla circonvallazione, non si scomodavano neanche a rallentare quando la figuretta tentava di attraversare una strada.
Un paio di chilometri in tutto e una consapevolezza che nella mente della figuretta prendeva vigore ad ogni passo.

Lunedì 14 agosto ore 2,30
Complice lo spezzone di una trasmissione televisiva in cui si parlava dei pentecostali, una figura abbrutita dall’inedia, si rigirava tra le spire del suo divano ponendosi domande sulla necessità di trovare la propria spiritualità quando si è ormai definitivamente perduta la consistenza delle proprie carni. L’entusiasmo di coloro che sul piccolo schermo raccontavano il loro percorso verso la fede, aveva suo malgrado spinto la figura abbrutita, a chiedersi se non fosse davvero il caso di abbandonare il proprio scetticismo cosmico basato sull’inutilità dell’individuo in quanto tale, in favore di una religione, di una filosofia o anche solo di un percorso di analisi, in grado di giustificare quella consapevolezza che differenzia gli uomini da tutte le altre forme di vita sulla terra.
Giunta infatti quasi al termine di quella utilità che la natura destina ad ogni forma vivente, la figura abbrutita si chiedeva se coerentemente al suo pensiero si sarebbe infine dovuta lasciar morire come una vecchia femmina di armadillo ormai inutile alla riproduzione, o se invece, considerando che grazie all’attuale stile di vita si arriva a campare molto oltre l’età della menopausa, non sarebbe stato il caso di organizzarsi con un certo anticipo il lungo periodo di vita che le sarebbe rimasto probabilmente da vivere.

Martedì 1 agosto ore 16.00
Fedele al retaggio culturale di una religione che fin da piccola le aveva insegnato che il miglior alleato del buon fedele è il senso di colpa, la figura di una donna leggermente abbronzata da una domenica trascorsa serenamente al mare, si angosciava per l’imminente arrivo delle vacanze estive che al pari di quella serena domenica trascorsa al mare, rischiavano di sottrarre la sua attenzione dalla costante ricerca di qualcosa che avrebbe dovuto fare e che invece non aveva fatto.
La figura leggermente abbronzata della donna, previdente come sempre nel crearsi un senso di colpa da portarsi in vacanza, anche per quest’anno si era ridotta all’ultimo minuto ad affrontare un lavoro che avrebbe dovuto svolgere molti mesi prima ma timorosa di essere ormai sull’orlo di una imminente rottura di quel cordone ombelicale con il senso di colpa che negli anni andava sempre più assottigliandosi, si era fatta anche risoluta della necessità di aggravare la sua posizione lasciando che le cose da fare all’ultimo momento si moltiplicassero fino quasi a soffocarla.
Se da un lato infatti, la figura leggermente abbronzata si faceva di anno in anno sempre più persuasa che praticare il senso di colpa come ferrea disciplina di fede fosse un’inutile perdita di tempo, dall’altra non trovava ancora una motivazione valida ad un’esistenza che già in via di privazione della sua funzione naturale, fosse infine anche epurata dal senso di colpa che tanto conforta la nostra convinzione di essere utili a qualcosa.

Mercoledì 2 agosto ore 9.00
Sensibile a quell’inconcludente angosciarsi della sua collega e perfettamente consapevole dello scetticismo della medesima, una piccola donna che già da anni sosteneva di aver trovato il proprio equilibrio interiore, consegnava alla figura di donna leggermente abbronzata e molto angosciata, un piccolo manuale per principianti, nel quale venivano riportate in maniera molto superficiale e assolutamente comprensibile, i principi di base del buddismo. Senza che tra la donna serena e quella angosciata si intavolasse una seria discussione su questa religione le cui fondamenta sembrano essere poggiate nella ricerca all’interno dell’individuo di quella spiritualità che in altre religioni viene proposta sotto forma di incondizionata fede verso soggetti esterni, vi fu solo tra le due quello scambio di eloquenti sguardi che si verifica quando alle prevedibili obiezioni dello scettico, si contrappone la sicurezza del credente.
Il manuale fornito dalla credente alla scettica, aveva come primo scopo quello di rispondere alla prima domanda che fin dagli esordi della loro conversazione sul buddismo, aveva stuzzicato la curiosità della scettica. Quanto della serenità che scaturisce dall’adozione della filosofia buddista è merito del suo aspetto religioso e quanto invece è il merito da riconoscersi alla dura disciplina di ore di preghiera che questa filosofia impone? Se nel corso della recitazione delle preghiere buddiste che per durata e melodia conducono inevitabilmente il soggetto ad una forma di rilassamento mentale, io recitassi con lo stesso spirito il nostro rosario cattolico, vi è certezza che anche io non troverei la stessa pace interiore necessaria a stimolare positivamente le mie energie interiori?
Pur essendo affatto differente l’intento della preghiera, l’una rivolta alla nostra buddità e l’altra ad un Cristo in Croce, è possibile e probabile che gli effetti ottenuti siano infine i medesimi?

Mercoledì 2 agosto ore 21.00
La figura abbrutita sul divano, tentando di vincere il suo naturale scetticismo, trovava nella presunta musicalità della preghiera buddista, la risposta alla sua domanda. Fatta salva la necessità di una disciplina che pare elemento imprescindibile, e per la sottoscritta incomprensibile, del cammino che si è deciso di percorrere per tentare di dare una risposta alle domande sul senso della vita, il manualetto spiegava che,oltre all’evidente musicalità della preghiera capace al pari di ogni suono di evocare sensazioni diverse, vi è una relazione tra causa ed effetto che pur non trovando una spiegazione in grado di soddisfare la nostra razionalità, può almeno soddisfare quel briciolo di razionalità che ci porta a comunque a concludere che non tutto ciò che non è spiegabile non è neanche possibile. In fondo la scienza si basa proprio sullo studio e la scoperta delle azioni che provocano una reazione e viceversa.

Lunedì 7 agosto ore 11.00
La figura dall’abbronzatura sempre più sbiadita, era tornata sui suoi passi nel corso del fine settimana appena trascorso. Molte ore di riposo, una crema rassodante, la tintura per i capelli e un buon libro, le pareva che fossero ancora un sentiero che valeva la pena di percorrere prima di decretare la totale inutilità di uno stile di vita adottato da milioni di persone nel mondo. Il leggero sollievo raggiunto la domenica sera, le aveva in parte restituito quel briciolo di fiducia circa le proprie capacità individuali, e se da un lato la coltivazione dei sensi di colpa poteva anche orientarsi su colpe di entità così minima da poter essere risolte con una crema rassodante, dall’altra una mente riposata e nutrita con le esperienze altrui lette tra le pagine di un libro, l’avevano condotta a ritenere che si potesse ancora nutrire un briciolo di speranza nello scetticismo cosmico in grado col tempo di tramutarsi in disincantato fatalismo- La figura dall’abbronzatura sbiadita del lunedì mattina, si era fatta questa volta persuasa che la presunta crudeltà con cui madre natura abbandona le sue creature più inutili, nascondesse in realtà la saggezza della nutrice che si appresta a svezzare il piccolo, affinchè l’individuo ormai adulto, impari non solo a nutrirsi da solo ma ad apprezzare la varietà di gusto dei cibi.
Cercare affannosamente una nuova mammella tramite la quale placare le proprie ansie, non poteva quindi essere una strada percorribile per placare il proprio appetito interiore che non ha bisogno di essere placato ma anzi fatalmente alimentato.
Per questo la figura sbiadita tirò su il telefono e alimentata da una nuova fiducia, si apprestò a fissare un appuntamento con l’ufficio delle imposte dirette convinta che risiedesse nell’agire, la soluzione più probabile all’angoscia.

Domenica 13 agosto ore 21.00
Il perpetuarsi dell’azione nel corso di tutta la settimana, aveva prodotto sulla figura ormai impallidita, gli effetti di una stanchezza che non trovava conforto in nessuna tinta per i capelli. L’azione le era parsa infine soltanto il ripetersi monotono di un esercizio da palestra che svolto soltanto per far fronte ad un personale senso del dovere, non ripagava in risultati lo sforzo effettuato. Chiamata ancora una volta in causa madre natura e la sua mammella la cui privazione le era parsa necessaria nel corso di tutta quella faticosa settimana, la figura pallida aveva nuovamente finito per chiedersi se per gustare nuovi sapori che non fossero i soliti in vendita nel supermercato sotto casa, non fosse infine necessario ad una certa età, lasciarsi condurre da una nuova guida chiamata spiritualità, nella scoperta di nuovi mercati. Se è vero che madre natura ci fornisce di tutto ciò che è necessario alla nostra sopravvivenza, ci ha tuttavia fornito la consapevolezza come un bene del quale non ci ha spiegato l’utilità ma che impedendoci infine di sottometterci al nostro destino di femmina di armadillo in menopausa, ci costringe ad abbandonare definitivamente il grembo materno di madre natura per trovare altre funzioni che ci accompagnino nel corso della vita.

Prologo.
Lunedì 14 agosto
La donna frastornata dai dubbi si alzò di buon ora e di fronte ad una splendida giornata di sole, decise che quella giornata sarebbe stata dedicata al compromesso tra il materialismo e la spiritualità.
Salì sulla sua piccola utilitaria e nel percorre il lungo tragitto che l’avrebbe condotta all’ufficio delle imposte di una località lì vicino, decise che tra l’odorosa campagna di fine agosto mentre la macchina procedeva tranquilla su quel percorso così familiare, lei si sarebbe potuta dedicare alla recitazione della preghiera buddista. Il silenzio dell’abitacolo dell’auto, il canto degli uccellini nel sole, i tormenti della settimane appena trascorse, potevano essere un ottimo stimolo per mettere alla prova la recitazione di una litania che avrebbe dovuto stimolare le sue energie positive.
Recitò con dedizione e concentrazione, per circa un’ora vi dedicò tutte le energie che non erano necessarie a condurre l’auto e quando finalmente giunse a destinazione, si accorse con soddisfazione che era era arrivata perfettamente in orario.
Parcheggiò la macchina e nel momento in cui scese dall’auto, un nuvola oscurò il sole. Non se ne preoccupò e infilò sicura nel portone dell’ufficio delle imposte ma non appena varcata la soglia, la donna smarrita si accorse di essere nell’androne di un rispettabile condominio con tanto di ficus benjamino rinsecchito. Fuori cominciò a piovere, la donna uscì di corsa dal condominio e sotto l’acqua riparò rapidamente nel bar d’angolo di cui ricordava con affetto la produzione dolciaria.
Al”interno del bar un recente cambio di gestione le propose alla cassa la faccia di un uomo mai visto che tra i tuoni e i lampi che adesso rallegravano una pioggia battente, le comunicava che l’ufficio delle imposte era stato spostato dalla parte opposta della città.
La donna avvilita, sotto l’acqua, tornò di corsa al parcheggio. Se si fosse sbrigata forse avrebbe fatto ancora in tempo ad arrivare con un ritardo accettabile. Infilò la chiave nel cruscotto e girò la chiave ma l’auto non rispose ai suoi comandi. Niente. Nessun rumore, non un accenno ad una messa in moto, non un sussulto, un cenno e neanche un labile gracchiare.
La donna scese dala macchina e sotto al temporale tornò di corsa dentro il bar dove vi giunse ormai fradicia. Implorante chiese se era possibile chiamare un taxi ma i taxi non esistono, non lì.
A quel punto, la moglie del nuovo gestore della pasticceria, forse impietosita dalla figuretta bagnata con la sua cartellina rossa sotto al braccio e l’aria più avvilita che le fosse mai capitato di vedere, si offrì di accompagnarla in macchina all’ufficio delle imposte. Mezz’ora dopo, con un ritardo ormai pauroso e un ombrello rotto che la signora le aveva prestato, la figuretta fradicia irrompeva finalmente nell’atrio dell’ufficio delle imposte.
“Mi scusi per il ritardo, avevo un appuntamento per le undici lei non ci crederà ma….”
“un appuntamento per le undici?e chi gliel’ha dato un appuntamento per il 16 di agosto?”
“il vostro call center, questo è il numero di prenotazione”
“aaahhhh….il call center di Roma? Ma quelli cosa vuole che ne sappiano….comunque cosa deve fare?”
“ecco, io dovevo consegnare questi documenti e….”
lui guarda i documenti, scuote il capo e poi giocherellando con una penna sentenzia “mi spiace, ma per questa pratica ci vuole il mio collega che è in ferie e torna lunedì, io purtroppo non posso farci niente, deve ritornare settimana prossima”.
Fuori il temporale imperversava, la figuretta riprese mesta la sua cartellina e sotto ad un piccolo ombrello con le stecche rotte, si incamminò nuovamente verso il bar.
Un paio di chilometri in tutto e una consapevolezza che nella mente della figuretta prendeva vigore ad ogni passo.

Conclusioni.
Non importa qual’è il Dio a cui ti rivolgi, e non importa neanche che sia la preghiera il mezzo con cui ti rivolgi a lui. L’importante è che, quando sei nella merda, tu abbia un Dio qualsiasi da invocare.

Deduzioni
Ho bisogno di una vacanza.


stelle cadenti

Viscontessa, 11 Agosto 2006

Sono rimasta con il naso all’insù alla ricerca delle stelle cadenti fino all’anno in cui mi venne il torcicollo che non mi passò neanche il giorno dopo nonostante all’unica stella cadente che vidi la sera prima, affidai solo questo semplice desiderio.

Leggevo ieri qualcosa a proposito della relazione causa effetto, qualcosa che cercava di spiegarmi che il fatto che non sia in grado di comprendere un fenomeno, non significa che questo non si verifichi. Se spingi un interruttore si accende la luce e anche se non hai la più pallida idea del perchè o del per come l’interruttore possa all’improvviso illuminare la tua esistenza, ciò non significa che l’evento non si manifesti. A dire il vero quando ero più piccola e la relazione tra causa ed effetto mi affascinava molto più di adesso, avevo tentato di applicare un cavo elettrico ad un vecchio giradischi a pile che naturalmente si fulminò insieme a tutto l’impianto elettrico di casa e questo piccolo e dannosissimo esperimento, non fu dannoso solo economicamente, ma creò anche una profonda e quasi insanabile frattura nella mia fiducia verso ciò che non comprendevo.

Qualche anno dopo, poi, in maniera piuttosto subdola ma pur sempre a fini scientifici, cercai per un giorno intero di convincere il mio angelo custode che la mia salute, di cui si narrava lui si dovesse occupare, passava principalmente attraverso la mia felicità e questa a sua volta attraverso un inaspettato dono che avrei trovato in salotto nell’angolo dove a Natale veniva allestito l’albero.
In un impeto di generosità e nel profondo e sincero desiderio di seccare fin da subito il germe di quello scetticismo che stava germogliando dentro il mio giovane animo, fui anche disposta a promettere la mia più devota e pia fede religiosa, in cambio di una collocazione diversa del dono inatteso. “Se lo trovassi in bagno” dissi tra me e l’angelo custode “andrebbe bene uguale e sarei disposta a ritenere che il vezzo di una collocazione diversa, dipenda solo dalla tua volontà di mettere alla prova la mia fede”. Il pellegrinaggio continuo tra la mia stanza e il salotto e il bagno, non scaturì naturalmente nessun effetto concreto se non quello di incuriosire mia madre alla quale raccontai, lasciandola piuttosto incredula, il mio colloquio con il presunto angelo custode.

L’ultimo episodio che infine segnò definitivamente la fine della mia già poco ingenua fanciullezza e l’entrata nella cinica età adulta, fu una trasmissione televisiva pomeridiana nella quale una specie di santone di una delle prime tivvù private, passò il pomeriggio a cercare di convincermi che nella vita era possibile ottenere tutto ciò che si desiderava purchè lo si desiderassi molto intensamente. L’esempio pratico che seguì, fu una litania di ore nella quale il santone continuò ad invocare il nome di una certa Maria quale esempio di oggetto del desiderio. Nel caso specifico, ma questo l’ho compreso solo qualche anno dopo, vi fu tra me e il santone un fraintendimento di base perchè nessuna Maria in carne ed ossa testimoniò con la sua presenza il buon esito del suo esperimento, ma lo sguardo del santone, ripensandoci poi, aveva qualcosa che doveva avere a che fare molto di frequente con quel genere di maria che alcuni coltivano sul terrazzino di casa.

Per molti anni tuttavia, nonostante queste prove di fede della mia infanzia e fino all’anno del torcicollo, ho continuato a guardare il cielo in cerca delle stelle cadenti e ho continuato ad esprimere desideri che però, memore dei mie precedenti fallimenti, non mi dovessero mettere nella sgradevole condizione di non poter essere realizzati. Certo desiderare di svegliarsi la mattina dopo era quel genere di desiderio che in chi a realizzazione avvenuta ne veniva a conoscenza, causava per la sua semplicità, un moto di tenerezza nei confronti di chi lo aveva espresso, tenerezza che non meritavo e che meritavo ancor meno quando per esempio chiedevo ad una stella cadente un cocktail Martini con una grossa oliva verde, nel momento esatto in cui avevo adocchiato un cameriere dirigersi nella mia direzione con l’aperitivo che avevo chiesto poco prima.

Poi quando nel mio cammino verso un accomodamento tra romanticismo, fede, illusione, speranza e vita reale, incappai in questo sbaglio di desiderio o di previsione sul mio torcicollo, decisi che il disincanto è tutto sommato meno doloroso di un torcicollo e da allora il 10 agosto di ogni anno tutt’al più prendo a sassate i lampioni per essere sicura di sbrigare in tempi brevissimi la pratica del desiderio da abbinare alla caduta di un corpo luminoso.

Il desiderio poi è ovviamente sempre lo stesso: che nessuno si accorga che il lampione l’ho spaccato io.
E per ora sono stata esaudita.

Insalata di mare con contorno di alghe tossiche

Viscontessa, 8 Agosto 2006

Prima c’era il mare.
C’era l’acqua salata che bruciava gli occhi e le patate di mare che le mettevi dentro alle palle di sabbia e ci facevi la guerra.
Prima c’erano le conchiglie da raccogliere sulla battigia e le alghe marroni, striscioline di alghe marroni che si depositavano sulla riva o dentro al costume. E c’era la bandierina rossa quando il mare era mosso e bianca quando potevi fare il bagno, la bandierina la issava ogni mattina il bagnino, un omaccione in canottiera che ogni mattina guardava il mare e sceglieva la bandierina giusta.
Prima c’era la crema per ripararsi dalle scottature, era una crema, si chiamava crema e la mettevi sulle spalle i primi giorni di mare poi la rinfilavi in una sacca e la lasciavi lì fino all’anno venturo e poi quello ancora successivo e infine quello dopo. E c’era la testa da bagnarsi con l’acqua di mare per evitare le insolazioni e la borsa frigo con il pranzo che per digerire gli spaghetti con il tonno e la parmigiana dovevi aspettare almeno tre ore.

Adesso le bandierine si mettono all’inizio della stagione, una bandierina azzurra per ogni località, all’inizio le bandierine azzurre erano poche e costavano molto ma poi tutti hanno voluto una bandierina azzurra nel proprio pezzettino di mare e allora si è studiato un sistema che garantisse una bandierina azzurra per ciascuno. Facciamo così, se l’acqua del tuo mare fa schifo ma hai messo quattro assi di legno perchè anche l’Ercole in carrozzella possa raggiungere la piattaforma di cemento dove hai messo gli ombrelloni, la bandierina te la diamo uguale. Si chiamano servizi anche se l’Ercole piuttosto che passare con la carrozzella sull’asse in legno che porta alla piattaforma in cemento, preferisce suicidarsi con le alghe tossiche.
Perchè adesso le alghe sono tossiche e se ti bruciano gli occhi e ti viene la cacarella la colpa non è più dell’acqua salata ma delle alghe tossiche. Ecologiche ma tossiche. Bandierina azzurra.
E ci sono le borsette di marca, i cappellini griffati, gli occhiali da sole e i massaggi cinesi da raccogliere sulla battigia. A volte sulla battigia si raccoglie anche il cadavere di qualche disperato che voleva fuggire dalla guerra, ma anche i cadaveri sono ecologici. Bandierina azzurra. E poi adesso per fare la guerra non si usano più le patate di mare dentro alle palle di sabbia, basta stare comodamente seduti sulla sdraio e leggere il giornale.
Fortunatamente però c’è sempre il bagnino. E non solo. Adesso oltre al bagnino, i massaggiatori cinesi, i venditori di gioielli indiani e quelli di borse Fendi, ci sono anche i reclutatori dell’esercito che come per le finte Fendi ti vendono il lavoro del finto operatore di pace. Anche loro sono ecologici e biodegradabili. Bandierina azzurra o a scelta bandierina della pace.
E anche il sole c’è ancora, qualche anno fa si era ammalato ma poi sono arrivate le meduse e le alghe tossiche e non si può stare dietro anche al sole. Nessuno sa se sia ancora malato, probabilmente era solo il solito virus di stagione che passa da solo. Tanto poi basta mettere la crema che non si chiama più crema ma schermo solare ed è progettato per consentirti di rimanere tutto il giorno steso al sole come una lucertola senza abbronzarti. In testa, per ripararti dai colpi di sole, niente più acqua ma una bandierina azzurra o in tinta col costume e si chiama bandana.
L’unica cosa che infine è rimasto invariato è il tempo di attesa tra il pasto e il bagno. Sempre tre ore anche se invece degli spaghetti al tonno e della parmigiana, adesso si mangia una pesca, due carote e la domenica carpaccio di pesce spada. Con un po’ di limone.

equilibrio

Viscontessa, 7 Agosto 2006

Io me la son presa con uno stendino che ha perduto l’equilibrio. L’equilibrio è fondamentale, ce l’hai o non ce l’hai e se ti manca, cazzo, è inutile metterti delle zeppe sotto ai piedi, continui a traballare come quei tavolini con le tovaglie di plastica e i fiori finti nel mezzo.
Ma dicevo dello stendino, bello, leggero, in alluminio, con due protesi laterali che una volta aperte si alzano verso il cielo come in una preghiera a nostro Signore. Il Padre Nostro degli stendini.
Ieri l’ho aperto e ci ho steso il bucato, ho cominciato dal centro, un filo si e uno no, un capo a destra e uno sinistra e poi tra le insenature un calzino, un fazzoletto, una mutanda… piccola biancheria estiva senza impegno, senza peso. Poi la preghiera, un saluto al sole, l’apertura alare di un albatros sul mare, la poesia del bucato che trova tra le ali protese verso il cielo, il clima ideale, il sole, l’aria che si rinfresca e culla un asciugamano o quella camicia di lino. Un capo a destra fluttua subito nell’aria come un’onda dolce che ti promette avvolgenti abbracci e poi ecco quella maglietta bianca e candida che poco distante dalla camicia si adagia mollemente sull’allumino dello stendino.
L’aria è fresca, il sole limpido e lucente, due gattini giocano poco più in là e agosto all’improvviso promette un sollievo bramato tra profumo di umido e di biancheria pulita.
Ancora un capo, un pantalone corto e il ricordo di una corsa tra i campi, lo appoggio intenerita sul quell’ala protesa, vorrei sussurrare al sole di prendersi cura di lui e mentre mi giro per scegliere due mollette da bucato che si intonino con l’armonia di una fresca mattina d’agosto, l’aluccia cade al suolo, lo stendino si piega, il peso del pantalone trascina con se la camicia di lino e la maglietta candida e poi la mutanda e il fazzoletto e….. e ora giace tutto al suolo, un mucchietto di stracci bagnati aggrovigliati tra lamiere di alluminio e una fanciulla (la sottoscritta) che si alza leggiadra da un tavolo estivo.

La cena è stata ottima, brandelli di serenità in una notte di mezza estate, la fanciulla si alza dal tavolo, si alza verso il cielo ma la zeppa non regge, qualcosa non va, il piede non trova un equilibrio e si sbilancia ora a destra ora a sinistra, la ghiaia stride, lo stomaco risponde all’improvviso come in un impeto d’amore, la fanciulla traballa “ora vomito” sussurra mentre il colorito si fa giallognolo e la fronte le si imperla di sudore. Altri due passi, solo un altro pantalone e la fanciulla si accascia al suolo. E ora giace lì in mezzo alla strada, appoggiata ad un pilone, un mucchietto di stracci che presto si bagnano e si inzaccherano e il profumo d’estate si fa acido e nauseabondo, tra l’umido appiccicaticcio di qualcosa che doveva stare dentro allo stomaco e non fuori.
Dentro e non fuori.

Dentro, bisogna tornare dentro, bisogna tornare nella propria tana dove ogni cosa tornerà al suo posto ma la tana adesso è umida è così umida che alzando ancora una volta gli occhi al cielo, dal soffitto piove acqua. Maledetto sciacquone, il galleggiante ha perduto il suo equilibrio e ora l’acqua è tutta sui muri e dai muri e per terra e nelle orecchie dove lo sciacquone scarica continuamente acqua mentre dal soffitto piove.
L’equilibrio, cazzo.
La fanciulla a cui è caduto lo stendino e che ha vomitato in mezzo alla strada, sale in equilibrio su una scala, un equilibrio così precario, così fragile che la fanciulla non sa se riuscirà a mantenerlo. Ma si arrampica, sale sulle scale, apre la botola, si mette a gattoni e va in cerca dello sciacquone squilibrato. Il pavimento del soppalco è impervio, forse è impervia la fanciulla e il suo equilibrio, forse quel dolore sul ginocchio è solo un riflesso condizionato, forse si è toccata un orecchio e le fa male i ginocchio, l’organismo ha un suo equilibrio interno che la fanciulla non ricorda.
Forse.
E invece non ci sono forse, il soppalco è pieno di calcinacci, grossi pezzi di mattone e intonaco e detriti di ogni genere che si sono impastati con l’acqua dello sciacquone e sono caduti sui tappeti e sui quadri che la fanciulla aveva imballato per proteggerli dalla polvere e non dal terremoto…
La fanciulla chiude il rubinetto dell’acqua dello sciacquone e poi comincia a portare giù quadri e tappeti e pensieri brutti e cupi come l’inverno mentre l’equilibrio, almeno per oggi, è solo una virtù sperata.

considerazioni in merito

Viscontessa, 4 Agosto 2006

Si è vero, mi riferisco all’ultimo commento di Mario nel mio ultimo post e ne faccio post perchè in questo momento, alle otto di un venerdì sera d’agosto, mi sento come una bambina alla vigilia di natale. Domani è sabato, è solo un sabato tra i tanti che però mai come in questa settimana, arriva benedetto e bramato dalla sottoscritta.
Una settimana difficile, una spossatezza che non ricordavo di aver mai provato e Polase, Supradyn, sonno e noia come unico rimedio a questo stato vegetativo in cui mi trovo. Un po’ di febbre, pochissima, una cena tra amici, mia figlia malata, il lavoro da portare avanti e poi ecco, queste parole che all’improvviso lette e rilette mi sembrano quei pomodori e mozzarella e mozzarella e pomodori che da un paio di mesi caratterizzano quasi tutti i miei pasti.
Il libro è arrivato, almeno a casa mia (in libreria credo a fine mese) e insieme al libro sono arrivate le riletture di alcuni brani e i commenti degli amici più intimi che l’hanno letto e i commenti di chi non l’ha letto ma lo leggerà e insieme a queste parole vecchie ce ne sono altre da trovare per l’articolo del venerdì sul Firenze, e poi una cosa a fine agosto per cui dovevo selezionare dei brani e il blog di Grazia con un altro articolo e ancora parole ormai vecchie che diventano progetti futuri e che come tutti i progetti seguono delle regole a cui non ero abituata.

Scrivevo, prima venivo qui e scrivevo adesso vengo qui e penso che se il blog non ha un progetto, ha però dei lettori che mi sono di fronte alla scrivania, o al bar, o tra le pareti di casa o magari tra i vecchi compagni di scuola. E mi sembra che questo scrivere sia diventato mio malgrado un lavoro (in un articolo su Cosmpolitan di settembre o ottobre, parlerò proprio di questo).
Un lavoro pesante come ogni lavoro d’agosto.

Forse io non sono più abitata a nutrire nei miei confronti delle aspettative, anzi dopo anni in cui mi sono continuamente delusa su ogni fronte, ero riuscita piuttosto di recente non solo a non aspettarmi niente da me ma quasi a convincere anche gli altri che da me non c’è niente di buono da aspettarsi.

E adesso, adesso che avevo fatto della mia vita il diario di una magnifica massaia quarantenne, non ho più niente da dire alle incrostazioni del mio forno e finisco solo per autocitarmi come una vecchia rincoglionita.

Di nuovo non so più cosa farò da grande….


sotto al sole

Viscontessa, 2 Agosto 2006

Ecco, volevo dire che credo che prenderò una breve brevissima pausa di riflessione. Anzi, per essere più precisa, avrei intenzione di prendere una piccola, piccolissima pausa di irriflessione. O di oblio, di dimenticanza, di apnea, di vacanza, di riposo. Riposo da me stessa e dalle mie parole che ultimamente per vari motivi, sono diventate troppo sfacciate e spudorate per trovare rifugio su questa pagina.
Si tratta della luce del sole, a me piaceva che le mie parole rimanessero un po’ in ombra come i miei pensieri, le mie chiappe, i miei progetti e le mie azalee, e invece in quest’estate caldissima mi sono trovata ad espormi troppo al sole con il risultato che i pensieri mi si offuscano e la pelle mi brucia.
Sono stanca, e questo è un dato di fatto, le vacanze incastrate nel quotidiano stancano come le settimane alla Valtour nelle quali per riposarti sei costretto a correre tutto il giorno tra un istruttore di vela e una seduta di yoga e stanca vivere con questo caldo che abbassa la pressione, tappa il naso e ti sottrae energie anche solo per usare il cervello.
Ho il cervello scollegato, lo tengo in caldo sotto al sole e lascio che di lui si esprima l’insenatura creata per la socializzazione nella quale si annidano amici e conoscenze, riposo e pensieri insulsi come i programmi per una serata. Ho il cervello un po’ così che in questi giorni si adegua mio malgrado ad una indolenza estiva che non ricordavo da molti anni. Un’indolenza così impertinente che non mi meraviglierei mi conducesse infine a lasciarmi affascinare dal totale riposo.
Sono qui e ho da fare, cose concrete da fare, con le mani e la penna e il cervello e le opere, ma i pensieri li ho già messi in valigia ripiegati ordinatamente tra il costumino e la crema solare.

1 agosto 2005: non è cambiato quasi…

Viscontessa, 1 Agosto 2006

1 agosto 2005: non è cambiato quasi niente, ripubblico il post di esattamente un anno fa e ci aggiungo questo raffreddore che non mi passa……..

Se tengo i piedi in giù e la testa in su e metto il comò con le mutande a nord-ovest, le camicie a sud-est e i pantaloni a nord vicino all’elastico delle mutande e in posizione perpendicolare rispetto ai reggiseni, forse, magari mi sento un po’ meglio. Poi mi serve un materasso anatomico, una luce soffusa, un climatizzatore, un bonificatore di onde elettromagnetiche, uno schermo antirumore alle finestre, un lieve aroma di lavanda selvatica della scogliera di Dover, lenzuola in canapa naturale coltivata a mano da una comunità di ex-schiavi della Virginia, un cuscino antiacaro, una spalliera del letto in legno trattato con prodotti naturali , una musichetta newage diffusa da amplificatori posizionati secondo il progetto di un ingegnere acustico, tinta lilla alle pareti estratta con metodi naturali dalle piante di glicine e un umidificatore alimentato da energia solare.
Poi esci in giardino un attimo per stendere un paio di mutande che si erano intrufolate nell’umidificatore per rinfrescarsi un po’ e trovi uno stormo di zanzare tigre che ti aspettano con le fauci spalancate.
Ma che accidenti ci fanno le zanzare tigre tutto il giorno in giardino da sole? Perché quando esci sono lì che ti aspettano ma siccome di solito in giardino non c’è nessuno, mi chiedo cosa facciano tutto il giorno le bastarde in attesa che tu metta fuori il naso.
Quando fa caldo ci vestiamo per andare a lavorare che in ufficio c’è l’aria condizionata che ti ammazza, quando fa freddo bisogna scoprirsi che in ufficio il riscaldamento è regolato secondo la temperatura dei tropici, i vecchi che muoiono d’estate, lo fanno sempre per colpa del caldo che nessuno può più morirsene in santa pace come succedeva una volta, in farmacia ti vendono il Polase mentre aspetti il tuo turno sotto l’impianto dell’aria condizionata che ti batte sul collo, le zanzare normali non esistono più perché adesso le città vengono disinfestate già da febbraio, ogni anno battiamo un record di caldo e uno di freddo, siamo continuamente testimoni della giornata più calda, più fredda, più tiepida o più umida dell’ultimo mezzo secolo, percepiamo temperature che si brucia la lingua solo a pronunciarle, dormiamo con i piedi nel verso giusto, respiriamo insetticida e smog, indossiamo solo tessuti naturali, ci laviamo con valanghe di bagnoschiuma alla seta, alle proteine, al cocco, alla noce moscata e persino al muschio bianco (dove cresce il muschio bianco?) ammazziamo batteri, acari, zanzare, mangiamo anticrittogramici marocchini probabilmente legati ad Al Queada e boicottiamo la Nestlè mentre assaporiamo un cocomero della grandezza di un’arancia.
Meno male che esiste ancora la tv.
E ora i consigli dell’esperto.
Mangiate molta frutta e molta verdura, bevete molto, non uscite nelle ora più calde e se ne avete la possibilità trasferitevi in un atollo della Polinesia.
E le zanzare tigre stanno a guardare…….