zarà quel che zarà
Viscontessa, 1 Marzo 2006Mentre andiamo avanti nella convinzione che tutto accada altrove, si sviluppano intorno a noi piccole realtà insopportabili di cui a volte diventa difficile rendersi conto. Acquistare un golfino a 15 euro quando una spesa di questa entità ci rilassa per qualche ora del pomeriggio, non credo sia più deplorevole di un aperitivo con olivette, polpettine con cruditè o pizzette al curry e rosmarino, consumati al medesimo prezzo del golfino, tra la calca di un bar alla moda. L’importante è individuare il luogo dove potersi permettere questa forma di relax così come è importante individuare il bar dove le polpettine non siano l’avanzo di spezzatino del giorno prima.
Zara, per esempio, è il luogo adatto. I negozi di Zara, di solito,sono situati in centro città e sono abbastanza grandi, economici, assortiti e accoglienti nella loro anarchia, da consentirti di trascorrere un piacevole aperitivo in compagnia di un golfino usa e getta.I prezzi bassi per un assortimento così vasto, non sono certo il solo frutto del ridottissimo personale che lavora in questi negozi, ma sicuramente anche il ricorso limitatatissimo dell’azienda alle risorse umane, influisce sui prezzi e influisce anche sulla disponibilità delle commesse il cui compito è solo quello di riordinare gli indumenti sparsi per il negozio.
Da Zara puoi provare qualsiasi indumento e una volta scartatolo dalla tua lista degli acquisti, puoi lasciarlo dove ti pare. Entri, guardi, arraffi un po’ di capi, ti metti in fila per il camerino, provi gli abiti, esci, lasci quello che non ti piace ad un commesso addetto solo piegare i capi scartati, vai alla cassa, paghi e te ne vai. Ci sono tuttavia alcuni accorgimenti necessari per apprezzare il luogo. Il primo è quello di ricordarsi che le taglie sui cartellini vanno aumentate di quattro numeri, il secondo è quello di provare tutto quello che si vorrebbe comprare perché la vestibilità degli indumenti è variabile, la terza quella di portarsi dietro un documento per pagare la carta di credito e la quarta quella di non chiedere mai per nessun motivo aiuto ad una commessa. Tutto ciò, naturalmente, fa la fortuna di Zara che concentradosi sullo stile e non sulla qualità né del servizio né dei capi, può permettersi prezzi stracciati.
Le commesse, dicevo, non sono lì per aiutare voi ma per svolgere il loro lavoro da catena di montaggio.L’altro giorno, ultima di un’interminabile fila si ragazze (per lo più straniere) in attesa di provare i capi scelti, osservavo il commesso in divisa che come un automa prendeva i capi sgualciti da un tavolo, li piegava e li riponeva su un carrello. Quando il carrello era piena chiamava una collega che ne portava uno vuoto e si prendeva quello pieno. Poi, a sua volta, lasciava il carrello pieno ad un’altra commessa e prendeva un carrello vuoto per riportarne un altro pieno da un’altra sfilza di camerini. Un’altra commessa che lavorava vicino ad uno scaffale, aveva il compito di mettere su un carrello tutte le scarpe azzurre che servivano per una vetrina e poco più in là ce n’era un’altra addetta a dividere i pantaloni verdi da quelli azzurri e quelli neri. Tutti con la loro divisa e con quella pazienza imposta che non ti consente per contratto di maltrattare chi incurante del tuo lavoro riprende dalla pila di capi appena piegati l’ultimo della fila costringendoti a cominciare da capo. Maltrattare no, ma certo non essendo richiesta per contratto nessuna disponibilità verso il pubblico, la loro reazione, su richiesta di una cliente, è piuttosto scortese e assolutamente evasiva.
Sul muro di fronte al tavolo dove avevo lasciato il commesso a piegare i capi scartati dalle clienti, un ordine di lavoro assegnava i turni ai vari commessi. Due ore per ciascuno a piegare i capi fuori dal camerino, poi due ore a portare carrelli, un’ora a ritirare i capi dalle casse, un’ora a ripiegare golf e così via. Senza praticamente nessun contatto con il pubblico, senza nessuna gratificazione lavorativa, senza nessun obbiettivo da raggiungere, senza sapere come impiegare il proprio cervello per otto ore.
Una catena di montaggio dove al posto di bulloni da inserire e disinserire in un foro, ci sono golf da piegare e spiegare su un tavolo. Embè? Direte voi, dove sta la novità delle catene di montaggio? La catena di montaggio, è vero, non è una novità.
Per un certo periodo ho lavorato in una fabbrica dove si costruivano borse.Le macchiniste, per dire, stavano sedute di fronte alla loro macchina da cucire e per due ore, sempre per dire, dovevano fare sempre la medesima cucitura su cento parti uguali di un medesimo modello di borsa. Il cervello anche lì lo puoi praticamente lasciare a casa ma a differenza di un commesso di Zara, almeno un paio di neuroni te li devi comunque portare dietro perché devi fare attenzione a fare dritta la cucitura perché ogni sbaglio che fai è una borsa in meno che verrà prodotta o almeno un pezzo di borsa in meno che può mettere in difficoltà coloro che sono addetti alla mansione successiva. E poi, quando il lavoro è terminato, ti resta sempre da ammirare una di quelle borse sapendo, per quel poco che può contare, che la sua bellezza, la sua ottima fattura o anche solo il suo esistere, dipende in parte anche dal tuo lavoro.
E poi c’è un dopo, un prima, un durante, insomma un contesto che se nei tempi d’oro della Fiat riusciva addirittura a rendere orgogliosi i lavoratori di lavorare “in” Fiat, in tempi più magri o in ambienti più piccoli, creava e crea tuttora tra i lavoratori, un senso di appartenenza, familiarità, di rabbia, di speranze, di corporativismo che in posti come Zara è del tutto assente.
Gli operai della fabbrichetta dove lavoravo io, era gente che sul datore di lavoro poteva a suo modo contare, gente che lavorava lì da una vita e che grazie a quel lavoro e con enormi sacrifici, si era magari comprata due stanzucce umide, o aveva intrapreso una lotta sindacale o, si era comunque identificata almeno in parte, con il suo luogo di lavoro. Il lavoro che non nobilita l’uomo ma che crea un ambiente comunque in grado di dare un senso alle tue giornate.
Il commesso di Zara invece, se distrattamente si osserva il contesto, è un giovane che lavora in un bel negozio del centro a contatto con il pubblico, ma se ci si sofferma un attimo ad osservare la situazione, non sarà difficile comprendere che il suo lavoro è più avvilente di quello di molti operai e soprattutto del tutto privo della possibilità di alimentare una qualsiasi speranza.
Non sono più i tempi in cui svolgendo un onesto lavoro si poteva sperare di mettere su casa e famiglia, e non sono più i tempi in cui in cambio dell’umiltà del tuo lavoro, potevi almeno contare sulla sua certezza, né puoi sperare nella carriera o in un miglioramento delle tue condizioni lavorative: la tua condizione fisica è preservata e di quella mentale non frega niente a nessuno.
Intrappolati per sempre tra quei golfini con uno stipendio che ti basta per mantenerti la macchina e farti un paio di canne alla sera.
Poi dice che uno fa i provini per andare al Grande Fratello e che io finisco per andare a prendermi un aperitivo anziché un golfino di Zara!





2 Marzo 2006, 9:52
(ed ecco perché quando entro da zara finisco con l’uscirne il prima possibile - e senza aver acquistato niente)
2 Marzo 2006, 11:53
io un mesetto fa ho fatto felici un paio di commesse, di quelle vecchio stampo, di quelle motivate che si prodigano per suggerirti non solo i vestiti ma anche tutti gli accessori. è stato bello farle felici…certo avrei potuto bere aperitivi per un pezzo! :)))
annika
2 Marzo 2006, 12:36
Prima le catene di montaggio esistevano solo nelle industrie, ora sono comparse le catene di montaggio dei servizi: i nuovi automi del terzo millennio. Credo che l’unica cosa che sorregga questi ragazzi nel loro abbrutente lavoro è il non conoscere la differenza con altre realtà che tu hai descritto. E forse la sera quando si spengono con uno spinello davanti alla tv, rigraziano anche Dio per avere un lavoro di merda, visto che per i giovani c’è solo precarietà e disoccupazione.
2 Marzo 2006, 12:38
io però quando vivevo a Milano da Zara un paio di volte ci ho scialato. E poi la commessa che non ti caga non è male.
2 Marzo 2006, 17:14
Io da Zara di tanto in tanto ci trascorro un po’ di tempo. Non ho bisogno di una commessa che mi segua, mi arrangio abbastanza bene da sola ma le facce dei commessi, la dicono davvero lunga su come vanno le cose nel nostro mondo.
3 Marzo 2006, 14:54
Ieri sera, giovedi’ che qui a Jeddah equivale ad un sabato, sono andato a farmi un giro nell’ultimo mega centro commerciale sorto da queste parti e, guarda un po’, tra fast food di catene americane e negozi di profumi da comporre a proprio gusto ne ho trovato uno di scarpe e borse:
Viss il suo nome, con rassicuranti e petulanti commessi. Ma almeno spero abbiano la soddisfazione del buon lavoro fatto quando a sera chiuderanno il negozio.
Ciao, Wolf
7 Settembre 2007, 14:20
Sono uno di questi che voi chiamate AUTOMI.
Mi dispiace dovervelo dire, ma io la sera non mi spengo fumando spinelli davanti alla televisionè, nè sento di avere in dotazione una dose menomata di neuroni.
Credete per davvero che chi lavori da Zara sia stupido?
Non avete mai pensato che forse lo fa perchè ne ha bisogno? Perchè non ha alternativa? Perchè al mondo non sono tutti ricchi e non tutti possono permettersi aperitivi?
Ho fatto il liceo classico e sono uscita con cento (a dimostrazione del fatto che forse una o due coppie di neuroni li posseggo) e lavoro da Zara per mantenermi gli studi universitari, che la mia famiglia evidentemente non abbiente come le vostre, non può permettersi.
Prima di fare del paternalismo o del moralismo d’accatto, proverei a pensare con un minimo di profondità.
7 Settembre 2007, 14:28
Mi spiace dirtelo Marta, ma con questa risposta dimostri proprio di esserlo: io non accusavo di stupidità i lavoratori di Zara, ma di sfruttamento dei lavoratori le aziende come Zara che costringono all’abbrutimento da catena di montaggio i propri lavoratori senza offrire “umanamente” niente in cambio.
E io all’università non mi ci sono mai neanche iscritta. Tanto per.
9 Settembre 2007, 9:05
ucci ucci sento odor di battibeccucci!
concordo con Viss riguardo al fatto che in alcun passaggio, cara Marta, troverai scritto che i commessi di Zara sono stupidi.
anzi, non era proprio questo il senso!
rileggi!?
per quanto riguarda l’essere abbienti… beh?! problemi con chi ha soldi?!
io sono una ricca ereditiera che lavora per hobby e non per necessità.
quindi!?
ho fatto l’università e ci ho impiegato parecchi anni, facendomi mantenere dai miei. dunque!?
11 Ottobre 2007, 21:35
ho mandato il crriculum a zara x poter lavorare,ma mi ha snobato letteralment….poi dicono ke al sud nn vogliamo lavorare..ste socita di merda ke credono di essere uperiori ma hanno solo prezzi alti x tessuti di merda
17 Dicembre 2007, 1:15
ma andate a cagare e a lavorare(la seconda per chi ne ha voglia e necessità). Nella vita bisogna farsi il culo e sudare punto. Non è che arrivi bello fresco e pretendi di occupare la poltrona accanto al responsabile commerciale. Fatela finita. Cojoni. Tutte cazzate. Lavori e ti mantieni. Stop . è sempre stato così. e ogni cosa ha il suo tempo. Certo, se a 25 anni pretendo, nonostante non ne ho la possibilità, di non lavorare e avere la macchinuccia sotto al culo, di andare per aperitivi e quant’altro, sto fresco. Lavoro per pagarmi le mie cose. E studio per migliorare la mia collocazione in termini di stato sociale. Riflettete prima de scrive minchiate. Buffoni
18 Dicembre 2007, 13:16
[Fortuna che stai ancora studiando, perché l'italiano lascia alquanto a desiderare. Vuoi comprare qualche congiuntivo?!]
Ho studiato. Lavoro. Non sono pagata quanto richiederebbe la mia professionalità.
Attenzione, ragazzo: la mia professionalità. Quella che EFFETTIVAMENTE metto al lavoro. Non quella dovuta al titolo di studio o quant’altro.
Semplicemente “mi pagano poco”. E il bello è che il mio datore di lavoro è d’accordo con me! Sembra una presa per il culo, ma è così.
Lavoro, mi mantengo. Stop. Se mi si rompe un dente devo andare a chiedere i soldi ai miei. Stop.
Ripassa da qui quando avrai meno speranze in un futuro migliore e più esperienza, va.
19 Ottobre 2008, 3:02
Sono un’altra Marta e anche io mi aggiungo alla lista di automi (cara Marta che mi ha preceduta, i nostri percorsi sembrano essere simili per non parlare dell’omonimia )
Guarda,concordo pienamente sul fatto che questo tipo di lavoro visto dall’esterno possa sembrare “non motivazionale”,e in fondo è così per molti,che come me lo fanno magari per mantenersi gli studi,ma ritengo che la cosa sia da intendersi come al solito a livello soggettivo.io personalmente non ho ambizioni di alcun tipo in questo campo,ho ben altri interessi,ma il mio lavoro(che va ben oltre il semplice rimettere in ordine)lo faccio al 100%, dimostrare cortesia ai clienti poi credo sia una regola di buon gusto che anche se non scritta sta alle fondamenta del rapporto umano di base,almeno a mio avviso.Quello che non fa bene il suo lavoro e lo porta avanti in modo svogliato lo troverai ovunque anche tra quei pochi eletti che hanno avuto la fortuna di svolgere una professione appagante.
“Il cervello anche lì lo puoi praticamente lasciare a casa ma a differenza di un commesso di Zara, almeno un paio di neuroni te li devi comunque portare dietro” e comunque questa frase non è molto carina,non denota grandi capacità di analisi critica.
La prossima volta che vai da zara magari guardati attorno un po’ meglio e cerca di andare oltre l’aspetto superficiale della cosa.