attenzio, post comunicativo, novità assoluta per questo blog!

Viscontessa, 10 Marzo 2006

Cerchiamo di dare un senso a questa giornata e a questo blog.

Dunque, mi sono accorta che sono poco comunicativa, scrivo scrivo ma non comunico mai niente e questo mi fa pensare che forse dovrei smettere di scrivere.

Poi ci ho pensato ieri e mi son detta che se proprio volevo e dovevo mettermi il muso per così poco, potevo anche continuare a scrivere.

Però, mi sono fatta un patto, mi son detta che dovevo piantarla di raccontare fatti insignificanti della mia esistenza. Certo volendo si potrebbero raccontare tante cose, ma non è questo quello che conta in questo momento per cui se la mia vita non è quella di una star che vive tra mille tormenti lavorativi e amoroso, non posso farci un bel niente.

Io ho il problema molto diversi tipo come fare a convincere la pappagalla ad una alimentazione più sana ed equilibrata. Il problema per chi legge è insignificante ma io quello c’ho e non posso farci niente. D’altra parte i grandi problemi esistenziali che vanno dal domandarmi cosa ci faccio io su questo pianeta, al chiedermi se sia sempre una fortuna cavarsela in ogni circostanza, sono quel genere di quesiti che ti costringono a riflettere e io di riflettere non ho alcuna voglia.

La troppa riflessione uccide e non si è mai sentito parlare di un “riflettore” sereno. Neanche lo specchio del bagno.

Dicevo quindi che stufa di tutto ciò, avevo deciso di concedermi una chance diversa ma la politica e l’attualità mi rattristano per la loro incapacità di aggiornarsi e la letteratura e la tecnologie non sono materie su cui mi possa muovere con disinvoltura.

E allora che resta? Voglio dire, cosa resta a parte il sesso o il presunto tale da mostrare con immagini che io non posso pubblicare? Cioè non è che potendo pubblicarle metterei la foto nuda della mia spalla invitando i commentatori ad indovinare quanto la sventurata la si possa definire zona erogena, ma magari potrei inventarmi lo sguardo assassino e lo stacco di coscia da urlo, parlando di argomenti che in qualche maniera rientrano nella sfera sessuale.

Sto divagando, divago perché mi diverto a scrivere e lo faccio anche in maniera spropositata e disordinata senza mai seguire un filo logico nei miei post. Chiunque passi di qui non sa mai cosa aspettarsi se non la lunghezza di quello che eventualmente si accingerà a leggere.

Argomenti, trovare argomenti nuovi che mi consentano di far scivolare le dita sulla tastiera come fosse un compito quotidiano. Che poi lo è e non tanto perché il blog fa figo, ma perché è un ottimo modo a volte per mettere ordine e a volte disordine nei propri pensieri.

Dicevo quindi che però, ho la sensazione che il mio blog sia poco comunicativo, per natura ho sempre preferito la mia strampalata solitudine alla compagnia a tutti i costi e questo nel blog si traduce in una sequela di monologhi senza fine che non tendono ad inserirmi in un gruppo di amici virtuali ma mi portano al giro del caseggiato per tornare sempre di fronte al mio portone.

Ora però che ho imparato a conoscere ogni mattonella del marciapiede che circonvalla il mio blog, mi piacerebbe sperimentare qualcosa di nuovo e per farlo ho pensato di chiedere a voi non tanto cosa vi piace, eventualmente, del mio blog, ma che blog leggete, quali preferite e cosa vi aspettate dalla lettura di un blog.

Naturalmente non perché io mi ci adegui (figuriamoci! Quando mai mi adeguo io) ma per conoscere meglio i vostri gusti.

carni vive e morte

Viscontessa, 9 Marzo 2006

Ogni tanto, per puro sfizio, bisognerebbe farsi anestetizzare qualcosa per provare la sensazione di quel pezzo di carne morta che ci sta addosso.

Non sto scherzando, le prime volte che accavallavo le gambe dopo l’intervento al ginocchio e mi toccavo con la mano il pezzo di gamba che va dal ginocchio in giù, ritraevo la mano inorridita da quel pezzo di gamba che non mi apparteneva. Sentivo con i polpastrelli la pelle, l’osso, i peli, ma non riuscivo a sentire sulla gamba il tocco dei polpastrelli e la cosa mi faceva impressione.

Adesso invece che ho imparato a riconoscere quel pezzo di gamba morta, vado spesso alla sua ricerca tastando in punti diversi e con intensità diversa, in cerca di un confine e una profondità ben precisa entro la quale la mia gamba è morta.

Oggi invece sono andata dal dentista e più che un’anestesia, mi ha sparato in bocca un’arma biologica che a distanza di circa due ore, non accenna ancora a diminuire i suoi effetti.

Così ho la parte sinistra della bocca morta come la mia gamba destra e ad ogni parola che pronuncio temo di mordermi la lingua o una guancia. Taccio.

Sarà poi per l’effetto del succhia-saliva che dopo un’ora ti si è succhiata anche parte dei succhi gastrici, mi è venuta una sete tremenda. Ma non una sete di quelle che ti puoi togliere semplicemente bevendo, ma una di quelle seti che ti costringono a volare sulla fruttiera con l’occhio da rapace. Escluse le mele che sono troppo croccanti, non restano che le arance e così ne ho prese un paio e dopo averle sbucciate ho provato a mangiarle. Meraviglia delle meraviglie! La parte morta della bocca, e in particolare modo la lingua sulla destra, percepisce la frescura dell’arancia come un cibo caldo e senza regalarmi il piacere del sapore, invia al mio cervello segnali di un calore asprigno che potrebbe essere, così ad occhio e croce, un “canarino ovvero spremuta di limone in acqua calda, usata per digerire. Il labbro invece dorme, dorme della grossa e invia al mio cervello la sensazione di essere enorme. Mi sento un pezzo di carne morta enorme sul lato della bocca.

Per parlare di anestesie mancate, infine, qualcuno ricorderà la scheggia di ceramica che mi si era conficcata nella mano. Avevo preso tra le mani un porta vaso di ceramica tutto rotto al quale però sono molto affezionata e nel farlo scivolare insieme alla pianta contenuta dentro su un porta vaso, una scheggia di ceramica mi si era conficcata nella mano.

A niente è servito il tentativo di estrarre le schegge con un paio di pinzette perché per quanto pensassi di aver fatto un buon lavoro, la notte la mano si è gonfiata e ha cominciato a pulsarmi indolenzita. Così il giorno dopo, in totale isolamento dal mondo esterno, ho preso un coltello che però non si è rivelato troppo affilato e quindi un paio di forbicine da unghie e, sprezzante del dolore, mi sono tagliata un pezzettino di carne, quel tanto che bastava ad individuare gli altri due pezzi di ceramica che stavano comodamente rintanati tra le mie carni.

Carne viva e carne morta, dopo il pezzo di dito che finì sul vassoio del salame grazie all’affettatrice elettrica, quella della scheggia di ceramica è stato l’evento più cruento che si sia mai verificato sulle mie carni vive. Su quelle morti invece c’è di che divertirsi.

Un Campari tra dive de noartri

Viscontessa, 8 Marzo 2006

Per un attimo ho temuto che mi avrebbe versato addosso il suo Campari.

La location (bello location!) non era esattamente quella della pubblicità e anche nelle  figure femminili si percepiva una lievissima differenza ma il Campari c’era davvero anche se se ne stava tristemente depositato in un bicchiere i cui troppi lavaggi, hanno reso opaco.

Era cominciata con la solita solfa dei gatti. Lei è la gattara del quartiere e il suo appartamento al pian terreno, è il responsabile dei miasmi di orina di gatto che si spargono in tutta la strada sollevano non poche polemiche e alcune vibrate proteste.

Le ho chiesto come stava, era la bar come spesso capita nel pomeriggio, a sorseggiare a volte il suo vinello e oggi il suo Campari. Cinquant’anni portati male, un fortissimo accento francese, una Brigitte Bardot de noartri con le trecce bionde e spettinate che le ricadono sul davanti e una frangetta che le copre gli occhi sempre troppo truccati.

Ha sorriso malinconica, non si accontentava di quel suo “bene” strascicato in risposta alla mia domanda, voleva che le chiedessi qualcosa di più, voleva che insistessi o le ponessi una domanda precisa e io, come già era accaduto per il benzinaio tempo fa, ho fatto ciò che ci si aspettava da me.

“ e i gatti? Tutto bene? Come stanno?”. Ha indugiato ancora un po’ e per un attimo ho temuto che quella fosse la domanda sbagliata così ho cercato rapidamente di ricordarmi se ci fosse qualcosa di più specifico da domandare.

Capita a volte che qualcuno ti renda partecipe della sua pena e che tu ti dimentichi un attimo dopo quale fosse così la volta successiva, mentre lui ti osserva in attesa di una domanda che riguarda la sua pena, tu te ne vieni fuori con una domanda così generica da rendere evidente al tuo interlocutore la tua dimenticanza.

Ma questa volta, fortunatamente, non è andata così.

Ha storto un po’ la bocca, ha tirato un sospiro e mi ha raccontato di aver dovuto seppellire uno dei suoi gatti poi, come se la conversazione fra noi non si fosse mai interrotta da quel giorno in cui l’ho accompagnata non ricordo dove, mi ha detto che anche “quel gatto” (quello evidentemente di cui abbiamo parlato in macchina) soffriva di una brutta cardiopatia.

Così ha detto e io sull’uscio del bar con la porta già aperta, ho riaccostato la porta già sapendo che la cosa non sarebbe finita lì. “mi spiace” le ho detto, sapendo bene che il mio dispiacere non aveva alcun valore consolatorio per la morte del gatto ma ne aveva uno, ben più raro, di consolazione umana, e con quel gesto con cui ho riaccostato la porta, ho lasciato che lei alimentasse la speranza che mi sarei fermata a fare due chiacchiere con lei.

E così è stato. Mi ha raccontato così che già da una settimana non si vedeva il gruppo di randagi che ogni sera lei rifocillava e con un tono più rassegnato che aggressivo, mi ha messo a parte del suo timore sulla loro sparizione. Forse il caso del felino malato di aviaria in Germania, ha scatenato una caccia al gatto randagio e forse i suoi adorati felini, sono stati sacrificati in nome della fobia collettiva che spesso colpisce gli umani.

Poi, mentre la mestizia si insinuava nei nostri sguardi e la mia mano tornava furtiva sulla maniglia della porta del bar, lei ha abbassato lo sguardo e mettendosi la mano di fronte alla bocca ha urlato “oddio quegli stivali!” e mentre io cercavo di capire a cosa si riferisse, è stata per qualche minuto a ripetere “oddio gli stivali!” indicando le mie calzature con uno sguardo ed una mimica che io non sapevo assolutamente come interpretare.

Ed è stato il quel momento, mentre la sua mano raggiungeva il bicchiere contente il Campari, che ho pensato che me lo avrebbe tirato in faccia.

Perché non c’è niente da fare, succede sempre così: ti preoccupi della vita del topo che sta nel tuo giardino, quando fa troppo freddo, gli metti qualche bocconcino vicino alla tana e mentre i passerotti si ritrovano a centinaia sul tuo albero spoglio di cachi cacando copiosamente sul bucato appena steso, tu torni in casa di corsa e gli porti una ciotola di semini affinché anche i poveretti, possano cacarsi sulle tue lenzuola, qualcosa di più sostanzioso. Poi, quando hai finito di occuparti di loro, esci con la coscienza più leggera e vai a comprarti un paio di stivali in “vitello” o una giacca in “renna” o anche solo una cintura di “coccodrillo”.

Quindi, in quel bar, mentre la Brigitte Bardot de noartri si prodigava in smorfie incomprensibili, io ero assolutamente convinta che quel paio di stivali in pelle, l’avessero condotta a dedurne che in fondo in fondo, i gatti randagi, potevo anche averli fatti sparire io magari, come una novella Crudelia De Mont, per farmi uno scalda mani in pelliccia di gatto o un bel collo di pelliccia per il mio cappottino giallo.

Invece no. Invece, quando Brigitte Bardot ha ripreso fiato di fronte a Crudelia De Mont, il Campari è finito tutto nel suo gargarozzo e un attimo dopo, mentre io appesa a quella maniglia mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me, mi ha detto che un paio di stivali così belli non li aveva mai visti.

Siccome poi Brigitte è enfatica e istrionica in ogni sua manifestazione, la scena si è protratta per un tempo interminabile nel quale lei mi ha chiesto dove li avessi comprati se secondo me poteva trovarne un paio anche lei e a che ora fossi uscita domattina.

Io che ormai quel Campari me lo sentivo addosso con tutto il suo carico di ambiguità, non riuscivo a far altro che alimentare i malintesi di questa conversazione, così quando lei mi ha chiesto dove avessi preso gli stivali, io, convinta che la sue parole affermassero per negare, ho traccheggiato un po’ nel rivelargli il luogo convinta che lei avrebbe voluto mettere una bomba in quel negozio pieno di pelle di poveri animali morti.

Lei dal canto suo ha mal interpretato la mia titubanza e si è affrettata ad informarmi che poteva permettersi l’acquisto di un paio di stivali. Poi mi ha chiesto che numero portavo e io temendo che volesse chiedermeli in prestito, ho aumentato di un numero la mia calzata per scoprire poco dopo che il suo piede era ancora più lungo del mio, quindi quando mi ha chiesto a che ora sarei uscita domattina, ho pensato che volesse saperlo per chiedermi di accompagnarla nel negozio di scarpe e ho propinato un’ora improbabile in cui i negozi sono sicuramente chiusi per scoprire un attimo dopo che lei voleva saperlo per tirarmi una botta in testa e rubarmi gli stivali.

Ormai la conversazione era un puro no sense, talmente surreale da farmi temere per un attimo delle mie capacità intellettive.

Quindi, come in un sogno del quale la mattina ti rammenti solo alcuni frammenti inconsistenti, mi ha detto che aveva un paio di stivali da regalarmi perché a lei non stanno e di qui un altro quarto d’ora di conversazione strampalata sul luogo nel quale farmi avere gli stivali…..

 

Così ho fatto qualche passo indietro verso il bancone e ho ordinato un campari doppio anche io.

Dice che il campari non si beve doppio ma in simili circostanze i dettagli sono davvero inutili.

 

donne e polli

Viscontessa, 8 Marzo 2006
Essere donna oggi, è un po’ come essere pollo ai tempi dell’aviaria: tutti ti si mangiano ma gli allevatori chiedono lo stato di calamità naturale alla UE.
Ti si mangia il passante per il tuo abbigliamento provocante, ti si mangia il datore di lavoro che sei donna e quindi ti pago meno, ti si mangia la politica che si inventa la lista rosa come un allevamento protetto di pollame e ti si mangiano le istituzioni che con 1000 o 2500 euro a bambino, dovrebbero invogliarti a procreare.
Come regalare una scarpa da ginnastica ad un paraplegico e invitarlo a correre.
Essere donna ieri, quando di anni ne avevo molti meno, era tutta un’altra cosa. Il mio fidanzato di allora non mi portò neanche un mazzolino di mimosa ma per non far brutta figura con mia madre, disse che l’aveva in macchina e io mi arrabbiai a morte. A morte, morte, così a morte che poco dopo la lasciai.
Essere donna quando ancora non lo sei, ha un significato molto diverso, ti aspetti di essere ricoperta di attenzioni per ottenere la conferma che donna lo sei già e ogni mazzo di mimosa, ogni augurio, ogni attenzione che ricevi, è qualcosa di speciale come un paio di scarpette da calciatore quando ti sei appena iscritto ad una scuola di calcio.
Poi cresci e diventi donna e già questa parole assume un tono piuttosto sgradevole perché avevi creduto di poter associare al suono di questa parola, la tua piena realizzazione che invece non hai idea di dove sia andata a finire.
Ad essere donna oggi, poi, ti par di essere una bella statuina sulla mensola del pollaio e non c’è soldatino di piombo che tenga in grado di distrarti dal pensiero di quell’ultimo referendum in cui per tutelare la “donna” si è scelto di scegliere per lei.
Come i polli, per tutelare i quali, si è scelto di tenerli tutti chiusi nell’allevamento in maniera da non farli ammalare.
I polli felici ringraziano, essere un pollo sano, per il pollo, è una gran bella soddisfazione.
Così come esser donne oggi, esser donne oggi, per la donna, è una gran bella novità!

montagne russe

Viscontessa, 6 Marzo 2006

Avevo chiesto a Thomas se si poteva fare qualcosa per quel megafono sulla destra che gracchiava come una vecchia sgozzata. Lo avevo chiesto a lui perché era uno di quelli che si facevano gli affari propri e anche quando Ivan aveva fracassato di botte Irina e lui l’aveva accompagnata all’ospedale perché le rimettessero a posto la mascella, ai dottori aveva raccontato che Irina era caduta dalle scale e loro ci avevano creduto.
Mille lire la corsa, si mettono in fila, pagano e montano sulle carrozze pronti a farsi sparare in aria e poi giù nel vuoto urlando per un’adrenalina da mille lire.
A volte i più giovani fanno anche più di una corsa, alcuni scendono e vomitano sulla piattaforma così che mi tocca anche pulire quella loro adrenalina spiaccicata al suolo. Altri invece scendono piangendo, soprattutto le donne, poi i loro uomini le abbracciano e le portano via sorridendo pronti a scoparsele per tranquillizzarle.
Ho un piccola stufa elettrica nel gabbiotto dove vendo i biglietti ma quando fa molto freddo mi si ghiacciano le mani e il naso mi cola come una fontana. Quando fa caldo invece sembra di stare dentro un forno, quelli sono i giorni peggiori perché la fila per le montagne russe è sempre lunghissima e mentre tutta quella gente sorride felice pronta a provare quell’emozione da baraccone, io mi cuocio il cervello sotto alla tettoia di lamiera.
Qualche volta, osservando le ragazze mezze nude che salgono sulle carrozze, cerco di riconoscere le loro urla tra le altre e mi masturbo pensando che quelle siano urla di piacere. A qualcuna di loro ho anche provato a chiedere di uscire ma quelle mi hanno sempre risposto di no come se io fossi una bestia rognosa da evitare o come se non sapessi farle urlare come quelle maledette montagne russe.
Dieci ore al giorno e a volte anche di più mentre la musica suona dai megafoni sopra al gabbiotto e lo sferragliare delle carrozze si confonde con quello delle urla.
Avevo chiesto a Thomas perché pensavo che di quella puttana non gli fregasse niente. Una volta aveva trovato un cane randagio che si era riparato dal freddo dentro al container degli attrezzi e lui aveva ucciso quel bastardo con un calcio. Che cazzo gliene poteva fregare a lui di quella troia dentro ad una delle carrozze delle mie montagne russe! E poi il giorno dopo saremmo dovuti partire e io mica la lasciavo lì quella stronza! Me la sarei portata dietro nella carrozza e alla prima occasione mi sarei sbarazzato i lei.
Nessuno se ne sarebbe accorto.
Quella stronza era venuta la settimana prima insieme ad un gruppo di amici, si era messa in fila con quella sua gonna cortissima e la maglietta così aderente che si indovinava persino il colore dei capezzoli. Quando era arrivato il suo turno di comprare il biglietto, mi aveva sorriso e mi aveva sussurrato maliziosa che lei non aveva paura ma le sua urla le avevo riconosciute subito, erano le più potenti di tutte e io mi ero masturbato furiosamente ripetendo in silenzio “fottiti, fottiti troia….”.
Era scesa sconvolta come immaginavo che dovesse essere sconvolta dopo essere stata scopata e lei mi aveva nuovamente sorriso andandosene con quella banda di finocchi dei suoi amici.
Il giorno dopo è tornata e questa volta da sola.
- Ciao…… – e ancora quel sorriso malizioso.
Allora le ho detto che poteva salire gratis e quando lei ha insistito per pagare, le ho detto che mi bastava bere una birra insieme a lei e lei ha accettato.
Siamo andati dentro il ricovero delle carrozze. Lì saremmo stati più comodi e più freschi, abbiamo preso due birre e siamo andati a sederci su una di quelle carrozze vuote.
Lei si è seduta e ha accavallato le gambe poi mi ha sorriso e mi ha chiesto -allora? – allora cosa avrei voluto chiedergli, ma non c’era un allora se non quelle gambe nude la cui vista mi aveva fatto venire il cazzo duro.
Ho appoggiato una mano sulle sua coscia e il calore della sua carne sudata mi è arrivato diritto al cervello.
- ma che fai? – mi ha detto lei fingendo di essere sorpresa.
Io non le ho risposto, non avrei saputo cosa dirle ma ho fatto salire la mano velocemente sulle sue gambe e mentre lei fingeva di essere spaventata dal mio gesto, l’ho afferrata per i capelli e le ho tirato indietro la testa.
Lei ha urlato, ha lanciato un urlo come quello che l’aveva eccitata sulle montagne russe e allora le ho finalmente sussurrato in un orecchio “troia! Lo so che sei qui per questo, adesso ti faccio giocare io con qualcosa di più divertente delle montagne russe!”
A quel punto lei non ha detto più niente, ha sgranato gli occhi e ha spalancato la bocca mentre io la costringevo ad aprire le gambe e le strappavo via le mutande.
L’ho fatta sdraiare sulla carrozza vuota e gli sono infilato dentro mentre lei lanciando un grido strozzato ha cominciato ad implorarmi di non farlo.
Aveva una vocina flebile “ti prego non farlo….. smettila” e io ad ogni sua preghiera mi eccitavo ancora di più e affondavo in quel suo corpo caldo e umido come alcune giornate d’estate.
All’inizio pensavo che se lei avesse smesso di fare la smorfiosa mi sarei divertito di più ma poi mi sono reso conto che le sue lacrime, la sua paura, quel suo pregarmi di smettere mi facevano sentire invincibile e finalmente parte integrante del gioco. Per una volta non ero quello che vendeva i biglietti per le montagne russe ma ero le montagne russe che salivano rapide su quei binari per poi cadere giù senza freni e quando mi è parso di essere sul punto più alto, in vetta alle rotaie dove la carrozza si ferma un attimo prima di buttarsi giù nella sua corsa folle, l’ho costretta a girarsi….
“girati, troia, girati che adesso ti faccio provare io cos’è il divertimento” ma mentre pronunciavo queste parole, lei ha tentato di divincolarsi per scappare e io non ci ho visto più.
Quando sali sulle montagne russe il gioco è fatto, non puoi scendere e non puoi tornare indietro, così ho tentato di acchiapparla e lei è inciampata e ha battuto la testa su uno spigolo della carrozza.
Pensavo che fingesse come fingeva di non divertirsi a farsi fottere, era immobile in fondo alla carrozza e io ho pensato “meglio, almeno faccio meno fatica” poi un attimo dopo una rosa di sangue scuro e denso ha cominciato a fiorirgli intorno alla testa e poco dopo mi sono accorto che quella cretina era morta.
Era morta, capite! Si era ammazzata sbattendo la testa e mettendomi nei pasticci.
Ero rimasto un po’ lì ad osservare quella rosa che si allargava sul fondo della carrozza poi si è fatto tardi e sono tornato a vendere i miei biglietti.
L’avevo coperta con un vecchio telo che Thomas ha spostato un’ora prima che le sirene dei carabinieri coprissero il rumore delle urla dei frequentatori delle montagne russe.

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frattaglie

Viscontessa, 5 Marzo 2006

Ero lì con il gambaletto in mano e con quel suo colore nero poco convinto come capita ai capi che hanno subito troppi lavaggi. Era lì tutto bagnato, leggermente corto e con l’elastico invecchiato come la pelle di una vecchia.

Cercavo un posto dove stenderlo, un angolo dello stendino che in questa giornata piovosa e ventosa improvvisamente rasserenata, stava in giardino riparato dalla tenda tirata.

Quest’anno la primavera si fa attendere e la domenica comincia ad essere pesante come un macigno sul petto.

Il gambaletto non era di conforto, osservarlo non faceva che peggiorare l’umore fino a quando alzando gli occhi verso il cielo grigio, mi sono chiesta in quanti fossero, nel mediamo istante e sotto il medesimo cielo, ad occuparsi di un bucato da stendere.

La domanda, quale essa sia, è sempre un buon segno. Ogni curiosità porta con se una ventata di ottimismo e quel gambaletto, testimonianza di una mediocrità esistenziale segnata da queste domeniche senza senso, è all’improvviso diventato veicolo di ottimismo.

Ho pensato così ad una telecamera piazzata magari dentro ad un’otturazione, una telecamera che riprendesse ogni mio gesto e movimento quotidiano, una telecamera tra casa, ufficio, scuola, gambaletto nero e pioggia. Una testimonianza della mia esistenza, un rality show senza forzature e senza mediazioni. La vita.

Perché mentre il gambaletto cercava una sua collocazione nello stendino, mi sono chiesta cosa faccia di consueto la gente. Ma non tu che passi di qui a leggere e che potresti raccontarmi di gambaletti, mutande, ufficio o carie da otturare con telecamere, ma la vita di coloro che vanno a fare un reality show. Insomma, a che ora si alza la Ricciarelli nella sua vita normale? E cosa fa tutto il giorno? come viene scandita la sua giornata o quella di Alvaro Vitali o quella della D’Urso?

Poi un ventata si è portata via questi brutti pensieri mentre il gambaletto trovava posto accanto ad un canovaccio di cucina e all’improvviso mi sono venute in mente le zampe di pollo.

Cinquanta centesimi per cinque zampe di pollo e quattro ali.

Ho sbruciacchiato le zampe di pollo per togliergli la pelle callosa e ho messo tutto in una pentola.

Stasera brodo di pollo e zampe callose da inzuppare nella maionese.

Mon Cherì

Viscontessa, 3 Marzo 2006
Si conclude purtroppo con oggi un tormentone di questo blog che nel tempo aveva amorevolmente seguito le vicende di una coppia di animaletti in cattività.
I segnali erano ormai nell’aria da tempo ma fino all’ultimo momento avevo sperato che si potesse salvare la coppia di bestioline che gestiscono il baretto d’angolo, certa che una riconciliazione fosse ancora possibile.
Poi ieri la svolta definitiva.
Ma partiamo da capo.
Già da qualche settimana il grillo talpa manifestava segni di irrequietezza. Mi capitava per esempio di andare a fare colazione verso le dieci di mattina e non trovarla al proprio posto. Lui, il procione, torvo con la sua camiciona a scacchi stile cow-boy, si perdeva tra le ordinazioni di un paio di caffè e quando ad un paio di caffè si aggiungeva anche la pretesa di un altro cliente di avere magari una pasta, il procione si rigirava inquieto in quel suo metro quadrato di bar senza sapere esattamente cosa doveva fare.
Il servizio, insomma, era ulteriormente scaduto. Se prima per avere un caffè macchiato, identico ogni mattina da un anno a questa parte, dovevo ogni volta chiedere il latte freddo per la macchia, ultimamente ho consumato un paio di cappuccini al posto del caffè e qualche pasta con i pinoli anziché il solito cornetto vuoto.
E poi anche quel Mon Cherì abbandonato nel portacenere! Ne era rimasta uno, uno solo con il suo bel cartellino del prezzo scritto in grande: € 0,40 e quel cioccolatino spaurito nascosto dietro al suo prezzo intimorito da quella sua vendita ritardata rispetto ai suoi compagni. Un volta, mentre aspettavo un caffè macchiato freddo che è diventato un cappuccino bollente, ho scambiato anche due chiacchiere con il cioccolatino. Ero lì con lo sguardo perduto in quel portacenere trasformato in porta cioccolatini e lui tremante è venuto fuori dall’enorme cartello del suo prezzo e mi ha chiesto se per favore volevo acquistarlo. A me i Mon Cherì non piacciono e gliel’ho detto, così lui si è messo a piangere sciogliendosi in un mare di cioccolata appiccicosa. – Perché piangi? Vedrai che prima o poi qualcuno ti compra – e lui, con la voce singhiozzante per il liquore contenuto al suo interno, mi ha allora detto che ormai è lì da mesi e che prima erano in tanti e stavano dentro ad una scatola, poi un giorno, quando la scadenza sulla loro scatolina era ormai prossima, qualcuno li ha tirati fuori e li ha esposti sul portacenere di fronte alla cassa. Poi nei mesi tutti i suoi fratelli sono stati acquistati da qualche avventore incauto del baretto e lui è rimasto lì da solo con quel cartello enorme ad indicarne il prezzo.

Nei giorni in cui invece il grillo talpa stava al suo posto dietro al bancone, le cose andavano un pochino meglio o almeno meglio per noi sfigatissimi frequentatori abituali del baretto, perché il realtà la tensione tra il grillo talpa e il procione era quasi palpabile come la polvere su quella bottiglietta di limoncello raffigurante un veliero su cui stà scritto un cartello “non in vendita”. Ma chi mai dovrebbe voler acquistare una bottiglietta di limoncello con il disegno di un veliero?
Comunque fatto sta che il grillo talpa negli ultimi tempi, aveva acquisito una certa sicurezza in se stessa. Ora, a differenza degli esordi, la vedevi correre sulla ruota della sua gabbietta con una maggiore disinvoltura e con una certa aria di sfida, in quei suoi occhietti da topo, nei confronti del procione. Una volta l’ho anche sentita dire – fallo te il caffè! – rivolta al procione che leggeva il giornale mentre lei cercava di servire quattro persone contemporaneamente, e lui si era girato come stupito da una simile richiesta e alzandosi si era diretto verso il bancone forse intenzionato a fare il caffè o forse no, nessuno lo saprà mai perché si perse nei cinque centimetri quadrati di bar non visibili al resto del pubblico.
Se comunque questi primi segnali potevano far sperare che la il grillo talpa cominciasse a prendere semplicemente coscienza di stessa e dei suoi diritti di animaletto, altri segnali, più forti se pur meno evidenti, non potevano lasciare adito a dubbi.
Capitava infatti di trovarla spesso al telefono o intenta ad inviare messaggi dal telefonino. Una volta che cercava di inviare messaggi mentre preparava il caffè, lui l’ha ripresa per quel tentativo maldestro di conciliare due attività insieme e lei girandosi le ha risposto un “oh!” che nel suo linguaggio primordiale, rappresentava il gesto di ribellione più vigoroso a cui avessi mai assistito.

Infine ieri il prologo, ormai incuriosita come una scimmia dalle attività della coppia, sono andata a fare colazione da loro e notando la solita assenza del grillo talpa, ho chiesto come mai non ci fosse. – Non viene più – ha risposto lui secco manifestando evidenti cenni di rabbia, disagio e insofferenza e se io non ho avuto cuore di chiedere oltre, una vecchia con un cappello leopardato e gli occhi più sporgenti che abbia mai visto in vita mia, non ha perduto un colpo incurante dell’evidente disagio di lui che ha lavato tre volte la stessa tazzina.
Così, mentre da una parte soffrivo per la sofferenza del procione e dall’altra allungavo le orecchie per ascoltare la sua storia, sono venuta a sapere che il procione e il grillo talpa si solo lasciati. E non solo nella conduzione del bar ma anche nella vita privata.
Poco dopo, grazie alle voci di quartiere, sono venuta a sapere che il baretto è addirittura in vendita.
Mi chiedo cosa ne sarà del Mon Cherì.

Brochure

Viscontessa, 2 Marzo 2006

Sono aperte anche per quest’anno le iscrizioni per lo stage di SMP (Stravolgimento Mentale Programmato) per tutti coloro che desiderano provare un’esperienza unica nel suo genere. La nostra clinica infatti è in grado, grazie alla collaborazione di personale altamente qualificato e dall’esperienza individuale di ciascun membro dello staff, di accompagnarvi in questo percorso esistenziale della durata di una settimana fornendovi gli strumenti e la metodologia adatta per un uso consapevole delle droghe.

 Il nostro metodo educativo, la cui validità è riconosciuta dai risultati finora ottenuti, consente ai nostri ospiti di sondare la propria personalità, i propri limiti, la propria capacità creativa e ogni aspetto ancora oscuro della propria mente, favorendo contestualmente l’acquisizione degli strumenti necessari per un uso consapevole delle sostanze stupefacenti.

L’uomo infatti, fin dalla notte dei tempi, è sempre ricorso all’uso di sostanze stupefacenti che gli consentissero di venire a contatto con la parte più intima di se stesso e il perdurare di questa consuetudine attraverso le varie epoche storiche, è la prova più evidente dell’efficacia di questo strumento. Per questo noi siamo convinti che mai come nella nostra epoca in cui i le capacità mentali dell’individuo sono sacrificate in favore dell’apparenza, ci sia bisogno di un ritorno alle usanze del passato in grado di aiutare l’uomo a ritrovare la propria serenità.

Grazie poi a moderne tecnologie e allo sviluppo di sempre nuove sostanze stupefacenti, è adesso possibile ottenere risultati sempre più efficaci purchè vi sia alla base di questa metodologia di raggiungimento del Nirvana, uno strumento educativo veramente in grado di aiutare chi decide di affrontare questa esperienza. E’ da questa consapevolezza e dalla presa di coscienza che non esistono al mondo strutture come le nostre in grado di fornire all’individuo un corretto uso delle sostanze stupefacenti, che nasce la nostra clinica, unica nel suo genere e assolutamente all’avanguardia per metodi educativi e risultati.

Le iscrizioni sono aperte a tutti coloro che vogliono provare questa esperienza purchè maggiorenni e in possesso di una documentazione medica di sana e robusta costituzione, di un elettrocardiogramma sotto sforzo e una lettera di presentazione del proprio psichiatra sulla base della quale starà stillato il programma farmacologico più adatto per le esigenze di ciascun paziente. Il prezzo per lo stage è di € 5.000 a testa compreso il materiale didattico e le sostanze stupefacenti. Sono previsti degli sconti comitiva e sono già attive le convenzioni con gli oratori, con i centri sociali, l’ordine dei medici, i dipendenti di parlamento e senato e la magistratura.

 I nostri pazienti sono ospitati in camere singole con televisore maxi schermo, impianto stereo, idromassaggio e tapis roulant. Ogni camera è inoltre provvista di tisane naturali rilassanti o eccitanti, sonniferi e tranquillanti di vario tipo e una confezione magnum di Nutella. A ciascun ospite verrà poi consegnato il kit del tossico-indipendente contenente: cartine di varie grandezze, filtrini già confezionati, biglietti dell’autobus usati, una cannuccia, una lametta da disegnatore, una carta di credito scaduta, uno specchietto, un piccolo narghilè da taschino e una banconota da cinquanta mila lire fuori corso. Nel corso di base non è prevista l’assunzione di droghe più sofisticate.

Sono inoltre a disposizione dei pazienti il giardino, il fumoir, la sala musica, la palestra, la biblioteca, la sala cinematografica, il salotto da conversazione e le stanze relax o stimolazione nelle quali è possibile, sotto stretto controllo medico, testare, tramite stimoli visivi e sonori appropriati, gli effetti sulla propria psiche di alcune sostanze stupefacenti.

Tutte le sostanze stupefacenti spacciate durante il corso, sono scrupolosamente controllate da uno staff di medici, chimici e botanici. La marijuana è coltivata direttamente nelle nostre serre senza uso di concimi chimici o stimolanti della crescita ed è seguita in ogni passo della sua lavorazione, da un equipe di botanici specializzati. L’hashish viene importata direttamente dai paesi di origine in grado di fornirci un prodotto variegato e assolutamente di qualità. La cocaina, anch’essa importata dai paesi d’origine, è sottoposta a scrupolosi tagli con sostanze studiate appositamente per non interferire con gli effetti della medesima pur rendendo più sicura la sua assunzione. L’oppio viene prodotto direttamente nel nostro laboratorio con papaveri di importazione di prima qualità

Il programma è così articolato:

Primo giorno Sveglia alle ore sette, ritrovo alle sette e mezzo nella sala ristorante per una colazione leggera ed equilibrata a base di thè, latte, caffè, marmellata e frutta fresca. Ore otto e trenta ritrovo nel salone delle conferenze dove verrà consegnato a ciascuno il proprio di kit da tossico-indipendente e il programma personalizzato per la settimana. Uno dei nostri competenti collaboratori, spiegherà poi alla platea cosa sia la cocaina, come e dove viene prodotta e lavorata, come viene tagliata e con quali sostanze, come assumerla e come riconoscere quella di qualità, quali siano gli effetti, le conseguenze di un suo uso prolungato e come assumerla senza correre rischi. Segue prova pratica per tutti i partecipanti con degustazione di vari tipi di cocaina. Al termine della lezione, gli ospiti parteciperanno ad una competizione ciclistica che li porterà a raggiungere la vetta del Monte Fumaiolo nel minor tempo possibile, avendo così la possibilità di testarne immediatamente gli effetti fisici. Segue coro alpino e gara di rutti.

Nel pomeriggio, al termine degli effetti della cocaina, verrà offerta agli ospiti una merenda a base di hashish nel corso della quale il nostro chef, spiegherà l’impiego dell’ hashish nella cucina di tutti i giorni, mentre un esperto nel settore, vi aiuterà a riconoscere i vari tipo di hashish che si trovano in commercio e ad apprezzare le caratteristiche peculiari di ciascuno di essi. Segue breve spiegazione su come evitare le paranoie da fumo con la possibilità per gli ospiti presenti, di raccontare le loro esperienze. La serata si concluderà presso il fumoir dove sarà possibile assaggiare l’oppio e imparare tutte le tecniche per un consumo corretto di questa sostanza.

Secondo giorno Il programma, molto simile a quello del giorno precedente, si concentrerà sull’uso di sostanze stupefacenti di sintesi come LSD, Ecstasy e Anfetamine a cui seguiranno prove pratiche e degustazione. Il pomeriggio sarà invece dedicato all’uso e il consumo della Marijuana. La serata si concluderà presso il fumoir.

Terzo giorno Acquisti gli strumenti cognitivi e testati gli effetti delle droghe, il terzo giorno sarà dedicato alle esperienze e alle esigenze individuali di ciascun ospite. Seguiti da una equipe di psicologi, neuropsichiatri e addetti alle comunità di recupero della tossicodipendenza, gli ospiti potranno parlare della loro esperienza, potranno confrontarsi tra loro e fare uso della droga che preferiscono. Il terzo giorno, tutto incentrato sulla condivisione di questa esperienza, ha lo scopo di condurre l’individuo ad una totale perdita delle proprie inibizioni consentendogli di mostrare senza vergogna agli altri, la parte più intima e talvolta perversa di se stesso. La serata, come di consueto, si concluderà nel fumoir

Quarto giorno Con un programma simile a quello del giorno precedente, si affronterà nel corso della giornata odierna, il tema dell’uso delle sostanze stupefacenti come momento di raccolta e di meditazione con se stesso. Ognuno sarà lasciato libero di scegliere la droga che preferisce consapevole che nel suo percorso odierno, dovrà vivere la sua esperienza in quasi totale isolamento. Le stanze relax e stimolanti saranno a disposizione degli ospiti così come la biblioteca, la palestra, la sala cinematografica e la sala da musica. Al termine degli effetti della droga scelta, sarà poi possibile incontrarsi in sala riunioni dove seguirà un dibattito sull’esperienza appena vissuta.

Quinto giorno Nella giornata odierna saranno a disposizione degli ospiti alcuni laboratori specifici il cui scopo sarà quello di permettere ai pazienti, di vivere alcune esperienza particolari sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Saranno attivi i laboratori di letteratura, recitazione, creazione manuale, musica, oratoria, tecniche sessuali e attività ludiche. Nel corso dei laboratori i pazienti potranno prendere attivamente parte alle attività proposte. Sarà possibile iscriversi anche a più di un laboratorio. La serata si concluderà nel fumoir o a scelta con un’orgia di gruppo.

Sesto giorno Il sesto e ultimo giorno sarà dedicato completamente al ripristino delle capacità fisiche e mentali dei pazienti. Ogni ospite sarà sottoposto a visita medica approfondita e seguito da un equipe di medici di varia formazione e disciplina, sarà aiutato a disintossicare il proprio fisico e la propria mente. Verrà quindi consegnato a ciascun ospite un piano terapeutico di mantenimento e di disintossicazione adatto alle proprie esigenze.

A tutti gli ospiti verrà poi consegnato un attestato di partecipazione e la serata si concluderà con un dibattito nel quale si affronteranno gli aspetti legali, sociali e commerciali delle sostanze stupefacenti.

Calumè della pace, saluti e rientro a casa previsto per l’ora di cena.

Per informazioni e iscrizione inviare una mail alla viscontessa.

zarà quel che zarà

Viscontessa, 1 Marzo 2006

Mentre andiamo avanti nella convinzione che tutto accada altrove, si sviluppano intorno a noi piccole realtà insopportabili di cui a volte diventa difficile rendersi conto. Acquistare un golfino a 15 euro quando una spesa di questa entità ci rilassa per qualche ora del pomeriggio, non credo sia più deplorevole di un aperitivo con olivette, polpettine con cruditè o pizzette al curry e rosmarino, consumati al medesimo prezzo del golfino, tra la calca di un bar alla moda. L’importante è individuare il luogo dove potersi permettere questa forma di relax così come è importante individuare il bar dove le polpettine non siano l’avanzo di spezzatino del giorno prima.

Zara, per esempio, è il luogo adatto. I negozi di Zara, di solito,sono situati in centro città e sono abbastanza grandi, economici, assortiti e accoglienti nella loro anarchia, da consentirti di trascorrere un piacevole aperitivo in compagnia di un golfino usa e getta.I prezzi bassi per un assortimento così vasto, non sono certo il solo frutto del ridottissimo personale che lavora in questi negozi, ma sicuramente anche il ricorso limitatatissimo dell’azienda alle risorse umane, influisce sui prezzi e influisce anche sulla disponibilità delle commesse il cui compito è solo quello di riordinare gli indumenti sparsi per il negozio.

 Da Zara puoi provare qualsiasi indumento e una volta scartatolo dalla tua lista degli acquisti, puoi lasciarlo dove ti pare. Entri, guardi, arraffi un po’ di capi, ti metti in fila per il camerino, provi gli abiti, esci, lasci quello che non ti piace ad un commesso addetto solo piegare i capi scartati, vai alla cassa, paghi e te ne vai. Ci sono tuttavia alcuni accorgimenti necessari per apprezzare il luogo. Il primo è quello di ricordarsi che le taglie sui cartellini vanno aumentate di quattro numeri, il secondo è quello di provare tutto quello che si vorrebbe comprare perché la vestibilità degli indumenti è variabile, la terza quella di portarsi dietro un documento per pagare la carta di credito e la quarta quella di non chiedere mai per nessun motivo aiuto ad una commessa. Tutto ciò, naturalmente, fa la fortuna di Zara che concentradosi sullo stile e non sulla qualità né del servizio né dei capi, può permettersi prezzi stracciati.

Le commesse, dicevo, non sono lì per aiutare voi ma per svolgere il loro lavoro da catena di montaggio.L’altro giorno, ultima di un’interminabile fila si ragazze (per lo più straniere) in attesa di provare i capi scelti, osservavo il commesso in divisa che come un automa prendeva i capi sgualciti da un tavolo, li piegava e li riponeva su un carrello. Quando il carrello era piena chiamava una collega che ne portava uno vuoto e si prendeva quello pieno. Poi, a sua volta, lasciava il carrello pieno ad un’altra commessa e prendeva un carrello vuoto per riportarne un altro pieno da un’altra sfilza di camerini. Un’altra commessa che lavorava vicino ad uno scaffale, aveva il compito di mettere su un carrello tutte le scarpe azzurre che servivano per una vetrina e poco più in là ce n’era un’altra addetta a dividere i pantaloni verdi da quelli azzurri e quelli neri. Tutti con la loro divisa e con quella pazienza imposta che non ti consente per contratto di maltrattare chi incurante del tuo lavoro riprende dalla pila di capi appena piegati l’ultimo della fila costringendoti a cominciare da capo. Maltrattare no, ma certo non essendo richiesta per contratto nessuna disponibilità verso il pubblico, la loro reazione, su richiesta di una cliente, è piuttosto scortese e assolutamente evasiva.

Sul muro di fronte al tavolo dove avevo lasciato il commesso a piegare i capi scartati dalle clienti, un ordine di lavoro assegnava i turni ai vari commessi. Due ore per ciascuno a piegare i capi fuori dal camerino, poi due ore a portare carrelli, un’ora a ritirare i capi dalle casse, un’ora a ripiegare golf e così via. Senza praticamente nessun contatto con il pubblico, senza nessuna gratificazione lavorativa, senza nessun obbiettivo da raggiungere, senza sapere come impiegare il proprio cervello per otto ore. 

 

 Una catena di montaggio dove al posto di bulloni da inserire e disinserire in un foro, ci sono golf da piegare e spiegare su un tavolo. Embè? Direte voi, dove sta la novità delle catene di montaggio? La catena di montaggio, è vero, non è una novità.

Per un certo periodo ho lavorato in una fabbrica dove si costruivano borse.Le macchiniste, per dire, stavano sedute di fronte alla loro macchina da cucire e per due ore, sempre per dire, dovevano fare sempre la medesima cucitura su cento parti uguali di un medesimo modello di borsa. Il cervello anche lì lo puoi praticamente lasciare a casa ma a differenza di un commesso di Zara, almeno un paio di neuroni te li devi comunque portare dietro perché devi fare attenzione a fare dritta la cucitura perché ogni sbaglio che fai è una borsa in meno che verrà prodotta o almeno un pezzo di borsa in meno che può mettere in difficoltà coloro che sono addetti alla mansione successiva. E poi, quando il lavoro è terminato, ti resta sempre da ammirare una di quelle borse sapendo, per quel poco che può contare, che la sua bellezza, la sua ottima fattura o anche solo il suo esistere, dipende in parte anche dal tuo lavoro.

E poi c’è un dopo, un prima, un durante, insomma un contesto che se nei tempi d’oro della Fiat riusciva addirittura a rendere orgogliosi  i lavoratori di lavorare “in” Fiat, in tempi più magri o in ambienti più piccoli, creava e crea tuttora tra i lavoratori, un senso di appartenenza, familiarità, di rabbia, di speranze, di corporativismo che in posti come Zara è del tutto assente.

Gli operai della fabbrichetta dove lavoravo io, era gente che sul datore di lavoro poteva a suo modo contare, gente che lavorava lì da una vita e che grazie a quel lavoro e con enormi sacrifici, si era magari comprata due stanzucce umide, o aveva intrapreso una lotta sindacale o, si era comunque identificata almeno in parte, con il suo luogo di lavoro. Il lavoro che non nobilita l’uomo ma che crea un ambiente comunque  in grado di dare un senso alle tue giornate.

Il commesso di Zara invece, se distrattamente si osserva il contesto, è un giovane che lavora in un bel negozio del centro a contatto con il pubblico, ma se ci si sofferma un attimo ad osservare la situazione, non sarà difficile comprendere che il suo lavoro è più avvilente di quello di molti operai e soprattutto del tutto privo della possibilità di alimentare una qualsiasi speranza.

Non sono più i tempi in cui svolgendo un onesto lavoro si poteva sperare di mettere su casa e famiglia, e non sono più i tempi in cui in cambio dell’umiltà del tuo lavoro, potevi almeno contare sulla sua certezza, né puoi sperare nella carriera o in un miglioramento delle tue condizioni lavorative: la tua condizione fisica è preservata e di quella mentale non frega niente a nessuno.

Intrappolati per sempre tra quei golfini con uno stipendio che ti basta per mantenerti la macchina e farti un paio di canne alla sera.

 Poi dice che uno fa i provini per andare al Grande Fratello e che io finisco per andare a prendermi un aperitivo anziché un golfino di Zara!  

   

 

 

 

vita da gechi

Viscontessa, 1 Marzo 2006

Sono abbastanza d’accordo sul divieto di riunione per un numero maggiore di cinque persone.

E cinque persone talvolta sono anche troppe.

Stasera ho trovato un piccolo geco per la strada, era un geco minuscolo e moribondo ma l’ho raccolto ugualmente chiedendomi cosa mai potessi dare da mangiare ad un geco di quelle dimensioni. Mentre ci pensavo lui è morto e io sono andata dal parrucchiere.

Che mi dovessi vestire da babbiona lo immaginavo, ma non mi aspettavo l’abito da sera e infatti non l’ho indossato prediligendo una gonna nera stretta in vita che mi ha costretto per buona parte della serata a cercare il collant per ripararmi la pelle del fianco su cui la cerniera slacciata, mi si conficcava nelle carni.

Il tartufo non lo digerisco, il mio parrucchiere dice che prima dell’estate i capelli vanno sfoltiti dal basso, scalati in alto e vaporizzati ovunque. Magari si fa una permanente di nuova generazione.

Io me ne sto seduta lì  con il mio caschetto pressappochista e annuisco mentre il geco sta in un vasetto dentro alla macchina e muore.

 Il tartufo non lo digerisco ma anche la babbiona in abito dorato con una mascherina sulla faccia che gira per tavoli con il suo sacchettino di coriandoli, mi fa un brutto effetto. Ne prende un pizzico con la punta delle dita e li posa sulla testa di un commensale. La sua amica vestita in argento ne prende un pizzico e li butta al suolo. Sorride tra se, io batto le mani per la centesima volta per ringraziare non so più per cosa né per chi e osservo la salma bionda che sta al nostro tavolo.

Le chiamano serate di beneficenza, le organizzano associazioni varie di “bella gente” che finiscono per fare un trenino intorno ai tavoli e consegnare un assegno a qualche altra associazione di volontariato. Qualche volta organizzano il mercatino di beneficenza e si vendono i quadretti realizzati con i fiori secchi dall’amica Maria Sole Mazzanti Vien dal Mare.

Se sei fortunato a questi tavoli multietnici, riesci a trovare un commensale con cui far conversazione, se ti va di culo ne trovi due, in casi normali non ti resta che osservare la damina con la parrucca e il neo finto che mangia svogliatamente una fetta di carrè di agnello mentre il brasiliano in carta crespa, chiede il bis di patate arrosto.

La domanda che temo di più in queste circostanze è “e tu di cosa ti occupi?” mi verrebbe da rispondere degli affari miei ma poi mi sforzo di trovare un’occupazione da narrare. L’argomento di conversazione che più detesto sono i reportage dei viaggi che pare siano sempre un ottimo argomento di conversazione se ti capita di viaggiare ma se come me l’unico viaggio che affronti è quello casa-ufficio, non ti resta che rammentarti velocemente l’ultimo documentario sulla savana e infilarti nella conversazione riciclando ciò che hanno vissuto altri.

Altrimenti stai seduto e applaudi chiedendoti se il caffè sia  previsto nel menù e in che termini esatti ti arriverà quella tazzina fumante sotto al naso.

C’è di buono che sotto all’abito scuro uguale per tutti e tra i pizzi neri delle dame, uguali per tutte, si nascondono delle persone e se non ti perdi nell’orgia dell’assembramento umano come leit motive della serata, riesci persino a trovare interessanti alcuni umani che scavalcate le inevitabili formalità di certi ambienti, riescono ad esprimersi oltre le consuetudini imposte.

A volte, perché ciò avvenga, bisogna essere un po’ intraprendenti, bisogna dare una spintarella alla conversazione e individuare quale sia il motivo reale per cui il cuore di certe salme batte ancora.

A volte si fa così e a volte vado un po’ sopra le righe ma d’altra parte, quando alle righe ci sto sotto, mi posso anche addormentare a tavola e l’eventualità mi pare invero peggiore.

Usciti siamo corsi a recuperare alla chetichella la vecchia twingo nel parcheggio, ero convinta che se la avessero vista, avrebbero devoluto a noi l’incasso della serata!

 

p.s il geco morto sta ancora nel vasetto di vetro. Non so bene come comportarmi. Mi secca buttarlo via nella nettezza perché l’imperturbabilità dei gechi mi affascina.

Forse aspetterò che si secchi e lo conserverò insieme al cavalluccio marino.

 

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