Molto cool

Viscontessa, 20 Maggio 2006

Se avessi raccontato a mio nonno che la gente va in palestra per tenersi in forma e poi va a comprare il pane in macchina, sono sicura che mi avrebbe chieste se siamo una generazione di grulli. E poi avrei dovuto strappargli di mano la sigaretta e rimproverarlo perchè fumare fa male e quindi, aprendo la finestra per cambiare aria, lo avrei costretto a respirare lo smog di quelli che vanno in macchina in palestra a faticare su un tapis roulant.
Poi gli avrei tolto di bocca un pezzo di formaggio (pieno di colesterolo) e gli avrei portato uno yogurt. E che ci faccio con questo yogurt? Mi avrebbe chiesto sorpreso mentre gli spiegavo che gli yogurt di oggi non hanno niente a che vedere con quello acido e compatto che preparava lui.
Questo non è yogurt normale, avrei dovuto dirgli, è uno yogurt che ti aiuta ad acquistare la tua regolarità intestinale, a combattere l’invecchiamento, a tirarti su di morale e pure a tenere sotto controllo il colesterolo. Ma questa è una medicina miracolosa, non è uno yogurt!

Passavo il cencio in giardino, niente mocio vileda, scope elettriche, macchine che sputano vapore mentre combattono gli acari. Nessun detersivo che sterilizzi dai germi il pavimento dove mia figlia si diverte a piantare il basilico. Germi invisibili ma anche lumache morte di morte naturale, qualche lombrico svegliato dal suo letargo che si affretta a tornare da dove è venuto, piccoli ragni che tessono ragnatele finissime tra una pianta e l’altra.
Pensavo che se fossi una donna moderna e all’avanguardia, dovrei vergognarmi di passare il cencio in giardino. Le donne italiane, secondo le statistiche, sono le più maniache delle pulizie domestiche e pare che occuparsi di togliere la polvere sopra ad un armadio, non sia da considerarsi un’attività edificante. Così, se vuoi essere una donna all’avanguardia, devi togliere la polvere da sopra l’armadio quasi di nascosto e a domanda ti conviene rispondere leggevo.
E invece no, stavo fuori in giardino a passare il cencio sul cotto e avevo anche la televisione accesa. La tenevo a volume alto perchè mi facesse compagnia e se sullo schermo ci fossero i personaggi del Grande Fratello o un documentario di Rai Educational, non lo saprei dire.
A me piace passare il cencio e togliere la polvere da sopra gli armadi con la televisione accesa. Le migliori idee nascono lì, tra le foglie secche del giardino e il pavimento tirato a lucido. Non mi piace stirare e neanche spolverare ma un pavimento lucido è come un foglio bianco su cui depositare i propri pensieri.

Il sabato per esempio, contrariamente al resto della settimana, mi piace alzarmi presto e andare in giardino. Un foglia secca di là, un po’ di concime all’azalea, la ghiaia da rastrellare e l’impianto idrico da sistemare. Poi annaffio le foglie delle piante perchè mi piace il giardino bagnato e lucido e quindi passo il cencio sul cotto mentre penso che prima o poi in quella fucina di idee che è l’America, verrà fuori un movimento che rivaluterà le attività casalinghe elevandole ad attività ludiche e rilassanti. Naturalmente a questo nuovo movimento si adegueranno tutte le donne all’avanguardia che riscopriranno nel gesto di dare il cencio nel giardino, il proprio benessere psico-fisico.

Io già me le immagino le star di Hollywood che dopo aver riscoperto le gioie della maternità, dell’allattamento naturale, dello yoga, dell’alimentazione biologica e della medicina ayurvedica, scopriranno il piacere di pulire il bagno e si faranno portavoci del benessere che ne traggono da questa attività.
E sarà tutto un fiorire di esperti e di manuali, pulire un lampadario, per esempio, permette di bruciare tot calorie e di rassodare i muscoli pettorali in modo armonico e naturale. E poi basata con i detersivi chimici, si tornerà ai consigli della nonna su come sgrassare i fornelli di cucina con l’aceto o su come far brillare un pavimento con la cera delle api biologiche (?).
Gli acari, si scoprirà, sono degli ottimi antiossidanti se respirati ancora vivi e i germi, si verrà a sapere, stimolano naturalmente la produzione di serotonina.

Vabbè, io lo detto, in palestra non ci vado perchè mi annoio da morire, ma adesso con la scala vado a pulire i vetri delle finestre e quando tra qualche tempo qualche esperto sosterrà che pulire i vetri è una delle attività più indicate per combattere la cellulite del girovita ed è anche un ottimo coadiuvante nella cura del diabete, ricordatevi che io lo avevo detto prima di tutti.
Mio nonno, a quel punto, si rivolterà nella tomba, ma tanto io un nonno non l’ho mai avuto.

ancora sulla masturbazione femminile

Viscontessa, 19 Maggio 2006

Vabbè visto che ultimamente questo blog ha intrapreso la saffica strada dell’oblio e che il mio consorte, prendendosi gioco di me, sostiene che il venerdì è il mio giorno ideale per certi pensieri, posto qui un racconto che avevo scritto tempo fa al riguardo.
Facciamo così, chi ne ha voglia, mi racconti se la situazione è veritiera, auspicabile, intrigante o semplicemente oscena.
“Le mie voglie sessuali sono troppo indisciplinate per poter essere tenute sotto controllo da un regolare rapporto di coppia. Non si tratta del desiderio di altri uomini, ho un compagno che non mi fa mancare niente, ma l’incapacità di domare i miei istinti sessuali durante il regolare corso della giornata, mi crea talvolta situazioni a dir poco imbarazzanti.
Non è sempre così, ci sono giorni in cui è tutto molto semplice, ma ce ne sono altri in cui ho la sensazione che il mio corpo e la mia testa, siano fatti esclusivamente per procurarmi piacere.
In quei giorni particolari mi vesto e mi trucco con più cura, indosso biancheria intima molto ridotta e mi concedo il capriccio di indossare reggiseni che alzino e evidenzino il mio seno. Sopra metto una camicetta leggera e la sensazione di esporre allo sguardo altrui il mio seno, mi procura un languido piacere.
La cosa strana è che il piacere è ancora maggiore se con la fantasia mi immagino seduta alla mia scrivania a seno nudo e immagino che miei capezzoli, turgidi dal piacere, ondeggino tra le mie mani mentre mi accingo a scrivere con la penna tra le dita. Allora, quasi involontariamente, allargo un po’ le gambe e quella lievissima corrente che attraversa le mi cosce, ha il sapore di una carezza maliziosa che interromperà la sua corsa, un attimo prima di raggiungere il mio sesso.
Talvolta, quando sono assalita da questo prepotente desiderio, mi accorgo di ansimare lievemente e le mie dita cominciano ad accarezzare dolcemente la penna, seguendone la lunghezza con scrupolosa dovizia. Poi allargo ancora le gambe sfruttando tutto lo spazio che ho a disposizione sotto alla scrivania e comincio a sfiorami i capezzoli creandomi piccoli sussulti di piacere ogni volta che il mio tocco si fa un po’ più audace.
Oggi era una di quelle giornate e siccome in studio non riuscivo a trovare la giusta concentrazione per godermi ogni mio piccolo gesto, ho salutato gli astanti ignari della mia cupidigia sessuale e sono andata a farmi una lampada.
Ho trovato da un po’ di tempo questo sistema, quando sento che il desiderio è troppo prepotente per essere acquietato con dei semplici e maliziosi gesti compatibili con l’ufficio, mi rifugio in uno di quei camerini con le lampade UVA.
Non il lettino però che limiterebbe i miei movimenti, preferisco le lampada trifacciale, quella da fare comodamente seduti su un’ampia poltrona bianca.
Dopo aver accostato la porticina a soffietto, mi sono levata la camicetta e mi sono accomodata sulla poltrona, tenevo le gambe così strette da sentir pulsare il mio sesso sulle cosce. Poi mi sono rilassata e sotto l’effetto benefico di quel calore ronzante, ho lasciato che il mio corpo si aprisse piano piano alle mie mani.
Quindici minuti è il tempo esatto che avevo a disposizione e avevo tutte le intenzioni di utilizzarlo fino all’ultimo secondo, per procurarmi quell’orgasmo di cui sentivo di aver bisogno.
Ho cominciato inarcuando la schiena perché la lampada scaldasse il mio reggiseno, era come se avessi voluto sentir urlare il mio seno perché lo toccassi e lo strapazzassi, volevo che i miei capezzoli mi chiedessero di essere pizzicati e succhiati e mordicchiati fino quasi a farmi venire così, senza toccarmi.
Poi ho tolto il reggiseno e offrendo i miei capezzoli duri come marmo a quel calore improvviso, ho avuto la sensazione che il caldo avesse sciolto anche il mio sesso.
Ho allargato velocemente le gambe ma non ho ceduto alla tentazione di sfiorare la mia clitoride, se lo avessi fatto sarei venuta subito e non era questo il gioco che mi ero preparata per godere. Con una mano ho spalancato la fessura umida e ho infilato dentro velocemente, due dita dell’altra.
Una involontaria contrazione della vagina, le ha avvolte in un abbraccio umido e piacevolissimo che ho contracambiato subito con istintiva gratitudine, esplorandola in ogni suo più piccolo anfratto. I miei movimenti erano ora vigorosi e circolari, ora lenti ma decisi, adesso più frettolosi ma precisi, le mie dita uscivano ed entravano a loro piacimento come se scivolare in quel tiepido oblio, fosse la loro stessa ragione di essere. Facendo attenzione a non sfiorare la mia clitoride impaziente, accarezzavano ogni ruga del mio sesso con certosina pazienza, le grandi labbra completamente spalancate, erano come l’argine di un fiume in piena che io percorrevo come una canoa affusolata capace di assorbire ogni goccia più piccola goccia.
Fino a quando ho sentito un tepore particolare avvilupparsi completamente intorno alle mie dita… .
Ho estratto lentamente le dita madide e le ho fatte circolare intorno alla clitoride che adesso intuivo gonfia e arrossata come un frutto maturo.
Con tocchi lenti e lievissimi, l’ho corteggiata e coccolata perché mi regalasse una delle sue magnifiche esplosioni, l’ho trattata con tutto il riguardo che spetta all’ospite di riguardo, l’ho accarezzata lievemente per poi strapazzarla amorevolmente fino a quando, riconoscente, si è manifestata in tutta la sua generosità e mi ha regalato uno di quei momenti indimenticabili, che salendomi dalla punta dei piedi, invadono ogni angolo del mio corpo fino ad esaurirsi in una esplosione di piacere ….
Zot…..la lampada si è spenta, mi sono asciugata le dita bagnate ripulendole accuratamente con la lingua mentre a gambe serrate mi godevo gli ultimi atti di quel momento.
Poi mi sono rivestita e sono tornata in ufficio.”

Augh! così sulla masturbazione

Viscontessa, 18 Maggio 2006

Adesso se mi metto qui a chiedere quante donne praticano o hanno praticato dell’autoerotismo, sono sicura che coloro che sono sicure di non incontrarmi mai, magari qualche ammissione la fanno. Ma di faccia, nessuna donna in faccia sarebbe disposta a parlare dei suoi momenti di intimità.

Per gli uomini è diverso, la famosa sega è motivo di scherno e di vanto, è argomento di conversazione e segno distintivo del vero maschio: un uomo che non si fosse mai masturbato o che mostrasse delle reticenze nell’ammetterlo,sarebbe un mezzo uomo, uno di cui è meglio non fidarsi.

Certo è più facile, ad uomo dai un fotoromanzo e quello è capace di eccitarsi con la foto della caviglia della nostra eroina che piange dentro ad un fumetto. E a volte, anzi spesso, gli basta per eccitarsi il solo ricordo di quella caviglia o anche del fumetto in cui lei singhiozza con il cuore spezzato

Per la donna invece sono necessari scenari diversi, situazioni più complicate e più intime, una vasca da bagno nella quale immergersi e la sensazione che quel gesto sia qualcosa di estremamente intimo, un gesto per se stesse come un massaggio dall’estetista. Le donne difficilmente si eccitano pensando ad uomo nudo e più volentieri provano eccitazione quando alla foto di un uomo nudo si affianca quella in carne ed ossa di un uomo vestito.

Se le donne praticano l’autoerotismo per ammorbidire il proprio corpo, gli uomini lo fanno per veicolare con il proprio seme, la fuoriuscita del proprio stress.

Non c’è paragone, la masturbazione dell’uomo e quella della donna viaggiano su traiettorie molto lontane tra loro, da una parte l’amore per se stesse, dall’altra l’amore sempre per noi stesse.

La conclusione è inquietante, le due traiettorie sono convergenti e il punto di contatto è sempre solo la donna.

Augh! Così ho detto.

brufoli e zecche

Viscontessa, 17 Maggio 2006
Stamattina mi sono svegliata con la sensazione di avere un qualcosa in più.
Speranzosa ho abbassato lo sguardo ma con rammarico mi sono accorta che non erano le tette.
Era un brufolo, me ne sono accorta andando in bagno e passando distrattamente di fronte allo specchio, avevo fretta perché dopo la delusione delle tette temevo di essere diventata un uomo e volevo subito verificare se la mia vita sarebbe cambiata così all’improvviso.
Invece era un brufolo, lo specchio di fronte al quale sono passata mi ha rimandato indietro un’immagine colorata e scoppiettante che non poteva certo essere quella della mia faccia grigiastra della mattina appena sveglia
Stava lì, bello e sano, tutto gonfio come una zecca in fase di riproduzione e per un momento mi sono anche chiesta se non contenesse la sorpresa.
Le zecche, infatti, quelle grosse e goffe che cascano non appena le tocchi, sono piene di sangue e di uova . Guai a schiacciarle perché si rischia che il loro contenuto si sparga ovunque. Certo la maternità è un po’ una fregatura per tutte, se le donne incinta non riescono più a vedersi i peli del pube (e con essi anche quelli che selvaggiamente vi crescono sotto) le zecche incinta non riescono più a rimanere attaccate al pelo del cane e ballonzolando cascano giù.
Io, che non sapevo mai che farne e mi spiaceva uccidere una zecca incinta, le mettevo in un vasetto di vetro.
Le zecche vivono molto a lungo anche senza un pelo a cui attaccarsi.
Il brufolo invece stava lì impertinente come solo i brufoli sanno fare. Ti guardano dalla loro postazione e sorridendoti ti sfidano ad estirpali come zecche incinta. Ma i brufoli non sono zecche e quindi rimangono tenacemente attaccati dove sono.
Io i brufoli non li ho mai avuti ma avevo una compagna di classe che ne aveva di tutti i tipi. Stavano lì sul suo viso rossi e gialli, floridi e rinsecchiti, grossi e grassi come frutti maturi o giovani e teneri come capezzoli adolescenti. Ad essere sincera non era un bel vedere e quando a fine anno mi si avvicinò per salutarmi con due bacini, io fui costretta ad una seduta di training autogeno per superare l’orrore. Non credo che fosse titolare di una pensione di invalidità ma secondo me ne avrebbe avuto tutti i diritti.
Il mio invece, stava lì sulla guancia e continuava a fissarmi mentre io avvicinando il mio volto allo specchio, cercavo di valutare l’entità del disastro fino a quando, ad un certo punto, mi sono fatta coraggio e gli ho rivolto la parola:
“ciao, io sono vis, la proprietaria di questo volto, piacere (?) tu chi sei? Da dove arrivi? Quanto tempo pensi di fermarti? Posso fare qualcosa per te?” lui non ha risposto subito. Prima si è tutto arrossato come dopo una corsa, quindi si è assestato per bene sulla mia guancia e infine mi ha chiesto “a che ora si fa colazione?”.

Lingua

Viscontessa, 16 Maggio 2006

Stamattina uno mi ha fatto la lingua. Era un vecchio in bicicletta e io me ne andavo tranquillamente a spasso quando questo passa in bicicletta e mi fa la lingua. Ma non una lingua qualunque, una lingua da sesso e quando l’ho guardato sbalordita per quella lingua fuori luogo, lui ha insistito come se io fossi una pischella e lui un giovine di belle speranze.
Erano anni che nessuno mi faceva la lingua, cioè anzi non è vero, ogni tanto passa qualche camionista che mi fa la lingua ma i camionisti che fanno la lingua sono solo un po’ malinconici e sudaticci e non si può annoverare la lingua di un camionista come una conquista concreta.
Insomma, questo invece era un uomo di una certa età, distintamente vestito con una borsa da professionista e il taglio dei capelli da vecchio. Così ad occhio sarebbe potuto essere il mio commercialista, il tuo assicuratore, il preside della scuola di suo nipote o quello stronzo del cassiere della tua banca che ogni volta che vai a chiedere un estratto conto ti chiede il documento. Come se poi a te, ma anche a me, a loro, a voi e noi, ce ne fregasse qualcosa di sapere di che miseria deve campare il signor Mario Rossi correntista della mia, tua, nostra, loro banca.
Fatto sta che il tipo che mi ha fatto la lingua non mi ha lusingata affatto come succedeva per le prime lingue che mi facevano da adolescente e non mi ha fatto neanche incazzare come le seconde lingue che ricevevo da giovane donna. Questa lingua, un po’ rugosa come le lingue dei vecchi, mi ha intristito talmente tanto che per un momento ho pensato di rincorrere il vecchio in bicicletta e menarlo. Giuro, ho pensato di picchiarlo, volevo tirarlo giù dalla bicicletta e prenderlo a schiaffi per avermi mio malgrado coinvolta in una patetica scenetta di sesso simulato.
Come quelli che si fanno una sega pensando a te.
Non che io abbia mai saputo di uno sconosciuto che si fa una sega pensando a me ma sono sicura, arcisicura, che in quarant’anni sarà pur successo che io abbia detto o fatto qualcosa che ha scatenato, a mia insaputa, la libido di un maschio che si è masturbato pensando a me. E non oso immaginare cosa sia stato fatto su certi calendari “artistici” in vendita nelle edicole.
Voglio dire, il mio senso del pudore mi impedirebbe di farmi fotografare nuda, ma oltre a quel senso del pudore che nella mia famiglia di origine si manifesta ancora con la chiusura a chiave della porta del bagno per una semplice pipì, l’idea che qualcuno faccia della mia immagine un uso che non dipende dalla mia volontà, mi irrita come quella lingua fuori luogo.
Sarà poi che una donna a masturbarsi di fronte al calendario di Kledi non ce la vedo. Le donne (qualcuna dovrà pur esistere!) che comprano i calendari maschili, lo fanno a mio avviso per sognare e non per toccarsi.
Comunque insomma, fatto sta che oggi, se solo non potessi correre per via della gamba e non fossi rimasta lì imbambolata da dietro i miei occhiali scuri a fissare l’imbecille in bicicletta, il vecchio in bicicletta lo avrei tirato giù dal velocipide e lo avrei pestato a sangue.
Se domani andando in banca il cassiere vi chiede il documento prima di fornirvi l’estratto conto, prendetelo a sberle. Era sicuramente il vecchio che oggi mi ha fatto la lingua.

sensi di colpa: come crearsene fin dalla più tenera età

Viscontessa, 15 Maggio 2006

Mi guarda con qui suoi occhioni neri che curvano un po’ verso il basso quando cresce di qualche pensiero nuovo. Guarda lontano, si concentra su quel pensiero e poi mi affida il suo dubbio mentre io mi chiedo per quanto tempo ancora sarò io a custodire le sue paure.
E’ nata così con quegli neri e profondi nei quali un giorno qualcuno si perderà incastrando il suo cuore tra le folte ciglia.
Qualcosa non va ma prima di abbassare gli angoli degli occhi e dirmi di cosa si tratta, si tormenta da sola con lo sguardo fiero e quel continuo chiedere affetto anche mentre tu sei in bagno a farti il bidet “mamma, mi fai una coccola? Tanto bene, ti voglio tanto bene”.
Siamo in macchina, mi si fa più vicino e mi sussurra “mamma, ma cosa devo dire durante la confessione?”. Manca una settimana alla comunione e io resto con ingranata la marcia sbagliata.
La confessione? L’unico ricordo che ho della confessione è stata una confessione direttamente con Gesù perchè del parroco non mi fidavo.
Ero stato allo stadio con la scuola a vedere i giochi della gioventù e durante l’intervallo eravamo andati tutti al bar dove in mezzo alla confusione io avevo ordinato una gassosa. Quando ero arrivata alla cassa a pagare mi ero accorta però che i soldi non mi bastavano e non sapendo cosa fare, ero uscita dal bar senza pagare ma con un senso di colpa talmente grande che per un lungo periodo avevo pensato che un decoroso suicidio con lettera di scuse fosse la soluzione migliore.
La domenica poi andavo a confessarmi per fare la comunione e ogni domenica temevo quel momento come un condannato a morte aspetta la sedia elettrica, infilavo nel confessionale e raccontavo di parolacce e ne parlavo così a lungo che il prete era costretto a buttarmi fuori dal confessionale per sorpassati termini temporali. Mi giustificavo così, non avevo fatto in tempo a confessare il mio peccato più grande.
Il colpo di culo arrivò solo molti mesi dopo. Un giorno il prete aveva fretta, forse ero in ritardo o forse il mio Angelo Custode aveva deciso di prendere in mano la situazione. Fatto sta che il prete mi disse che aveva fretta e che potevo fare direttamente una autoconfessione “mettiti lì e parla con Gesù direttamente, confessagli i tuoi peccati e poi recita tre avemaria e un padre nostro”.
L’autoconfessione diventò allora e per i pochi anni che mi separavano dal mio rifiuto per una qualunque religione, la mia ancora di salvezza. Semplicemente pagavo pegno, nel corso della settimana peccavo e la domenica pregavo.

“amore, non so…che peccati hai commesso?” mi guarda stralunata, che peccati può aver mai commesso una bambina di nove anni?
“ehm…amore vediamo, quali sono i comandamenti?”
“mamma, non rubare, non uccidere, onora il padre e la madre, ricordati di santificare le feste, non desiderare la roba d’altri, non nominare il nome di Dio invano, ama il tuo prossimo come te stesso, non avrai altro Dio all’infuori di me, non commettere atti impuri…..mamma, ma cosa sono gli atti impuri?”
“ti sei lavata per bene i piedi?…ecco, quello vuol dire, che ti devi lavare”
“mi devo lavare? Ma perchè Gesù mi vede anche quando sono in bagno?”
“Certo! Gesù ti vede sempre!”
“Sempre?!?!? e come fa a vedere sempre tutti e poi….cioè mi guarda anche quando faccio la cacca?”
“Beh…si…no…insomma, non divaghiamo! Allora che peccati hai commesso?”
“mah….mamma, non lo so….cioè ieri in giardino ho ucciso una formica, ma non l’ho fatto apposta! Glielo devo dire a Don Paolo?”
“no…direi di no, delle formiche non interessa niente a nessuno, quelle puoi anche sterminarle con la fiamma ossidrica, l’importante è che….. che…… tesoro, ti piacerebbe avere l’astuccio uguale a quello della Camilla?”
“Accidenti! Certo, è bellissimo!”
“Ecco, lo vedi? Hai appena commesso un peccato, hai desiderato l’astuccio altrui!”
“Oddio! Allora devo dire a Don Paolo che mi piace l’astuccio della Camilla?”
“Certo! E poi hai appena commesso un altro peccato hai detto “Oddio” ovvero hai pronunciato il nome di Dio invano e poi …..poi, come siamo messi con onora il padre e la madre? Scommetto che l’altro giorno quando ti ho brontolata perchè avevi sciupato tutta la maglietta nuova, te la sei presa con me”
“beh…un po’ si…cioè mi dispiaceva per la maglietta ma tu ti sei arrabbiata tantissimo e mi hai detto che non potrò andare mai mai più a cavallo….”
“ecco vedi? Hai commesso un altro peccato, non hai onorato il padre e la madre. E siamo già a quattro: commetti atti impuri, desideri la roba d’altri, pronunci il nome di Dio invano e non onori il padre e la madre e ora che ci penso….hai anche rubato, l’ho visto sai che la cioccolata dell’uovo di Pasqua è quasi finita!”
“mamma! Ma non l’ho rubata, l’ho solo mangiata!”
“me l’hai chiesto se potevi mangiare la cioccolata del MIO uovo?”
“no mamma ma….scusa…..ma devo chiederti proprio tutti?”
“certo, se le sottilette le compro io sono mie e tu prima di farti un panino con la sottiletta me lo devi chiedere altrimenti vuol dire che le hai rubate”
“……..”
“ecco, ora abbiamo trovato un sacco di materiale per la confessione”

Poi si dice che uno da grande va dall’analista e gli chiedono di parlare dei genitori….

Una diva da divano

Viscontessa, 12 Maggio 2006

La tipa alla stazione Termini voleva un cappuccino molto caldo. Molto molto caldo. Aveva i capelli tinti e stinti con la forma del cuscino e dopo aver assaggiato il cappuccino ha brontolato perchè non era abbastanza caldo.
Il treno delle sei e mezzo era rotto e così siamo scesi tutti e ne abbiamo preso un altro e alla stazione di Santa Maria Novella non volevano darmi il caffè perchè lo scontrino era già strappato.
Il barista di Termini ha preso il cappuccino e lo ha appoggiato di fronte alla macchina del caffè.
Una signora in tailleur ha chiesto un cappuccino e…..
Ho perso il buono taxi, fermi in piazza di Spagna ho vuotato più volte la borsa e il portafoglio, l’agenda, la piccola trousse con dentro un rossetto e assorbenti esterni e interni, con ali e con zampe.
Poi ho pagato il taxi.
Ho acquistato un paio di scarpe gialle, ho mandato due signore veneziane al Pincio che Villa Borghese era troppo lontano, ho preso una macedonia con un’amica e mi è venuta la nausea in treno. Stavo per vomitare in un sacchetto e al ritorno su un carabiniere in borghese che avevo accanto e che non la smetteva più di parlare. Mi sono addormentata a Firenze non c’erano taxi.

Mi hanno pettinato e microfonato, ho preso il sole parlando con un ospite, un manager finanziario che suona la batteria, abbiamo parlato di traffico. Pensavo che l’argomento fosse il sesso e i sentimenti invece era la registrazione di una trasmissione che andrà in onda la notte e io mi ero vestita da giorno. Se lo avessi saputo prima mi sarei messa il pigiama.
Il giorno e la notte, chi lavora di giorno e segue le proprie passioni di notte, chi vive la notte in maniera diversa dal giorno, chi fa il biologo di giorno e il dj di notte, chi pensa di parlare di sentimenti e parla di notte.
Bello studio, un divano su cui si accomodano gli ospiti, io sto mollemente adagiata su un cumulo di cuscini e vedo gli ospiti di traverso, tenere la pancia dentro mollemente adagiata sui cuscini, mi riesce si e no per dieci minuti, le successive due ore comincio prima ad accasciarmi, poi a scivolare, quindi a rassettare i cuscini come una massaia alle prese con i letti da rifare.
Conducono la trasmissione Tonon e la Cadeo, io sono ai piedi di Tonon stramazzata su questi cuscini con la scatoletta del microfono che dopo un po’ si scalda come una piastra per il pane tostato e infatti mi tosta parte della schiena che rimane nuda a causa del mio scivolare sui cuscini.
Metto in pratica la posizione della gamba accavallata, era tanto che volevo provare ad accavallare le gambe di traverso come la Parietti ma sui cuscini non viene bene soprattutto se calzi un paio di stivali con le borchie e quelle si incastrano tra loro costringendoti ad assumere una posizione innaturale per buona parte della trasmissione.
Due ore circa di registrazione, ci dicono di non guardare il monitor ma nella mia posizione l’unica maniera per guardare gli altri ospiti quando parlano, è quella di fissare il monitor.
Mi sento tanto Loredana Lecciso e sposto rapidamente lo sguardo che finisce sul cameraman che mi sta inquadrando. Mi sento perduta, fortunatamente ho delle punte bellissime e ripiego su quelle.
Non so bene cosa devo dire così la prima mezz’ora mi limito a rispondere alle pochissime domande che mi vengono rivolte, mi impappino sul nome del mio blog (quelle due esse saranno la mia rovina) non ricordo il titolo del mio libro (me lo suggerisce correttamente Tonon) mi chiedono se sono una giornalista e io rispondo che faccio la ragioniera, si parla dell’ultimo libro letto e io non ricordo quale sia quello che ho finito.
Pausa, invece di cinque minuti se possono fare solo tre, giro per tutto lo studio mendicando acqua o caramelle o una gomma da masticare. Poi ripiego su una sigaretta, il cameraman sostiene di avermi già visto, è convinto di conoscermi, penso allo Zecchino d’Oro ma poi mi ricordo che mi hanno scartarono perchè ero troppo stonata. Torno di corsa in studio, la trasmissione riprende dopo una mezz’oretta e io torno a cuccia sui miei cuscini.
Nella seconda parte decido di dare una mano ai conduttori (?) due ore sono lunghe e bisogna che qualcuno prenda la situazione in mano e parli a ruota libera.
Intervengo sulle aspirazioni materne, improvviso sui contenuti del mio blog e sulle origini del mio nick, mentre gli altri parlano cerco le risposte alle domande che seguiranno (sbircio il gobbo e mi preparo) cito Mollica parlando della mia adolescenza (era un caro amico di mio padre e agli esordi della sua carriera viveva praticamente a casa nostra) la cosa del tutto inaspettatamente mi procura dei complimenti. Cerco nella memoria altri nomi famosi, avrei tante cose da raccontare su…. ma poi non ce n’è l’occasione e tutto sommato non è nel mio stile. Le luci cominciano a darmi un certo fastidio e il rossetto alla pesca ha un buon sapore, sprofondo sempre più nei cuscini, parlo sottovoce con il biologo, tiro indentro la pancia, comincio a toccarmi i capelli, alcuni degli ospiti cantano e suonano dei loro pezzi, vorrei fare uno “stacchetto” anche io ballando la danza del ventre tra i cuscini poi Tonon mi chiede che rapporto ho io con la musica e lì devo ammettere tutta la mia ignornaza.
Non farò lo stacchetto, torno a cuccia sui miei cuscini.

All’improvviso finisce tutto, grazie della partecipazione, è stato divertente, ci avevo preso gusto, stavo per chiedere se potevo consigliare alle ascoltatrici la mia famosa ricetta della marmellata di albicocche. Non ho fatto in tempo, peccato.

In onda tra una quindicina di giorni sulla Tv via cavo di Rosso Alice, visibile anche su Internet, mi faranno sapere di preciso quando, non mancherò di informarvi anche se per la ricetta della crostata di albicocche bisogna che abbiate pazienza.
Magari alla prova del cuoco…..

sesso e sentimenti

Viscontessa, 10 Maggio 2006

Ci pensavo l’altro giorno mentre “ragionavo” di regolamenti ippici. Che ne so io di regolamenti ippici? Ovviamente assolutamente niente ma se il niente lo dici con una certa autorevolezza, diventi subito un’opinionista ad ampio raggio.
Un parere sul calcio, sulla letteratura, sulla fisica o sulla crisi del centro destra? basta chiedere e io alzando lievemente il sopracciglio sinistro (che il destro non mi riesce), ti dico la mia.
Per vivere d’altra parte bisogna imparare a bluffare e se non hai avuto l’ardire di impararlo durante i lunghi anni di studio, ti tocca farlo dopo il secondo colloquio di lavoro quando la tua sincerità sul voler mettere su una famiglia con almeno tre pargoletti, non sarà certo premiata dal quello che tu speravi sarebbe diventato il tuo datore di lavoro.
- E’ fidanzata?
Cominciano sempre così e poi intervallando le domande a piccoli deliziosi sermoni sull’affidabilità e l’onestà della mansione che potrebbe esserti affidata, arrivano inevitabilmente a chiederti quanti figli hai intenzione di avere. I più viscidi, poi, si riducono persino a domandarti che lavoro fanno i tuoi genitori e il tuo fidanzato giusto per avere la certezza del fatto che tu abbia veramente bisogno di quel lavoro e che perciò sarai disposta alle peggiori angherie a cui hanno tutte le intenzioni di sottoporti.
Si impara a bluffare. Sei sei donna poi, impari ancora prima e anche se molti, i più ingenui o i più furbi, chiamano la tua ingenuità malizia femminile tu sai che se adesso sei seduto a quella scrivania con il tuo misero stipendio a fine mese, è solo perchè hai saputo usare quella “malizia” per sopravvivere.
Oppure, chiamatela un po’ come vi pare.

L’ho presa un po’ larga.
Tempo fa mi contattarono per una trasmissione sulla Tv via cavo di Rosso Alice, poi non ne avevo saputo più niente ma oggi mentre ero dal veterinario con un alano di kg 82 che pretendeva tutta la mia attenzione (e per farlo mi è saltato addosso sovrastandomi di oltre mezzo metro), mi hanno ritelefonato per chiedermi se venerdì mattina posso essere lì a Roma.
Naturalmente ho accettato. Voi invitatemi ed io ci sarò, soprattutto se posso esprimere una mia opinione su qualcosa e se per farlo devo passare sotto a mani esperte di trucco e parrucco. Esprimere le proprio opinioni, diciamoci la verità, serve a formularsene via via che si vanno enunciando e se sul sesso e i sentimenti ho ancora le idee molto confuse (forse ancor più che su che tipo di trasmissione vado a fare) sento che con questa esperienza potrei imparare qualcosa che di me ancora non so.
Cosa penso del sesso e dei sentimenti io? Mah, se qualcuno me lo dice mi fa anche un favore.

Tanto, per chi fosse interessato, segnalo questo sito di cui avrò poi modo di raccontare meglio.

sandra e donatella…

Viscontessa, 10 Maggio 2006

Io mi ero innamorata di Sandra.
Bionda e aristocratica, aveva mani lunghe e affusolate con unghie perfette di cui non l’ho mai vista prendersi cura.
Le scarpe le teneva dentro alle scatole nel suo grande armadio di camera che sulle ante aveva disegnata una farfalla che schiudeva le ali quando lo si apriva.
Aveva piedi bellissimi, io forse mi innamorai dei suoi piedi ed è forse da allora che ho cominciato a sviluppare il mio complesso per i piedi e la mia passione per le scarpe.
Ragazzine con una vita davanti; feste, fidanzati, amiche, scuola, vacanze e il cinguettar sommesso di quella età.
Ero gelosa di lei, la gelosia che non trovando una ragione valida per esistere, ti resta dentro e si tramuta in silenzi incomprensibili e in musi da “curare” con un’allegria che solo l’amica del cuore sa regalarti.

Donatella  invece girava con la Vespa, soffriva di una leggera acne e si mangiava le unghie. Bella e sorridente non sapevi mai se aveva un pensiero suo o se quello degli altri gli fosse sufficiente.  Il più delle volte rideva e lasciava che gli altri decidessero per lei.
La prima canna ce la siamo fumate insieme, andammo a comprare il fumo in un posto che sapeva un’amica e poi con la pipa di suo padre ci fumammo una canna dentro alla mia Simca1000. Seguì un gelato enorme che si sciolse tra le mani e le risate.

Sandra fumava le mie sigarette e mi raccontava le sue prime esperienze di donna,  io fumavo le mie sigarette e le raccontavo le mie.  D’estate in giardino le davo lo smalto sui piedi e lei mi faceva le mani o la ceretta o il caffè.
Mi diceva che ero bella e una volta mi prestò un bustino con le stecche per andare ad una festa ma le stecche mi si infilavano nella carne e durante la festa fu costretta a levarmelo.

Donatella una volta voleva baciarmi, anzi, volevamo baciarci perché volevamo provare una cosa nuova.
Lei era molto discreta, non raccontava mai niente della sua vita sentimentale ma quando stavamo sdraiate sul letto a fumare la pipa e mangiare gelati,  a volte mi diceva che se proprio avesse dovuto provare, lo avrebbe fatto con me.
Una volta eravamo in spiaggia e lei cominciò a ridere come una matta perché secondo lei avevo il monte di venere molto sporgente e chiedendomi scusa, ci appoggiò un dito sopra. Rise ancora più forte.

Sandra e Donatella diventarono amiche. 
Poi un giorno trovai Sandra che dava lo smalto ai piedi di Donatella.

pizzini

Viscontessa, 10 Maggio 2006

Ecco, la giornata si è finalmente conclusa, ho passato in macchina buona parte della giornata perchè il cane pioveva e sono andata a prenderlo poi sono tornata in ufficio quindi a casa poi a casa di mamma, quindi a portare la bambina a cavallo e poi di nuovo a casa.
Il cane aveva il mal di macchina e sbavava, io avevo il dente avvelenato con il traffico e mi è venuto fuori un canino draculeo (?) che gocciolava sangue.
E la benzina costa. E il cane pioveva.
Il diluvio, oggi ha diluviato tutto il giorno poi quando ti eri convinta che diluviasse, tornava fuori il sole e via il golf, la sciarpa e cose varie.
Stamattina mi sono alzata alle sette perchè alle otto doveva venire l’idraulico.
Mi sono alzata presto dopo aver trascorso una notte in compagnia del mio cane terrorizzato dal temporale e gli occhi mi si sono aperti un po’ così. Uno si e l’altro no, facevano a turno a dormire.
Poi ho preso il caffè, mi sono vestita e fuori è venuto un temporale con la grandine grossa come meloni (vabbè acini d’uva) e allora sono corsa fuori a prendere il pappagallo che dormiva ancora perchè fuori era buio e pensava che fosse ancora notte.
Poi sono tornata dentro e ho rifatto i letti. Non perchè mi formalizzassi con l’idraulico ma perchè non sapevo cos’altro fare e anche l’oroscopo lo avevo già sentito.
Quindi ho fatto un altro caffè.
Poi ho lavato le tazze,
Mi sono truccata.
Ho telefonato a mia mamma.
Ho chiamato uno sconosciuto che speravo fosse l’idraulico e invece era uno che aveva sbagliato numero.
Mi sono intrattenuta al telefono con lo sconosciuto che aveva sbagliato numero e che io ho richiamato pensando che fosse l’idraulico.
Ho portato fuori la nettezza e l’ho divisa per cassonetti.
Ho preso una confezione di cereali quasi finita e ho finito i cereali.
Poi sono tornata fuori a buttare la confezione. La scatola nel cassonetto per la carta e il sacchetto di plastica nella campana per il vetro.
Nella campana per il vetro c’è scritto che si può buttare bottiglie di vetro ma anche di plastica.
Così ci ho buttato il sacchetto.
Ma mi son chiesta ancora una volta, cosa mai ricicleranno di vetro e plastica insieme.
Sono tornata dentro.
Sono uscita in giardino, volevo innaffiare ma pioveva, c’era un temporale e allora sono tornata dentro.
Ho aperto il frigo ma l’ho dovuto richiudere, un asparago inferocito mi ha minacciata di morte violenta.
Ho chiamato in ufficio ma non mi ha risposto nessuno.
Poi finalmente mi ha chiamato l’idraulico. Siamo in ritardo, ha detto, e io ho acceso il computer.
Quando sono arrivati e hanno invaso i miei bagni, mi scappava pipì così forte che non sapevo dove farla né dove trattenerla.
Sono uscita, ho lasciato il cane piovoso a casa insieme all’idraulico che perdeva acqua, il geometra che non so e la filippina che stirava.
In ufficio sono arrivata alle undici e ho tutto il giorno mail che oggi la gente aveva un sacco di cose da dirmi e io ho risposto un po’ a caso, a te si e a te no. Così, tanto per.
Alle tre sono tornata a casa alle tre e mezzo sono tornata in ufficio alle cinque sono tornata a casa alle sei a casa di mia mamma alle sette a cavallo alle sette e mezzo a casa e una confezione di fagiolini mi ha inviato un pizzino per scongiurarmi di pulirli per cucinarli.
La pipì però l’ho fatta, anzi ne ho fatte diverse anche se adesso non saprei dire esattamente dove e il cane piove ancora e dorme stravolto in un qualche posto della casa.
Ha fatto molte pipì anche lui.

Volevo dire una cosa ma la dico domani.
Forse.
Se non mi scappa pipì.


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