Silvia….
Viscontessa, 9 maggio 2006Silvia, te tu rammenti ancora
quel tempo della tu’ vita infantile
quando beltà splendea
negli occhi miei ridenti e fuggitivi
e tu, lieta e festosa
nel giardin de la mi’ nonna tu scendevi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno
al suon del campanello,
e la tua petulante voce ,
allor che all’opre di servitù intenta
giocavi assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevo.
Era il sabato pomeriggio e tu solevi
Così menar il giorno
Io gli scialli leggiadri
talor lasciando e le sudate maglie,
ove il tempo mio primo
di me spendea la miglior parte
d’in giù il giardino del’avo ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea il lucido mantello
.
Miravo il ciel sereno,
le aiuole verdi e i fiori
e quinci il vial da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il sesso!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiusa foglia combattuta e vinta,
ti offendevi o tenerella. E io non vedeva
il fior tra le tue gambe;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi allupati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Anche peria tra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaron i fati
l’omosessualità. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda sorte ed una foglia ignuda
mostravi di lontano.
Non ho mai provato attrazione per rappresentanti del mio stesso sesso.
Mento. Ne ho provata e ne provo tuttora ma per quanto possa trovare bella ed attraente una donna, fisicamente non mi succede niente.
Ma proprio niente di niente.
Vado un po’ contro corrente, in questo nostro paese di omosessualità da “curare” io mi sento un po’ a disagio per la mancanza di attrazione fisica verso l’altro sesso.
Eppure non mi manca niente, voglio dire, a parte l’indole omosessuale, non c’è niente in me che non vada. Non ho pregiudizi, sono curiosa, mi piacciono le nuove esperienze, non sono cattolica, ho una mentalità aperta, trovo le donne molto più attraenti dei maschi, né percepisco la sensualità, mi chiedo come siano a letto, ma quando si tratta di immaginarmi a letto con un altra donna, mi accascio, mi ammoscio, mi smonto e penso ad un uomo.
Stamattina insomma, mi sono alzata con questo senso di colpa nuovo nuovo e la sensazione post-caffè, che questo mio limite mi privi di qualcosa di bello. Che poi questo pensiero di stamattina non nasce peregrino ma, mi sono resa conto in tarda mattinata, prende forma da un pensiero onirico della notte appena trascorsa. Avevo sognato insomma che mi sentivo in colpa perchè non avevo mai provato attrazione fisica per un’altra donna e nel sogno, questa mia mancanza, era un tassello mancante della mia esistenza, un neo, uno sbaglio a cui porre rimedio.
Nel sonno però, scavando nella memoria in cerca di qualche episodio che mi affrancasse da questa mediocre situazione di eterosessuale, ritrovavo un’amica d’infanzia di cui non ho mai saputo più niente.
Si chiamava Silvia ed era una bimbetta che viveva nell’appartamento sopra a casa di mia nonna.
Quando il sabato sera andavo a dormire da mia nonna, Silvia, si affacciava dal terrazzo e trovandomi giù in giardino, scendeva a giocare insieme a me.
Io ero piccola ma non avevo di Silvia una gran considerazione. Di solito nei nostri giochi d’infanzia io facevo la regina e lei la serva e se lei tentava qualche timida rimostranza, io le dicevo che con quel suo modo “popolano” di parlare, lei non poteva che fare la serva.
A lei “doleva il capo” si metteva “la pezzola in capo”, le “prudeva il groppone” portava le “buccole” e al “tocco” doveva tornare a casa per “desinare”. Io chiedevo le “ciseaux” a mia nonna che mi chiamava “cherie” e mi preparava la “bouiotte avant d’aller coucher”.
Poi una volta litigammo, come accadeva spesso, perchè lei raccolse dal giardino di mia nonna una foglia secca che essendo nel giardino di mia nonna, doveva per forza essere mia.
Si offese e se ne andò, ma questa volta non tornò più e io la dimenticai un attimo dopo che quel suo tono sempre lamentoso e piagnucolante, varcasse per sempre l’uscio di casa di mia nonna.
Stanotte, così, mentre cercavo di trovare un episodio della mia vita che lo si potesse definire omosessuale, ho riesumato il ricordo di Silvia che avevo seppellito molti anni prima senza alcun ripensamento come avviene appunto per una “serva” la cui mancanza può creare solo quel certo disagio organizzativo (mi consolai con un gatto rosso a cui misi un pannolino di mia sorella e una cuffietta in testa) e ho sognato che ad un certo punto provavo un certo sollievo nel ricordare (anche se il ricordo era tutta una finzione onirica) che in giovanissima età avevo avuto un’avventura con lei. Ma per quanto la mia mente si sforzasse di rammentare i dettagli, mi rimaneva il dubbio, persino nel sogno, di aver con lei avuto un qualche contatto fisico.
E mentre nel sogno mi sforzavo di rammentare questi dettagli, contemporaneamente cercavo di rimuoverli per non aver la prova che tra me e lei ci fosse stato davvero qualcosa.




