la settimana benessere

Viscontessa, 11 Luglio 2006
E’ cominciata con forte ritardo, la settimana del benessere. Fitness, sport, dieta, massaggi, elettrostimolatore, bicicletta, piscina, vibratore…ehm, non questo non c’entra niente, è che lo uso come segnalibro per leggere mentre mi sollazzo le natiche con un elettrostimolatore attaccato ai fanghi dimagranti sul ventre mentre pedalo sulla cyclette al sole. Entro una settimana, sarò una donna nuova, più bella e più giovane anche se dentro resto vecchia come un mocio vileda usato per pulire le scale in pietra.
Tanto ho cominciato con il fare un po’ di pulizia in casa. Prima è stata la volta delle pile usate che tenevo da anni in un cassetto nell’attesa di buttarle via nell’apposito contenitore, poi sono passata ai farmaci scaduti e devo dire che quando si tratta di buttare i farmaci scaduti, un po’ mi piange il cuore. Avere un’aspirina un Aulin, un Voltaren, o un sonnifero nel mobiletto dei medicinali, mi regala un senso impagabile di tranquillità. Metti che domani caschi il mondo e io, per quanto scaduta, ho una bella confezione di sonniferi con cui farmi teletrasportare nel mondo onirico. E poi non posso fare a meno di chiedermi che fine facciano i medicinali scaduti. Cioè, mica li regaleremo ai bambini africani? Perché allora tanto vale che me li tenga io che mi sento tanto sicura.
Ora comunque ho in macchina un sacchetto di pile vecchie ed uno di medicinali scaduti perché non ho idea di dove trovare gli appositi contenitori per il loro smaltimento.
Ieri sera poi, verso le undici e mezzo mentre le ultime battute della vecchia serie di Desperate Housewife, risuonavano in cucina, ho aperto il frigo per accorgermi che era così vuoto da fare l’eco. E quale migliore occasione per pulire il frigo quando dentro non c’è niente?
Così è stata la volta del frigo e poi quella del freezer nel quale, intrappolati nel ghiaccio spesso quasi un metro, ho ritrovato diversi generi alimentari che pensavo perduti per sempre o che non ricordavo di aver mai neanche  comprato. Come due ghiaccioli all’amarena, un pezzo di salsiccia, due sogliole del paleolitico e persino un paio di sebadas con contorno di piselli fuoriusciti da una confezione aperta che giaceva sotto alla wodka.
Infine, nel costante tentativo di rimandare l’inizio della settimana del benessere, mi sono gettata sotto al lavandino dove ho rinvenuto una piccola foresta di cipolle ormai avvinghiate ad un paio di bottiglie di fragolino del ’94. Nel complesso il colpo d’occhio non era male così ho lasciato le cipolle e il fragolino e ci ho messo accanto anche una bottiglia di Viakal che è uno dei miei prodotti preferiti.
Quindi sono andata a letto.

Promemoria: ricordarsi di comprare una sveglia perché nel timore di non svegliarmi all’ora giusta, anche stamattina alle sei e mezzo ero pronta ad alzarmi e poi nuovamente alle sette e quindi alle sette e mezzo. Infine sfinita da queste sveglie premature, mi sono finalmente riaddormentata per svegliarmi terribilmente in ritardo.
Ora vo’ a casa, chi fosse interessato ad offrire un aperitivo, una pizza, o anche solo un succo di frutta ad una viscontessa incrostata, si faccia vivo.
(che poi non gli costa niente perché tanto poi mi fa fatica e declino ogni invito).
Passo e chiudo.
Zot! (dissolta in una nuvola di viakal al fragolino)

La finale tra mosche e zanzare

Viscontessa, 10 Luglio 2006
La finale dei mondiali dell’82 la vidi a casa con i miei genitori.
Eravamo in quella che abbiamo sempre chiamato, contro ogni logica spazio temporale, camera da pranzo e la televisione era piccola, rossa e posizionata davanti al vecchio divano in velluto color ruggine.
Le finestre aperte, le persiane accostate, e fuori il traffico di via Masaccio che io avevo imparato ad ascoltare per sapere l’ora come ascoltavo l’antica pendola di mia padre che batteva ogni mezz’ora e che solo lui poteva caricare con la sua chiave dorata che stava nel cassetto della consolle.
In casa mia nessun tipo di sport aveva mai neanche fatto capolino nelle nostre conversazioni ma la finale del mondiale di calcio è sempre stata più un fenomeno sociale e di costume che non uno sport e questo era il motivo per cui, quella sera, ci trovammo tutti un po’ confusi di fronte al piccolo televisore rosso.  Nessuno di noi avrebbe saputo dire con esattezza neanche in quale porta doveva essere infilata la palla.
Con lo stesso spirito ho guardato la finale dei mondiali ieri sera, le finestre socchiuse, il divano è sempre il medesimo anche se ha cambiato abito ed abitanti e un nuovo traffico che, fermandosi completamente, ti racconta che per certi avvenimenti ci devi essere anche se di calcio non capisci niente, anche se ti distrai continuamente guardandoti i piedi, anche se ti dai lo smalto, anche se invece di quei ragazzi che tirano calci ad un pallone, ci fossero lumache che strisciando devono raggiungere un traguardo.
Ci devi essere perché certi avvenimenti vanno oltre il loro  significato ludico ed ignorarli ostinatamente non significa manifestare il proprio disinteresse per uno sport, ma la propria chiusura mentale incapace di rendersi conto che una partita come quella di ieri, ha appunto un significato molto più ampio e profondo.
Pane e circense, siamo fatti così, il gioco aiuta a scaricare l’aggressività, serve ad unire, a commuovere, a piangere, a ridere e anche ad urlare di gioia, con le lacrime agli occhi, per una palla infilata in una rete.
E fino a quando la capacità di emozionarsi non avrà bisogno di essere regolata da una “devolution emotiva”, significa che siamo ancora in grado di comprendere e apprezzare l’animo umano.
Nell’82 ero per le strade della mia città con il mio fidanzato e il mio vecchio Ciao azzurro, ieri ero con mio marito e con il mio vecchio cane nero.
Di anni ne sono passati tanti ma la commozione era sempre la medesima.
E io mi son detta che tutto sommato non sono poi così vecchia.

Non ce la posso fare.

Viscontessa, 7 Luglio 2006
Un paio di settimane fa stavo prendendo il caffè nel bar del procione. Una vecchia con i bulbi oculari più sporgenti che abbia mai visto, afferra dal tavolo la prima edizione de Il Firenze, la sfoglia frettolosamente muovendo in maniera mostruosa quei sui enormi bulbi oculari, poi chiude il giornale e si rivolge al procione “oh chi li paga tutti questi giornali gratuiti?” il procione le cui capacità di elaborazione mentale e di analisi sono pari a quello di un procione in letargo, risponde in automatico alla domanda.
Il procione, infatti, non solo parla per frasi fatte ma il suo unico neurone, per non correre il rischio di affaticarsi, ha ideato un sistema di risposta automatico. Il sistema è molto semplice, l’orecchio individua il termine principale di una frase e vi associa automaticamente un luogo comune adatto al quel termine. Se per esempio dici “ho caldo” lui ti risponde subito “non esistono più le mezze stagioni” anche se magri sei in pieno inverno e hai caldo solo perché hai fatto una corsa. Se in occasione di una delle tante tornate elettorali ti viene da chiederti a chi darai il voto, lui ti risponde “tanto son tutti uguali” anche se tu stai parlando delle elezioni condominiali  e se chiedi, come nel caso della signora coni bulbi oculari invadenti, “chi paga?” lui non fa un neanche una grinza e risponde “noi! O chi tu voi che paghi?”:
In altre circostanze mi sarei vendicata chiedendogli se il latte che usa per il cappuccino è pastorizzato secondo la nuova normativa CEE, ma nel caso specifico, parlando del quotidiano con il quale avrei collaborato entro pochi giorni, mi sono un po’ risentita e gli ho risposto che i quotidiani gratuiti, come tutto ciò che è gratuito, è pagato dalla pubblicità e dagli sponsor.
In condizioni normali si sarebbe ovviamente potuto approfondire il dibattito ribattendo, per esempio, che costringerci a ritenere che la nostra felicità dipenda da uno yogurt, è solo una forma molto più subdola per costringerci a finanziare radio, televisioni e giornali, ma quando ho fornito la mia risposta, ero certa che il procione non avesse in memoria nessun luogo comune legato al termine yogurt se non magari qualcosa sulle capacità miracolose del prodotto di farti defecare.
E siccome defecare è un termine troppo raffinato per il procione e “cacare” di fronte alla signora con i bulbi oculari sporgenti non avrebbe potuto dirlo, se ne è rimasto lì ammutolito e un po’ risentito per le mie parole.
Mi teneva il broncio, stava lì nel suo angolo dietro alle caramelle e meditava vendetta, così che farmi scusare prima che si mangiasse l’ultima Luisona in vista nella vetrinetta delle paste, gli ho detto che su quel quotidiano ci avrei scritto anche io.
A questo punto ci sarebbe stata tutta un’altra considerazione sulla mia difesa del quotidiano, anche un neurone solo ma di normale consistenza, ne avrebbe potuto dedurre che la mia difesa non era del tutto disinteressata ma è anche ovvio che il procione di fronte ad una tale notizia, non poteva che farsi tutto gonfio di orgoglio per avere l’onore di avere nel suo bar una persona famosa.
Ovvio anche che io non sono famosa neanche nella mia famiglia: “sono io”, “io chi?” risponde mia madre “giovanna!” “aaahhh… giovanna chi?”, ma per uno con la mentalità del procione, diventi famoso anche se ti stampi con la macchina in un muro e il giorno dopo ti mettono la foto sul giornale.
Allora  è uscito dal suo cantuccino con un pacchetto di caramelle in mano e guardandomi diritta negli occhi mi fà “ma tu mi prendi in giro o è vero?” “certo che è vero! Che ti prendo in giro a fare?” “e come tu chiami te? Gianna come?”
Se c’è una cosa che non sopporto è che mi chiamino Gianna, vanno bene tutte le altre abbreviazioni e nomignoli ma Gianna è proprio un nome che non sopporto e fin dalla prima volta che il procione mi ha chiamato Gianna, gliel’ho fatto (inutilmente) presente.
“non mi chiamo Gianna, mi chiamo Giovanna, chiamami Gio’ chiamami, Giovi, chiamami Ehitu! ma per favore no chiamarmi Gianni!”.
A quel punto lui seccatissimo, ha balbettato qualcosa ed è tornato dietro alle caramelle mentre io ancor più seccata di lui, me ne sono andata senza neanche mangiare la Luisona.

Tutto ciò, come dicevo, accadeva un paio di settimane fa e da allora dell’argomento non si era più parlato. Anzi, a dire il vero, io avevo fatto di tutto per fargli dimenticare l’episodio e speravo che lui dimentico del giornale (buono solo a pulire i vetri) e del mio nome (che tanto ricordava), non avrebbe mai affrontato un quotidiano per leggere alcunchè. Non avevo però considerato che adesso, grazie alla biondina che lavora al posto suo e al distributore de Il Firenze di fronte al suo bar, le probabilità che leggesse qualcosa erano molto superiori e infatti oggi è accaduto ciò che temevo con orrore fin da quella famosa conversazione.
“oh gianna!” mi fa stamattina quando mi vede “senti, ma che posso chiederti una cosa?”
“dimmi” rispondo titubante già consapevole di cosa volesse chiedermi “senti, l’ho trovato il tuo articolo su Il Firenze, ma allora è vero che ci scrivi? Bene eh….ma senti, no, volevo sapere, ma icchè vol dire quello che hai scritto oggi? non l’ho mica capito”
Stanotte ha piovuto e l’aria si è rinfrescata, è venerdì e stasera sono a cena da un’amica, domani vado al mare. Tutte queste piccole cose mi sono passate davanti in un attimo, l’attimo necessario per comprendere che non potevo rovinarmi questa giornata.
Non ce la posso fare, con il procione non ce la posso fare.
Ho finto di essermi strozzata con la Luisona e me ne sono andata.

mamma

Viscontessa, 6 Luglio 2006

Mi sono messa sul letto a leggere. Fuori il canto della pioggia che rinfresca l’aria; ai piedi il gatto che mi lecca un piede.
Forse dovrei dormire. In questi giorni in cui mi sembra di aver smarrito nel caldo la mia identità, il sonno è spesso un compagno fedele, a volte l’unico sollievo possibile a questo caldo che non mi rende l’anima.
Spengo la luce e cerco un pensiero stupido che mi accompagni verso il sonno. Una cosa qualsiasi, la tabellina del sette, i capelli di mia madre, la bandiera dell’Italia, ma una voce, una vocina di bambina, continua ad importunarmi e alla fine non posso più evitare di ascoltarla.
“mamma, qui c’è un gatto con tutti gli occhi cisposi e una brutta ferita sul fianco. E’ stato investito da una macchina e miagola così (e mi fa il verso)… mamma, mi fa tanta pena” e io passo oltre, le chiedo come sta al mare, se ha passato una bella giornata e le prometto che ci vediamo sabato.
Ma ho lasciato in sospeso qualcosa, c’è qualcosa nel mio evitare l’argomento che mi irrita e che torna ad importunarmi quando decido di dormire.
Penso che la colpa sia del gatto, mentalmente e quasi in automatico passo in rassegno il mio mobiletto dei medicinali, ci sarà bisogno dell’antibiotico e delle gocce per gli occhi, e poi ci vuole sicuramente un antipulci e un ricostituente, tutte cose che devo avere nella scatola che pensavo di aver sigillato quando è morto il mio Gatto. E penso che domani sera sono dalla mia amica veterinaria e che potrei chiedere a lei cosa e mi serve e anzi potrei farmelo dare da lei e potrei anche portarmi dietro la gabbietta così magari sabato prendiamo il gatto e lo portiamo dal veterinario…. si facciamo così, ecco, se al mare andiamo in moto, mi faccio prestare la macchina da mia sorella e….si, si, questo è quello che devo fare e andrà tutto bene, se il gatto ha la pazienza di aspettare fino a sabato poi ci penso io, e si, si il gatto aspetterà perchè i gatti hanno nove vite e anche qualcuna di più e…

Ma non è questo, il pensiero di salvare il gatto mi rinfranca solo in parte e la tebellina del sette non trova il suo prodotto nell’otto. Cosa c’è che non va? Cos’altro posso fare per quel gatto? E mentre mi ripeto queste domande torna la vocina di mia figlia “mamma…” ma il seguito non ha importanza, non è il seguito quello che da vita a quest’inquietudine, non è la sua voce che mi tormenta ma il suo messaggio, quella parola che contiene in se tutta la fiducia del mondo, “mamma” e io mi rendo conto che quella sua richiesta di aiuto è un voto di fiducia, una promessa che comunque vadano le nostre vite, ci legherà per sempre, è un mondo fatto di tonalità e sfumature che bisogna essere in grado di comprendere anche se forse lei stessa non saprebbe esprimere con tanta chiarezza il significato di quella parola.

Ho educato mia figlia per tutti questi anni al un rispetto e all’amore per gli animali, le ho fatto dono con i miei gesti e con la mia dedizione della mia grande passione, le ho mostrato il sacrificio, le gioie e i dolori che la passione, come ogni passione, ti regala.
E adesso, adesso che dovrei essere orgogliosa di lei, non posso tirarmi indietro chiedendole come è stata al mare, ora che lei si mostra così sensibile ai miei insegnamenti, ho il dovere di mostrarle che le passioni non sono solo parole e che ciò che le ho insegnato non è solo una forma un po’ ipocrita di educazione.
Io non sono di quelle “amo gli animali ma in casa non ne voglio” e non sono proprio “amo….. ma……”.

Vorrei chiamarla e chiederle del gatto ma ora è troppo tardi.

Paradisi artificiali

Viscontessa, 5 Luglio 2006

Il cono di luce verde mi attrae e poi mi inghiotte, restano fuori solo le mani, aiutami, sono qui, sto scivolando in un ventre scuro e umido, la pelle umida, il fiato corto….
Ecco il mio corpo, prendilo così com’è e fanne qualcosa, non lasciarlo languire come quello scheletro che appare all’improvviso, un urlo e dentro ci sono cose, viscere che restano tenacemente attaccate alle costole, le mie costole.
Importunami le costole, sfamale di carezze e riportami in superficie dove possa respirare.
Siamo nella tana dei pirati tra la cartapesta e i tesori di stagnola, un getto di acqua fresca e Atlantide è solo un attimo poi la cascata e siamo di nuovo giù tra le viscere della terra. Questa volta è il Faraone che ci accoglie e ci scaccia, ci da la vita e ce la toglie come quest’auto che in autostrada corre veloce e ti riporta a casa o in una statistica delle assicurazioni.
Adrenalina acquistata per venticinque euro e adesso è di nuovo la punta di quella lama, ricordi la punta di quella lama? Le emozioni difficili sono a portata di mano, muoviti lentamente, fammi godere molto lentamente affinchè la lama rimanga immobile e non si insinui tra le tue carni.
Come on baby, che la spiaggia artificiale ci aspetta, sabbia finta, bianca e sottile sotto i nostri piedi, polvere bianca da tirare su col naso, poca, poca per volta, qui non ci sono protezioni e la direzione declina ogni responsabilità. Mettiti in fila, un’ora di attesa per essere lanciato in alto, e sudore e lacrime e risa, la stanza è al secondo piano, aspettami lì, tieni gli occhi chiusi quando cadrai nel vuoto o tieni la luce spenta e aspettami nuda nel letto “che succederà?” niente, lo scoprirai dopo l’attesa, l’attesa sotto a questi spruzzi di acqua vaporizzata e di nuovo umido, umido dalla ascelle, umido dal basso ventre.
“non adottare comportamenti scorretti durante il gioco”, allacciate le cinture di sicurezza che si vola, ti farò volare baby, alza le braccia e chiudi gli occhi, d’ora in avanti tutto quello che succederà sarà solo un gioco ed uno scatto, lo scatto di un blocco e poi scivoli a testa in giù mentre qualcosa ti circola tra le vene e vorresti che tutto fosse un circolo vizioso di salite e discese. Proteggimi e fammi volare sempre più in alto, un urlo che resta dentro e cresce rapidamente fino a quando trova una via di uscita e si porta via con se quel circolo vizioso del tuo sangue.
Ancora baby, non so cosa fosse, forse lo stomaco è rimasto lassù in alto e voglio tornare a prenderlo, ancora baby, ho gli occhi chiusi e sono così disciplinata mentre sento i miei capelli ad uno ad uno e il mio respiro sempre più corto e affannoso.
C’è qualcosa di freddo che mi passa sulla pelle e scende oltre l’ombelico, l’ombelico del mondo che è tutto qui, tra palme finte e finti corsari, tra onde ogni mezz’ora che ti portano sulla riva di plastica e spasmi sotto voce che si propagano lentamente come onde.

Il parco giochi sta per chiudere, la sabbia finta tra le dita dei piedi o la polvere bianca tra le gengive.
Prendi questa baby, ti aiuterà a dormire come un volante tra le mani in un’autostrada di notte.

La metropolitana

Viscontessa, 3 Luglio 2006

Di gran moda nelle grandi città esemplari di gatto norvegese, di cane pechinese e di donna tritapalle. Personalmente, a chi fosse in cerca di compagnia, consiglierei il gatto norvegese o il cane pechinese ma pur non avendo notizie certe sulla donna pechinese o norvegese o sul gatto tritapalle e il cane norvegese, mi sentirei comunque di sconsigliare vivamente l’accoppiamento con la donna tritapalle di stampo metropolitano.
Le donne son tutte un po’ tritapalle per natura. L’uomo: mangiare, dormire, scopare e guardare la partita di calcio. La donna, che acquista l’uso della parola ben prima del maschio, è già un mangiare…. ma quante calorie contiene, come lo cucini tu, chissà se hanno lavato bene la verdura e uno scopare…… se non ho mal di testa, se i bambini dormono, se non mi son fatta la maschera per il viso che altrimenti mi si sciupa l’effetto levigante.
Ma le donne tritapalle di stampo metropolitano sono molto peggiori delle altre perchè essendo a loro dire più emancipate delle colleghe di provincia, non si limitano per esempio ad un “mangiare ma quante calorie contiene”, ma sono capacissime di estrarre dalla loro borsetta il barattolino di una tisana particolare in grado di ammazzare ogni grasso saturo che compaia nel loro piatto.
E poi questo genere di donna, e questa la loro caratteristica peggiore, non si limita ad ignorare il piccolo mondo maschile bollandolo come “cazzata da uomini”, ma pretende di comprenderlo, di conoscerlo e di competervi con il tipico perfezionismo femminile che contrasta con il mondo maschile come una tisana ammazza grassi in un panino con la porchetta.
La donna tritapalle metropolitana, quindi, è capacissima di essere una tifosa sfegatata di calcio capace di ripetere a memoria la formazione di tutte le squadre di calcio del mondo, ma di fronte poi alla famosa pizza, birra e rutto libero di fronte alla tv, pretende per vezzo, per natura, per necessità di mostrare la sua presunta superiorità, di sostituire la pizza con un timballo di cardi e olive taggiasche, la birra con acqua oligominerale a basso contenuto di calcio e a temperatura ambiente, e il rutto libero con un esercizio rilassante di yoga in grado di stimolare la digestione e le endorfine.
Non è del tutto colpa sua, se vivi in un paesino di mille anime, per esempio, è probabile che la sera dopo cena non ti resti che guardare la tv o rammendare i calzini, ma se vivi in una grande metropoli che ogni notte ti offre le più svariate possibilità di svago, è probabile che gli spunti per frantumare le palle siano molto maggiori.
Che poi, e anche questo va detto, la frantuma palle metropolitana è un genere di donna metropolitana di nascita che resta tale anche se sceglie di vivere in un paesino di mille anime nel quale, per rimanere fedele a se stessa, è capace di impegnarsi fino allo spasimo per organizzare un torneo di bridge nel bar del paese, o un corso di cucina giapponese per le donne del luogo.
E alla stessa maniera è capacissima, vivendo in città, di iscriversi ad un corso di ricamo al tombolo al quale si dedicherà ogni sera dopo essersi procurata filati provenienti dal Nepal acquistati tramite internet. Ed entro breve, oibò, sarà ricamato al tombolo anche il porta palmare del compagno.
Nella vita di tutti i giorni questo esemplare di donna lo si trova spesso accoppiato con uomini dal sorriso estatico che, ignari di quanto le loro donne frantumino le palle al genere umano intero, sono davvero convinti che il porta palmare ricamato al tombolo sia la prova più lampante di quanto la loro donna si intelligente ed emancipata. Per questo capita di vederli orgogliosamente sfilare il loro palmare da una ciofega ricamata in cirillico.
Questo genere di donne, e a questo punto va detto, non sono donne dotate di una particolare intelligenza, emancipazione o vivacità intellettuale, ma sono semplicemente donne la cui insicurezza le conduce continuamente a ricercare l’approvazione maschile o l’ammirazione femminile con mezzi in vendita al bancone delle opportunità di ogni supermercato metropolitano.
Il loro atteggiamento, sempre fuori luogo in qualsiasi circostanza, è l’unico modo che hanno per attirare su di loro l’attenzione ed è questo l’unico scopo del loro atteggiamento del tutto privo della capacità di elaborare ed effettuare scelte individuali.
Evitarle, a questo punto, è prima di tutto un dovere verso se stessi ed è per questo che si rende assolutamente necessario individuarle immediatamente ben prima che in loro si rafforzi la convinzione di essere effettivamente al centro dell’attenzione.

Poche regole ma semplici.
Si vestono alla moda ma sempre con almeno un dettaglio stonato nel contesto. Un abito da sera con le scarpe da ginnastica, la borsa di coccodrillo con la tuta da ginnastica, gli occhiali da sole di notte o un abito di lana in piena estate.
A tavola fanno sempre ordinazioni extra menù oppure chiedono una pizza margherita molto cotta, con poco sale, senza mozzarella, l’olio solo a crudo e una fetta di prosciutto di Parma ma se è San Daniele meglio niente. Hanno una gran voglia di cozze in montagna e di polenta al mare.
Fumano il sigaro, guidano la moto e bevono solo whiskey twelve years old ma non escono mai di casa senza l’eyeliner e il rossetto.
Si presentano sempre con una copia del Sole 24Ore e dell’Herald Tribune in borsa, parlano solo per “come direbbero gli inglesi, come direbbero in america” e citano continuamente Coelho come maestro di vita.

Vado via un paio di giorni, ci si rivede mercoledì, dove vado lo racconto quando torno. Se…..

L’intellettuale

Viscontessa, 1 Luglio 2006

Se tu adesso qui di fronte a questa birra mi dici che non hai idea di chi sia Costantino, io di te non mi faccio una gran considerazione contrariamente a quanto tu abbia sperato quando mi hai offerto di bere qualcosa insieme.
Già, e questo bisogna proprio che te lo dica, quando mi hai offerto di bere qualcosa insieme pensavo che il tuo fosse solo un modo “easy” di dire che avremmo passato insieme una bella serata e ad essere sincera mi aspettavo che il “qualcosa” fosse solo l’aperitivo che ci avrebbe poi condotto di fronte ad una tavola imbandita. Ma va be’, che ti piace essere un po’ particolare lo avevo capito subito da quei sandali francescani con cui ti ho conosciuto la prima volta, e poi alla seconda birra gelata con lo stomaco povero di sali come una bottiglia di acqua Lete, già mi gira abbastanza la testa da non riuscire neanche più a contare quante siano le fasce dei tuoi sandali.
E certo poi accidenti, quando mi hai detto che tu giri solo in bicicletta e hai aggiunto ti passo a prendere io, non mi aspettavo certo che venissi a prendermi proprio in bicicletta e che pretendessi di farmi sedere sulla canna di quella maledetta bicicletta con i tacchi a spillo che avevo messo per l’occasione. Che poi a dire il vero, cioè, ora che i tacchi mi si infilano come pugnali su questo prato pieno di cicche almeno non rischio di cadere per terra e se singhiozzo mentre ti ascolto parlarmi del programma del tuo cineforum preferito che per agosto ha programmato una rassegna dei migliori film senegalesi, posso sempre dirti che sono commossa da tanta sensibilità.
E passi anche la tua maglietta con il disegno del “Che” anche se con la mia su cui gli strass formano la parola Dolly non è proprio quel genere di accoppiamento che avrei immaginato. E ti ascolto pure volentieri mentre mi racconti di quell’autore cileno che ha scritto un libro fantastico sulla storia di un capretta che si perde tra le Ande come metafora della vita che, pur nella sua aridità esteriore, ti lascia smarrito di fronte al senso di perdita assoluto delle tue radici. Certo che ti ascolto volentieri anche se ad un certo punto ti chiedo perchè cazzo la capra non si mangi le radici e finisco la parola radici con un rutto mascherato da esclamazione mentre tu ti rolli una sigaretta di tabacco cubano e mi spieghi che il rutto è la manifestazione più intima delle nostre viscere come metafora di una società che ti obbliga a rinunciare alla parte più intima di te stesso.
Guarda, davvero, va benissimo tutto che tanto ormai con tutta questa birra che ho bevuto ho la vescica talmente piena che alla sola idea di attraversare tutto il prato con questi tacchi per puntellarmi sotto ad una quercia a fare pipì, quasi quasi me la faccio addosso e ti racconto che orinarsi addosso è un’antica usanza Masai che serve a scacciare gli spiriti maligni che soggiogano la nostra natura bucolica.
Però, cazzo, se adesso mi dici che non conosci Costantino mi fai proprio incazzare come un giocatore di rugby neozelandese. Perchè passi che tu non guardi la televisione e anzi non ne possiedi neanche una e che alla sola parola “televisione” mi ammolli un sermone sull’imperialismo americano che non c’entra un cazzo, ma tu lo metti ovunque come la radice di zenzero che fa tanto bene.
E passi anche che nonostante tutte le tue arie da intellettuale “de noartri”, non sfogli mai un quotidiano perchè quello, il Costantino dico, sta ovunque come la radice di zenzero. E ci sta anche che non ti capiti mai di addormentarti sul carrello della spesa mentre all’Esselunga tenti di raggiungere la cassa dove il faccione di Costantino svetta sulla copertina di ogni rivista come la bandiera della pace nel tugurio in cui vivi. Si lo so, tu all’Esselunga non ci vai, mangi solo radice di zenzero, kebab e zuppa macrobiotica di miglio che coltivi personalmente sul terrazzo.
Ma, cazzo, come fai a comprendere la cultura cilena della capretta, quella cubana di Fidel, quella senegalese del cineforum, quella araba del kebab e cinese dello zenzero se non ti accorgi neanche di quella in cui vivi ogni santo giorno e che è tappezzata da cima a fondo dai manifesti di questo Costantino?

Che poi senti, adesso te lo dico, io sono uscita con te solo perchè mi hanno raccontato che ti chiamano “il ciuco” e la cultura contadina dei nostri nonni che vivevano solo dell’essenziale, questa volta non c’entra niente.

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