Silvia….

Viscontessa, 9 maggio 2006

Silvia, te tu rammenti ancora
quel tempo della tu’ vita infantile
quando beltà splendea
negli occhi miei ridenti e fuggitivi
e tu, lieta e festosa
nel giardin de la mi’ nonna tu scendevi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno
al suon del campanello,
e la tua petulante voce ,
allor che all’opre di servitù intenta
giocavi assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevo.
Era il sabato pomeriggio e tu solevi
Così menar il giorno

Io gli scialli leggiadri
talor lasciando e le sudate maglie,
ove il tempo mio primo
di me spendea la miglior parte
d’in giù il giardino del’avo ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea il lucido mantello
.
Miravo il ciel sereno,
le aiuole verdi e i fiori
e quinci il vial da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il sesso!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiusa foglia combattuta e vinta,
ti offendevi o tenerella. E io non vedeva
il fior tra le tue gambe;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi allupati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche peria tra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaron i fati
l’omosessualità. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda sorte ed una foglia ignuda
mostravi di lontano.


Non ho mai provato attrazione per rappresentanti del mio stesso sesso.
Mento. Ne ho provata e ne provo tuttora ma per quanto possa trovare bella ed attraente una donna, fisicamente non mi succede niente.
Ma proprio niente di niente.
Vado un po’ contro corrente, in questo nostro paese di omosessualità da “curare” io mi sento un po’ a disagio per la mancanza di attrazione fisica verso l’altro sesso.
Eppure non mi manca niente, voglio dire, a parte l’indole omosessuale, non c’è niente in me che non vada. Non ho pregiudizi, sono curiosa, mi piacciono le nuove esperienze, non sono cattolica, ho una mentalità aperta, trovo le donne molto più attraenti dei maschi, né percepisco la sensualità, mi chiedo come siano a letto, ma quando si tratta di immaginarmi a letto con un altra donna, mi accascio, mi ammoscio, mi smonto e penso ad un uomo.
Stamattina insomma, mi sono alzata con questo senso di colpa nuovo nuovo e la sensazione post-caffè, che questo mio limite mi privi di qualcosa di bello. Che poi questo pensiero di stamattina non nasce peregrino ma, mi sono resa conto in tarda mattinata, prende forma da un pensiero onirico della notte appena trascorsa. Avevo sognato insomma che mi sentivo in colpa perchè non avevo mai provato attrazione fisica per un’altra donna e nel sogno, questa mia mancanza, era un tassello mancante della mia esistenza, un neo, uno sbaglio a cui porre rimedio.
Nel sonno però, scavando nella memoria in cerca di qualche episodio che mi affrancasse da questa mediocre situazione di eterosessuale, ritrovavo un’amica d’infanzia di cui non ho mai saputo più niente.
Si chiamava Silvia ed era una bimbetta che viveva nell’appartamento sopra a casa di mia nonna.
Quando il sabato sera andavo a dormire da mia nonna, Silvia, si affacciava dal terrazzo e trovandomi giù in giardino, scendeva a giocare insieme a me.
Io ero piccola ma non avevo di Silvia una gran considerazione. Di solito nei nostri giochi d’infanzia io facevo la regina e lei la serva e se lei tentava qualche timida rimostranza, io le dicevo che con quel suo modo “popolano” di parlare, lei non poteva che fare la serva.
A lei “doleva il capo” si metteva “la pezzola in capo”, le “prudeva il groppone” portava le “buccole” e al “tocco” doveva tornare a casa per “desinare”. Io chiedevo le “ciseaux” a mia nonna che mi chiamava “cherie” e mi preparava la “bouiotte avant d’aller coucher”.
Poi una volta litigammo, come accadeva spesso, perchè lei raccolse dal giardino di mia nonna una foglia secca che essendo nel giardino di mia nonna, doveva per forza essere mia.
Si offese e se ne andò, ma questa volta non tornò più e io la dimenticai un attimo dopo che quel suo tono sempre lamentoso e piagnucolante, varcasse per sempre l’uscio di casa di mia nonna.
Stanotte, così, mentre cercavo di trovare un episodio della mia vita che lo si potesse definire omosessuale, ho riesumato il ricordo di Silvia che avevo seppellito molti anni prima senza alcun ripensamento come avviene appunto per una “serva” la cui mancanza può creare solo quel certo disagio organizzativo (mi consolai con un gatto rosso a cui misi un pannolino di mia sorella e una cuffietta in testa) e ho sognato che ad un certo punto provavo un certo sollievo nel ricordare (anche se il ricordo era tutta una finzione onirica) che in giovanissima età avevo avuto un’avventura con lei. Ma per quanto la mia mente si sforzasse di rammentare i dettagli, mi rimaneva il dubbio, persino nel sogno, di aver con lei avuto un qualche contatto fisico.
E mentre nel sogno mi sforzavo di rammentare questi dettagli, contemporaneamente cercavo di rimuoverli per non aver la prova che tra me e lei ci fosse stato davvero qualcosa.

Scarpiera/2

Viscontessa, 8 maggio 2006

Effettivamente Gennaro stamattina era un po’ seccato.
Tanto non gradisce le fette biscottate integrali e non ha neanche trovato la Nutella e poi stamattina sei uscito più tardi del solito e a lui, in questo piovoso lunedì, è toccato rimanere nascosto nell’Apino del venditore di fiori dell’angolo. Hai notato che bel giardino fiorito abbiamo quest’anno?
Non crederai mica che la gente la roba te la regali vero!??!
Comunque, Gennaro stamattina ha consumato la solita colazione che tu lasci pronta per me e si è infilato nel tuo letto per fare un pisolino fino a quando mi sono dovuta alzate per preparargli un altro caffè e compiere il mio dovere….. e tu sai bene quanto sono esigenti gli amanti!
D’altra parte Gennaro, anche se non ho avuto modo di parlartene, mi pareva che in questa stagione primaverile fosse il migliore soprattutto dopo l’esperienza di Alvaro il macellaro, te lo ricordi? Bistecca, trippa, polpettine, arista, coniglio, pollo… ma solo tu sai quanto il mio animo animalista soffrisse per questa situazione e così con la solita buona uscita l’ho congedato.
Anche Piero, d’altra parte, i cui servigi con i nostri animali erano preziosi, mi è parso che fosse il momento di congedarlo, in fondo, mi son detta, ormai ci è rimasto un cane solo e l’investimento non è più redditizio come una volta.
Per non parlare poi di Andrea! La casa ormai è a posto, non c’è più bisogno che qualcuno venga ad attaccarci le mensole o a montare l’armadio e anche Moreno, l’operaio rumeno, mi ha molto delusa.
Insomma, per trovare Gennaro ho dovuto faticare un bel po’, non riuscivo a decidermi sull’amante giusto ma poi quel giorno in cui ti ho chiesto se per favore mi passavi un vaso vuoto e tu portandoti la mano sulla schiena mi hai detto che un dolore lancinante ti stava trapassando da parte a parte, ho capito che Gennaro sarebbe stato l’uomo ideale.
Così quando tu, dieci minuti dopo, te ne sei uscito in moto, io ho varcato la soglia di casa e ho comprato fiori da Gennaro.
Fatto sta che qualche giorno fa, mentre io prona piantavo gerani, Gennaro nel tentativo di raggiungermi da dietro, ha pestato una cacca del cane. Si è molto seccato e ha cominciato a lamentarsi  dei biscotti per la colazione, del fatto che tu la mattina esci troppo tardi, delle mie prestazioni che non sono più quelle di una volta e insomma, per farla breve, che così non si può più andare avanti. Per calmarlo non solo ho dovuto mimare un amplesso con il tronco dell’albicocco, ma gli ho dovuto pure prestare un tuo paio di scarpe.
Non ti dico poi cosa non è successo quando raggiungendomi nel ripostiglio per riscuotere l’acconto del giorno dopo mentre io prona cercavo un paio di scarpe nella scarpiera, gli è caduto in testa tutta la scarpiera! E non ti dico cosa non ho dovuto fare per convincerlo a rimanere.
Comunque, fatto sta che lui ha detto che o tu compri una scarpiera nuova o lui se ne va e io, onestamente, non ho potuto neanche dargli torto.
A questo punto, tra l’altro, capirai che non posso certo chiedergli di pagare lui la scarpiera, in fondo, poverino, almeno lui sa dove si trova la scarpiera e in che condizioni è, mentre tu, neanche quello!
Ti prego comunque di provvedere rapidamente perchè io non sono più una ragazzina e anche trovare sempre amanti nuovi ed efficienti, comincia ad essere difficile.

Tua devota.

ps domattina alle ore otto devono venire il geometra e il trombaio, io tutto da sola non posso fare, vedi tu!


Lettera aperta

Viscontessa, 6 maggio 2006

Caro marito, questa mattina quando svegliandomi non ti ho trovato al mio fianco mi sono sentita subito in colpa. Sai bene quanto ci tenga a svegliarti con un amorevole bacio e un caffè caldo mentre il mio cuore, così riconoscente al destino per averti condotto sulla mia strada, già esulta a l pensiero di potersi occupare del tuo abbigliamento per la giornata.
E sai bene quale tormento sia per me, trovarti già in piedi lavato e vestito.
Stavi lì sulla soglia delle porta finestra della nostra camera da letto e mentre un raggio di sole e il cantico degli uccelli mi destavano da un delizioso sonno in tua compagnia, ti ho osservato in tutta la tua fragilità di uomo senza una donna accanto che si fosse occupata del tuo abbigliamento.
Lì, eretto di fronte alla finestra, ti immaginavo perduto dietro ai tuoi pensieri e quasi non osavo, io piccola casalinga mediocre, disturbarti da tanta prolifica meditazione.
Chi sono io per interrompere i pensieri di uomo di tale levatura? Come è possibile che l’uomo bellissimo lì sulla soglia della mia finestra mi conceda ogni giorno la fortuna di godere della sua presenza? Ma mentre queste umili considerazioni mi riempivano il cuore di una gioia che si rinnova ogni mattina, il mio occhio allenato di massaia, si posava sui quei pantaloni cenciosi e su quella maglia bucata che ricoprivano il tuo splendido corpo.
Dio che dolore! Come ho potuto lasciare che un uomo così dovesse anche occuparsi del suo abbigliamento! Un freccia mi trafiggeva il cuore ma il mio occhio impegnato nell’intento di abbassarsi in segno di devozione, si posava ora sulle tue calzature e lì per il senso di colpa devastante, sono ricaduta sul cuscino in quello che ad un occhio maligno poteva sembrare un sonnellino ma che in realtà era per me, moglie pia e devoto, una perdita dei sensi per tanto il dispiacere.
Ai piedi, ai tuoi piedi che in tanti anni mai si son dimenticati nelle lunghe notti invernali di scaldare i miei, c’erano i vecchi calzini che vivono sul tuo comodino ormai da settimane e a ricoprire l’orrore, le tue ciabatte, quelle che io ho insistito tanto perchè tu comprassi mentre la tua infinita saggezza ne sconsigliava l’acquisto.
Come avevi ragione marito caro! Da allora quelle ciabatte vivono ai tuoi piedi o ai piedi del letto senza mai trovare una collocazione precisa e senza che tu possa disfarti di loro neanche quando in un sabato mattina, decidi di andare a comprare l’Attack.
Come ho potuto essere così cieca di fronte a tanta saggezza? Che non lo sapevo che la scarpiera ormai rotta e distrutta e piena delle mie insulse calzature non sarebbe stata in grado di accogliere le tue ciabatte come si deve?
E’ una vecchia scarpiera la nostra, una scarpiera che risale agli esordi del mio primo matrimonio (fai un po’ tu i conti!) e che nella sua lunga esistenza ha dovuto sopportare quattro traslochi, un lungo periodo all’aria aperta, la nidiata di diversi topi, gli attrezzi da lavoro, le pisciate di Otto e quelle più recenti del gatto, l’uso improprio come ricovero degli attrezzi e soprattutto generazioni intere di mie scarpe.
Io marito caro, che sono donna umile e parca, insignificante ma oculata, negli anni trascorsi ho provato a prendermi cura della vecchia scarpiera, ora con il Vinavil ora con chiodi e martello ma purtroppo, per quanto mi sia prodigata in questa attività, la scarpiera è finita, distrutta, morta, devastata, definitivamente ROTTA!
Certo io in questi anni, occupandomi dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri, ogni mattina mi sono recata presso la scarpiera per avere poi l’onore di calzare ai tuoi piedi le scarpe adatte, ma marito caro, se in una splendida giornata di primavera come questa mi capita ancora di svenire prima che possa occuparmi di te, come puoi tu trovare un paio di scarpe adatte dentro a quella vecchia scarpiera?

Oh, dunque, io mi sarei informata e avrei trovato una scarpiera favolosa in grado di contenere fino a cento paia di scarpe a cui è poi possibile abbinare due mobiletti da incastrare sopra, adattissimi a contenere e custodire tutti i tuoi caschi per la moto.
So già che il prezzo non sarà per te un problema, perchè non solo sei un Signore, ma il prestigio che potrà derivare da tale scarpiera, sarà impagabile!

Per tua comodità (e soprattutto perchè tu possa imprecare liberamente in mia assenza) ti lascio qui gli indirizzi dove potrai prendere comodamente visione di quanto ci occorre, come potrai notare non solo l’affare è favoloso, ma non dovrai occuparti del trasporto, montaggio, sistemazione, e sistemazione calzature.

Tua devota moglie.

Scarpiera favolosa!
Mobilette porta caschi strepitosi!

aiuto

Viscontessa, 5 maggio 2006

Allora.

Ho combinato un pasticcio e adesso ho bisogno di voi.

Dunque, succede che tra il dire il fare c’è di mezzo il mare e io sono in mare di guai, o almeno sono impantanata in una pozzanghera di guai con la mia coscienza.

Domenica, come da logo alla mia sinistra, ci saranno le scritture di strada che io mi ero impegnata a portare a spasso nella mia città. La cosa è cominciata pensando che io domenica sarei stata impegnata al battesimo di mia nipote e che con l’occasione, da zia storditella quale sono, mi sarei occupata di rovinare la festa di mia sorella chiedendo in giro agli invitati di scrivere qualcosa da qualche parte. Essendo poi la sottoscritta priva di una creatività concreta ma dotata di una faccia a culo enorme, mi sarei inventata qualcosa li per là, magari un libretto di battesimo come quello che fu organizzato per il funerale di mia nonna e che io, ad insaputa di tutti, ho conservato gelosamente con tutte quelle condoglianze preconfezionate.

Poi è successo che quasi per caso ho scoperto che il battesimo, di cui io tra l’altro sarò la madrina, è stato rinviato e così mi sono ritrovata senza un pubblico a cui affidare le mie scritture di strada.

“ci penso domani” mi son detta, ma mentre pensavo che ci dovevo pensare, è successa quella cosa lì del mio cane e quella sofferenza che mi si è incrostata nell’animo, mi ha impedito di ricordarmi che dovevo pensare.

Fatto sta che siamo alle porte coi sassi e io non ho né sassi, né idee, né alcuno che si sia festosamente aggregato all’iniziativa fiorentina. Così adesso, con un senso di colpa enorme e la consapevolezza che non sono una donna ma una quaquaraqua che parla, parla ma non conclude mai niente, mi chiedo se esiste una soluzione che mi consenta di evitare l’ennesima figuraccia.

E’ escluso, naturalmente, che io da sola possa uscire per strada a fermare la gente per chiedergli di scrivere un pensierino su un quaderno, e per la mia coscienza sarebbe anche escluso che facessi finta di niente.

Quindi, e qui ho bisogno di voi, qualcuno ha qualche idea da suggerirmi?

Mi rimetto al vostro buon cuore.

caffè

Viscontessa, 4 maggio 2006

Io bevo il caffè per principio, bevo il caffè da così tanti anni che non ricordo neanche quando è stata con precisione la prima volta anche se ricordo che quando ero bambina, mia nonna me ne metteva un po’ in un bicchiere di vetro e poi ci aggiungeva acqua e zucchero.
Non ricordo quando ho cominciato a bere caffè, ma ricordo che un giorno, da ragazzina, entrai in un bar di via Cavour di fronte alla fermata dell’autobus e ordinai un caffè.
Il caffè per me non è una bevanda, non serve per tenermi sveglia e non lo prendo neanche dopo pranzo. Il caffè è per me solo un compagno di vita e di viaggi e quando non so cosa fare, quando non so cosa bere, quando non so cosa mangiare, quando ho mal di testa, quando non ho sonno, quando l’uggia mi uggiola, prendo un caffè.
Stavo per dire, ammetto, mi faccio un caffè, ma avrei raccontato una bugia perchè tanto mi piace il caffè quanto non sopporto farlo. Ho avuto tutti i tipi di macchinette, da quelle Girmi a quelle americane passando per tutte le macchine da espresso che esistono in commercio ma nessuna, dico nessuna, è riuscita a sedurmi.
Così il caffè e il suo valore del tutto simbolico, si è arricchito negli anni di un altro rituale simbolico che nessuno capisce. “mi fai un caffè?” ovunque io sia e con chiunque io sia, avanzo questa richiesta che a lungo andare diventa un tormentone.
Sarà poi che in fatto di caffè non ho alcuna esigenza, magari proprio per il suo valore simbolico più che per il suo sapore, mi va bene qualsiasi tipo di caffè e all’estero, potendo abbeverarmi di tazzoni pieni di brodaglia marrone, sono la persona più felice del mondo.
Dicevo quindi che “mi fai un caffè” è una frase così comune nel mio linguaggio, che negli anni chiunque mi sia vissuto accanto per un certo periodo si è trovato costretto a convivere anche con questa mia stravaganza.
Il mio primo marito, per dirne una, ogni mattina si alzava molto presto e prima di uscire di casa mi lasciava una tazzina di caffè con latte e zucchero sul comodino. Io quel caffè lo bevevo qualche ora dopo e lui per primo si domandava che senso avesse tutto ciò, ma per quanto quel caffè fosse davvero imbevibile, per me il rito di quella tazzina sul comodino era irrinunciabile.
Che poi, io mi rendo conto, parlare di farsi servire il caffè a letto la mattina suona come un lusso e un vizio di cui pochi possono godere ma io, che non sono né viziata né abituata al lusso, so bene che il rito del caffè ha significati molto più profondi.
Anche il mio secondo marito, per esempio, martoriato negli anni da questa mia continua richiesta, si è alla fine arreso al rito del caffè e ha preso talmente sul serio il suo incarico, che adesso si occupa del parco tazzine e delle caffettiere con la stessa dedizione con cui si prende cura della sua moto.
Se per dire arriva a casa prima di me, prepara subito la macchinetta del caffè e l’appoggia sul fornello in attesa che io rientrando gli chieda il famoso caffè.
E il suo valore simbolico è talmente alto che “mi fai un caffè” è diventato negli anni la frase più comune per interrompere ogni ostilità.

Si dice

Viscontessa, 3 maggio 2006

Gabriella dice che basta, dice che entro l’estate e lei e Laura vogliono chiudere il negozio, che non è più come prima e che comunque basta, il lavoro non le diverte più e il guadagno non giustifica il tempo che gli dedicano.

Dico io, e cosa andrai a fare?

Dice lei non lo so, con le bambine ancora piccole, la casa e poi mia suocera che non sta bene…

Dice mia suocera che quando non potrà più provvedere a se stessa tanto vale che invece di pagare una che le dia una mano, i soldi può darli a me che almeno resta tutto in famiglia.

Dico io, ma tu ne hai voglia?

Dice lei che tanto lo farei anche gratis e poi per guadagnare qualcosa mi arrangerei comunque, magari andrei a fare le pulizie in banca.

Dice l’Istat che le donne italiane sono al penultimo posto in Europa in fatto di tempo libero seguite solo dalle lituane che probabilmente, dico io, magari si devono fare anche la barba e il nodo alla cravatta ogni mattina. Perchè, dico io, non vedo cos’altro potrebbero dover fare oltre a quello che fanno le italiane.

Dice l’opinione pubblica che le donne in politica sono troppo poche e che le famose quote rosa sono il male minore e dice che nel mondo del lavoro le donne sono discriminate sia per la loro funzione sociale di madre, mogli, nuore e massaie, prima che lavoratrici, sia per lo stipendio in proporzione più basso rispetto a quello degli uomini.

Il mondo politico invece dice che la famiglia tradizionale è al centro di ogni loro programma ma tanto se non ci fossero i nonni, le lavoratrici sarebbero ancora meno e se pensi ad un asilo nido ti conviene metterti in lista d’attesa ancora prima di aver concepito.

Io dico invece che il tempo libero è un concetto astratto. Cosa significa avere tempo libero? Libero per cosa? Perchè poi incastrando proprio tutto il tempo libero te lo ritagli anche, vuoi andare in palestra due volte alla settimana? Certo, è possibile, lasci il pargolo al compagno, ai nonni, alla tata, gli prepari la cena, la cartella, i vestitini, il ciuccio, ti porti in palestra il cellulare anche mentre fai aerobica, la doccia te la fai a casa che c’ho il bambino che mi aspetta per la buona notte, stai con un filo d’ansia, corri più veloce delle altre come se correndo più velocemente la lezione finisse prima, esci sudata, ti chiedi se il bambino avrà mangiato, se tuo marito avrà trovato da solo il pigiama, se la nonna non si si addormentata mentre il piccolo gioca con il gas….e insomma, non vedi l’ora di tornare a casa.

Oppure vuoi andare a teatro, al cinema, a cena fuori? Non ci sono problemi, mentre Violetta nella Traviata muore di tisi, ti viene in mente che avevi promesso a tua suocera di accompagnarla dal dottore, e mentre al cinema lui la prende con forza sulla lavatrice, ti sovviene che tu ti sei dimenticata di scaricare la tua e magari al ristorante di fronte ad un piatto di fettucine ai funghi, ti senti in colpa perchè a casa hai lasciato la cena pronta e la tavola apparecchiata ma sai già che la frittata di spinaci non avrà lo stesso inebriante sapore delle fettucine ai funghi.

Ecco, dico, io, ma il tempo libero che ci manca e quello libero mal utilizzato, ma non sarà che il nostro popolo così sentimentale e caciarone, così creativo e divertente, così godereccio e ridanciano, sia un popolo che se lo può permettere perchè le sue “donne”, lavorano il doppio degli uomini?

Ma Proust chi? quello del tempo perduto?

Viscontessa, 2 maggio 2006

Bisogna riempire la tana di frumento o noci e poi serve uno sgrassatore, i pistacchi sgusciati, le polpettine e quattro fettine che non si sa mai. E poi ci vuole qualcosa di caldo, qualche filo di lana o una piuma perduta e le due federe colorate, un paio di lenzuola e via questo vecchio cesto, qui metterò delle pigne secche e lì devo mettere un rampicante che anche il vecchio albicocco oggi è stato abbattuto.
Bisogna sistemare la tana e stiparla di viveri perchè siamo tutti un po’ tristi e allora anche mia figlia vuole piangere un po’ in privato nella sua cameretta mentre mia mamma si occupa della nipote piccola e dopo averle dato il latte alle dieci e mezzo, a mezzogiorno se la piccola va “nghè” deve darle il latte che ha fame, e per me e mia figlia si rende necessario spiegarle che devono passare quattro ore

“perchè che ore sono?”

“è mezzogiorno, mamma, è solo mezzogiorno, sta calma per favore”.

Si mette il rossetto.
Noi dobbiamo stivare la nostra tana, io e mia figlia dobbiamo comprare mais tostato e pomodori che il nostro inverno deve ancora arrivare e se poi non abbiamo voglia di uscire si può mangiare mais tostato e pomodori sdraiate sulle sedie del giardino.

“mamma questi stivaletti non li laverò mai più” è appena scesa da cavallo e gli stivaletti andrebbero infilati in lavatrice ma lei “vedi questa macchia? È la bava di Otto, mi ci ha sbavato sopra e voglio conservare questa macchia per ricordo”.

Poi cambia idea, al mercato mia mamma non vuole più venire perchè queste tre ore la mattina con la nipote piccola sono un tormento, lei si tormenta, mentre mia figlia piange in un angolo lei esulta perchè la piccola ha bevuto tutto il latte

“ma lo sai quanto era?” si gira e mi guarda felice mentre io stringo mia figlia al petto e le rispondo

“onestamente, non me ne frega niente”.

Si mette il rossetto, rovista tra i miei trucchi e si mette un rossetto terribile poi decide di venire al mercato e compra 0.59 centesimi di rape e litiga con un fruttivendolo che non vuole venderle tre foglie di cavolo nero che sono già state vendute ad un altro.
La piccola in fila per il formaggio fa la cacca, si sforza diventa tutta rossa e il pizzicagnolo sorride “ora si arrabbia” mi dice sorridendo “no ora caca” rispondo io seria mentre l’intestino finalmente libero rilascia un urlo nell’aria.
Torniamo a casa di corsa non so perchè ma con mia mamma dobbiamo sempre fare di corsa perchè se c’è la piccolina bisogna correre.
Arriva d’improvviso il giardiniere e butta giù l’albero morto, quest’anno il raccolto di albicocche sarà dimezzato per cui dobbiamo procurarci altro cibo, mia mamma l’albero perchè lo butti giù, mamma perchè è morto, secco, stecchito! Ma chi lo dice? Magari ributta.
Lo dice il giardiniere, perchè quello è un “giardiniere”? No, è un orefice che nel tempo libero abbatte gli alberi “vivi” nei giardini degli altri.
Sistema le sue rape, le mette in un sacchetto insieme ad una camicia vecchia che la facciamo aggiustare e un biberon che mi ha fatto bollire. Poi se ne va, non prima però di aver spiegato alla filippina che viene a stirare a casa mia e che non parla l’italiano, che il “mais tostato” è un gioco di parole. Un gioco che ha capito solo lei “nonna ti piace il mais tostato?” “il mastostato?”.
E corre dalla filippina a spiegargli il gioco di parole traducendo mais in granoturco così che lei possa capire….

Io e mia figlia ci procuriamo altro cibo da sole, ora, finalmente, possiamo piangere in santa pace anche tra gli scaffali del supermercato.
E io ora con un questionario in mano mi chiedo cosa vorrei essere e quale sia l’uccello che preferisco.

Quasi quasi vado a vedere cos’ha risposto Proust.

Questo era l’ultimo post che gli avevo dedicato

Viscontessa, 1 maggio 2006
L’altro giorno ti ho detto che avresti dovuto farti il colore al pelo.
Stavamo seduti in giardino a mangiare le castagne e io guardavo quel muro di fronte che è il nostro confine attuale, il limite che viene assegnato a chiunque venga a vivere in città.
Tu aspettavi le castagne e mi guardavi, te ne ho sbucciate un paio ma poi ho pensato che era tempo perso e te ne ho passata una manciata con tutta la buccia.
Quando stavamo in campagna e andavo a passeggiare nel bosco le raccoglievi da terra e le mangiavi crude mentre io sceglievo solo quelle migliori e le mettevo in un cestino, poi a casa mi toglievo li stivali infangati e le cuocevo dentro al camino mentre tu stavi fuori a guardare il cielo.Adesso il cielo sembra lontano, sbiadito, inutile, è come se il mondo e le stelle fossero al di là di quel muro di confine ma mentre in questa notte novembrina mangiamo castagne insieme, mi accorgo dal tuo sguardo languido che tu mi hai sostituito a quel cielo stellato e ora mi guardi con lo stesso ardore, con gli stessi occhi scintillanti di allora che forano quel tuo manto nero appena un po’ striato di bianco dalla vecchiaia.
Sei sempre stato un cane brutto, grosso, sgraziato e con quella zampa anteriore leggermente torta che ti faceva assomigliare ad una vecchia ballerina dalle articolazioni doloranti. Io tra tutti gli animali che ho avuto ti ho sempre preferito per quella delicatezza con cui ti siedi accanto me mentre mangio e mi osservi silenzioso penetrando ora me ora il cibo con la tua signorilità tradita tuo malgrado da quei lunghi fili di bava che ti scendono ai lati della bocca.
Una volta, quando affacciandosi dalla finestra di camera si estendeva di fronte a noi una vallata verde e morbida di campagna odorosa, ce ne andammo in giardino a mangiare i lupini comprati alla fiera di paese.
Tu come al solito non dicevi niente mentre io sbucciavo con i denti quei piccoli frutti leggermente amari e ti raccontavo la leggenda dei lupini che mi aveva raccontato mia nonna.

- Sai Otto perché i lupini, per quanto tu possa mangiarne, non ti toglieranno mai la fame? - E tu prendesti delicatamente un lupino dalla punta delle mie dita e lo inghiottisti intero per pudore. – Si narra che una volta la Madonna, nella sua fuga verso l’Egitto, passò in mezzo alle piante di lupini i cui baccelli secchi , camminandoci sopra, facevano un gran fracasso facendole correre il rischio di essere scoperta così lei lì maledì.

Tu scodinzolasti appena e guardasti nuovamente i lupini, poi una lucciola ti passò davanti al naso e tu corresti via lontano inseguendo quella lucciola o le stelle mentre io pensavo che le lucciole, da qualche parte, esistono ancora.

Ottobre Rosso, questo era il suo nome

Viscontessa, 1 maggio 2006

E’ morto così sul tavolo gelido per le radiografie.

Eravamo lì io e il dottore con i pesanti camici piombati per ripararsi dai raggi e i suoi polmoni pieni di macchie e il suo stomaco pieno di cibo sulla lavagna luminosa.

Sapevo che sarebbe morto, lo avevo capito dallo sguardo che non riusciva più a vedermi, dalle sue pupille dilatate per la paura o la sofferenza e quella coda, quella piccola coda che non rispondeva alle mie parole rassicuranti “non fare il cretino Otto, dai scemo, hai visto cosa succede a mangiare troppo? Ti si blocca tutto nello stomaco e poi quello si torce e…..”. Cazzo c’entra, niente, sono stati i polmoni, erano pieni di metastasi e io non me ne ero accorta, se…..

C’è sempre un “se” che ti accompagna in ogni dolore, un “se” che dilaga in ogni ricordo come liquido nei polmoni, forse un edema e io adesso mi porto dietro questo edema come quelli che si portano dietro il fardello pesante della loro piccola vita.

Questa volta è stato diverso, questa volta ho pianto sul suo muso ancora caldo mentre gli sussurravo “cretino, sei proprio stato un cretino” e poi mentre gli sfilavo il collare ho ricacciato tutto dentro come qualcosa di enorme che non posso affrontare tutto in una volta.

Oggi ho lavato la sua ciotola e la sua coperta e li ho messi via insieme agli altri ricordi, oggi ho assaporato l’amarezza della sua assenza fisica e lo spazio lasciato libero dalla sua ingombrante presenza, oggi ho rifatto le camere come si rifanno le camere in una albergo dove gli animali vanno e vengono.

Domani dovrò dirlo a mia figlia e poi forse, nei prossimi giorni, i suoi quaranta chili mi ricascheranno addosso come un macigno.

Era nero, tutto nero e teneva la zampa anteriore destra sulla punta, un po’ di traverso come una ballerina di danza classica.

Ciao Otto, è stato un piacere condividere con te questi dieci anni.


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