Un Campari tra dive de noartri

Viscontessa, 8 Marzo 2006

Per un attimo ho temuto che mi avrebbe versato addosso il suo Campari.

La location (bello location!) non era esattamente quella della pubblicità e anche nelle  figure femminili si percepiva una lievissima differenza ma il Campari c’era davvero anche se se ne stava tristemente depositato in un bicchiere i cui troppi lavaggi, hanno reso opaco.

Era cominciata con la solita solfa dei gatti. Lei è la gattara del quartiere e il suo appartamento al pian terreno, è il responsabile dei miasmi di orina di gatto che si spargono in tutta la strada sollevano non poche polemiche e alcune vibrate proteste.

Le ho chiesto come stava, era la bar come spesso capita nel pomeriggio, a sorseggiare a volte il suo vinello e oggi il suo Campari. Cinquant’anni portati male, un fortissimo accento francese, una Brigitte Bardot de noartri con le trecce bionde e spettinate che le ricadono sul davanti e una frangetta che le copre gli occhi sempre troppo truccati.

Ha sorriso malinconica, non si accontentava di quel suo “bene” strascicato in risposta alla mia domanda, voleva che le chiedessi qualcosa di più, voleva che insistessi o le ponessi una domanda precisa e io, come già era accaduto per il benzinaio tempo fa, ho fatto ciò che ci si aspettava da me.

“ e i gatti? Tutto bene? Come stanno?”. Ha indugiato ancora un po’ e per un attimo ho temuto che quella fosse la domanda sbagliata così ho cercato rapidamente di ricordarmi se ci fosse qualcosa di più specifico da domandare.

Capita a volte che qualcuno ti renda partecipe della sua pena e che tu ti dimentichi un attimo dopo quale fosse così la volta successiva, mentre lui ti osserva in attesa di una domanda che riguarda la sua pena, tu te ne vieni fuori con una domanda così generica da rendere evidente al tuo interlocutore la tua dimenticanza.

Ma questa volta, fortunatamente, non è andata così.

Ha storto un po’ la bocca, ha tirato un sospiro e mi ha raccontato di aver dovuto seppellire uno dei suoi gatti poi, come se la conversazione fra noi non si fosse mai interrotta da quel giorno in cui l’ho accompagnata non ricordo dove, mi ha detto che anche “quel gatto” (quello evidentemente di cui abbiamo parlato in macchina) soffriva di una brutta cardiopatia.

Così ha detto e io sull’uscio del bar con la porta già aperta, ho riaccostato la porta già sapendo che la cosa non sarebbe finita lì. “mi spiace” le ho detto, sapendo bene che il mio dispiacere non aveva alcun valore consolatorio per la morte del gatto ma ne aveva uno, ben più raro, di consolazione umana, e con quel gesto con cui ho riaccostato la porta, ho lasciato che lei alimentasse la speranza che mi sarei fermata a fare due chiacchiere con lei.

E così è stato. Mi ha raccontato così che già da una settimana non si vedeva il gruppo di randagi che ogni sera lei rifocillava e con un tono più rassegnato che aggressivo, mi ha messo a parte del suo timore sulla loro sparizione. Forse il caso del felino malato di aviaria in Germania, ha scatenato una caccia al gatto randagio e forse i suoi adorati felini, sono stati sacrificati in nome della fobia collettiva che spesso colpisce gli umani.

Poi, mentre la mestizia si insinuava nei nostri sguardi e la mia mano tornava furtiva sulla maniglia della porta del bar, lei ha abbassato lo sguardo e mettendosi la mano di fronte alla bocca ha urlato “oddio quegli stivali!” e mentre io cercavo di capire a cosa si riferisse, è stata per qualche minuto a ripetere “oddio gli stivali!” indicando le mie calzature con uno sguardo ed una mimica che io non sapevo assolutamente come interpretare.

Ed è stato il quel momento, mentre la sua mano raggiungeva il bicchiere contente il Campari, che ho pensato che me lo avrebbe tirato in faccia.

Perché non c’è niente da fare, succede sempre così: ti preoccupi della vita del topo che sta nel tuo giardino, quando fa troppo freddo, gli metti qualche bocconcino vicino alla tana e mentre i passerotti si ritrovano a centinaia sul tuo albero spoglio di cachi cacando copiosamente sul bucato appena steso, tu torni in casa di corsa e gli porti una ciotola di semini affinché anche i poveretti, possano cacarsi sulle tue lenzuola, qualcosa di più sostanzioso. Poi, quando hai finito di occuparti di loro, esci con la coscienza più leggera e vai a comprarti un paio di stivali in “vitello” o una giacca in “renna” o anche solo una cintura di “coccodrillo”.

Quindi, in quel bar, mentre la Brigitte Bardot de noartri si prodigava in smorfie incomprensibili, io ero assolutamente convinta che quel paio di stivali in pelle, l’avessero condotta a dedurne che in fondo in fondo, i gatti randagi, potevo anche averli fatti sparire io magari, come una novella Crudelia De Mont, per farmi uno scalda mani in pelliccia di gatto o un bel collo di pelliccia per il mio cappottino giallo.

Invece no. Invece, quando Brigitte Bardot ha ripreso fiato di fronte a Crudelia De Mont, il Campari è finito tutto nel suo gargarozzo e un attimo dopo, mentre io appesa a quella maniglia mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me, mi ha detto che un paio di stivali così belli non li aveva mai visti.

Siccome poi Brigitte è enfatica e istrionica in ogni sua manifestazione, la scena si è protratta per un tempo interminabile nel quale lei mi ha chiesto dove li avessi comprati se secondo me poteva trovarne un paio anche lei e a che ora fossi uscita domattina.

Io che ormai quel Campari me lo sentivo addosso con tutto il suo carico di ambiguità, non riuscivo a far altro che alimentare i malintesi di questa conversazione, così quando lei mi ha chiesto dove avessi preso gli stivali, io, convinta che la sue parole affermassero per negare, ho traccheggiato un po’ nel rivelargli il luogo convinta che lei avrebbe voluto mettere una bomba in quel negozio pieno di pelle di poveri animali morti.

Lei dal canto suo ha mal interpretato la mia titubanza e si è affrettata ad informarmi che poteva permettersi l’acquisto di un paio di stivali. Poi mi ha chiesto che numero portavo e io temendo che volesse chiedermeli in prestito, ho aumentato di un numero la mia calzata per scoprire poco dopo che il suo piede era ancora più lungo del mio, quindi quando mi ha chiesto a che ora sarei uscita domattina, ho pensato che volesse saperlo per chiedermi di accompagnarla nel negozio di scarpe e ho propinato un’ora improbabile in cui i negozi sono sicuramente chiusi per scoprire un attimo dopo che lei voleva saperlo per tirarmi una botta in testa e rubarmi gli stivali.

Ormai la conversazione era un puro no sense, talmente surreale da farmi temere per un attimo delle mie capacità intellettive.

Quindi, come in un sogno del quale la mattina ti rammenti solo alcuni frammenti inconsistenti, mi ha detto che aveva un paio di stivali da regalarmi perché a lei non stanno e di qui un altro quarto d’ora di conversazione strampalata sul luogo nel quale farmi avere gli stivali…..

 

Così ho fatto qualche passo indietro verso il bancone e ho ordinato un campari doppio anche io.

Dice che il campari non si beve doppio ma in simili circostanze i dettagli sono davvero inutili.

 



9 commenti a “Un Campari tra dive de noartri”

  1. PlacidaSignora Says:

    Il Campari stimola fiabesche associazioni d’idee: gatti e stivali

    ;-*

  2. Viscontessa Says:

    Ma com’è che finisco sempre a parlare di gatti e stivali? eppure sapevo che nell’immaginario erotico delle fanciulle ci fossero altre fiabe tipo “biancaneve e i sette nani” oppure “cappuccetto rosso e il lupo cattivo” :-))

  3. laislabonita Says:

    ultimamente la questione su quale animale valga più dell’altro e perchè è presente in diversi blog. per me il gatto è una specie di divinità, ma perchè la mucca dei miei stivali no?

  4. utente anonimo Says:

    Che spettacolo!!! Continuavano ad

    interrompermi per lavorare..ma appena mi liberavo tornavo a leggere questa storia della brigitte bardot de noi altri e dei suoi gatti.

    Avrei pagato per bermi un doppio campari insieme a voi

  5. utente anonimo Says:

    perchè mi da anonimo?

    io ho scritto stizz

  6. Effe Says:

    s’attende un futuro da gattara?

    e poi (o.t., chiedo venia)

    se interessa

    domenica 7 maggio 2006, giornata nazionale delle scritture di strada

    Qui c’è il blog de rua

  7. Viscontessa Says:

    Sig. effe, avevo visto ieri da lei la giornata delle scritture di strada e avevo visto quella data 7 maggio.

    Così, nel mio patetico tentativo di organizzare sempre tutto, avevo pensato di avere ancora un po’ di tempo per capire bene di cosa si tratta.

    Comunque sia, la ringrazio e qualsiasi cosa sia, più meno ci sono :-))

    utente anonimo firmato stiz, mi fa piacere sapere che ho allietato la tua giornata lavorativa, non c’è niente di più piacevole di una giornata lavorativa in cui si riesce anche a sorridere:-))

    laisla, cinicamente ti direi che il valore della vita (qualunque essa sia) è direttamente proporzionale al numero delle persone a cui tengono a quell’essere vivente.

    Alla fine si soffre molto più per la morte del nostro canarino che non per quella di un bambino morto di fame in qualche paese dell’Africa.

  8. utente anonimo Says:

    STYLETTOS: Aridaje co’ sti stivali… Non sono l’unico fissato. Mi sono astenuto dal commentare sull’8 marzo perché non è il caso, l’argomento non è adatto per noi maschi, ma ti faccio gli auguri, anche se in ritardo. Ti leggo sempre con grande piacere.

    Come mai su questo blog non trovo traccia della polemica Baricco-Citati-Ferroni? Può essere uno spunto interessante.

  9. Viscontessa Says:

    Styl, il mio non è un blog letterario nè ha mai avuto la pretesa di esserlo, ho seguito la polemica ma Barricco non mi è mai piciuto nè come autore nè come uomo, ciò non toglie che la polemica sia stata particolarmente gustosa e come tutti gli spettacoli gustosi, mi siedo e osservo :-)

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