Otto

Viscontessa, 30 aprile 2006

Stanotte è morto Otto.
Addio amico mio.

incrostazioni

Viscontessa, 28 aprile 2006

E’ passato circa un anno, un anno fa mi domandavo cosa sarebbe stato di questo fine aprile del 2006 e mi chiedevo se questo fine mese sarebbe stata l’occasione per ricordare i miei animali.
Pensavo che sarebbe passata, e pensavo che le azalee ancora lì nella loro fioritura primaverile, mi avrebbero ricordato qualcosa che avevo messo da parte e che invece non si è mai spostata da quell’angolino di cuore dove l’avevo messa un anno fa.
Non c’è più malinconia, non c’è più malinconia nei miei post né gioia, forse perchè nei miei post non c’è più la vita che adesso scorre regolare come quella di un fiume di città.
Invecchiare forse vuol dire un po’ questo, si smette di crescere e si comincia ad invecchiare quando le gioie e i dolori sono più tenui e quando ogni nuovo dolore è una sensazione già provata che non ti strappa più lacrime ma si annida in una profondità ancor più cupa del cuore.
Il cuore se ne va via così, a pezzetti, cominci a svenderlo come loculi di un cimitero per seppellirci un ricordo e poi un altro e un altro ancora e poi un giorno ti accorgi che lo spazio rimasto per il prato è un po’ in penombra. E ti rendi conto all’improvviso che quello è anche il giorno in cui stai cominciando ad invecchiare.

Emma.
Era un anno che non scrivevo il suo nome e al solo digitarlo sulla tastiera mi torna quel nodo in gola che tenevo nascosto dentro al cuore. Sono rigurgiti di dolore, come rigurgiti di latte di un neonato la cui presenza ti aiuta solo in parte a ricordarti che la vita ha una scadenza.
Emma ed Ernesto e Gatto se ne sono andati più o meno insieme la primavera di un anno fa e di quel periodo ho il ricordo vivido di una me stessa che fragilissima come un cristallo, temeva che il suo dolore per la morte di un cane e due gatti, non potesse essere compreso dal mondo.
Un dolore da tenere stretto stretto come un gatto di notte.

Domani, non so perchè ma questa cosa mi frulla in testa da giorni, vorrei pulire la casa. Non una pulizia superficiale ma tende e tappeti stesi al vento, cera sui mobili e persiane lustre.
Pulire, pulire, pulire, a volte si fanno cose stupide come pensare di potersi pulire dalle incrostazioni dei loculi cardiaci.

La signora dell’anello

Viscontessa, 28 aprile 2006
Ieri sera mentre scalza mi dirigevo verso il ripostiglio dove stanno le scarpe, ho pestato il vomito del gatto. Al buio ho appoggiato il piede nudo al suolo e ho sentito il viscido e il caldo di una scatoletta da gatto vomitata.
Non ho fiatato, l’orrore era talmente tanto che non ho trovato la forza di urlare e mentre mi chiedevo se fosse il caso o meno di perdere i sensi, con il rischio di svenire su altro vomito, mi sono diretta a zoppino verso il bagno per ficcare il piede sotto al bidet.
Orrore e raccapriccio, per quanti tu possa lavarti un piede in quelle condizione, per ore continui ad avere la sensazione che qualcosa ti sia rimasto tra le dita del piede e anche dopo molto tempo continui all’improvviso, come colta da un raptus, a sfilarti il calzino e controllarti il piede, allargando a dismisura tutte le sue ditina e ficcandoci dentro la testa in cerca di qualche residuo maleodorante. – Mamma! Ma che fai? – Niente amore – mentre con il piede in mano ti senti colta in fallo come se ti stessi scaccolando – mi sembra di sentire della roba appiccicosa sotto al piede!.
Comunque il piede per ora l’ho messo in quarantena e il gatto vomitoso in giardino.

Siccome però esiste un Dio delle Città che non so se si occupi dei derelitti, ma di sicuro ha un occhio di riguardo per chi come me pretende di tenere in città uno zoo da campagna, al piede inzaccherato è seguito a ruota un altro episodio che mi ha riconciliato con il mondo.
Io non so come state messi voi a premonizioni ma fatto sta che ieri, mentre nel traffico cercavo qualcosa a cui pensare, mi è venuto in mente che mi sarebbe piaciuto tanto, ma tanto tanto, scrivere un post il cui titolo fosse “la signora degli anelli”. Non tanto per il post che ancora non sono a questo livello di perversione, ma perché diverso tempo fa ho perduto un anello a cui tenevo molto e speravo che il cambio degli armadi portasse con se anche quell’anello che speravo fosse rimasto in un abito della stagione precedente.

Invece le cose sono andate così, mentre con l’orrore ancora dipinto in volto correvo con il piedino fetido  in cerca di un calzino in cui nascondere il moncherino, sono inciampata nel tappeto e il mio occhio è finito sotto alla televisione che evidentemente e lì sotto c’era il mio anello.

Adesso ho un piede in quarantena, un gomito dolorante e un gatto che vomita, ma in  compenso, al mignolo della mia mano destra, ho la mia fascetta in oro e brillantini a cui tenevo tanto.

Blog del blog

Viscontessa, 27 aprile 2006
Attenzione, questo non è un post ma un esperimento scientifico che vuole dimostrare come la blogsfera non solo sia viva e attiva come un fermento lattico, ma come addirittura possa essere sviluppata una contemporaneità degli eventi atta a favorire quella rete di informazione e comunicazione propria del mezzo.
Stamattina io e Tittyna, comunicando telepaticamente, pubblicheremo un post in contemporanea che pur affrontando argomenti diversi, rappresentano le molteplici facce dello stesso poligono e il fatto che sia un poligono, avviso al pubblico, non autorizza i più a spararci contro.
Vabbè, sto divagando, tra le altre cose si ragionava sul fatto che la gente ultimamente scrive molto e legge poco e io, in qualità di rappresentante dei grafomani della rete, avevo promesso un atto di denuncia del fenomeno che mi vedeva coinvolta in prima persona con un post brevissimo sulle stagioni.
Non esistono più le mezze stagioni.
Vi piacerebbe è che fossi così breve? Macchè, era solo uno scherzo e adesso bando alle ciance e passiamo alle cose serie.

Allora da un’attenta analisi della depressione primaverile accompagnata dal sonno e dall’esplosione di ogni disturbo fisico personale, (vedi allergie, dolori e unghie incarnite) ne ho dedotto quanto segue. Le mie deduzioni, ovviamente, sono riferibile al bioritmo della blogsfera.
 
A gennaio c’è da smaltire le festività natalizie e la blogsfera langue tra panettoni mal digeriti.
A febbraio si scatena la depressione invernale, post melanconici da taglio delle vene.
A marzo ha inizio la fioritura primaverile di idee che di solito si manifesta con l’apertura di nuovi blog multiautore a tema.
Ad aprile i fiori sono già secchi, aprile dolce dormire e i blogger ciondolano svogliatamente tra blog
A Maggio le idee in fioritura a marzo, acquistano nuovo vigore, ma molti fiori sono stati spazzati via dal vento primaverile e solo i più robusti si trasformeranno i frutti
A giugno i blogger sono tutti più individualisti e più rilassati, basta con le comuni e le idee strepitose, a giugno si respira un clima vacanziero e amichevole.
A luglio un nuovo colpo, molti vanno in vacanza , quelli che restano sono già in vacanza con la testa e sulla blogsfera  una nuova ondata di eccitata depressione colpisce i blogger inchiodati ancora in città
Ad agosto blog mio non ti conosco anche se sul finire del mese, qualcosa comincia a rianimarsi ma il bermuda regna ancora sovrano
A Settembre strascichi di agosto, qualche idea che fiorisce fuori stagione e centinaia di nuovi blogger che si affacciano sulla blogsfera per sparire qualche mese dopo quando hanno dato fondo alle idee che tenevano nel cassetto da qualche tempo.
Ottobre è un mese serio, grandi temi politici e sociali cominciano ad affacciarsi sulla blogsfera ma è solo nella prima parte di novembre che il fenomeno raggiungerà il suo culmine.
La seconda metà di novembre, invece sarà già dedicata alle prime considerazioni sul natale da cui tutti i blogger sosterranno non volersi far coinvolgere per trovarsi poi in pieno Dicembre a decorare il proprio blog con palle di natale e slitte di neve.
L’anno si concluderà con la famosa letterina a babbo natale e i buoni propositi per l’anno nuovo.

Rosa di Gerico

Viscontessa, 26 aprile 2006

A dire il vero, guardando il mio blog oggi, mi è venuta un po’ di malinconia.
Sarà che poi piove e ho comprato una Rosa di Gerico che non appena si stava aprendo nel suo piattino con l’acqua, si è subito richiusa quando il gatto si è bevuto tutta l’acqua.
Insomma, me ne stavo qui come la Rosa di Gerico, ero tutta arricciata su me stessa in attesa che piovesse abbastanza per sbocciare e mettere radici. Rotolavo nel deserto, scura e cupa, sospinta dal vento carico di sabbia quando ad un certo punto ha cominciato a scendere una pioggerellina fina e io ho tirato fuori prima un rametto e poi l’altro annusando l’aria fresca dell’acqua.
Certo non sono una rosellina di primo pelo ma le rose di Gerico più invecchiano e meglio sono. Fioriscono con l’acqua e poi si ritirano col secco e se proprio non sei in vena di rose e fioriture, la palla arricciata la conservi in un cassetto con i fazzoletti di pizzo.
In ufficio non avevo voglia di fare niente ma anche a casa non avevo voglia di fare niente e non avevo voglia di fare niente per la strada o altrove e anche il nel mio blog non avevo voglia di fare niente e il niente che non avevo voglia di fare, era nascosto così bene tra i rametti arricciati, che quasi nessuno se n’è accorto.
Ciò nonostante avevo detto che da oggi mi sarei trasferita sul blog di Grazia per una settimana ed è stato lì che, memore di quando tutta arricciata correvo per il deserto, ho tirato fuori un vecchio rametto a cui ho dato una sistemata. Me ne stavo di là, insomma, con tutti i rametti che sotto l’acqua prendevano vita e rischiavano di esporre impudicamente il niente che tenevo ben protetto al mio interno. Poi mi son detta che niente non vuol dire niente e prima di sbocciare del tutto per mostrare al mondo il niente che non vuol dire niente, ho pensato che fosse un’idea ripassare da casa ovvero dal mio blog a vedere se avevo annaffiato le altre piante. Quelle che luce ma non sole diretto, caldo ma non troppo, fresco ma non troppo, concime ma moderatamente, rinvasare solo se, annaffiare alla bisogna, parlarci ogni giorno. – Ma lei ci parla con i blubi? – mi ha detto oggi uno che vendeva bulbi dall’Olanda al mercato dei fiori – Mah! Ci ho provato, ma quelli stanno sotto terra e non riesco a capire in che direzione devo guardarli!.
Così, piccola rosa di Gerico con i suoi rametti freschi e il suo niente nello stomaco, sono ripassata di qua dove ho trovato il deserto. Non che meriti sontuosi giardini fioriti, son rosa del deserto, ma, porca miseria, mi son detta con quel rametto che spuntava di là, ma vuoi vedere che gli altri pensano che abbia le spine?
E mentre mi controllavo il fusto per vedere se mi eran spuntate le spine, mi sono accorta che, porca miseria, se esiste una giornata mondiale del lucker, io oggi ho battuto ogni record.
Un numero impressionante di spettatori che son venuti a vedere come fioriscono le rose di Gerico.
Invero, sarò sincera, più che una rosa di Gerico mi son sentita il pesce di un acquario.


stalloni

Viscontessa, 25 aprile 2006

Ne ho dedotto, dal fatto che fossero in offerta, che le patatine all’aceto balsamico non abbiano avuto un gran riscontro di pubblico nonostante io le trovi strepitose.
Insomma, mi son seduta qui con il mio sacchettino di patatine all’aceto balsamico ripensando a stamattina quando è scappato lo stallone.

Avevo portato mia figlia a cavallo in un luogo che in giornate così invoglia il relax materno sulle sdraio sotto al gazebo, e infatti, ancora in preda al convenevole del giorno di festa quando le camicette bianche e gli occhiali da sole invogliano ad indugiare sui saluti, avevo già adocchiato un luogo adatto alle mie esigenze di ippomamma in attesa della lezione della sua cucciola.
Ad un certo punto, mentre i bambini montavano a cavallo e le mamme stazionavano un po’ ovunque, si è sentito un gran rumore alle nostre spalle e poco dopo, prima che vi fosse il tempo materiale di accorgersi cosa stava succedendo, un inserviente rumeno che correva nella nostra direzione, ha cominciato ad urlare “attenzione c’è stallone libero!”. Poco dopo, mentre nella nostra mente prendeva forma il rumore che era quello del cavallo che disarcionato il cavaliere saltava una siepe, si è sentito un gran rumore di zoccoli sulla ghiaia e un attimo dopo è apparso lo stallone ancora sellato in un galoppo scomposto e pericoloso che non si è arrestato neanche quando, raggiunto l’asfalto, l’animale è scivolato sugli zoccoli ferrati e le zampe di dietro sono finite al suolo in una posizione scosciata da pollo alla griglia, invero piuttosto ridicola.
Insomma, mentre il rumeno continuava ad urlare “attenzione! Attenzione! È scappato stallone” la bestia a riacquistato quel minimo di virile dignità che gli compete e ha ripreso la sua folle corsa dirigendosi verso il vivaio dove è stato riacciuffato parecchio tempo dopo.
Le battute, naturalmente, si sono sprecate, non appena Sabrina ha detto che si sarebbe fermata a pranzo al club nessuno è riuscito a trattenersi dal sottolineare il nesso tra la sua decisione e lo stallone libero Ne è stato possibile trattenersi dal ridere sguaiatamente quando l’Angela, l’istruttrice di cavallo, ha mostrato alcune perplessità sulla sua precedente idea di spostare la lezione sul campo in erba. La descrizione degli scenari apocalittici dello stallone che saltava la siepe e tentava di ingropparsi tutte le cavalle e i cavalieri che vi stavano sopra, ci ha tenute impegnate per diverso tempo.

Così, giunta alla fine del pacchetto di patatine all’aceto balsamico, mi è tornato in mente quando una mattina di diversi anni fa, vestita di tutto punto per andare in ufficio, lo strano nitrito dello stallone che tenevamo nel paddock sotto casa, mi costrinse ad affacciarmi di corsa dalla finestra di camera dalla quale lanciai un “oh mio dio!” che risuonò per tutta la vallata. Lo stallone, infatti, saltando la sua recinzione, si dirigeva al galoppo verso la cavalla, sguainando la sua lunga spada .
Fu un tutt’uno, mi precipitai giù dalle scale e poi di corsa nel paddock pieno di fango che arrivava alle ginocchia ma una volta giunta in prossimità dei cavalli, mi resi conto che la mia presenza non solo era del tutto inutile ma rischiavo io stessa di essere coinvolta in una specie di amplesso dal quale non ne sarei uscita viva.
Lo stallone infatti stava sopra alla cavalla che con lo sguardo terrorizzato mi supplicava di fare qualcosa, e io impotente di fronte a tanta vitalità e consapevole che niente è in grado di arrestare l’istinto, pensai di invitare educatamente lo stallone a scendere dalla cavalla “Iasis!” cominciai con tono autorevole solo leggermente velato dal terrore “scendi di lì! Lo vedi che lei non vuole? Dai su non fare lo scemo…cioè dai ti prego…per favore…scenderesti di lì? Dai su che se scendi ti do un po’ di fieno e…e…ti do le carote, le vuoi le carote?…”
Una scema vestita da città in mezzo al fango fino alle ginocchia che chiedeva cortesemente ad uno stallone di non ingropparsi la cavalla promettendogli in cambio mele e carote……..

e adesso che faccio?

Viscontessa, 25 aprile 2006

Quasi quindici anni fa decisi per la prima volta di iscrivermi in palestra, non una palestra qualsiasi ma la palestra più bella della città che tra l’altro era a pochi metri da casa mia.
Tre giorni dopo aver lasciato un cospicuo assegno per l’iscrizione completa per un anno, piscina inclusa, mi venne un dolore alla spalla destra che tuttora mi porto dietro.
Mi è stato detto che era una periartrite e poi la cervicale e quindi un dolore reumatico e infine colpa della tiroide che solo molti anni dopo ha cominciato a non funzionare più come si deve.
Nel frattempo, qualche anno dopo, anche la spalla sinistra, anche se in forma minore, mi ha creato gli stessi problemi e a distanza di anni, dopo aver fatto tutte le analisi comprese quelle per le malattie genetiche come la sclerosi multipla, il lupus, l’artrite reumatoide ed altro, continuo a portarmi dietro questi dolori.

Poi una mattina mi sono alzata e non aprivo più la bocca. Un dolore lancinante alla mandibola mi consentiva un’apertura così ridotta, che anche solo mettere in bocca un cucchiaino mi creava un problema. Altre analisi, altre teorie compresa quella che avessi una soglia del dolore molto bassa, altri tentativi falliti dopo l’agopuntura, le infiltrazioni, la pranoterapia, fisioterapia, chiropratica, elettrostimolazione e via dicendo. La bocca da allora è migliorata ma non ho più riacquistato l’apertura mandibolare di una volta. In sintesi, parlo benissimo ma il sesso orale mi crea dei problemi.

Questi in poche parole i miei problemi di salute conditi da altri dolori periodici alle articolazioni come le ginocchia o i gomiti, e da una tiroide che come migliaia di altre, non fa più il proprio dovere.

Stamattina me ne stavo in un dormiveglia nel quale mi ero premurata di cambiare il finale di un sogno. Stavo in ufficio da sola ma non era il mio ufficio ma la mia casa di bambina che però non era in centro ma isolata in mezzo alla neve e mentre tiravo su un sacco di abiti di cui disfarmi, finivo per sporcarmi le mani di una cacca di cane che non mi era familiare e che per questo mi faceva davvero molto schifo. Tirando su il sacco sporco di merda ho sentito crock al collo e il crock era del tutto reale tant’è che mi sono alzata con questo dolore sulla parte sinistra del collo.

Temo, per questo, di aver ciondolato sulla sinistra tutto il giorno per cui stasera, con ancora un leggero dolore sulla parte sinistra del collo, ho la spalla sinistra terribilmente dolorante. Il dolore alla spalla si accuisce con l’immobilità e così mi sbraccio, mi tiro, mi muovo, roteo nell’aria, mi piego, mi alzo, giro, abbasso, metto dietro e metto davanti ma il dolore non passa e non posso andarmene a letto con questo dolore.
D’altra però è tutto il giorno che sono stanchissima e che mi gira la testa, sono svogliata e ciondolante ma non ho sonno e questo dolore alla spalla mi impedisce comunque di andare a letto.

Ecco, dopo tutto ciò mi chiedo, ma che accidenti faccio adesso? Me ne vado in giardino a fare un po’ dorsali attaccata al ramo dell’albicocco?

cambio degli armadi

Viscontessa, 23 aprile 2006

- Amore dove sono i miei calzini?
- Cuoricino, nel solito cassetto dove sono da dieci anni
- No, dicevo dove sono i calzini che avevo messo per andare in moto la settimana scorsa?
- Giuggiola, dove li avevi lasciati?
- Amore, qui per terra e non ci sono più!
- Ah quei calzini!?!? quelli che avrei dovuto lasciare per terra per una settimana
  intera in attesa che tu li rimettessi?
- Ma li avevo portati solo quattro ore! Erano praticamente puliti!
- Carciofino, e che lasciavamo i calzini usati per terra per una settimana in attesa che tu
  li rimettessi? si saranno stufati di aspettarti e saranno andati a farsi una lavatrice
- In lavatrice!?!? e adesso cosa mi metto?
- Un altro paio di calzini rognoncino?
- Un altro paio!?! e dove li trovo?
- Cuoricino, nel solito cassetto dove sono da dieci anni
- Certo! Nel solito cassetto pieno di calzini..e io come faccio a riconoscere i
  miei dai tuoi? è possibile che non possa avere un cassetto tutto mio per i calzini sportivi?
- Fegatello mio, hai tre cassetti per la camice, uno per le maglie sportive e uno
  per la biancheria, hai un cassetto per le mutande e uno per i calzini eleganti,
  nell’unico cassetto dove non c’è roba tua, ho messo tutti calzini  di spugna insieme,
  tanto li compri tutte le settimane da Mustafà a quindici euro al paio e sono tutti
  della stessa misura.
- Avresti il coraggio di lamentarti dei cassetti? Ma se l’armadio è tutto tuo! Io guarda
  ho solo due ante e qualche cassetto! Per non parlare delle scarpe! la scarpiera
  è piena di scarpe tue!
- Lucertolina, io avrò buona parte dell’armadio ma se per esempio tu non
  avessi cinque caschi integrali per andare in moto, le mie scarpe potrei tranquillamente
  metterle nel mobilino dove tu tieni i caschi e i tendi scarpe, sai quanti tendi scarpe hai?
  10! e sai perchè stanno nel  mobiletto dei caschi? Perchè hai solo cinque paia di scarpe
  e a proposito,  sai cosa ci sta nelle ante superiori del tuo armadio?
  Mica roba mia come tu credi, ma tutte le tue maglie da bici!  
- Bici? Ma se non vado più in bici da anni, che le tieni a fare le mie maglie?
- Caccolina, io tengo le tue maglie?!?! l’ultima volta che ho tentato di disfarmene hai
  cominciato a piagnucolare come bambino perchè proprio quella maglia lì l’avevi
  vinta non ricordo dove e quell’altra te la aveva regalata tizio e quell’altra ancora era
  abbinata alla tua vecchia bici da corsa!
- ah…vabbè ma non possiamo metterle tutte in una scatola e metterle via?
  magari in cantina o in soffitta…
- Fistola, in cantina ci sono le tue bici, i tuoi scii, i tuoi pattini, i tuoi stivali da cavallo,
  i tuoi scarponi da scii, la tua tastiera con amplificatore, le tue coppe.
  In soffitta invece ci sono cinque selle da cavallo, le manopole riscaldate per la moto
  i tuoi anfibi di quando facevi il militare, i tuoi scarponi da trecking, i sottosella dei cavalli,
  i finimenti, il saxofono, e le borse da moto.
- Vabbè mica posso buttare via tutta quella roba!
- No certo, ulcerina mia, ma potremmo cercare di sistemare meglio il tutto,
  per esempio si potrebbe cominciare con il sistemare gli armadi, tanto bisogna
  fare il cambio degli armadi, anzi, pensavo domani di cominciare a tirare giù un po’
  di roba e….mi dai una mano?
- Ehm…vorrei, vorrei ma proprio domani ho fissato un giro in moto con Antonio e,
  come faccio a dirgli di no?
- Già, brufolino mio, allora facciamo che tanto per cambiare faccio da sola ma se
  poi ti sento chiedermi dove sono le tue mutande  o lamentarti perchè i tuoi calzini
  sono sono divisi per colore, giuro che prendo tutti i tuoi caschi e ci faccio
  pisciare dentro dai cani!







ossimori e anacoluti

Viscontessa, 21 aprile 2006
La targhetta in ottone fuori dal portone recita “in questo condominio non è gradita la pubblicità anonima”, un ossimoro: la pubblicità per sua natura non può essere anonima per cui ne deduco che nelle intenzioni dei condomini, si volesse chiarire il concetto che nessuno ha voglia di andare ad aprire la porta per trovarsi la cassetta della posta intasata da pubblicità destinata a tutti e nessuno in particolare.
Gli altri condomini vicini hanno scelto la cassetta porta pubblicità fuori dal portone ma si vede che questo condominio nel chiarire l’ovvietà, voleva distinguersi per classe e raffinatezza. La cassetta porta pubblicità è più brutta e più ingombrante, la targhetta invece, dovrebbe forse scoraggiare l’indianino che gira con il carrello della spesa a consegnare volantini del discount per 15 euro al giorno, a fermarsi presso il loro condominio, rispettoso dei desideri condominiali altrui e soprattutto ben impressionato da quell’invito elegante a non rompere.
Io me li vedo, anzi li vedo tutti i giorni, ora che il sole ha finalmente fatto capolino tra le nuvole, i vecchietti del quartiere hanno finalmente tirato fuori la testolina ripiegata dai loro appartamenti. Mano per la mano con la loro badante di colore, vanno ad acquistare il giornale e quel po’ di cibo che serve a nutrirli.
Ce ne sono decine, camminano lentamente in su e in giù per il marciapiede e all’ultima riunione di condominio a cui hanno partecipato, me li vedo, hanno chiesto all’amministratore di prendere provvedimenti contro quel via vai di gentucola che rovina il decoro del loro palazzo con pubblicità “anonime”. 
Loro, piccoli, gobbi, con i loro bastoni rumorosi, la camminata strascicata e la pelle rugosa e odorosa di naftalina. Loro il cui decoro non risiede certo nell’aspetto fisico.

Vicino a casa di mia mamma, invece, hanno ristrutturato un vecchio magazzino da cui ne hanno ricavato decine di piccoli appartamenti. Un bel lavoro, corte comune in cotto fiorentino e inferiate in ferro battuto alle finestre, un bel cancello di entrata e lampade in stile. Ciò nonostante i condomini dello stabile di mia madre non sono contenti.
Anche loro escono spesso con la badante di colore tenuta per mano, fanno la spesa nei negozi sotto casa e poi raggiungono il Lungarno all’altezza del Consolato americano dove le autorità hanno chiuso le vie che lo circondano. Un pezzo di Firenze in mano agli americani che sorvegliano e pattugliano tutta la zona circondata da fioriere di cemento.
Mia mamma ha ricevuto una lettera.
In base a non so quale regolamento condominiale o legge, è vietato praticare il meretricio negli stabili del quartiere (un tempo tutti della stessa proprietà e quindi regolati da un unico regolamento condominiale).
Le rammentavano il regolamento pregandola di apporre la sua firma sotto alla lettera affinchè fosse ribadito il concetto e i nuovi appartamentini appena finiti, non finissero in mano a prostitute senza scrupoli.
Appartamenti così piccoli, d’altra parte, non possono che essere luoghi peccaminosi ove la lussuria regna sovrana.
E su questo, vi lascio con l’anacoluto mentale della deduzione illogica.

Dolce primavera

Viscontessa, 20 aprile 2006
Martina non sarebbe stata diversa neanche se ne avesse avuto la possibilità.
Le piaceva quella sua malinconia che aveva il colore del mare d’inverno e le piaceva quella sua solitudine senza compromessi che leniva solo di tanto in tanto con conoscenze occasionali di cui non ricordava neanche il nome.
Era nata grassa Martina, ma non di quel grasso lieve che ricopriva le cosce delle sue coetanee ma di  un grasso greve e ingordo che si mangiava impertinente ogni angolo del suo corpo. Era nata grassa e aveva vissuto con quel suo grasso fin da piccola nonostante i suoi genitori avessero fatto di tutto per eliminare quella parte di lei così consistente. Ricordava la fame nera di stagioni intere e i ricoveri, le analisi, gli psicologi e i medicinali che per alcuni periodi la inebetivano a tal punto da pensare che la sua fame fosse solo un sogno e la sua sazietà realtà.
Era nata grassa Martina e fin da piccola aveva subìto con rassegnazione tutti i tentativi di chi le stava intorno di eliminare quella parte di lei così consistente da essere parte integrante di se stessa, come una mano, o un occhio o una parte del suo cervello. E aveva subìto le umiliazioni, le mortificazioni e le preoccupazioni di chi vedeva in quel suo grasso una menomazione fisica o un pericolo.
Era cresciuta così Martina, era cresciuta senza mai riuscire ad avere con il cibo un rapporto normale e non per sua volontà, ma per la volontà altrui che privandola di un sano rapporto con il suo istinto di nutrirsi, le faceva pesare quella che ad un certo punto fu definita con rassegnazione una disfunzione ormonale incurabile.

Bella Martina con i suoi occhi color mare infossati in quel volto tondo ricoperto da capelli neri come il male, bella Martina e il suo entusiasmo che si era andato spegnendo negli anni fino a quando l’altrui battaglia con il suo grasso fu perduta e dimenticata lasciando spazio ad un compatimento che la mortificava ancor di più.
Bella Martina quando dietro ad un monitor conobbe quella se stessa che non era mai stata e che gli altri si aspettavano diventasse, bella nelle sue notti in chat quando il grasso si scioglieva sulla tastiera e lei era finalmente quella donna bellissima che nella realtà rimaneva affogata nel suo grasso.
La bella Martina e le sue abbuffate che rimanevano nascoste, bella e dolce Martina che la prima volta che si fece coraggio e decise di incontrare uno dei suoi tanti corteggiatori virtuali, rimase sotto la pioggia ad aspettare Lupo Solitario che non si fece mai più trovare.
E bella Martina l’amica grassa e dolce, fuori da ogni competizione amorosa e dentro ad ogni cesso per vomitare cibo rancore.

Martina amava quella sua pacata solitudine tradita solo dal colore del mare dei suoi occhi che nessuno si prendeva la briga di guardare. Amava la solitudine e la sazietà del cibo che le era stato negato e poi concesso come si concede una sigaretta ad un condannato a morte, e amava cibarsi fino a star male e poi digiunare fino a svenire.
Amava quel suo corpo che non voleva piegarsi alle sue volontà e odiava il cibo che non aveva coraggio di imporsi alla mole del suo fisico.

Ama e odia Martina, ora ama e odia così intensamente che chi ha avuto l’occasione di incontrarla senza mai guardarla nel profondo dei suoi occhi, ne è fuggito spaventato domandandosi perchè una donna così bella e così intelligente sia animata da quel fuoco di ghiaccio che divorava ogni sentimento.
Ama e odia Martina, ora odia quel suo fisico asciutto e snello e ama il cibo che divora solo di tanto in tanto come una bestia affamata.

Era successo senza che lei se ne rendesse conto, un giorno aveva conosciuto Bibo uno zoppo che sulla chat non aveva mai parlato di quella sua deformità. Bibo la cui dolcezza si era sciolta come neve al sole non appena l’aveva incontrata, Bibo che si era preso gioco di lei chiamandola “cicciona schifosa” nel momento in cui lei si stava innamorando di quella sua gambetta deforme.
Bibo che le aveva sputato in faccia mentre lei per la prima volta in vita sua, stava cucinando per qualcuno, Bibo che fu finito con una coltellata al alla schiena mentre sanguinante e terrorizzato si avviava pericolosamente verso il telefono….
Bibo.

Poi, dopo un primo momento di orrore e smarrimento, Martina si era inchinata su quel cadavere ancora pulsante di vita e aveva cominciato a baciargli la gamba zoppa e poi a leccarla e leccarla fino quando i suoi denti, senza che lei se ne rendesse neanche conto, erano affondati nella carne ancora calda di Bibo.
E non seppe mai se fu l’aroma caldo del sangue o il suo dolore trattenuto a lungo per così tanto tempo che la costrinsero a continuare e ad assaggiare  prima il suo fegato e poi il suo pancreas e un morso all’anca, uno al testicolo e poi un dito e il cuore e il cervello, e non seppe mai quanto durò quel suo rito di iniziazione grondante sangue:  forse giorni o mesi.
L’unica cosa che ricordava bene era che non riusciva più a smettere, vomitava e ricominciava più ingorda e più avida di prima, per un certo periodo perse anche i sensi risvegliandosi poi tra le sue feci acquose e il suo vomito sanguinolento ma neanche le osse di Bibo sopravvissero a tanto furore e quando qualche tempo dopo con i denti rotti, le unghie spezzate e il vomito rappreso sul viso si fermò, si rese conto di essere per la prima volta sazia e felice in vita sua.

Da allora Martina ha cominciato a dimagrire e il cibo ha perso per lei ogni interesse, si nutre solo saltuariamente quando il suo fisico lo richiede e per fare ciò torna su una chat, una chat qualsiasi dove procurasi il cibo….

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