oggi sono morta

Viscontessa, 28 Febbraio 2006
Oggi sono morta senza aver terminato quel che stavo facendo.
Io lo sapevo che oggi sarei morta ma quando l’ho saputo ormai era troppo tardi per mettere le piante dentro alla serra e scrivere a mia madre per dirle che nonostante tutto le ho sempre voluto bene.
L’ho saputo appena sveglia, tutti appena svegli sanno riconoscere il giorno della loro morte ma nessuno ha mai il tempo di comunicarlo agli altri o il coraggio di portare a termine quello che stava facendo.
Se solo lo si potesse sapere un poco prima del giorno stesso, sarebbe molto più facile organizzarsi ma siamo così tenacemente attaccati a questa unica vita di cui c’è certezza, che ci rifiutiamo di ascoltare i sintomi della nostra morte imminente. Poi ti alzi una mattina e ti rendi conto, perfettamente conto, che questo è il giorno prescelto.
Il giorno in cui devi morire ti pare che il sole splenda più luminoso del solito oppure ti pare che la pioggia che cade sia più bagnata di quella di ieri e il grigio delle nuvole sia di un grigio più brillante, è un po’ come passare una mano di coppale sulla tua vita ma prima che quella si secchi e ti permetta di toccare finalmente quelle superfici ormai brillanti, tu te ne sei già andato con le mani tutti appiccicose di coppale impiastricciata.
Il giorno in cui devi morire ti pare poi di poter evitare l’evento, stamattina, per esempio, mentre ammiravo i viali luminosi e il traffico disordinato, pensavo di dover guidare con prudenza. Immaginavo che sarei morta in un incidente d’auto con un contorno di passanti incuriositi che coprivano gli occhi ai loro figli per non fargli vedere i sangue denso che mi usciva dalla testa. Avevo anche pensato di mettere per l’occasione un cappotto scuro che mascherasse il colore del mio sangue sparso, ma poi, dopo essermi accurata lavata, profumata ed essere stata in bagno per sfigurare di fronte al patologo che mi avrebbe forse fatto l’autopsia, mi sono rimessa il mio cappottino giallo perché non volevo ancora credere che oggi sarei morta.
Quando poi sono scesa dalla macchina, ho attraversato la strada con prudenza e mentre facevo colazione al bar ho pensato che forse mi sarei strozzata con la brioche. Si ecco, forse mi sarei strozzata con la brioche, sarei diventata tutta paonazza e strabuzzando gli occhi fuori dalle orbite, mi sarei accasciata al suolo sporcandomi il cappottino giallo con la tazzina di caffè bollente che tenevo ancora tra le mani.
Ho masticato con calma, ho masticato talmente lentamente che il caffè si è freddato e io ho fatto tardi.
L’appuntamento era per le nove dal dentista, niente di preoccupante solo la pulizia dei denti ma mentre l’igienista mi massacrava le gengive, pensavo che sarei morta per una scossa elettrica sulle gengive. Che morte orribile, ho pensato mentre lei mi scorticava una gengiva in cerca di chissà quale deposito di tartaro invisibile!
Certo morire con una bocca pulita è una soddisfazione ma devo dire che quello è stato l’unico momento in cui ho seriamente pensato che, se stavo morendo o che se non comunque non fossi morta in quell’istante, non valeva proprio la pensa di sottoporsi a quella tortura se tanto dovevo morire. Che poi avevo dietro il mio bel documento di identità quindi nessuno avrebbe dovuto prendermi le impronte dei denti per riconoscermi e allora tanto valeva morire insieme al mio tartaro.
Poi anche il dentista è passato, o almeno credevo, e mentre mi chiedevo quale altro pericolo potessi evitare, mi sono girata per salutare la mia igienista e sono inciampata nella guida sulle scale.
Se oggi non fossi dovuta morire, mi sarei ripresa da quel volteggiar nell’aria in cerca di appigli, ma poi ho pensato che tanto valeva approfittare dell’occasione e che se il mio destino era segnato, almeno avrei potuto avere l’ultima parola sul fato e mi sono lasciata andare.
Adesso sono qui alla base delle scale con l’osso del collo rotto, anche questo braccio ha una posizione innaturale e questo piede all’altezza dell’ascella, mi fa supporre che anche la gamba debba aver subito qualche danno.
Intorno gente che urla, rumore di sirene, qualcuno piange e la Dasy dev’essere svenuta perché sento che qualcuno sta chiedendo se ci sono dei sali e non possono essere certo per me….
Sono morta, ma il mio cappottino giallo non si è sporcato di sangue e non si è neanche strappato.
E anche queste sono soddisfazioni alla faccia del destino cinico e baro!

La scheggia

Viscontessa, 26 Febbraio 2006

Pensavo stamattina che i sentimenti umani si classificano per l’intensità dovuta alla propria età, alla propria predisposizione a fidarsi di un altro, alla capacità di amare ed altri fattori che niente hanno a che vedere con il sesso dell’altro.

Il primo rapporto di vera amicizia, è molto spesso simile al primo rapporto d’amore ed è caratterizzato da un’intensità e da una ingenuità, che finisce di sovente per deludere amaramente chi ne viene ferito. Il contatto fisico, sia nell’amicizia che nell’amore, è parte integrante del rapporto  e quell’abitudine tutta giovanile di toccarsi, abbracciarsi, camminare per mano o confrontarsi la lunghezza del pisello, è molto simile ai primi approcci amorosi in cui l’istinto regna sovrano a scapito della consapevolezza e della capacità.

Pensavo a questo perché non ho mai provato il desiderio di fare sesso con una donna né ho mai avuto un ben che minimo scambio di effusioni che potrebbero definirsi amorose con una persona del mio stesso sesso. Neanche in gioventù quando con le amiche condividevo persino le stesse mutande, né in età più adulta quando il potenziale erotico di una donna mi era assolutamente evidente.

Ciò nonostante, proprio in età adulta, mi è capitato più di una volta di provare un’attrazione fisica per una donna, ma un tipo di attrazione tutta mentale che mi conduceva a non provare alcun desiderio fisico verso la persona del mio stesso sesso, ma più una consapevolezza di essere io in quel momento del sesso sbagliato.

Non è facile da spiegare, mi rendo conto, ma esistono situazione in cui mi pare di acquisire una consapevolezza tutta maschile e di rendermi come conto che se fossi un uomo, saprei come valorizzare sessualmente quella donna.

Non è una sensazione frequente, di solito le donne mi sono per lo più indifferenti così come mi sono indifferenti la maggior parte degli uomini nel senso che non mi capita spesso di trovare uomini per cui provo un’immediata attrazione sessuale a prescindere dalla loro conoscenza.

A scapito della giovinezza è ovvio che con l’avanzare dell’età si provi attrazione per ciò che quella persona rappresenta, e se il bello ma scemo in gioventù è un tipo di modello assolutamente apprezzabile, con il trascorrere del tempo il bello ma scemo diventa insopportabile come una lezione di cucina macrobiotica.

Ciò nonostante capita di incontrare alcune persone la cui gestualità, la cui espressione, il modo di porsi o di muoversi, affascinano immediatamente nonostante il sesso.

Che poi è una cosa del tutto personale, ci sono persone affascinanti a prescindere, e altre in cui, come dicevo prima, ciò che ti colpisce è il potenziale erotico che ti par di intravedere.

Così tizio o tizia, come si dice, “ti fa sangue” senza che gli altri riescano a comprendere da cosa derivi questo sangue che ti gira per le vene.

In fondo poi tutto ciò non dovrebbe essere così difficile da comprendere da chi fa di internet un mezzo di comunicazione perché se dal vivo è la gestualità ad essere oggetto di quel sangue in subbuglio, su internet sono solo le parole che risultano addirittura del tutto decontestualizzate da colui o colei che le scrive.

Bene, ciò detto, vado a cercare di togliermi una scheggia di ceramica che mi  è entrata in una mano e che si sminuzza ogni volta che riesco ad agguantarla con le pinzette.

Se dovessi morire per questo piccolo incidente domestico, ricordatevi di raccontare di me che tutto queste elucubrazioni mentali, mi rendono la donna più casta di tutta la blogsfera.

Perché o si scopa bene o è meglio passare l’aspirapolvere.

è venerdì

Viscontessa, 24 Febbraio 2006
Nel signorile quartiere dove lavoro, sono improvvisamente fiorite le cassette porta pubblicità. Come fiori metropolitani, ogni palazzo ha attaccato al muro, sotto alla campanelliera, una cassetta in metallo dove lasciar riporre i quintali di volantini pubblicitari che ogni giorno intasano le nostre cassette della posta e che soprattutto costringono un condomino a caso, ma anche tutti insieme, ad alzarsi per andare ad aprire la porta. Dico alzarsi perché anche questa zona, come altre zone signorili ai confini del centro, sono quasi del tutto abitate da persone anziane che le vedi trascinarsi sui marciapiedi spazzati dal vento, per andare a fare quel po’ di spesa che gli serve per la loro alimentazione da uccellini.
D’altra parte sono pochi coloro che possono permettersi di rimanere a casa la mattina e in zone come questa  la mattina a casa ci sono le persone anziane oppure le domestiche che hanno il divieto assoluto di aprire la porta.
Le cassette porta pubblicità, sono quindi fiorite all’improvviso non appena il ferramenta della zona le ha esposte in vendita fuori dal suo negozio. Basta scampanellate di ragazzi infagottati che trascinandosi dietro il carrello della spesa seminano depilantes pubblicitari che se lasciati nelle cassette, finiscono poi per terra in un fiorire di disordinata carta, adesso, senza scampanellare, il ragazzo deposita la pubblicità nella cassetta apposita che poi qualche condomino premuroso o quelli che puliscono le scale, cestinano  nel cassonetto per la raccolta della carta.
Hanno un certo fascino i pulitori di scale, in quartieri come questi li vedi ogni mattina all’opera mentre lucidano campanelli e spazzano piccoli pezzi di marciapiede antistanti i portoni come se il confine tra ciò che appartiene al condominio e quello che appartiene al pubblico di pedoni e piccioni, fosse delimitato da una recinzione immaginaria di filo spinato. Ci sono mattine in cui è tutto così ordinato, che ti verrebbe quasi voglia di suonare tutti i campanelli e scappare di corsa come si faceva da ragazzini per trascorre i lunghi pomeriggi estivi.

Il  bar invece, quello dei napoletani che si trova subito dopo l’angolo, ha cambiato gestione e prezzo del caffè. La gestione è di recente passata ad uno dei numerosi figli della coppia che lo gestiva che insieme alla fidanzata hanno deciso di rinnovare l’attività. Adesso, a differenza di prima quando le donne stavano al banco e in cucina e i maschi sfogliavano il giornale e fumavano sigarette, al banco c’è la fidanzata di lui con la sua vocina di bambina  mentre la mamma continua a stare in cucina, e lui a leggere il giornale e fumare sigarette.
Una volta alla settimana preparano delle ottime sfogliatelle napoletane da gustare con un buon caffè anche se il loro caffè non ha niente a che vedere con quello che si beve a Napoli come il prezzo che all’improvviso è aumentato di cinque centesimi raggiungendo la soglia degli 85 centesimi.
Io le prime volte, su richiesta, tiravo fuori da qualche fondo tasca i cinque centesimi che gli consentivano di darmi un resto in monete di taglio più grosso, poi mi sono un po’ stufata perché ho pensato che se decidi di fare prezzi che necessitano di una gestioni di spiccioli di piccolo taglio, mi pare il minimo che tu ti procuri le monetine di cui hai bisogno per fare il resto.
E così adesso, quando prendo il caffè da loro, rispondo sempre che no, i cinque centesimi non ce l’ho e il caffè lo pago sempre al vecchio prezzo.

dubbi sulla normalità

Viscontessa, 23 Febbraio 2006
Io non sono mai stata sicura di essere normale.
Ma non è colpa mia.
Ho una zia infatti che a causa di un probabile meningite avuta durante la guerra quando era ancora in fasce, è cresciuta in un corpo piuttosto infelice e con le capacità mentali di un bambino di cinque, sei anni.
La zia, che viveva con i miei nonni, non sapeva di essere com’era e si comportava normalmente come pensava che si comportassero anche gli altri. A noi cugini, allora bambini, era fatto assoluto divieto dire alla zia Arcadia (così ahimè si chiamava) che non era normale e dovevamo trattare con lei come se fosse stata normale anche se non sapevi a quale normalità fosse più opportuno riferirsi perché non era un’adulta normale e neanche una bambina normale.
Quando per esempio tornando da fuori portava radiosa dei fazzoletti sporchi raccattati per strada, non sapevamo mai come comportarci. Lei lavava i fazzoletti e li riponeva nel suo cassetto poi in occasioni speciali, ci regalava un fazzoletto usato (ma lavato) raccontandoci dove lo aveva trovato e noi, cercando con la sguardo le nostre mamme, ci sentivamo piuttosto in imbarazzo sia ad accettare che a respingere quel singolare dono. Di solito poi, incalzati dallo sguardo severo della mamma, prendevamo quel fazzoletto ex-moccicoso mentre lei rideva senza voce come solo lei sapeva fare. Uno delle sue manie più singolari, però, era quello di chiamarti furtiva in disparte per toglierti un pelucco, un capello, un filo dal golf. Lo prendeva delicatamente con le mani e te lo mostrava orgogliosa convinta con quel gesto di averti fatto comprendere il perché tutto doveva avvenire in segretezza. Il suo gioco preferito invece era quello di appenderti addosso le mollette da bucato e per ogni molletta che riusciva ad appinzarti dietro la maglietta, rideva in silenzio per ore. Se non ti accorgevi di quella molletta ti capitava, osservandola, di pensare che fosse posseduta da un demonio muto.
Così è successo che ad un certo punto della mia vita, probabilmente in concomitanza con l’avvicinarsi di quella adolescenza che si concentra tutta sull’individuo che la sta vivendo, ho cominciato a chiedermi se ero normale.
D’altra parte, se no lo fossi stata, non me ne sarei potuta accorgere come non se ne accorgeva la zia Arcadia.
All’inizio il dubbio era un dubbio innocuo con cui trastullarsi quando guardandoti allo specchio, cominci a non riconoscerti più e a chiederti se quei due nocciolini che prendono forma sotto ai capezzoli, siano normali o siano il principio di un rarissimo tumore infantile. A quell’età, si sa, non esistono vie di mezzo e la tragicità è uno degli stati d’animo che permeano tutta la nostra esistenza di giovani virgulti.
Fatto sta però, che l’accrescersi delle tette coincise con l’accrescersi dei dubbi sulla mia normalità. Se da un lato il probabile tumore infantile cresceva, dall’altra l’ignorare la malattia da parte della mia famiglia, era assolutamente spiegabile dalla loro incapacità di affrontare determinate situazioni. Immaginavo infatti che mia madre fosse assolutamente consapevole della mia malattia, ma che per non dispiacermi, spacciasse quei bozzi sul mio petto per un seno acerbo come accadeva per  la mia zia “scema” spacciata per una persona normale.
Così piano piano finiì per convincermi che anche io dovevo avere qualcosa che non andava e cominciai da un lato a spiare i miei genitori nella speranza di sentirli prima o poi parlare tra loro della mia anormalità, e dall’altra mi sottoponevo a stenuanti sedute di domande che potessero negare la  mia teoria.
Se uscivo con un’amica per andare al cinema, mi dicevo che dovevo per forza essere normale altrimenti i miei genitori non mi avrebbero mandata, ma poi, un attimo dopo, mi dicevo che mi avevo mandato apposta perché io non sospettassi di essere anormale. Del primo bacio, per esempio, ricordo quella sensazione di disagio che si può provare quando si pensa che qualcuno sia stato pagato per ingannarti perché la mia paranoia aveva raggiunto livelli tali, da avermi portato ad architettare tutta una teoria sulla mia famiglia.
Avevo insomma deciso, ad un certo punto, che la mia famiglia fosse ricchissima, così ricca da aver comprato tutti quelli che mi stavano intorno per non farmi sentire normale.
Mentre le mie coetanee sognavano di essere principesse arabe strappate da piccole dalle loro famiglie di origine, io sognavo di essere un’anormale a cui i genitori volevano così bene da preservarla dalla dura realtà e ci fu un periodo, un brevissimo periodo della mia adolescenza, nei quali provai per loro anche una tenerissima riconoscenza.
E adesso, se non sono normale, sapete il perché.

bene

Viscontessa, 22 Febbraio 2006

-         pronto?

-         Ciao vis, sono  Gisella, come stai?

-         Ciao Gis, bene e tu?

-         Bene grazie…che fai di bello?

-         Niente, ero qui sul divano…niente, e tu?

-         Niente di particolare…che mi racconti?

-         Mah! Veramente niente, nel senso che non ho nulla di nuovo da raccontarti….e tu?

-         Neanche io… la bambina come sta?

-         Bene grazie, ieri le hanno dato la pagella e…

-         Come è andata?

-         Si, bene, bene…

-         Son contenta e…tuo marito come sta?

-         Bene anche lui grazie

-         E tua sorella poi?…come stanno lei e la bambina?

-         Bene anche loro, tutto a posto…i tuoi figli?

-         Bene, studiano, fanno sport….ma tua figlia va sempre a cavallo?

-         Si, si, va sempre ed è sempre bravina e…. tuo marito poi, con il lavoro?

-         Bene, si è un periodo abbastanza buono, non mi posso lamentare….e tu? Tu come stai? Dai raccontami qualcosa!

-         E che ti racconto? Si, va tutto bene, il lavoro bene, la famiglia bene, gli animali bene, la casa bene, io bene… niente di nuovo neanche qui.

-         Senti, ma che fai in questo periodo di bello?

-         Mah niente, lavoro, vado a prendere la bambina a scuola, poi torno a casa, cazzeggio, preparo la cena, mangio, mi schianto alla tele, vado a letto, dormo, sogno, mi sveglio, mi alzo, faccio colazione, ascolto il telegiornale, mi lavo, mi vesto, prendo il pappagallo dalla gabbietta fuori e lo metto in casa, do da mangiare al gatto, faccio uscire i cani, prendo la macchina, vado in ufficio, lavoro, mangio, lavoro, esco, prendo la macchina, vado a prendere mia figlia, torniamo a casa, mi cambio, faccio uscire i cani, do da mangiare al gatto, tiro fuori il pappagallo, brontolo con mia figlia che non si svuota il frigo per merenda, scrivo qualche cazzata sul blog, leggo, ascolto mia figlia che mi racconta la sua giornata, spazzo, passo il cencio dove i cani hanno lasciato tutte le zampate, mi ricordo che non ho comprato il latte/pane/scatolette per il gatto/sigarette/quaderno/lampadina, mi girano le palle, esco in tuta e vado a comprarli, torno a casa, accendo la televisione, preparo la cena, saluto mio marito, mangio, prendo il caffè, mi stravacco sul divano, discuto con mio marito mentre io controllo la posta e lui fa un sudoku, mi incazzo con qualcuno a caso perché un cane vuole uscire, l’altro vuole entrare, il gatto vuole mangiare, mia figlia non si vuole lavare i denti, l’altro cane vuole mangiare il gatto non si vuol lavare i denti e mia figlia vuole uscire, sistemo tutti, torno sul divano, guardo una cagata alla televisione, vado in bagno, mi guardo allo specchio, penso che sto ingrassando, penso che da domani mi metto a dieta, penso che sto invecchiando, penso che da domani mi do davvero l’antirughe, penso che ho sonno, mi lavo i denti, vado a letto, mi addormento, sogno, mi sveglio……… e tu che fai di bello?  

-         Più o meno……… e com’è il tempo?

-         ……………………

 

piccoli gesti che aiutano la natura

Viscontessa, 22 Febbraio 2006

Io trovo che l’attenzione per l’ecologia non sia mai abbastanza, ma credo anche che potersi permettere una sensibilità ecologica, sia un lusso che non tutti possono permettersi.

Basta pensare alla raccolta differenziata dei cassonetti, ormai i nostri appartamenti sono talmente piccoli  da costringerci ad acquistare lo spazzolino elettrico per non battere il gomito nel muro lavandosi i denti con uno spazzolino normale, il letto ha sotto un cassone per poterci riporre le valige e in cucina il tavolo si incastra nel forno, il divano diventa scrivania e nell’armadio trova posto anche la lavatrice. Inutile aggiungere che spesso, in simili condizioni di spazio,  la pattumiera non trova nessuna collocazione adeguata e il sacchetto appeso alla finestra diventa l’unica soluzione praticabile. E poi, chi ce l’ha ormai il tempo per produrre rifiuti casalinghi? A casa non ci siamo mai, la colazione si consuma al bar, il pranzo in ufficio, la cena è sostituita dall’aperitivo con gli amici e il bagnoschiuma all’aroma di papavero selvatico della Val Dossola, lo si acquista in preziose bottiglie di cristallo da riciclare.

Per non parlare poi dell’impossibilità di muoversi con i mezzi pubblici adatti ad una utenza di anziani e disoccupati che a fronte di una scarsità di reddito possono opporre una enorme disponibilità di tempo. Se la mattina devi timbrare un cartellino e poi devi correre a scuola a prendere il bambino e quindi ti devi fiondare al supermercato a fare la spesa, l’autovettura resta ancora l’unico mezzo possibile che per girarci in città ti basta che abbia quattro ruote alla faccia dell’inquinamento che produce. E non per mancanza di sensibilità ecologica ma per mancanza di sensibilità tattile del denaro che se di solito ha una consistenza così lieve, che ad ogni pieno di benzina pensi sia giunta l’ora di comprarti un triciclo con  sidecar con parabrezza.

La verità è che così come è impostata la nostra esistenza di uomini moderni, il vero inquinamento non arriva di nostri piccoli appartamenti spesso abbandonati a se stessi, ma dai luoghi di lavoro sempre più attrezzati per abbracciare per intero tutta la nostra esistenza quotidiana.

 

Così stamattina mentre mi dedicavo allo smaltimento dei toner usati, vuotavo il cestino della carta e controllavo il pericoloso livello del contenitore della plastica, mi sono accorta che ormai da giorni usavamo carta bianca di ottima qualità per qualsiasi esigenza cartacea. Sembrava ma incredibili ma nel nostro ufficio non esisteva neanche più un foglio di carta da riciclo sul quale appuntare una chiamata per il collega da cestinare un attimo dopo averla ricevuta.

E allora, ribellandomi al torpore della routine che spesso ci porta a predicare bene ma a razzolare male, ho preso una risma intera di carta bianca finissima, l’ho inserita nella stampante e ho stampato delle cose a caso che non servivano a nessuno.

Mezz’ora dopo avevo creato una vaschetta piena di carta da riciclo e questa operazione mi ha reso davvero orgogliosa.

A volte basta davvero poco

Dialoghi di un testimone di Geova con una massaia

Viscontessa, 20 Febbraio 2006

Tempo fa litigai con un testimone di Geova che si era presentato alla mia porta in un momento poco opportuno. Mi propose sull’uscio le sue letture e  mentre io tenevo a forza i cani dentro casa, lui,  incurante della difficoltà che l’operazione richiedeva, mi pose faziosamente delle domande sulla solitudine del genere umano. Faziose perché la risposta era secondo lui insita nella stessa domanda che proponeva la loro religione come soluzione all’atavica solitudine del mondo.

Come ho detto il momento era poco opportuno e quella faziosità nella domanda, mi irritò a tal punto che mi sentii rispondere che l’uomo era sempre stato solo, da solo nasce, solo vive e da solo muore.

Il testimone di Geova, allora, si risentì e mi fece osservare che mai come in questa epoca sciagurata il valore della vita umana è stato così basso portando a testimonianza della sua certezza, l’esempio dell’anziano che muore in casa senza che nessuno se ne accorga.

“ E’una conseguenza spiacevole dei nostri tempi” aggiunsi quindi io “che niente a che vedere con il valore attribuito dalla nostra società al genere umano ma che è semmai imputabile ad una evoluzione della società che nel favorire la creazione di nuclei familiari sempre più ristretti, rischia di dimenticare chi non è più in grado di utilizzare mezzi di comunicazione diversi dalla vicinanza fisica. La vita umana, qui da noi, ha un valore talmente alto che si ricorre a qualsiasi mezzo per salvarla e allungarla il più possibile anche se, ad uno studio così attendo delle esigenze fisiche dell’essere umano, non corrisponde una uguale sensibilità alle sue esigenze affettive o mentali”.

 

Il testimone di Geova, sorpreso di essere stato mandato a fanculo in una maniera tanto articolata, si sentì allora autorizzato a perdere tutta la sua  famosa calma e dissentendo vigorosamente sull’attribuzione di valore alla vita umana, confutò le sue tesi sostenendo che era proprio la mancanza di attenzioni all’animo umano, a rendere la vita umana un bene di scarso valore.

 

“Se parliamo della vita umana intesa come organismo, il suo discorso non ha alcun valore, se invece lei vuole sostenere che mai come oggi l’uomo ha perduto i propri valori morali e la propria fede come unico punto di distinzione tra l’uomo e l’animale, posso anche essere d’accordo con lei ma ovviamente, in questo caso, si aprono molte eccezioni sulla capacità, la volontà e le modalità di ciascuno di operare su se stesso questa distinzione. Io potrei, per esempio, ritenere che questa distinzione tra uomo e animale è letale per l’uomo stesso in grado, grazie proprio alla sua presunta superiorità, di migliorare le proprie condizioni di vita ma a scapito di un ecosistema che proprio a causa della sua crudeltà, prima o poi avrà la meglio sul genere umano. Per tornare al suo esempio dell’anziano morto nel suo appartamento senza che nessuno se ne accorga, potrei per esempio sostenere che quell’anziano è frutto di una ricerca scientifica che gli ha concesso di allungare la sua vita ma che quella stessa ricerca porterà alla fine la nostra società, ad essere una società di vecchi senza più capacità di procreazione e di rinnovamento”.

 

Il testimone di Geova a questo punto ha perso ogni freno inibitorio e accusandomi di insensibilità, ha ribadito che sono  proprio la fede e i valori morali a rendere una società più ordinata, più rispettosa degli altri e quindi in grado di operare scelte che, per il bene di tutti, mantengono il giusto equilibrio tra gli stessi membri  della collettività. Se la famiglia fosse privilegiata sopra ogni forma di egoismo, non ci sarebbe alcuna crisi delle nascite e sarebbe possibile ottenere quell’equilibrio tra giovani e vecchi in grado sia di rinnovare la società che di garantire all’anziano la giusta assistenza familiare. Se l’uomo è l’unico essere vivente a cui il divino ha dato coscienza di se stesso, è proprio perché questa coscienza lo conduca, a differenza degli animali, a prendersi cura del suo prossimo.

 

Ormai rassegnata a smaltire l’inopportunità di quella visita proprio sul visitatore inopportuno, ho allora concluso il mio discorso affermando che era proprio il presupposto della mia tesi, ad essere affatto diverso dal suo. “Se le domande esistenziali sul senso della nostra evoluzioni le si pongono a quella che si ritiene un’entità superiore artefice della nostra evoluzione e si interpretano i fatti della vita come risposte a queste domande, significa che non si è disposti a ritenere che questa evoluzione porti fatalmente con se orrori e errori del nostro essere umani. La morte in solitudine di una persona anziana, è per voi un segnale di incapacità dell’uomo di adeguarsi al volere divino della fratellanza tra uomini e questa certezza vi conduce a combattere ogni giorno per diffondere un senso di solidarietà che a vostro avviso passa dalla rinuncia di se stessi come individui per esaltarla  come membri tutti uguali di una stessa collettività. Per me invece la morte in solitudine di un anziano, è un momento di riflessione individuale che mi conduce, oltre a prendere nuovamente atto  l’ineluttabilità della morte, a domandarmi come poter migliorare queste stortura della nostra società.

La differenza è sottile ma sostanziale, da una parte ci siete voi con le vostre certezze convinti che la vostra religione sia in grado di evitare certe situazioni, dall’altra ci sono io senza le mie certezze a pormi continuamente domande su come certe situazioni si possano evitare.

E la fede non è per me una soluzione accettabile perché al di là dei principi di fratellanza e amore assolutamente condivisibili, la fede si nutre della necessità di mortificare la libertà dell’uomo, in favore di una sofferenza necessaria per rendere l’uomo veramente libero.

La sofferenza è assolutamente necessaria per maturare e imparare a lenire quella altrui, ma è la sensibilità dell’individuo a fare la differenza e non la stimolazione coatta della sofferenza. Non sono la rinuncia ai beni materiali, al divertimento o al sesso fine a se stesso, che possono aumentare la sensibilità di un individuo, ma l’uso che viene insegnato a fare di queste tentazioni. Capisco che la fortuna, il fato, l’ineluttabilità siano tutte motivazioni molto difficili da accettare per spiegare tanti dolori, ma non posso accettare che l’uomo si rifiuti di affrontarle in favore di una giustizia divina che livellerà ogni differenza”.

 

Il testimone di Geova ormai tramortito mi chiese un ulteriore incontro per approfondire certi argomenti ma nella totale consapevolezza dei miei pregiudizi al riguardo, rifiutai.

piango sul latte munto della mia vacca grassa

Viscontessa, 19 Febbraio 2006

La depressione domenicale è quel tipo di disturbo che di norma sparisce quando diventi genitore.

Se prima dell’inizio della tua carriera di madre la domenica sera ti trascinavi stancamente tra il letto e il divano macerandoti nell’autocommiserazione dell’ennesima domenica di merda, ad un certo punto della tua vita tutto cambia e la domenica sera ti trascini stancamente a letto sperando che il lunedì mattina e il tuo ufficio arrivino il prima possibile.

Niente contro i cuccioli, anzi, quelle deliziose creature che portano il tuo naso, le orecchie del babbo e il sorriso (aihmè) di tua suocera, riempiono talmente tanto la tua vita che ad un certo punto non ti rendi più conto se l’affetto che provi per loro sia un sentimento autentico o una sorta di sindrome di Stoccolma che ti conduce alla dipendenza psicologica dal tuo carnefice.

Io per esempio questo fine settimana ho fatto anche un sacco di cose interessanti ma arrivata a quest’ora della domenica non riesco più a distinguere se l’inquietudine che mi attanaglia derivi  da una reminescenza di quelle domeniche piene di aspettative che coltivavi in gioventù, o sia una sorta di stanchezza familiare causata da tutto questo esubero di affetto che ti circonda dal venerdì alla domenica sera. Adesso, per esempio, sono seduta qui sul letto con uno dei cani accucciato sul tappetino, il gatto sui piedi e mia figlia che in un pellegrinaggio ininterrotto, passa di qui a comunicarmi che è stanca, che si annoia, che non vuole andare a scuola, che mi vuole bene, che ha fame, che ha mal di pancia, che vuole una coccola, che vuole giocare, dormire, mangiare, riposarsi, guardare la televisione… e contemporaneamente penso che devo mettere urgentemente un’altra lavatrice altrimenti la sua tuta preferita non è pronta per martedì che deve andare in piscina e poi devo ricordarmi di passare all’edicola a ritirare il volume della sua enciclopedia e il certificato medico per andare a cavallo, il dentista giovedì, la pagella martedì, i verbi da ripassare per la verifica di mercoledì, il fotografo per la comunione a maggio, e ancora la carta millimetrata per geometria, le spillette da appuntare sulla divisa da scout, gli occhialini nuovi per la piscina e la mensa da pagare.

Non è che dopo tutto questo proprio mi lamenti, direi che più precisamente tutto questo mi stanca perché l’impegno che mi richiede sottrae molte energie alla depressione classica domenicale fatta appunto di aspettative mancate che rendevano il giorno di festa il giorno più singolare della settimana..

Invece adesso non hai più tempo, se decidessi di rotolarmi qui sul letto pensando che anche questo fine settimana non ho incontrato il principe azzurro, non fatto una dieta disintossicante che mi ha fatto perdere tre chili in tre giorni, non sono stata ad una festa di sesso droga e rock’n roll, non sono stata a Montecarlo a fare shopping e giocare al casinò e infine non ho neanche fatto a cambio di guardaroba con la mia amichetta del cuore, adesso, dicevo, non potrei più permettermelo perché il totano fritto del pranzo che mi ha tenuto compagnia per tutto il pomeriggio, non ha saziato nessun altro stomaco di quelli che si aggirano per questa casa.

Eppure, come dicevo, venerdì sera ero a cena da amici dove oltre alla piacevolissima conversazione incentrata per buona parte della serata sulla differenza tra l’omosessualità maschile e quella femminile, ho anche commesso il reato di consumo di stupefacenti che mi ha tenuta sveglia, una volta rientrata a casa, con  la disanima completa dell’arredamento del mio appartamento.

E il sabato mattina se ne è andato con una passeggiata per il centro in compagnia dei cani, funestata solo in parte, dal pagamento delle bollette arretrate. E poi il sabato pomeriggio è trascorso all’aria aperta dove mia figlia monta a cavallo e dove, come di consueto, ho scherzato con la mia amica non che istruttrice di cavallo di mia figlia.

Stamattina poi sono andata a vedere la splendida galleria Vasariana degli Uffizi con breve visita alle opere principali della galleria (la battaglia di Paolo Uccello la mia preferita) e quindi a pranzo fuori leggendo il giornale e assaporando il totano fritto con un vinello bianco e una sigaretta tra una portata e l’altra e infine un pisolino dopo pranzo e un prematuro pigiama alle cinque del pomeriggio che tanto domani è lunedì e dobbiamo ancora fare la cartella e fatti la doccia e non hai la febbre sei solo stanca e si mi ricordo di attaccarti il bottone e va bene adesso vado a preparare la cena e ok…..va bene, domani rimaniamo a casa e ti voglio tanto bene anche io.

cose a caso di fronte a casa

Viscontessa, 18 Febbraio 2006

Stavano lì seduti per terra di fronte al mio portone, non era la prima volta che li vedevo, l’altro giorno stavano seduti proprio sulla soglia e per poter entrare a casa ho dovuto praticamente scavalcarli.

Stanno lì seduti con la testa che ciondola in avanti e due denti ciascuno dai quali pende una sigaretta con un tizzone troppo grande. Fumano forse per abitudine, per disprezzo, per disperazione mentre due o tre cartoni vuoti di Tavernello, restano seminati sull’asfalto sporco.

Intorno il traffico del viale, le luci della sera che allungano le ombre e l’istinto di chi dovrebbe passargli accanto ma si sposta di qualche metro pensando che puzzano anche se non l’odore che ti tiene lontano da loro.

Una volta, un’estate di qualche anno fa, di fronte al portone c’erano due ragazzi. Stavano sdraiati per terra sull’asfalto senza una coperta e neanche uno zaino per appoggiare la testa. Stavano lì buttati come stracci vecchi e accanto a loro il loro cane con nello sguardo quel guizzo di vita di chi vede andarsene quella di chi a modo a suo gli ha voluto bene.

Forse erano le due o le tre di notte, forse avevo anche bevuto un po’ troppo e forse non ci sono forse che  tengano perché non puoi affacciarti dalla finestra e vedere un manifesto di Berlusconi, le antiche mura della tua città, il Cayenne parcheggiato sul marciapiede, due ragazzi buttati in strada come cenci, una bicicletta chiusa con due catene al palo e senza ruote, un cane con la malinconia negli occhi e una fila di cassonetti per la raccolta differenziata senza che nessuno di essi serva per il riciclo di esseri umani. C’è qualcosa che non quadra come nei giochi della settimana enigmistica dove ti invitano a trovare il particolare che stona.

Sono uscita di casa con la mia amica e abbiamo portato del cibo al cane con gli occhi malinconici.

Il cane si è messo ad abbaiare forse per difendere quel mucchietto di stracci che giaceva al suolo e i due ragazzi si sono svegliati. Così gli ho detto che avevamo portato un po’ di cibo per il cane e ho cercato di farlo senza ferirli, senza umiliarli per quella misera carità. I due ragazzi, allora si sono tirati su e hanno sorriso, il sorriso di denti neri di chi si è perduto e ha rinunciato a cercarsi. E ci siamo messi un po’ a parlare, così piano piano, lievemente con parole semplici che cercavano di indagare sulle loro necessità. Si tenevano per mano, per quelle mani sudice così strette tra loro e ci hanno raccontato che avevano solo bevuto un po’ troppo ma stavano bene. Poi il cane si è messo a mangiare e io gli ho chiesto dove pensavano di dormire e se avessero degli amici che potevo chiamare perché venissero a prenderli o se potevo chiamare magari un’ambulanza perché potessero passare almeno una notte al coperto. Ma loro, timidamente, mi hanno chiesto solo qualcosa da mangiare. Avevano fame, avevano fame come me come te, come chiunque. Non volevano niente, ne una sigaretta, ne un luogo nel quale dormire, volevano solo qualcosa da mangiare e così sono tornata in casa e gli ho portato un po’ di pane, del formaggio e un pezzo di arista che aveva nel frigo. Hanno detto grazie e hanno mangiato tutto, poi hanno bevuto un sorso d’acqua dalla bottiglia che gli avevo portato e ne hanno data un po’ anche al cane.

Si sono alzati hanno ringraziato e sono andati via.

Tempi, coniugazioni, sintassi, tutto a casaccio come questa società. E la fame di pane e parole per soddisfare le proprie esigenze

Non è degno neanche di un titolo

Viscontessa, 17 Febbraio 2006
Ho puntellato l’occhio sinistro con un fermaglietto per la carta. L’ho incastrato all’interno dell’occhiale in modo tale che se provo a chiuderlo quello mi si conficca nella pupilla e mi esce dall’orecchio destro.
A l’occhio destro invece ho concesso un po’ di tregua e adesso sonnecchia tra le ciglia piene di mascara creando quel tipo di atmosfera soffusa adatta ad un pisolino. Per far le cose fatte il meglio possibile, ho anche spiegato all’occhio destro che più in alto si rifugia più è facile approfittare di quel meritato riposo e adesso tengo un occhio tutto giù con la grappetta come spada di Damocle e uno tutto su che scivola inevitabilmente in giù come la pietra di Sisifo.
Ho un dolore alla bocca della stomaco che trova tregua solo nella posizione eretta e un leggero mal di testa che mi crea una sorta di pesantezza cranica che ho provato a contrastare alzando la spalla destra affinchè la testa possa appoggiarsi lì. Ma la cosa peggiore sono gli occhi, non riesco davvero a tenere gli occhi aperti e non so come arrivare in fondo alla giornata.
Così sono uscita in posizione eretta a fare due passi e ha cominciato a piovere, c’era il sole e il vento e quando sono uscita dall’ufficio per fare due passi, ha cominciato a piovere.
Allora trascinandomi dietro l’occhio addormentato e la testa pesante, sono entrata nell’alimentari per mangiare qualcosa ma  appena ho varcato la soglia del negozio, il male alla bocca dello stomaco si è fatto sentire con una fitta più dolorosa delle altre e allora ho preso solo due mele.
A pranzo ho mangiato due mele ma non ho tratto da questo tipo di alimentazione salutista alcun giovamento quindi sono uscita di nuovo e sono andata al bar a prendere un caffè.
Mentre mi trascinavo zoppicando verso il bar perché stamattina ho messo un paio di stivali che mi fanno male, mi è sovvenuto che tutta quella spossatezza, non certo giustifica da una mancanza di sonno visto che anche stanotte mi sono dormita la mie dieci ore senza interruzione, poteva essere causata dalle dosi massicce di Brufen che sto assumendo da giorni per il mal di testa. Rinfrancata da questa nuova teoria, ho pensato quindi che mangiare qualcosa potesse essere la soluzione adatta per migliorare almeno il mal di stomaco ed entrata al bar mi sono tolta lo stivale che mi faceva male e ho chiesto un panino. Ho così preso un pezzo di schiacciata con la maionese il pomodoro e l’uovo sodo ed effettivamente il mal di stomaco mi è passato, il mal di testa mi è passato, ma mi si è gonfiata la pancia e un piede mentre gli occhi, sempre più pesanti, continuavano a roteare in su e in giù.
Non ho sbavato, ma per il resto potevo sembrare colta da un attacco epilettico e per non turbare l’equilibrio psichico del grillo-talpa, ho cominciato a grattarmi la guancia con il gesto della fattanza cronica. Meglio drogati che epilettici!
Poi ho rinfilato lo stivale sono tornata qui, ma adesso me ne vado.
Finisco questa cazzata che sto scrivendo e me ne vado.
Sono in calo di autostima.

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