disidratata come una rapa secca o una prunga rossa

Viscontessa, 30 giugno 2006
Si fa un gran parlare di autocelebrazione. O forse no, non se ne fa poi un gran parlare ma appena uno deve autocelebrarsi un attimo, si sente subito in dovere di scusarsi o di prendersi in giro.
Che poi oggi mi chiedevo, ma se tra una seduta e l’altra di autolesionismo non ti celebri un po’ da solo, come accidenti fai ad arrivare in fondo alla giornata? In giorni poi come questi nei quali non fai neanche in tempo a lesionarti da solo perché ci pensa il caldo, oltre al ghiacciolo all’amarena, cosa ti resta da fare se non trovare in te stesso qualcosa che ti tiri su di morale?
Troppo caldo. Via creme, via trucchi, via specchi e via anche il sole che in città è troppo caldo. Ti guardi allo specchio la mattina e ti sembra di essere una grossa bufala, un po’ in tutti i sensi e ti viene una desolazione tale che vorresti infilarti nel congelatore e trascorre lì la tua giornata.
Ed è così, passo il tutto il tempo a cercare di capire come potrei trovare un filo di sollievo così mi addormento nel pomeriggio afoso e quando mi sveglio ho sognato che il mio cane non era morto ma solo svenuto per il caldo mentre alzandomi rapidamente dal giaciglio umido, comincio a barcollare in cerca di appigli. E barcollo anche con le parole, cammino a zig zag fra i pensieri secchi e disidratati come datteri del deserto per questo ero partita dall’autocelebrazione e sono giunta ai datteri.
Secchi.
Disidratati.
Zuccherini.
E quindi anche per oggi si vive domani, o magari più tardi, tra un pisolino in cui resuscita il cane e un cane da scavalcare in mezzo all’ingresso.
Per adesso il mio pezzo di oggi su Il Firenze, poi più tardi una puntata di Super Quark su come conservare fresco un blog anche in giornate di caldo torrido come queste.

Update delle 17,00: è apena arrivato alla redazione di Scrittomisto l’edizione stampata fresca fresca del mio libro. Oggi, per incico, non riesco a giorire di niente, sono fuggita dall’ufficio perchè continuavo inspiegabilmente a piangere sulla tastiera e ad un certo punto il piano in vetro della mia scrivania sembrava un laghetto così quando ho cominciato a fare delle barchette di carta per farle mestamente navigare sulle mia lacrime, ho pensato che fosse giunto il momento di tornare a casa.
Adesso sto meditanto di suicidarmi gettandomi giù dall’albicocco ma non riesco più a trovare la scala per salirci sopra.
Comunque, nell’attesa di risolvere l’annosa questione che quest’oggi mi sono posta come obbiettivo della giornata (ovvero: perchè nessuno mi vuole bene?) me ne vado a macerarmi per un po’ nel mio dolore lasciandovi l’eventuale compito di volermi molto, molto bene.
No fiori ma opere di bene, che qualcuno vada in cerca della mia autostima.

Gi uomini non vanno provocati

Viscontessa, 29 giugno 2006

Cioè che cazzo vuoi, non è che perchè te l’ho succhiato una sera adesso mi devi mandare questi sms che mi fanno venire il vomito. Che cazzo vuol dire “vorrei rivederti”? Io no, a me di te non me ne frega un cazzo, cioè gli uomini si mettono in testa delle cose strane, glielo prendi in bocca per una sera e subito pensano che tu voglia fidanzarti con loro. Cioè col cazzo.
Io voglio essere libera di fare quello che mi pare, se una sera mi va di sbronzarmi con le mie amiche lo faccio senza dover rendere conto a nessuno. E a te che cazzo te ne frega se mi sbronzo tutte le sere? Non mi fare la morale per piacere, che già c’è mia madre che mi rompe i coglioni tutti i giorni. Ma fatti i cazzi tuoi anche tu, no? Cioè c’hai la tua vita, il tuo lavoro, il tuo “fidanzatino” scopa con lui e non rompere i coglioni a me.
No davvero, l’altra settimana quella stronza mi dice che vuole portarmi da un dottore “io non ti capisco più” mi dice tra le lacrime e poi se ne viene fuori con questa storia che Fabrizio il suo fidanzatino, ha un amico medico che potrebbe aiutarmi. Aiutarmi a fare cosa? Io sto benissimo così, e poi certi discorsi mi fanno sclerare sul serio così gli ho risposto di andare a farsi sbattere da Fabrizio o dal suo amico medico e di non rompermi i coglioni. Che poi, cioè, a me la gente che ti sta sempre addosso mi da fastidio, mia madre con i suoi discorsi del cazzo e anche questo scemo qui che mi manda i messaggi che vorrebbe rivedermi. Ma che cazzo vuoi da me?
Io la gente non la capisco, davvero, cioè non capisco perchè la gente non si faccia i cazzi suoi invece di stare sempre a guardare cosa fanno gli altri, ma che te ne frega di cosa faccio io? Se io sto bene così a te che cazzo te ne frega? Allora l’altro giorno dopo che ho mandato a fanculo mia madre, arriva quel cretino di Fabrizio e mi dice che non devo trattare così mi madre, ma tu chi cazzo sei? Gli ho detto, che cazzo vuoi da me? Sempre con il cazzo in bocca! Mi risponde lui, e a te che cazzo te ne frega di quello che tengo in bocca io? Poi però si è accorto che io mi stavo incazzando sul serio e allora lo scemo ha cambiato tono e ha cominciato a dirmi che mia madre è molto preoccupata per me e che con lui posso parlare liberamente e posso raccontargli se c’è qualcosa che non va che lui magari può aiutarmi. Allora ho fatto finta di ascoltarlo, mi sono avvicinata a lui e ho cominciato a piangere, ma non a piangere sul serio con gli urli e il singhiozzo e tutte quelle cazzate da ragazzine, mi sono solo fatta scendere due grosse lacrime sulle guance e ho appoggiato la mia testa sulle ginocchia. Il cretino è rimasto un po’ così, non sapeva bene cosa fare poi piano piano ha cominciato ad accarezzarmi i capelli e a chiedermi con una vocina da frocio se avevo dei problemi con il mio ragazzo. A me a sentirlo parlare veniva il vomito, ma davvero pensava che non mi fossi accorta che gli era venuto il cazzo duro? Così gli appoggiato una mano sopra la coscia e ho cominciato a raccontargli delle stronzate tipo che il mio “ragazzo” non sapeva scopare, anche se non gli ho detto proprio scopare, e poi gli ho raccontato che io preferivo gli uomini maturi perchè a letto sono più bravi e non cercano subito di infilartelo in ogni buco.
Lui non ha detto niente ma il suo respiro si era fatto più affannoso così, cazzo, prima che si rendesse conto di cosa stava succedendo, gli ho slacciato la patta dei pantaloni e ci ho infilato la mano mentre continuavo a raccontargli stronzate tipo che lui mi era sempre piaciuto un casino e che avrei voluto fare l’amore con un uomo vero come lui.
Così quando gliel’ho preso in bocca lui si è lamentato debolmente solo per un po’ “ma cosa fai….non devi….ma sei ancor una bambina…..e poi tua madre…..” ma io non gli ho dato il tempo di proseguire perchè ho cominciato a succhiarglielo, cazzo, come non glielo aveva mai succhiato nessuno.
Io sono molto brava in certe cose, lo so benissimo perchè me lo dicono sempre tutti e infatti quando ho finito con lo scemo, lui aveva gli occhi stralunati e continuava a ripetere “cazzo….cazzo….cazzo”. Poi si è riallacciato di corsa i pantaloni e mi ha detto che certe cose non dovevo farle, che non dovevo comportarmi così con gli uomini altrimenti nessuno mi avrebbe mai presa sul serio e mi ha detto che ha ragione mia madre ad essere preoccupata per me e che dovrei farmi vedere da un dottore perchè io non sono normale.
“E invece tu?” Gli ho risposto io “tu che ti sei fatto succhiare il cazzo da una ragazzina che per giunta è la figlia della tua fidanzata, tu sei normale?”
“ma io sono un uomo” mi ha risposto “se tu mi provochi così, io cosa vuoi che faccia?”
“Cazzo, sei proprio un cretino e mia madre non poteva che stare con un cretino come te!”

Poi ho pensato a quando mia madre mi veniva a chiamare perchè mio padre voleva che mi facessi il bagno.
“mamma” le dicevo “io non voglio che il papà mi faccia il bagno”
“non fare la sciocchina” mi rispondeva “giri sempre per casa mezza nuda e adesso ti vergogni a fare il bagno con tuo padre?”.

E lì ho pianto, cazzo, ho pianto proprio come una ragazzina ,cazzo!

rifiuti

Viscontessa, 28 giugno 2006

Non ho mai nutrito grosse speranze sulle capacità maschili di gestire i rifiuti.
Già l’acquisto della pattumiera, tanto per dirne una, è una specie di tradizione tutta femminile che si tramanda immutata di madre in figlia e che trova le sue lievissime differenze generazionali, solo nei designer più moderni che lasciano tuttavia invariata la funzionalità dell’oggetto.
Se all’acquisto della cucina il novello sposo di solito partecipa con tenero entusiasmo, di fronte all’acquisto della pattumiera ideale, il tapino si ritira inorridito, spaesato dalla necessità della sposa di procurarsi l’oggetto migliore. “Ma perchè” lo senti sussurrare al futuro suocero “non si può usare un sacchetto appeso alla finestra?” e mentre anche il vecchio resta ammutolito di fronte a questa domanda, la sposa è già partita in compagnia della madre e delle sorelle alla ricerca della pattumiera della sua infanzia.
Son momenti toccanti, a dire il vero, momenti che suggelleranno per sempre il rapporto tra madre e figlia e che segneranno per sempre il futuro sposo molto più della prima notte di nozze.
A niente naturalmente varranno le giustificazioni dello sposo che in un ultimo disperato tentativo di ritrovare la complicità che aveva caratterizzato l’acquisto della cucina, tenterà di spiegare alla fanciulla che l’uso del sacchetto appeso alla finestra, non solo è molto più pratico ma anche ecologicamente più corretto.

Da quel giorno in avanti, inutile negarlo, sull’affaire della pattumiera si creerà una invisibile e profonda frattura tra i coniugi che vedrà da una parte lei, sempre pronta a cambiare il sacchetto, a lavare la pattumiera con la varechina e ad oliare i meccanismi che permettono l’apertura a scatto, e dall’altra lui che si ostinerà a trattare la pattumiera proprio come una pattumiera rifiutandosi contestualmente sia di togliere il sacchetto pieno (con il risultato che la sua gomma da masticare usata ed infilata a forza nel sacchetto pieno, si incollerà sul coperchio) sia di inchinarsi per gettare i rifiuti quasi a rivendicare la praticità di un sacchetto altezza torace appeso alla finestra.
Da questo insignificante episodio sull’acquisto della pattumiera, prenderanno poi vita una serie di reazioni a catena che non di rado finiscono per rendere intollerabile lo stesso matrimonio.
Prima fra tutte la raccolta differenziata dei rifiuti che per lui si esplica appoggiando semplicemente da una parte i materiali oggetto di ogni cassonetto e che per lei invece saranno fonte di un nuovo tormentato periodo alla ricerca della pattumiera ideale per ogni tipo di rifiuto.
E’ vero che nel caso specifico è lei ad apparire affetta dalla patologia della pattumiera, ma non sarà difficile notare che nelle case nelle quali lui è riuscito ad avere il sopravvento sulla gestione dei rifiuti, le bottiglie, i giornali, i rifiuti organici e quelli di plastica, sono accatastati per anni e anni in qualsiasi angolo della casa. Perchè se mai l’uomo riesce a conquistarsi la libertà della gestione casalinga del rifiuto, nel suo DNA manca completamente il gene che gli consente di comprendere da solo che prima o poi i rifiuti vanno buttati nel cassonetto e che pur con la morte nel cuore, bisogna un giorno prendere l’iniziativa e portare le bottiglie di vetro fino all’apposito contenitore. Per i rifiuti organici naturalmente è più semplice, quelli, quando si sentono ignorati per troppo tempo, al cassonetto ci vanno da soli.

Nelle famiglie normali, invece, quelle in cui è lei ad accudire la pattumiera, succede regolarmente ed ogni mattina per tutta la durata del matrimonio, che la moglie prepara i rifiuti da gettare nei vari cassonetti e che prima che il marito esca gli urla dietro “Butta via la nettezza!”, nei primi anni, ma per poco tempo, lo saluta con un bacio e la nettezza in mano ma normalmente con l’arrivo del primo figlio e dei primi pannolini usati, questa usanza del bacio con nettezza, viene rapidamente accantonata.
Nella mia famiglia, per esempio, alla necessità di disfarsi dei rifiuti, si unisce quella più particolare di evitare di lasciare sacchetti già chiusi in giardino o di fronte alla porta di casa. I cani e i gatti, infatti, sono irrefrenabilmente attratti da quei sacchi neri che a loro modo di vedere le cose, rappresentano un po’ l’albero della cuccagna.
Così io di solito la sera chiudo il sacco della nettezza e lo metto fuori dalla porta e poi sul muretto che sta proprio lì, appoggio tutte le bottiglie e vuote e quando mi decido a buttare via i giornali (di solito anche quelli quando il contenitore per i giornali è talmente pieno che il mio consorte è costretto poverino ad impilare i quotidiani usati come fossero un castello di carta) sistemo anche quelli in una busta e li appoggio accanto al sacco nero.
Il risultato è che di solito la mattina per uscire di casa, non ci sono che due possibilità, una è quella di prendere la nettezza e buttarla nei vari cassonetti, la seconda è quella di scavalcare il tutto e percorre una specie di labirinto tra le bottiglie, i giornali e i sacchi neri.
Il primo ad uscire di casa è mio marito e non starò qui a sottolineare l’ovvio.
Devo anche dire però, che essendo piuttosto cocciuta ma curiosa di sondare l’imperscrutabile animo maschile, una volta mi sono permessa di chiedere come mai non buttasse mai via la nettezza e a risposta “non l’ho vista” ho cominciato a macchinare percorsi e labirinti sempre più difficili da percorre per vedere fino a quanto fosse capace di spingersi la faccia tosta maschile in fatto di rifiuti ma poi, e qui ecco la mia piena confessione di arrendevolezza, l’altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto capire che la mia è una battaglia persa.
Avevo già notato dal giorno prima che mio marito aveva lasciato il vecchio quotidiano nel portapacchi della bicicletta che sta nell’androne del palazzo a due passi esatti da dove io deposito i miei sacchi di nettezza. La sera prima poi, presa dal raptus notturno del voglio fare qualcosa anche se sto morendo di caldo, avevo preparato due sacchi (casa e giardino) di nettezza “ordinaria” da buttare, e poi bottiglie dell’acqua, del thè freddo, della birra e persino dei detersivi finiti, quindi ero passata dallo studio e avevo riempito un sacco di vecchi giornali.
Ancora speranzosa in una modifica almeno parziale del DNA maschile, avevo depositato il tutto sul pianerottolo avendo cura di far in modo che per uscire senza “vedere” la nettezza, fosse necessario scavalcare i due grossi sacchi neri, fare una ginkana tra le bottiglie vuote e infine infilarsi nel labirinto dei giornali da buttare. Impossibile a mio avviso sostenere che non si erano visti i rifiuti da gettare ma quando già pregustavo la mia misera vittoria e con un filo di speranza aprivo la porta di casa, non solo ho trovato la nettezza tutta lì di fronte a me ma il marrano aveva anche tolto il suo vecchio giornale dal portapacchi della bicicletta e lo aveva depositato accanto, e sottolineo accanto, alle bottiglie da buttare via.
Ed è stato lì, è stato in quel preciso momento in cui con l’aiuto di mia figlia mi caricavo le spalle di nettezza come un somaro e tra i denti prendevo quel quotidiano vecchio e fuori posto, che ho compreso che avevo definitivamente perduto la mia battaglia.

Che tempo fa a Ragusa? a Firenze fa caldo

Viscontessa, 26 giugno 2006
Se invece che nascere a Firenze fossi nata a Ragusa, la mia produttività potrebbe essere stimata intorno alle due, massimo tre ore al giorno.
Diciamo che invece, essendo una bambina fortunata, ho tirato il fuori il mio capino dal ventre di mia madre, in questa splendida città che in novembre è una città dal clima come tutti gli altri ma che in estate si trasforma in un alto forno per il quale non ci sono neanche state fornite le adeguate protezioni.
Se il mio capino, insomma, lo avessi tirato fuori in piena estate, è del tutto probabile che lo avrei anche rimesso dentro di corsa e magari sarei ancora lì a navigare, magari un po’ strettina, nel liquido amniotico di mia madre.
Fa caldo, e questo è un dato di fatto, ma qui da noi a Firenze fa ancora più caldo che in qualsiasi altra parte del mondo. Ne sono sicura, così sicura che le mie giornate trascorrono a pensare quanto calda sia l’aria e quante mosche, zanzare o moscerini, potrei attirare sulla mia pelle appiccicosa come una carta moschicida.
Non c’è da meravigliarsi quindi che la mia produttività sia talmente ridotta che a dirla tutta mi sento proprio un’altra persona. Così un’altra che quando apro il blog finisco per chiedermi chi sia questa viscontessa che scrive tutte queste cazzate, anzi, più che altro, mi chiedo come facciano a ‘sta tipa a venire in mente tante idee visto che io non ne ho una sola ovvero sopravvivere.
Che poi in questi giorni, a causa del referendum, si fa un gran parlare di devolution o almeno questo è ciò di cui si dovrebbe sentir parlare anche se ad ascoltare le tv del Berlusca, si sente solo un gran parlare della riduzione dei parlamentari. Devolution, che già la parola ricorda la regressione in favore della progressione, devolviamoci, mi viene in mente, devolviamo a Cesare quel che è di Cesare e riprendiamoci ognuno il suo: al nord la sua nebbia invernale e la sua afa estiva e al sud il suo sole estate o inverno che sia.
Ecco, io sono abbastanza d’accordo sulla devolution, se al nord hanno i soldi e la nebbia, non vedo perché debbano fare a mezzo con quelli del sud che non hanno né soldi né nebbia. Io fossi uno di Ragusa, uno che eventualmente lavora due ore al giorno perché ce lo vorrei vedere un milanese a lavorare dodici ore al giorno con il sole di Ragusa, non vorrei i soldi del milanese ma neanche la sua nebbia e mi terrei il sole, ma il sole me lo terrei proprio stretto stretto e col cavolo lo presterei al milanese quando, dopo aver lavorato dieci mesi in un anno, vuol venire qui dalle mie parti a prendersi il mio sole. “Eh no, caro mio! L’hai voluta la devolution? E allora adesso te ne stai lì su nel tuo nord-est di casette da geometra con la tua fabbrichetta di bulloni e la sera, tutt’al più, te ne vai a prendere un gelatino all’amarena in compagnia di Calderoli”.
Che noi qui a Ragusa ci fa molto caldo  ma c’abbiamo la granatina al caffè.
Eventualmente con panna montata.

blog raduno, matrimonio, concorso di equitazione

Viscontessa, 25 giugno 2006

- Ma secondo te, se il cedro libanese ci cade in testa, ci fa del male?
- No ci ammazza
- Si ma prima di morire sentiamo male?
- Un po’ forse…
- Secondo me non facciamo in tempo a sentire male
- Beh, si un po’ secondo me facciamo in tempo, magari per un tempo brevissimo
Siamo sdraiate così sotto al cedro libanese della facoltà di lettere, sono le due del mattino, forse le tre, i ragazzi con i capelli rasta cantano e ballano sulle note di “maledetta primavera” anche se la voce non mi pare quella della Goggi e il cedro non mi pare affatto turbato dalla primavera.
Siamo fuori luogo, troppo vecchi per quell’ambiente universitario e tuttavia senza protezioni come invece l’albero che ci accoglie e ci protegge sotto alla sua grande chioma. Siamo vecchi per quei giovani che non si accorgono neanche della nostra vecchiaia ma siamo fragili e pieni di nostalgia e traballanti sulle nostre gambe che non hanno radici profonde e non trovano mai una collocazione definitiva anche se i nostri piedi sono grandi e lunghi e ben curati.
Guardo ancora l’albero e penso che la nostra vita di esseri umani sia tutta sbagliata, mentre il cedro crescendo si fortifica, noi col passare degli anni perdiamo tutte le impertinenti certezze della giovinezza e ci troviamo pieni di dubbi e malinconie da dimenticare per una sera soltanto.

- Ciao come stai, ti ricordi di me?
- Si certo, come stai?…ci siamo visti in barca vero?
- No veramente eravamo a sciare.
La serata è tutto un susseguirsi di volti che ricordo ma a cui non riesco a dare una collocazione spazio temporale. Confondo le tute da scii con i costumi da bagno, le cene di beneficenza con i compleanni, faccio confusione con le fidanzate attuali e le ex con il figlio di tizio e il nipote di caio.
Sorrido imbarazzata cercando con gli occhi un aiuto che quasi sempre non si fa trovare, saluto comunque festosamente qualche volta oso – ma dove ci siamo conosciuti? – altre mostro una confidenza che non ha bisogno di spiegazioni.
Una confidenza che non c’è, che non esiste, quelli che incontro sono tutti volti legati a circostanze mondane nelle quali ci si saluta, si ride, si scherza, si mangia, si beve e si fa conversazione senza mai togliersi la giacca. Il re resta sempre ben vestito, i bambini non sono ammessi al corteo.

- Amoooore sei stata bravissima!
- Hai visto come è stata brava?
- Oh si è bravissima! Girati di qua che facciamo la foto ricordo!
Sono un prodotto di importazione, un modello alto e slanciato con i capelli biondi e l’accento straniero. Vestono con scarpe basse, camicette bianche e gonne semplici, alle dita portano anelli con grossi diamanti taglio brillante, a goccia, marquise, bagette….un anello per ogni taglio e un figlio biondo per ogni anello. I bambini più grandicelli montano a cavallo e sorridono felici della vittoria acquistata a loro insaputa da genitori alti, biondi e con un numero imprecisato di diamanti e figli. I più piccoli parlano solo in tedesco o in inglese in attesa che arrivi il loro momento di sostituire il pannolino alla sella di un pony.
Lei è bellissima, ha occhi neri e profondi nei cui abissi si accende una scintilla di speranza che verrà disattesa come al solito. Bisogna crescere in fretta bambina mia, conserva quella scintilla per cose più importanti, i diamanti catturano la luce del sole ma i tuoi occhi sono quella luce che illumina tutto il nostro mondo.
Sorride con la sua ennesima coccardina in mano premio di consolazione che non consola affatto. E’ un attimo, si suoi occhi neri come la notte si fanno cupi, poi ci ritroviamo.
Ed è tutto passato.

L’agenda della Viscontessa

Viscontessa, 22 giugno 2006

Con domani comincia un fine settimana piuttosto impegnativo.
Il primo appuntamento è per domattina in edicola, tutti i fiorentini si procurino una copia de Il Firenze che poi gli spiegherò a cosa gli serve.
Poi alle quattro ho appuntamento dal parrucchiere ma siccome volendo paragonare il blog ad una relazione sentimentale, non ho deciso di chiudere un bel niente, non cambierò taglio di capelli o colore o nient’altro che possa definitivamente compromettere la mia immagine. O almeno spero.
Quindi avrei un appuntamento dalla fisioterapista per questa spalla. La ragazza mi è piaciuta e tutto il giorno ho camminato con questa spalla indietro, così come lei mi ha suggerito, ma non ho ancora risolto il problema della tetta: se stai con la spalla in fuori anche la tetta ti si spara nello spazio e la sensazione di questa cosa che mi sbuca oltre il mento non è affatto piacevole.
Quindi devo chiamare il dentista di mia figlia e potendo dovrei trovare un momento per portarcela e quindi ci sarebbe da cerca quell’assicurazione del cellulare, ma vabbè….

Indi, e qui entra in scena il giornale, ritrovo per le nove in piazza Brunelleschi, il Sifossifoco che è omo e pertanto più pratico e meno svagato di me, ha già postato al riguardo ma si è dimenticato di dire che il segno distintivo dei blogger che aderiranno all’invito, non è come di consueto una rosa rossa in mezzo ai denti, ma una copia de Il Firenze in mano, (mi raccomando, non dite niente al sifossico che oggi c’era il suo articoletto, ma domani dovete venire con il giornale di domani ovvero Venerdì e non quello di oggi ovvero Giovedì che domani esce il mio primo articolo che è molto, molto, molto più bello di quello del sifossi).

Per sabato poi c’è in programma il matrimonio in serata di un’amica (una cosetta tra pochi intimi, un castello con trecento invitati e abito da sera) e domenica il concorso nazionale ippico di mia figlia. Ovviamente dopo l’abito nero da sera, per la domenica si prospetta un abbigliamento in bianco con cappellino di paglia.

Lunedì forse, si torna a respirare.
Ci si vede domani.

Dedicato a tutti i post che non ho mai scritto

Viscontessa, 22 giugno 2006

All’inizio non è facile, è come per la spalla, dice la fisioterapista che ho conosciuto oggi che devo cambiare postura e devo imparare a tenere la spalla indietro. Non che cammini gobba ma la spalla destra che mi fa male da tanti anni, casca un po’ in avanti alimentando così quella stessa infiammazione che me la fa dolere.
Pensavo oggi che le persone con cui hai confidenza le riconosci da lontano per la postura, non conosco nessuno che abbia cambiato postura e mi chiedo cosa sarà di me se chi mi conosce e non riconoscendomi più da lontano, dovesse ignorarmi. “no quella non può essere lei, lo vedi come porta la spalla indietro?” e se ne va mentre io con la mia spalla indietro gli vado incontro trafelata.
All’inizio dicevo che funziona un po’ così, stai lì che ti segui tutti i tuoi ragionamenti ma non ti viene in mente di scriverli né come. Poi ad un certo punto pensi che vorresti tanto scrivere un post, che vorresti che il tuo blog fosse aggiornato quotidianamente come quella spalla indietro che per adesso la metti al posto giusto solo quando te lo ricordi. La tua postura mentale, però, è ancora sbagliata e ti tieni tutti i tuoi pensieri dentro perchè non sai come dargli una forma diversa.
All’inizio.
Poi con il tempo impari a ragionar per post. E’ una cosa strana perchè per ragionare per post devi dare una forma diversa ai tuoi pensieri. Ogni pensiero è un incipit, ogni oggetto è una storia, ogni avvenimento è racconto.
I primi post sono semplici, poi la tua vita che pensavi così ricca di avvenimenti e aneddoti, si è esaurita tutta in una decina di post e fai fatica ad imparare a ragionare per post. Ma l’esercizio e la costanza aiutano e dopo un po’ ti tempo i post ti vengono da soli ma devi scriverli, scriverli subito prima che fuggano nuovamente. Corri alla tastiera e lì blocchi lì, li inchiodi sul foglio elettronico e sei così orgoglioso di te e dei risultati che hai ottenuto, che pensi che adesso la tua vita di blogger sarà tutta in discesa.
Così in discesa che qualche tempo dopo ogni post ti pare identico al precedente, non fai più alcuna fatica a scrivere il tuo pensierino della giornata ma a differenza di un culturista che può aumentare i pesi del tuo bilanciere, tu rimani lì al palo e adesso sollevi parole e pensieri con troppa facilità per darti soddisfazione.
Chiudo, chiudo il blog e mi dedico ad un corso di massaggi shatzu, oppure no, in fondo al blog mi sono affezionato e non lo chiudo ma ci scrivo solo se e quando mi va. Ecco, adesso mi va e domani non mi va ma volevo scrivere questa cosa e la scrivo uguale.
E poi niente, il blog resta lì e tu continui a scriverci, ormai hai imparato così bene a ragionar per post che non puoi più farne a meno e ti dispiace sprecare i tuoi post immaginari.
Certo ora non hai più bisogno di correre alla tastiera quando il post ti si forma nella mente, anzi ormai non ti accorgi neanche più di ragionare per post e in qualsiasi momento puoi sederti davanti ad una tastiera e scrivere qualcosa che non sapevi neanche di aver creato.
E lo puoi fare con una tale facilità che finisci sempre per rimandare il momento in cui scrivere.
Non c’è quasi più niente di spontaneo in ciò che scrivi, come il cuore che non ti salta più in gola quando vedi colui che dieci anni fa è diventato tuo marito o tua moglie. Non che manchi l’affetto ma ormai non si scrive e non si fa più sesso sull’onda dell’emozione ma tutto diventa così serenamente rassicurante che non riesci più a deciderti se nella vita sia meglio il tormento o la serenità.
D’altra parte la caratteristica di ogni tormento o turbamento è quella di durare poco.
Breve ma intenso.

pizza a domicilio

Viscontessa, 21 giugno 2006

- Una margherita
- Con mozzarella di bufala?
- No grazie
- e da bere?
- Anche niente
- ma scherza? Con un euro in più le mando una lattina di quello che vuole e un gelato, al  tiramisù  o panna e cioccolato?
- Va bene, facciamo panna e cioccolato e una Fanta
- Perfetto, vis, la consegna entro mezz’ora

Passano tre quarti d’ora e apro la finestra dello studio, quando ordino la pizza ho sempre il timore che il fattorino non trovi il campanello o magari neanche la strada.
Eccolo che arriva, in ritardo ma arriva. Si ferma sul bordo della strada dove questa discende lievemente verso il marciapiede. Tenta di mettere il motorino sul cavalletto ma essendo in discesa questo si piega tutto su un lato e lui lo riacchiappa al volo. Ora lo sposta, penso, e invece lui insiste, ha deciso che il motorino lo vuole mettere proprio lì e ritenta, girando il manubrio per cercare un punto di equilibrio e poi provando a spostare il motorino lungo l’asse del piccolo avvallamento fino a quando, imbarazzata, io chiudo la finestra e aspetto il suono del campanello.
Aspetto.
Ho già il portafoglio in mano e mia figlia con l’acquolina in bocca dietro alle spalle.
Ma non hai detto che era arrivata la pizza? Mi chiede stupita.
Si, rispondo, sta parcheggiando il motorino.
Forse.
Finalmente il campanello suona, apro e lui mi si para davanti con il suo casco in testa , due occhi sbarrati e una lisca in bocca che lo fa biascicare.

- mi scusci ho perscio la lattina per la sctrada ma torno indietro a cercarla
- No, non importa, è già tardi, dai lascia fare
- ma, è colpa mia davvero torno indietro la cerco e la riporto
 -no, lascia fare, senti e il gelato?
- Il gelato? Allora ho perscio anche quello…no dai torno indietro e cerco la lattina e il gelato
e poi te li riporto
- Va bene così, quando ti devo?
- ? eh…ah sci…ecco
- grazie, allora dovrei scalare la Fanta quanto costava la Fanta?
- La Fanta? Ma non doveva pagare il gelato?
- Va bè non so, uno dei due, aspetta che guardo il conto
- No va bene, non importa, non me la paghi ci rimetterò io di tascsca mia un euro…scennò...davvero torno indietro e le cerco il gelato e la lattina
- No, va bene così, guarda ti pago tutto così non ci rimetti niente
- Ma non è giusto…no davvero torno indietro e…
- Tieni!

E gli metto in mano una banconota da 20 euro e due monete una da 1 euro e una da 0,50 centesimi.
Li guarda stupito, poi mi guarda stupito.

- Sono sei euro e cinquanta, giusto? Guarda è scritto qua
- Ah si…allora grazie…ma davvero se vuole io….

E accenna ad andarsene

- Ehi, guarda che mi devi il resto
- Eh?
- Eh, ti ho dato ventun euro e cinquanta, devo pagarne 6,50 mi devi dare 15 euro di resto!
- Ah! si certo…il rescto…quanto? Quindici?

Apre il portafoglio dove sono le banconote e ce n’è una sola da cinquanta, poi apre il portamonete e comincia a frugare tra gli spiccioli, per lo più centesimi.

- Scusa sai, ma mi devi dare 15 euro di resto non credo che tu possa averli in spiccioli
- ah già 15 euro…. ma io ho solo una banconota da 50….. però se vuole io torno indietro e…
- Guarda che se torni indietro e….non cambiano le cose sempre quindici euro mi devi dare e lo devi fare prima di andar via di qua…..
- Aaaaaah (sospiro)
-AMMMOOOREEEE?!?! (rivolta al consorte) MI PORTI PER FAVORE CINQUE (CAZZO) DI EURO?
- Non ce li ho
- ARGH! TEEESSOOOOORO (rivolta alla figlia) MI PRESTI CINQUE EURO PER FAVORE?
- Si mamma, certo, aspetta che vado a cercare il portafoglio
- (qualche minuto dopo) TESSOOOORO! LO HAI TROVATO QUESTO (CAZZO) DI PORTAFOGLIO?
- No mamma….non so dove l’ho messo
- ALLORA TESOOOORO PUOI VENIRE UN MOMENTINO QUI CON IL SIGNORE?
- Ma mamma devo cercare il portafoglio!
- CAZZO! TI HO DETTO VIENI QUI!


"Stai un attimo con il tipo" le sussurro furiosa mentre mi dirigo in camera sua e a colpo sicuro trovo il portafoglio.

- Allora grazie….ma davvero se vuole…anzi facciamo che casciomai tornando indietro se trovo il scacchetto con la Fanta e il gelato gliela riport…
SBAM!

Mezz’ora dopo

- Salve Vis sono Consuelo de “la vostra pizza a domicilio” volevo sapere…. tutto bene?
- Ehm…si, si…tutto bene
- Mmmm…qualcosa non va? La sento un po’ contrariata
- No niente è che…niente insomma il ragazzo si è perso la mia Fanta e il mio gelato ma va bene uguale
- Come se li è persi?
- Ma non so…. ma pazienza
- Beh spero che li abbia almeno scalati dal prezzo?
- Si…cioè no…lui non sapeva di preciso… e poi mi ha detto che ce li rimetteva di tasca sua e…
- Beh, allora se li ha pagati glieli rimando subito! Appena il fattorino torna qui lo rimando subito da lei a portarle la Fanta e il gelato!
- NOOOOO! LA PREGO NON LO FACCIA! Io la Fanta e il gelato neanche li volevo, mi ha costretto lei a prenderli, ma io non li volevo…la prego Consuelo, piuttosto le riporto io la pizza ma non mi rimandi il suo fattorino!
- ?????????

quando inizia l’estate

Viscontessa, 19 giugno 2006

Ci siamo quasi, tra pochi giorni ricomincerà il tormentone estivo delle albicocche anche se quest’anno l’albero è uno solo e i frutti sono molti meno.
Io di solito quando arrivano le albicocche, mi siedo sulla sdraio sotto l’albero e come un novelloIsaac Newton osservo i frutti e mi lascio andare alle considerazioni più strampalate della stagione nella speranza che almeno un frutto maturo mi caschi direttamente in bocca.
Questo inverno se ne è andato l’altro albicocco, è successo poco dopo la morte di Otto e quando ho fatto segare i rami e il tronco di quell’albero ormai secco, Otto era ancora un ricordo dal muso così umido che mi aspettavo di vederlo “battezzare” quei tronchi ormai inutili.
Invece i tronchi sono rimasti lì dove sono tuttora e solo il gatto di tanto in tanto ci si affila le unghie mentre anche il diospero quest’anno sembra molto più avaro di frutti.
Uno dei pensieri che per esempio mi ha colpito oggi al posto dell’albicocca mentre osservavo gli alberi e l’ortensia appena fiorita o i lilium rosa pallido che stanno sbocciando adesso, è che in città si perde talmente il senso delle stagioni da dimenticare con troppa facilità che tempo faceva ieri.
Pioggia che ci costringe a prendere l’auto al posto del motorino e caldo che non si può uscire a passeggiare e poi freddo e tocca portarsi dietro il golfino o ancora pioggia e non si può andare al mare. Oggi. Già ieri non è più importante, a volte mi accorgo della faccia stupita dei miei interlocutori quando parlando del tempo, tiro fuori i paragoni con l’anno precedente o ricordo a chi si lamenta del troppo caldo che un anno fa in questi stessi giorni la temperatura era ancora più alta.
E poi c’è il riscaldamento e l’aria condizionata e il climatizzatore, se hai un balcone puoi mettere delle petunie, di gran moda quest’anno al posto dei gerani, e quando la fioritura delle petunie sarà terminata, puoi buttare via tutto che tanto l’anno prossimo le ricompri già fiorite e concimate pronte per essere esposte al sole impietoso dei balconi.
Finisce così l’estate in città con quell’odore dolciastro di asfalto sciolto o bagnato mentre altrove al profumo dei gelsomini dei piccoli giardini cittadini, si sovrappone l’odore del fieno e dell’erba, del letame che ribolle al sole, della vita che segue il suo corso e a cui talvolta mi sembra di essere legata proprio dalla serenità che da sempre mi lega alla campagna e ai suoi ritmi.
Eppure sono nata in città, sono nata in centro città e a parte un breve periodo è proprio quell’asfalto molle il sentiero che mi trovo a seguire ogni giorno.
Eppure, quando sono in giardino e quell’ortica laggiù cresce tenera e incurante delle previsioni del tempo di canalecinque, sono in compagnia di mia nonna e di Otto e di Emma e di Gatto e di tutti coloro a cui ho voluto bene e che non ci sono più.
Come se ogni frutto, ogni albicocca, ogni lucertola, fossero una promessa d’amore che si rinnova.

Il Firenze

Viscontessa, 19 giugno 2006
Da domani negli appositi espositori oppure in edicola a € 0,50, sarà possibile trovare un nuovo quotidiano cittadino, Il Firenze, undicesimo ma non ultimo fratellino di questa nuova iniziativa editoriale che tappezzerà un po’ tutta l’Italia.
La distribuzione prevista per la nostra città è stimata in 60- 70 mila copie e se l’afa di questi giorni non vi uccide, da domani potrete quindi dirigervi con passo lento e nelle ore più fresche, a prendere un gelato e una copia di questo nuovo quotidiano.
I motivi per procurarselo sono molti, dal nutrito numero di pagine (ottima la carta di giornale per pulire i vetri e imballare le porcellane), alle numerose foto a colori, perfette da abbinare con qualsiasi tipo di abbigliamento.
Su tutto, ovviamente, le prestigiose firme giornalistiche coinvolte nell’iniziativa tra cui la sottoscritta che curerà una piccola rubrica settimanale.
La mia prima  “uscita” sull’edizione di giovedì o venerdì.

Per accrescere poi i motivi per cui procurarsi questo nuovo quotidiano, pensavo che lo si potrebbe anche utilizzare per riconoscersi ad un appuntamento che potremmo darci per un aperitivo od una pizza, magari venerdì sera.
Che ne dite? Chi c’è? Avete altre date preferibili?
Fatemi sapere che sarebbe l’ora che anche noi fiorentini ci si conoscesse dal vero (ma vanno bene anche i casertani o i vogheresi).

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