amen
Viscontessa, 16 Febbraio 2006Oggi mi ha telefonato mia sorella per chiedermi se voglio fare la madrina di sua figlia. Incastrando le cose di maggio, tra cui l’anniversario dell’incidente di mio padre, è infatti riuscita ad infilarci anche il battesimo della piccola per il quale, si è affrettata a tranquillizzarmi, non sarà necessario il corso di preparazione al ruolo di madrina. Si lo so, mi hanno detto che devo rinunciare a Satana ma io questo Satana non l’ho mai conosciuto per cui ci rinuncio facilmente.
E poi tanto ormai questo periodo della mia vita se ne va tutto in chiese e messe, battesimi, comunioni e non ricordo più che altro.
Io in Chiesa, poi, sono bravissima, canto, recito le preghiere e resto compita sul fondo della chiesa rispettosa di chi con le braccia aperte recita il padre nostro in estasi. La verità è che in Chiesa è l’unico posto dove posso permettermi di indossare la giacca con il collo di pelliccia che l’ho messa una volta per andare in ufficio e mi hanno insultato in tutti i modi, per rimediare ho dovuto mangiare macrobiotico per una settimana e ancora non mi sono ripresa.
In chiesa quello che conta sono le anime e gli animali, si sa, non hanno anima per cui non c’è motivo alcuno perché non ci si possa presentare a celebrare l’amore fraterno con tutte quelle bestie morte sulle spalle. La vanità è un peccato minore, niente confronto all’amore di due persone che non hanno celebrato il loro matrimonio di fronte a Cristo.
Che poi, sarà, ma quel cristo in croce imposto nelle aule, tutto evoca fuorché la tolleranza. Imporre la tolleranza è come democratizzare a suo di bombe.
Vabbè.
Quello di cui volevo parlare oggi però è un’altra cosa perché io a questa cosa che dovrei fare la madrina mi sono un po’ commossa e non perché farò la madrina (affidare a me l’educazione cattolica di un bambino è come affidare quella sessuale ad un pedofilo) ma perché io alle figlie di mia sorella ci tengo e non come ci terrebbe una zia alle sue nipoti, ma come ci teneva la Maddalena al suo Gesù. Come avevo già detto tempo fa, mi capita spesso quando sogno, di confondere mia figlia con mia sorella e questo perché mia madre fin da piccola, ha sempre cercato di affidarmi la responsabilità di una sorella che era stato deciso a maggioranza familiare, che fosse più debole, più cagionevole, più fragile e senza mezzi termini anche più intellettivamente limitata rispetto a me. A niente sono valse le mie proteste al riguardo e a niente neanche il silenzio di cinque anni che ci ha tenuto lontane, così è stato deciso e così sarà sempre.
Non potendo quindi combattere questo fenomeno, ho pensato che un bel senso di colpa urbi et orbi, ci sarebbe stato proprio bene e così, ciò che non ho mai fatto per mia sorella, mi sento adesso in dovere di farlo verso le mie nipoti. La cosa più singolare di tutta la vicenda è poi che la sua bambina più grande (quasi quattro anni) vive in adorazione di mia figlia che a sua volta adora la cugina ricreando, in un dejà vu infinito, la medesima situazione affettiva e di dipendenza emotiva, che esisteva tra me e mia sorella quando eravamo piccole.
E’ un po’ come tornare indietro negli anni e avere una seconda possibilità di vita, una chance di cambiamento rivissuta, nostro malgrado, tramite i nostri figli.
Lo so, dico qualcosa di scontato e ovvio, i nostri figli altro non sono che la proiezione delle nostre mancanze che più ci hanno fatto soffrire, ma quando queste riguardano la sfera dei sentimenti, è così facile commuoversi che a volte mi chiedo se quella con il suo bel collo di pelliccia mentre varca la chiesa di domenica con la sua nipotina per mano, sia proprio la stessa che impiccava al lampadario l’orsacchiotto della sorella.
Comunque, tra sapere e non sapere, per il battesimo mi faccio un tailleur nuovo.
E un paio di scarpe, ovviamente




