Il parrucchiere (post settimanale)

Viscontessa, 11 Gennaio 2006

La mia mamma va dal parrucchiere tutti i sabato pomeriggio.

“vado a farmi i capelli che ho una testa che fa schifo” e torna con quello che a me sembra il pelo di un talpone morto sulla testa. Però laccato.

Mia nonna invece, che era donna di raffinato gusto francese, andava dalla “pettinatrice” e tornava con i capelli turchini anche se di solito portava a giro quei suoi capelli bianchi con il taglio alla francese e la foggia casuale del momento.

Io dal parrucchiere non vado spesso, i capelli mi crescono poco e sono talmente fini, lisci e contemporaneamente ribelli che l’estro di nessun parrucchiere è mai riuscito a domarne lo spirito.

E poi ho imparato prestissimo che il parrucchiere contro le delusioni d’amore è più pericoloso di una scatola intera di barbiturici: a ritrovarsi con la testa rasata da un lato e un color verde pallido sull’altro, non ci vuole niente.

Prima il parrucchiere si chiamava parrucchiere e aveva nomi come Manolo, Alvaro, Gina. Qualcuno ardiva a chiamarsi “coiffeur pour dame” e appendeva le foto dei giornali alle vetrine dove le modelle con i loro capelli perfetti, si sbiadivano al sole assumendo, dopo una sola stagione, l’aria verdognola da salma o giallastra da ittero.

Poi è stato il periodo degli Hair Stylist ancora in voga nella provincia mentre in città siamo passati ai saloni di bellezza le cliniche del capello e i il bello delle donne.

Esiste ancora qualche Gina che si ostina non seguire nessun corso di aggiornamento, ma per lo più le Gine  sono ormai costrette ad accontentarsi di un pubblico di anziane signore che vanno orgogliose dei loro ricetti pecorini che ti lasciano sempre la testa a posto.

Le Gine le riconosci subito dal carrello dei bigodini, dai caschi per l’asciugatura della chioma da cui uscivi con le orecchie così rosse che sembrava che dovessero prendere fuoco da un momento all’altro, e dalla lacca, quella tipo Vinavil che incolla la chioma e spesso anche parte del collo.

Dai parrucchieri più alla page, la lacca è stata sostituita  con schiume, gel, fissatori dai nomi tropicali e cere da dare sulle punte che ti inchiodano i capelli come una vergine di Norimberga.

 

La prima volta che sono andata seriamente dal parrucchiere, è stato quando lavoravo e Roma e una sera il capo mi disse che con quel cerchietto in testa, sembravo un cartone animato giapponese.

Mi passò l’indirizzo del miglior parrucchiere della città da cui uscii molte ore dopo con una pettinatura che mi faceva assomigliare a Betty Boop.

Frequentai il parrucchiere delle dive per un po’, poi una sera tardi, forse verso le undici, mi telefonò a casa a firenze per chiedermi, con tutte le precauzioni del caso, se si sarebbe potuto permettere, al successivo appuntamento, di mostrarmi una cosina che voleva vendere.

Ogni lavoro ha le sue iatture e io in quel periodo ero perseguitata da quella di dover gentilmente deludere decine di persone, circa il valore del cassettone della nonna o il quadretto ritrovato in cantina dopo tanti anni.

Se sei un medico, un avvocato, un assicuratore, trovi sempre qualcuno che vuole chiederti un consiglio e quasi sempre, più che un consiglio, vuole lamentarsi di un tuo collega che secondo lui non ha fatto la diagnosi giusta, non ti ha seguito bene in una causa o ti fa spendere troppo per l’assicurazione dell’auto.

Se invece, come me in quel periodo, lavori in una grossa casa d’aste, sei circondato da gente che crede di avere in casa un tesoro solo perché il vecchio mobiletto in formica della cucina, è così vecchio da meritare, secondo lui, il titolo di antico.

 

Tornata definitivamente a Firenze, portai i miei capelli ormai incolti, da un altro parrucchiere che  sentenziò che non mi rimaneva altro che aspettare che mi ricrescessero almeno un po’ e così, per un certo periodo, me ne andai in giro con in testa i residui dei fasti di un tempo che fu.

Poi in una delle solite primavere di quegli anni, fui costretta, come di consueto, a partecipare alla famosa festa di primavera in giardino che si teneva a casa del cugino Vincent.

Le feste di primavere erano caratterizzate da un grande barbecue all’aperto e da un numero nutrito di partecipanti che si conoscevano a gruppetti tra loro e che per lo più rimanevano ammazzettati, come capelli sudici, nei vari angoli del giardino. I saluti di rito, i come stai, guarda chi si vede, cosa combini di bello, dove sei stato in vacanza, si esaurivano di solito in breve tempo e io allora ero molto meno propensa ad adeguarmi alle situazioni che non mi andavano a genio e mi annoiavo a morte sotto gli ulivi con un piatto di salsicce.

Quell’anno però, forse complice il Chianti, o forse solo infreddolita dal pratino su cui avevo stazionato buona parte della giornata, mi sedetti ad un tavolo in cui una combriccola di donna si scambiava consigli sui parrucchieri più in voga della città e quando una con i capelli a spazzola color arancione, disse che lei le mani addosso da chiunque (risatina della comitiva) ma in testa solo da Marcello, decisi che Marcello sarebbe stato il mio uomo.

Fissare un appuntamento da Marcello è un po’ tentare di ottenere un’udienza dal Papa.

Non solo i tempi di attesa, se non sei cliente, sono molto lunghi, ma devi anche superare un test telefonico attitudinale che metterebbe in difficoltà chiunque.

Prima vogliono sapere con chi di solito fai il taglio, con chi la messa in piega, chi si occupa del tuo colore, dei trattamenti e chi supervisiona il tuo lavoro. Una volta appurato che è la prima volta che tenti di fissare un appuntamento con loro, ti sottopongono il questionario numero due al quale dei rispondere prontamente circa le tue esigenze, il tipo di capello, le tue necessità, la tua età e persino le tue abitudini sessuali: che avere una testa a posto è importante in ogni occasione.

Il problema di questi parrucchieri con la villa ad Acapulco, è che di loro si percepisce solo la presenza.Una volta raggiunta la fama, lasciano infatti che siano i loro assistenti ad occuparsi di te e solo per le clienti più importanti, appaiono sulla soglia con il loro camice bianco e senza neanche sfiorare i capelli, si limitano a coordinare gli assistenti affinché il lavoro sia svolto nel miglior modo possibile.

Le altre, come me, vengono affidate ad un assistente che la prima volta ti fa una pettinatura strepitosa che pensi di portare per tutta la vita, ma già la seconda si irritano se impedisci al loro genio creativo, di esprimersi in tutta la loro potenzialità e dalla terza volta in poi ti fanno dei capelli da schifo costringendoti a cercare un nuovo parrucchiere che ti ascolti.

 

Le donne, e questo va detto, anche con il parrucchiere si dividono in due categoria. Da una parte quelle come me sempre in cerca di un nuovo parrucchiere, dall’altra quelle che si fidano solo del loro parrucchiere di fiducia e che si professano disposte a cambiare anche il marito ma mai e poi mai il loro parrucchiere. Di solito queste donne si riconoscono dalla pettinatura invariata negli anni che se nel periodo adolescenziale la si poteva definire sbarazzine, con l’andare degli anni rischia di diventare ridicola. Sarà capitato a tutti di vedere anziane signore con il solito baschetto nero corvino invariato da secoli.

Mentre quindi vivevo nel tormento di trovare un parrucchiere che si adeguasse alle mie esigenze, cambiai completamente vita e andai a vivere in campagna dove trovai ad aspettarmi le mie nuove esigenze e quindi il mio nuovo parrucchiere.

In paese, tanto per cominciare, si va dal parrucchiere tutte le settimane. Si comincia da bambine e il sabato mattina ci si ritrova sempre dal medesimo parrucchiere che scimmiottando le usanze cittadine, cerca di creare pettinature che per lo più sono talmente elaborate, da apparire davvero astruse. E poi in paese, dove la vita sociale non è mai confinata in luoghi ben precisi, è facile trovare capannelli di signore con i bigodini in testa che prendono il caffè al bar o che nell’attesa del casco, o che il colore “prenda” fanno un salto dalla Mara ad acquistare il pane o dalla Eloisa a comprare il giornale.

Successe quindi che la mia collega, appartenente a quella specie di donne che il parrucchiere non si cambia mai, mi convinse ad andare dalla Rosi. La Rosi era la sua parrucchiera fin da bambina e ogni settimana giocava con i capelli della mia collega, come io posso giocare con le scarpe.
Rossa, rosa, con le punte bionde, con le radici bionde e le punte rosse, lunghi da una parte, rasati dall’altra….niente pareva impossibile per la Rosi e io, ingenua cittadina che va a vivere in campagna, presi un appuntamento con la Rosi e ci passai il pomeriggio.

Quando entrai nel suo negozio, la Rosi era impegnata in una diagnosi del cuoio capelluto.

Con un apparecchio che assomigliava ad un ecografo, passava sulla testa di una cliente il cui cuoio capelluto e i cui capelli, apparivano enormi su uno schermo enorme posizionato sopra le loro teste.

“vedi?” diceva la Rosi ”la gente pensa che a far la parrucchiera un ci voglia niente e invece vedi, con questa macchina posso analizzare i capelli per rendermi conto meglio delle esigenze del capello. Guarda, lo vedi queste macchie enormi? Son forfora! Tu s’è piena di forfora!”.

Quando due ore dopo uscìì dal suo negozio, avevo i capelli bruciati da un tentativo mal riuscito di permanente e da un altro tentativo riuscito ancor peggio di tingermi i capelli di un color ramato.

In testa avevo una specie di pagliericcio bruciato color arancione sbiadito.

 

Adesso, e da qualche anno, sono nelle mani di Giuseppe di cui però mi rendo conto, sto castrando l’estro. L’ultima volta, per esempio, pareva non volersi fare una ragione del mio desiderio di farmi crescere i capelli e così, dopo averli appena spuntati, ho lasciato che si sfogasse con la messa in piega che si è risolta con una pettinatura tutta arricciata e scompigliata che fortunatamente si è disfatta nel corso del mio rientro a casa in bicicletta.

 

Da mesi non vado più dal parrucchiere. Sento che tra e me e giuseppe è tutto finito ma non trovo ancora il coraggio di affrontare la situazione.

Nell’attesa della dolora scelta, giro con la pantegana in testa e con gli amici di Franco il primo capello bianco che approfittando della situazione, si sono riprodotti in quest’anno come conigli.

 

l’ottavo senso

Viscontessa, 10 Gennaio 2006

Io lo chiamo ottavo senso perché il sesto e il settimo preferisco lasciarli per intuizioni più importanti.

Sta di fatto che a volte si verificano delle situazioni che per quanto tu possa avere la sensazioni che si concludano con il concludersi dell’episodio stesso, ti resta la sensazione di aver lasciato aperto qualche spiffero, qualche porta solo accostata, uno spiraglio che prima o poi diventerà vento e che con il suo impeto finirà per devastare tutto.

Oppure, molto più prosaicamente, ci sono delle soddisfazioni insignificanti che vorresti toglierti e aspetti semplicemente acquattato nell’ombra in attesa dell’occasione giusta.

Fatto sta che forse qualcuno ricorderà un mio post di qualche tempo fa nel quale parlavo di un vigile che mi aveva fermata chiedendomi come mai io fossi titolare di un permesso invalidi per l’auto.

L’episodio è raccontato qui ma per chi non avesse voglia di leggere, dirò solo che nell’imboccare con la mia auto una corsia preferenziale, ero stata fermata dallo zelante vigile che mi aveva chiesto di chi fosse quel permesso che esponevo sul vetro e una volta appreso che ne ero io la titolare, esordì con una frase  nel contesto piuttosto offensiva: lei è invalida? Mah! Una così bella signora….sembra il ritratto della salute.

Si formò allora un piccolissimo ingorgo che convinse il vigile a non approfondire la faccenda e io, per quanto irritata dall’episodio e in vena di attaccare briga al vigile chiedendo come si potesse permettere simili insinuazioni sul mio conto,  ne fui felice per via della revisione dell’auto scaduta ormai da circa un anno e mezzo.

Da quel giorno però, a costo di affrontare file lunghissime per i viali, non avevo più preso quella corsia preferenziale per quanto tutti i giorni avrei risparmiato non poco tempo seguendo quell’itinerario.

A dicembre poi quell’ottavo senso di cui parlavo poc’anzi, ha cominciato a tormentarmi come un callo al dito del piede o più precisamente come questo ginocchio che ultimamente sembra entrato in sciopero.

Così con la scusa di un dolorino reumatico della mia vecchia auto, per Natale l’ho finalmente portata dal meccanico che per i dolori mi ha detto non c’è niente da fare (l’età) ma ha provveduto ha farmi passare la revisione dando una sistemata a tutto quello che era ormai fuori uso da tempo.

Da gennaio quindi, avevo ripreso a percorrere il vecchio itinerario nell’attesa che il topolino uscisse dalla sua tana.

E oggi, come per incanto, mentre baldanzosa mi apprestavo ad imboccare la famosa corsia preferenziale, il famoso vigile si è parato in mezzo alla strada e mi ha chiesto di accostare.

Ora va detto che in città, in mezzo al traffico, è molto difficile che un vigile urbanot i chieda di accostare. Di solito il loro compito è quello di impedire agli automobilisti di imboccare una corsia preferenziale là dove non sia ancora stata installata una telecamera o ì, tut’al più, di fermarti in fragranza di reato. Per i controlli esistono le postazioni sui viali ma in mezzo al traffico della stazione, nessun vigile che non abbia un motivo ben preciso, è disposto a bloccare il traffico per controllare i documenti di auto di passaggio.

-         Mi dica?  - faccio io aprendo il finestrino del posto passeggeri

-         Accosti pure – mi fa lui guardandomi dritto negli occhi

-         Volentieri – sorrido io come il gatto mammone appollaiato sul sedile della macchina

-         Favorisca patente e libretto

-         Avrei fretta, tra cinque minuti mia figlia esce di scuola

-         Questo è un controllo ci vuole il tempo che ci vuole se le va bene, bene altrimenti le deve andar bene lo stesso

-         Agente, si figuri, chiedevo solo di fare il prima possibile tanto….lei è il permesso invalidi che vuole vedere, non è vero?

-         Ah beh…si, certo, perché una così bella signora mi chiedevo…ma il permesso è intestato a lei?

-         Prego, verifichi di persona e questo è il libretto e la patente, come vede è tutto intestato a me, vuole anche il complementare?….sa, la vita è strana, spesso ci si fa ingannare dalle apparenze….se lei mi vedesse in piedi……

-         No, no…va bene, è tutto in regola è che….ecco una così bella signora….se lei sapesse quanta gente ne approfitta…

-         Le apparenze, agente, le apparenze…..sa cos’ho?

-         No ma non è tenuta a dirmelo….io….. ecco…io volevo solo controllare che fosse tutto in regola

(dietro la fila di auto strombazzanti aumentava, l’autista di un autobus cominciava a manifestare una certa insofferenza, il collega del vigile guardava inorridito la scena mentre cercava di capire cosa stava succedendo)

-         vedesse agente come ho ridotto questa gamba. Una frattura al piatto tibiale, mi hanno dovuto praticamente riattaccare la gamba e ora è tutta storta….e poi i ferri e i chiodi….ho qui una vite che mi sbuca da sotto al ginocchio…..aspetti che scendo e le faccio vedere

-         No! No!….non importa, le credo, mi dispiace….un incidente?……comunque vada, vada…..è che una così bella signora….lei mi capisce

-         Certo che la capisco, comunque no, nessun incidente….sono caduta da cavallo, una caduta al galoppo e sono caduta in piedi, praticamente mi si è piegata la gamba in dentro e…..

-         Mi spiace ma ora vada…..vada……

-         Si. Vado. Una vita d’inferno, se mi vedesse camminare……sa non posso più correre e anche a camminare…capirà con questa gamba storta…..un tormento……ma ha guardato bene la patente? Perché la foto di oltre vent’anni fa, ma mi dice come fate a riconoscere qualcuno dalla foto della patente se la foto è così vecchia? Ma lei non crede che dovrebbe essere obbligatorio cambiare la foto sulla patente almeno…che so….cinque anni?

-         ma non aveva fretta? Guardi che sua figlia a quest’ora sarà già uscita di scuola

-         Ha ragione….tanto ripasso di qui tutti i giorni, magari domani passo un po’ prima così le racconto per bene il mio calvario……

-        

 

Credo che da domani potrò affrontare la corsia preferenziale senza nessun intralcio, non vorrei sbilanciarmi ma secondo me la prossima volta che mi vede, ferma il traffico per farmi passare di corsa.

Come le ambulanze.

i miei stivali

Viscontessa, 9 Gennaio 2006
Li tenevo d’occhio ormai da mesi. Almeno un paio di volte alla settimana passavo di fronte alla vetrina e controllavo che fossero sempre lì. Poi un giorno sono entrata e li ho provati anche se il mio numero era finito e mi sarei dovuta accontentare di quello sopra.
"con una suoletta" ho pensato "posso calzarli benissimo".
E poi non sarebbe stata la prima volta che acquistavo un paio di stivali troppo grandi.

Venerdì, mentre il solito corteo di babbione e cavalieri vestiti in costume rinascimentale attraversava il centro cittadino a rullo di tamburi, sono tornata a sbirciare la vetrina e loro, in tutto il loro splendore, erano ancora lì, anche se questa volta il cartellino ai loro piedi  annunciava lo sconto del 50%.
Ho avuto come un sussulto, un mancamento,  una scarica elettrica lungo la schiena, un brivido che mi ha pervasa a mo’ di orgasmo consumistico raggiunto con un qualche oggetto fetish di culto.

Sabato all’ora di pranzo quindi (inderogabili impegni per il sabato mattina mi hanno impedito un più tempestivo intervento) mi sono recata con il cuore in gola verso il mio negozio preferito di stivali.
Essendo l’ora di pranzo pensavo di entrare nel negozio e trovare una gentile ed ossequiosa commessa che mi avrebbe chiesto in cosa poteva essermi utile. Mi immaginavo indicare trionfante lo stivale in vetrina e quindi accomodarmi sulla soffice poltroncina mentre lei, in ginocchio davanti a me, si premurava di estrarmi lo stivale che indossavo per farmi calzare quello che avevo scelto.

Naturalmente il più caro di tutto il negozio.

Invece…

Invece quando sono arrivata a circa cinquanta metri dal negozio, mi sono accorta che quella ressa che intravedevo in lontananza, si stava accalcando proprio nel negozio dei miei stivali.

Mi è mancato il fiato, mi sono fermata all’improvviso con un groppo alla gola e urlando "noooo!" sono corsa di fronte alla vetrina dove, come immaginavo, era rimasto dei miei stivali, solo il cartellino con il prezzo.

Andati, venduti, finiti.

Le gambe mi  si sono fatte molli, due grosse lacrime hanno solcato le mie guance, un urlo di dolore mi si è strozzato in gola e solo un attimo prima di stramazzare al suolo ho ripreso il controllo di me stessa e con un ottimismo davvero fuori dalla norma ho pensato che in fondo quello era un negozio pieno di stivali bellissimi e che un paio anche per me, costi quel che costi, lo avrei trovato.

Ho asciugato le lacrime, mi sono sistemata i capelli e con passo da generale ussaro sono entrata nel negozio.

Dentro, decine di donne scarmigliate correvano scalze con scatole e stivali in mano; per potersi sedere o anche solo per guardarsi allo specchio bisognava mettersi in fila; clienti impazzite devastavano gli scaffali mentre un capannello di mariti atterriti stava rintanato in un angolo in fondo al negozio.
E la cassa batteva scontrini senza sosta mentre due commessi stremati, un uomo e una donna, sudavano copiosamente nonostante la temperatura fosse molto bassa.

Quando entri in un negozio del genere la prima cosa che devi fare è individuare l’angolo del negozio dove si accalcano le calorose dello shopping. Non è difficile: da una parte, di solito in piedi, ci sono donne normalmente vestite che attendono educatamente il proprio turno (che non arriverà mai) e dall’altra, invece, ci sono donne vestite all’ultima moda che formano dei veri e propri gruppi di solidarietà femminile nei quali ciascun componente si prodiga per passare uno stivale alla vicina o darle un consiglio affinché la sua presenza e quindi la sua pericolosità, sia la più breve possibile.

In fondo a destra, infatti, c’era un gruppetto di assatanate dello stivale che si scambiavano calzature e calzini, si sfilavano stivali a vicenda e contrattavano addirittura i prezzi dei medesimi come massaie al mercato alle prese con il radicchio tardivo.

Mi sono diretta velocemente nel mucchio e ho subito rassicurato un’incerta sullo stivale che stava indossando. "E’ bellissimo" le ho detto "anche se ti fa un difetto qui sulla sinistra ma non è colpa del tuo piede, lo guardavo prima mentre lo provava quella signora laggiù e faceva il difetto anche a lei… secondo me portandoli la pelle si ammorbidisce e…. ti spiace se lo provo anche io mentre tu provi gli altri?" e così mi sono seduta e ho cominciato a provare gli stivali che giacevano già al suolo cosicché quando il commesso stremato è tornato con altre venti scatole di scarpe, ho potuto spacciarmi per una che era già lì da molto tempo e a cui lui aveva già portato altri stivali

-….ti dispiace se provo anche gli altri?

-..altri, quali altri? – mi fa il commesso mentre mi guarda come se fosse la prima volta che mi vede.

- certo con tutta la confusione che c’è…ti ricordi? Volevo provare quelli con il tacco più alto che sono in vetrina sulla destra.

E con questo mi sono perfettamente integrata nel gruppo e ho fatto anche io  la mia parte così mentre cercavo di provare gli stivali che aveva indosso la mia vicina, un’altra mi diceva che quelli che calzavo mi stavano benissimo e si intonavano perfettamente con i colori con cui ero vestita.

- Che dici sono troppo aggressive questa scarpe?

- Sono aggressive ma ti stanno benissimo,e secondo te che stivali mi stanno meglio?

- Questi son davvero massicci, ma secondo me ti stavano meglio quelli che hai provato prima, quelli….ah quelli che ora indossa lei…senti scusa, glieli faresti riprovare quegli stivali che…..accidenti! ma quello che hai sulla sinistra ti sta benissimo, sai mica se c’è anche in nero?

- si, c’è in nero ma tu che numero porti? Perché il 39 è finito e infatti questo mi sta un po’ piccolo è un 38… però hai visto quelli che ha quella ragazza laggiù! Sono molto simili a questi ma secondo me sono più belli solo che il 39 di quelli mi sta un po’ grande e…..sai mica quanto costano quelli?

- no, non lo so ma aspetta che guardo in vetrina tanto non ci vuol niente…e dov’è il commesso?

- eccolo! Senti io vorrei provare un 39 di quelli che indossa quella signora là ma io li vorrei neri, ci sono? E poi se mi porti un 38 di quelli laggiù perché lei mi ha detto che il 39 calza poco e poi…scusa ma quando vengono quegli stivali che indossa quella con il cappotto verde? Lo stivale quello a destra? E….

-Basta! -  ha urlato ad un certo punto il commesso dopo che una signora spagnola gli ha chiesto in inglese se lo stivale nero che stava provando avrebbe potuto metterlo anche con un pantalone marrone.

E mentre l’urlo riecheggiava ancora nelle nostre orecchie di scolarette colte in fallo durante una chiassosa ricreazione, un’altra signora si avvicinava garrula al commesso e chiedeva di provare un paio di stivali verdi che giacevano abbandonati al suolo.

- Signora -le ha risposto lui gelido – quelli non sono nostri, devono essere di qualche cliente che ne sta provando un altro paio!

- oooh! Peccato! E non avete niente di simile? –

Poi mentre lui stava per metterle le mani al collo per soffocare l’inopportuna cliente dentro al gambule di uno stivale, una signora cicciotella con un cappottino blu, una sciarpetta rossa e l’ombrello in mano, si avvicinava al commesso reclamando il suo turno.

L’avevo notata appena entrata perché era una di quelle clienti che aspettavano ordinatamente il proprio turno, donne disabituate allo shopping selvaggio, incapaci di affrontare i saldi con le dovute precauzioni e per questo troppo spesso deluse nelle loro aspettative di acquisto. Come se le donne che erano lì avessero davvero bisogno di comprare un paio di stivali!

Io comunque, dopo circa un’ora, sono uscita con due paia di stivali al prezzo di uno: sono riuscita a farmi fare un ulteriore sconto per una minuscola scucitura di un paio dei due. Non si vedeva quasi ma ho minacciato il commesso, se non mi avesse fatto lo sconto, di togliermi gli stivali e portarlo fuori a verificare il fallo.
Lui inorridito dalla prospettiva, ha battuto rapidamente lo scontrino e mi ha salutato con un sinistro “addio”. Io sono uscita soddisfatta e indenne del negozio.

in breVissssss

Viscontessa, 8 Gennaio 2006

Due segnalazioni anche se una terribilmente in ritardo e l’altra in ritardo solo di poco.

La prima sono i racconti di Natale sotto l’albero e la seconda è l’uscita del nuovo numero di Noluogo dove ho pubblicato un racconto che avevo scritto tempo fa e sul quale mi ero commossa.

Nei racconti di Natale, invece, ci sono dei pezzi (non miei) veramente belli e siccome non so come mettere il link, vi mando qui da Riccio dove potrete trovare un link come si deve.

Per domani sto preparando un post sull’acquisto dei miei nuovi stivali il primo giorno di saldi.

(aggiunta delle 21.37)

Dimenticavo la cosa più importante!

Forse qualcuno ricorda la vicenda del cavallo zoppo di cui parlavo qui. E ricorda anche che inviai una lettera alla rubrica dei lettori di Repubblica. La lettera fu pubblicata e due giorni fa, nella trasmissione mattutina sugli animali di non so quale canale, Licia Colò ha ripreso pari pari la mia lettera e ha raccontato la storia del cavallo zoppo.

Me ne è arrivata segnalazione da un’amica di un’amica di un’amica che ha riconosciuto la storia e soprattutto il mio cognome (che è più strano della storia).

e naunfragar m’è dolce in questo letto

Viscontessa, 7 Gennaio 2006

Non che ci abbia pensato consapevolmente, ma quando riemergo dalla narcolessia che mi ha colpita ultimamente, mi pongo delle domande le cui risposte si fanno attendere molto più del mio insaziabile e ingordo amante di nome Morfeo. Mi riaddormento di sovente per tornare nel regno onirico delle risposte senza domande pur consapevole che le risposte dei sogni non coincidono mai con le domande che mi sono fatta da sveglia.

Dicevo quindi che già l’altro giorno quando il tepore del piumone mi avviluppava con il suo consueto affetto, mi chiedevo quali  fossero i miei valori, quali i miei punti di riferimento, quali i miei obbiettivi. Certo non sempre le domande che mi pongo sono così complicate, mi capita, per esempio di riaddormentarmi semplicemente sul quesito della cena da preparare, ma talvolta quando la luce che passa dalla finestra di camera è quella giusta e il pianoforte del vicino tace, mi perdo in quesiti complessi già sapendo che mi riaddormenterò sui massimi sistemi senza neanche aver approntato una risposta che mi conceda un sonno più sereno.

E poi il primo effetto dell’anno nuovo è quello di chiedermi gioiosamente cosa ne sarà già del successivo per poi spaventarmi all’idea di questi anni che passano insensibili al ritmo affatto diverso dei miei pensieri e dei miei quesiti.

Imparerò a cucinare un sufflè di cioccolata prima di morire?

Non ci sono risposte. Non c’è Dio, non c’è patria, non c’è famiglia.

Inutile.

Se sto qui in città tra il traffico e gli antichi palazzi del centro, mi sento parte di un qualcosa che non ho meritato né voluto. Sbattuta in una prima elementare con maestri e compagni che non ho scelto. Guardo, osservo, mi mimetizzo tra i miei concittadini con il mio grembiulino azzurro appena stirato e un grosso fiocco rosa al collo mentre con la mia cartella piena di libri che altri hanno scritto per me, mi dirigo nella mia classe per rampe infinite di scale.

Imparo per dovere, ripeto a memoria ricette che non so mettere in pratica, faccio la mia ricreazione con merendine burrose e piene di grassi aggiunti, recito la mia poesia incastrata da ritmi che non mi danno tregua.

Se sono lassù, in un lassù qualunque dove il vento ha una voce e il suolo è sempre umido, mi sento parte integrante di una natura per cui rappresento solo un grumo di sangue e ossa e che un giorno mi richiamerà a se senza neanche essersi accorta che esistevo.

E ci stringiamo tutti in cerca di calore, tutti vicini vicini per esserci, perché la nostra vita abbia un senso, perché qualcuno si ricordi di noi e ci faccia sentire con il suo affetto vivi e veri, carne e ossa  preziose ed  uniche.

Dio, patria e famiglia. Quisquiglie quando stai su una collina e osservi da lì il mondo, accorgimenti per sconfinggere la solitudine, per scacciare la paura, per garantirti quell’affetto che la natura  non ti darà mai. E allora giù di corsa a perdifiato per tornare tra i bipedi senza penne, i bipedi nudi che per scaldarsi hanno bisogno della pelle altrui. E poi di corsa nelle nostre tane piene di cose che non invecchiano, di cose che ci sopravvivranno di cose silenziose…..

Cos’è questa paura che ci costringe a correre?

Mi sono fermata qua, poi mi sono addormentata.

Quando dormi non può succederti niente di male.

il tormento del benzinaio

Viscontessa, 5 Gennaio 2006

Stava dietro al suo casotto con il cappellino rosso calcato in testa.

Stamattina non portava gli occhiali e le mani erano calate così profondamente nelle tasche dei pantaloni che le orecchie del suo cappello facevano tutt’uno con il bavero del giubbotto rosso.

Non mi sarei dovuta fermare, mi ero già alzata tardi e avevo una gran fretta di arrivare in ufficio ma l’indicatore rotto della benzina mi segnalava che forse non sarei arrivata neanche fino al distributore. O forse si, ma non era il caso di rischiare.

Il distributore era deserto. A parte quella figura in rosso rannicchiata su se stessa, non c’era nessun altro.

Non che di solito al suo distributore ci sia la coda, sarà perché lui va orgoglioso dei suoi tempi  che non sempre coincidono con le esigenze degli automobilisti che devono far  rifornimento. A volte sta facendo colazione con un panino con la mortadella, altre pulisce la candela di un motorino, altre ancora sfoglia svogliatamente un giornale ma mai, in nessun caso, interrompe la sua attività per armarsi con la pompa di benzina e soddisfare gli automobilisti frettolosi.

Quando poi con calma si avvicina al finestrino, prima di prendere le chiavi del serbatoio, ci tiene sempre a sottolineare la sua indipendenza. Niente di importante, niente che faccia pensare ad un gesto di ribellione o di maleducazione, ma la semplice necessità di autoconfermare la sua personalità come se lavorasse da una vita più per creare un se stesso che non per necessità.

Perché io è la sua frase preferita. Sia che parli del tempo che del traffico che del prezzo della benzina, ha bisogno di un pubblico per crearsi una propria opinione. E’ come se la sua opinione nascesse nel momento in cui la espone all’automobilista frettoloso e anche se l’automobilista non ha quasi mai la possibilità di comprendere cosa lui voglia dire è costretto a rimanere impigliato in quel monologo fatto spesso di balbuzie che aumentano con l’aumentare della sua autocoscienza.

Stamattina si è avvicinato al finestrino e come un bambino trascurato in cerca di attenzioni, mi ha detto “buongiorno, quanto?” teneva il broncio e guardava altrove nella evidente speranza che io gli chiedessi cosa era successo.

E la sventurata (ovvero io) rispose.

- che succede?

- niente, niente

- come niente? Mi sembra…turbato

- niente

- vabbè, allora….

- perché io son fatto così e poi se nelle cose ci credo, ci credo davvero….

- immagino, credo che capiti un po’ a tutti (porca puttana! Non vengo più via di qua)

- e allora…perché io son dello scorpione e quindi se credo in una cosa non è che poi, ha capito? Perché magari gli altri son fatti diversi che uno parla dice le cose e poi invece…ma io….io son fatto così (e comincia a balbettare)

- ma per il distributore nuovo?

- ha capito? Io son qui dalle sette ma lei è il primo cliente che servo perché stamattina non volevo vedere nessuno…ha capito? E anche se c’era la fila di kilometri io non li servivo…a me mi si dicono le cose e poi io ci credo..

- ……

- perché son solo! Ecco, e non è per il discorso economico, cioè anche quello ma non è quello, solo! Son solo! Ha capito? Ma lei lo sa cosa vuol dire esser soli, ma soli soli!?!? E non tanto gli alri che anche gli altri… ma gli altri…. La gente è strana e io alla gente ci credo e mi incazzo ma poi ecco sono solo, ma solo solo…

- ehm…si…siamo tutti soli, anzi no vedrà che tutto si sistema…

- anche mia moglie, crede che gliene freghi qualcosa del mio lavoro? Io son qui al distributore tutto il giorno e lei tutti il giorno per gli affari suoi…poi torno a casa e gli dico che ho dei problemi con il distributore e lei? Solo, ecco son solo! Mi dice che anche lei ha i suoi problemi! Ma io per chi lo faccio tutto questo?

- …vabbè, son cose che capitano a tutti e….

- io se voglio il distributore nuovo per chi crede che lo faccia? Eh, lei pensa che io lo faccia per me? No! Lo faccio per mia figlia perché c’ha dei problemi….

- ma certo…senta io però……

- ma tanto il babbo è l’orco! Il babbo è quello che sta fuori tutto il giorno, quello che quando torna è stanco, quello che…

- ma no guardi, ma è un momento vedrà che sua figlia capirà e anche sua moglie…

- Mamma – irrompe mia figlia nella conversazione – ma quel signore è davvero un orco?

- Ma no amore è un modo di dire….

- Un modo di dire? Ma lei non conosce mia moglie! Solo, mi lascia solo solo…

- No, mi scusi, dicevo a mia figlia….ma ora devo proprio andare….

- Ma allora è un orco oppure no? Mamma, ma se babbo natale non esiste, perché esistono gli orchi? Guarda che l’ha detto lui che è un orco…

- Perché io nelle cose ci credo e non dico mai cose non vere…ha capito?!?!

- si ho capito, no amore gli orchi non esistono…e io devo proprio andare….

- ma se il signore ha detto che lui dice sempre la verità? Mamma ma sei sicura che non sia un orco?

….

E messo solo dieci euro di benzina, tra un paio di giorni sono da capo.

Forse prenderò una giornata di ferie per fare il pieno.

la pantegana

Viscontessa, 4 Gennaio 2006

Il consumo dei panettoni è salito del due per cento rispetto allo stesso periodo del 2004 ma è calato quello dei pandori del 3% mentre il pubblico sembra gradire il panforte, vera new entry di questo natale 2005 che riscopre, premiandolo con un consumo maggiore dello 0,5%, il panettone con i canditi purchè i canditi siano d’arancio (lo preferisce il 12% dello 0,5% del 40% di coloro che preferiscono il panettone con i canditi) di cedro (per il 7%) e ultimi con il 4% di ananas, vera novità nel campo del frutto candito di questo natale.

Buoni anche i consumi del torrone, lo riferisce la confcommercio del dolciario che lamenta però un calo dei consumi in generale anche se la mandorla tostata e tutti i prodotti di pregio, hanno retto bene il mercato a dimostrazione che gli italiani sono sempre un pubblico raffinato.
Spesi per i pranzi di queste feste, circa gliaia di lioni di euro tra salmoni, capponi, panettoni, capitoni, zamponi e…. due coglioni!

E va bene, io ho qualche problema di collegamento ad internet, ho lavato le tende del salotto e grattato i muri dalle macchie bavose del cane. E poi ho servito pasti caldi a pranzo e a cena a diversi viandanti che sono passati qua e mi sono creata un vuoto pneumatico intorno sul quale rimbalza la mia vita senza mai procurarmi lividi. Ma il vuoto un tempo era a rendere e mi piacerebbe magari poterlo riportare indietro in cambio di qualcosa che non finisse per “oni”.

Giorni fa, non avevo avuto modo di parlarne, ho comprato una parrucca. Si tratta di una lunga coda di cavallo da attaccare sulla nuca che molti hanno già affettuosamente ribattezzato la pantegana.

E poi ho acquistato un abito nero piuttosto attillato anche se sul manichino faceva tutto un altro effetto e mi sono venuti un paio di brufoli suppongo da cioccolata visto che l’adolescenza l’ho già superata da un pezzo.

 E poi nessun buon proposito per l’anno nuovo, quest’anno non mi sono promessa niente così sono sicura di non deludermi.

Però, dico io, quando con l’abito nero attillato sul mio cotechino, la pantegana in testa e i brufoli sul viso mi presento per rendere indietro il mio vuoto pneumatico, cosa mi danno in cambio?

Perché che io non abbia fatto alcun buon proposito è anche normale, (la deriva della tenda da lavare è un dolce naunfragar nel vuoto) ma che una nazione intera si stringa tutta intorno al consumo di un panettone, mi pare davvero troppo!

Tanto ho ancora in frigo uno zampone gigante. Sta lì con tutte le sue unghiette che uno di questi giorni mi deciderò a smaltare. Non ho una pentola abbastanza grande per cuocerlo e il rimorso del suo incauto acquisto mi tormenta da giorni.

Unica scusante: avevo lasciato a casa la pantegana.

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