cose a caso di fronte a casa
Viscontessa, 18 Febbraio 2006Stavano lì seduti per terra di fronte al mio portone, non era la prima volta che li vedevo, l’altro giorno stavano seduti proprio sulla soglia e per poter entrare a casa ho dovuto praticamente scavalcarli.
Stanno lì seduti con la testa che ciondola in avanti e due denti ciascuno dai quali pende una sigaretta con un tizzone troppo grande. Fumano forse per abitudine, per disprezzo, per disperazione mentre due o tre cartoni vuoti di Tavernello, restano seminati sull’asfalto sporco.
Intorno il traffico del viale, le luci della sera che allungano le ombre e l’istinto di chi dovrebbe passargli accanto ma si sposta di qualche metro pensando che puzzano anche se non l’odore che ti tiene lontano da loro.
Una volta, un’estate di qualche anno fa, di fronte al portone c’erano due ragazzi. Stavano sdraiati per terra sull’asfalto senza una coperta e neanche uno zaino per appoggiare la testa. Stavano lì buttati come stracci vecchi e accanto a loro il loro cane con nello sguardo quel guizzo di vita di chi vede andarsene quella di chi a modo a suo gli ha voluto bene.
Forse erano le due o le tre di notte, forse avevo anche bevuto un po’ troppo e forse non ci sono forse che tengano perché non puoi affacciarti dalla finestra e vedere un manifesto di Berlusconi, le antiche mura della tua città, il Cayenne parcheggiato sul marciapiede, due ragazzi buttati in strada come cenci, una bicicletta chiusa con due catene al palo e senza ruote, un cane con la malinconia negli occhi e una fila di cassonetti per la raccolta differenziata senza che nessuno di essi serva per il riciclo di esseri umani. C’è qualcosa che non quadra come nei giochi della settimana enigmistica dove ti invitano a trovare il particolare che stona.
Sono uscita di casa con la mia amica e abbiamo portato del cibo al cane con gli occhi malinconici.
Il cane si è messo ad abbaiare forse per difendere quel mucchietto di stracci che giaceva al suolo e i due ragazzi si sono svegliati. Così gli ho detto che avevamo portato un po’ di cibo per il cane e ho cercato di farlo senza ferirli, senza umiliarli per quella misera carità. I due ragazzi, allora si sono tirati su e hanno sorriso, il sorriso di denti neri di chi si è perduto e ha rinunciato a cercarsi. E ci siamo messi un po’ a parlare, così piano piano, lievemente con parole semplici che cercavano di indagare sulle loro necessità. Si tenevano per mano, per quelle mani sudice così strette tra loro e ci hanno raccontato che avevano solo bevuto un po’ troppo ma stavano bene. Poi il cane si è messo a mangiare e io gli ho chiesto dove pensavano di dormire e se avessero degli amici che potevo chiamare perché venissero a prenderli o se potevo chiamare magari un’ambulanza perché potessero passare almeno una notte al coperto. Ma loro, timidamente, mi hanno chiesto solo qualcosa da mangiare. Avevano fame, avevano fame come me come te, come chiunque. Non volevano niente, ne una sigaretta, ne un luogo nel quale dormire, volevano solo qualcosa da mangiare e così sono tornata in casa e gli ho portato un po’ di pane, del formaggio e un pezzo di arista che aveva nel frigo. Hanno detto grazie e hanno mangiato tutto, poi hanno bevuto un sorso d’acqua dalla bottiglia che gli avevo portato e ne hanno data un po’ anche al cane.
Si sono alzati hanno ringraziato e sono andati via.
Tempi, coniugazioni, sintassi, tutto a casaccio come questa società. E la fame di pane e parole per soddisfare le proprie esigenze




