mentre loro costruiscono la bomba atomica, noi costruiamo le bombe al silicone

Viscontessa, 31 Gennaio 2006

Oggi la giornata era così bella che sembrava quasi primavera. Un sensazione inattesa e dimenticata dopo mesi di freddo e cattivo tempo; un tepore tra le membra che mi aveva quasi invogliata ad utilizzare una delle buche che il mio cane scava alacremente nel giardino, per riporvi un ricordo, qualcosa che ci identifichi.

Noi, noi con questa carnagione chiara che abbronziamo sotto le lampade e che tiriamo, stiriamo, ritocchiamo, curiamo come se questa cute potesse sopravviverci ancora per molto tempo.

Qualcosa che duri come la cenere di un cittadino di Ercolano o le ossa della mummia di Similaun.

 

Mi sono fermata a comprare il pane, veramente a questa cosa non ci avevo pensato ma una signora anziana e gobba tentava di infilare un sacchetto dentro ad un altro e le sue mani piene di artrite  incontravano qualche difficoltà. Quando l’anziana è uscita dal negozio, la fornaia si è lasciata andare ad un commento “prima o poi toccherà anche a noi!” e mentre sospirava con un filone di pane in mano, io, tanto per dir qualcosa, ho aggiunto che in questa nostra buffa società dove le nascite sono programmate e le morti rinviate, sembra quasi che non esistano più alternative alla vecchiaia.

Si è bambini per un tempo ben definito e poi adolescenti, giovani e adulti per un tempo la cui variabilità, per quanto soggettiva, ha dei limiti ben precisi. Si può sentirsi giovani anche ad ottant’anni, ma la menopausa o l’andropausa, se ne fregano delle nostre rughe tirate e così il cuore, le articolazioni e persino la vescica. Si invecchia, si invecchia per un periodo di tempo lunghissimo e si sta vecchi per buona parte della nostra vita perché la medicina ci aiuta ad essere vecchi ma non certo a ringiovanire.

“a me fanno tanta tenerezza queste signore anziane che ancora ogni mattina escono a farsi la spesa, a te no vis?” beh si, mi fanno tenerezza perché sto ancora dalla parte di quelli che proprio vecchi non sono, ma mi chiedo quanta voglia avrò di far tenerezza per lunghissima parte della mia vita.

“mica siamo stati creati per far tenerezza!” ho quindi risposto io seguendo il filo dei miei pensieri.

Lei, che non ha ovviamente inteso cosa volessi dire, ha quindi proseguito sul filo dei suoi pensieri che l’avevano invece condotta sulla direzione opposta della mia.

“i bambini nascono, gli extra comunitari mettono su famiglie molto più numerose delle nostre per cui succederà che entro breve della nostra civiltà non rimarrà poi molto”

Niente di nuovo, ho pensato, andrà a finire che noi occidentali vecchi ci faremo campare con la pensione versata dagli extra comunitari poveri che guadagnano prendendosi cura dei nostri genitori vecchi.

“per noi i figli non sono più una risorsa ma un costo” ho quindi proseguito io “noi prima di mettere al mondo un figlio ci chiediamo se potremmo permetterci di mantenerlo con gli standard di vita a cui siamo abituati, per loro i figli rappresentano ancora l’ineluttabilità della vita, come la morte, la malattia, la vecchiaia”.

A questo punto è entrato nel negozio un signore anziano in cerca di un pane morbido per i suoi denti finti e della pasta senza glutine per il suo diabete, così ho salutato e sono uscita però, una volta tornata a casa, mi è venuto in mente questa cosa di seppellire un ricordo.

Un lembo di pelle bianca, una protesi mammaria, una manciata di cellulite, un naso rifatto, un trapianto di capelli, una vescica ricostruita, un pizzico di obesità, un cucchiaio di diabete, una dentiera, quattro rughe stirate, un’unghia in vetroresina, un valvola cardiaca artificiale, un orecchio a sventola o anche solo una terapia ormonale di supporto.

Qualcosa insomma che tra mille anni, quando antropoligi dal carnato scuro, occhi a mandorla e capelli rossi troveranno i nostri resti, li faccia studiare per anni su quella che dovevamo essere ai giorni nostri.

 

Poi, ad essere sincera, ho pensato che in quelle buche forse sarebbe meglio costruirci un bunker per difendersi non so neanche più da cosa.

 

Con i tempi che corrono……

 

 

 

 

bambole di pezza

Viscontessa, 31 Gennaio 2006

L’altra sera mi trovavo casualmente in discoteca a festeggiare il compleanno di un’amica.

Una cosa penosa: una cena in discoteca di babbione quarantenni con il riscaldamento del locale rotto e le casse dietro alle orecchie mentre un tipo  cantava un Renato Zero prima maniera e un Baglioni d’annata.

La conversazione non trovava spazio e uno gnochetto pasticciato al forno ha rischiato di farmi saltare un paio di otturazioni.

Ma tant’è.

Del gruppetto facevano parte, tra le altre, una separata con amante di dieci anni più giovane, una separata con canottiera in borsa per potersi cambiare per ballare, una separata amorfa senza grilli per la testa ma con una camicetta molto scollata, una cinquantenne separata depressa.

La separata depressa con la sua aria da massaia fuori produzione, ha immediatamente raccolto i favori di un sessantenne solo che con un bicchiere probabilmente di Tavernello rosso in un calice ampio per far respirare il vino, ha cominciato a puntarla con fastidiosa insistenza.

Tant’è che quando mi sono alzata da una poltrona enorme il cui schienale era a circa un metro dalla seduta, lui mi ha rubato il posto piazzandosi di fronte alla massaia cinquantenne separata divorziata con la sua aria da massaia fuori produzione. E io sono rimasta in piedi.

Per un momento ho pensato di cercare il suicidio tagliandomi le vene con un coltellino per il burro ma poi il burro non c’era e dopo essermi fumata una sigaretta in compagnia di un buttafuori egiziano con l’alito di un tagliaboschi turco, ho deciso di affrontare la situazione.

Avrei potuto indossare una canottiera, cercarmi un’amante più giovane e affogarmi in un bicchiere di Tavernello, oppure avrei potuto fumarmi la tappezzeria della discoteca e farmi una pista di forfora del barista, ma ad un certo punto, rinfrancata dalla notizia che il riscaldamento sarebbe anche potuto ripartire, ho deciso di buttarmi sulla cinquantenne separata depressa con la sua aria da massaia fuori produzione.

Che poi le cose non sono andate proprio così perché in realtà, mentre mi grattavo un’ascella in cerca di un po’ di tepore per la mia mano congelata, lei mi si è avvicinata e mi ha sorriso chiedendomi cose tipo sei sposata, hai figli e simili amenità femminili.

La massaia con la sua aria da massaia fuori produzione, voleva in verità solo raccontarmi la sua triste storia di separata depressa e così  ha cominciato con il marito che dopo vent’anni di matrimonio e un paio di figli, l’ha lasciata per un’altra. Una donna più giovane.

A questo punto la serata sarebbe potuta proseguire con quell’andatura destinata all’oblio se non fosse che la cinquantenne separata depressa, si è accalorata, nel suo patetico tentativo di spiegarmi perché il suo matrimonio non poteva finire, spiegandomi che loro si erano sposati in chiesa.

In chiesa. E lui aveva giurato di fronte al prete amore eterno e trecento invitati avevano sentito quella promessa e lei aveva l’abito bianco e poi il brindisi e la torta di nozze, e le bomboniere, e i testimoni e…….quindi, con la sguardo da cane bastonato, ha concluso che era inammissibile (anche se il termine “inammissibile” è una mia licenza poetica) che si potesse disfare un matrimonio celebrato con tutti i crismi.

Io, che ancora non avevo fatto in tempo a rispondere alle sue domande iniziali, a quel punto mi sono vista costretta ad essere sincera. “Anche io mi sono sposata in chiesa con l’abito bianco, trecento invitati, i confetti e bla bla bla, poi mi sono separata perché avevo un altro con cui ho convissuto per quattro anni, abbiamo avuto una figlia, poi ci siamo sposati, poi ci siamo separati di fatto ma non legalmente, poi siamo tornati insieme di fatto e ci siamo separati legalmente…..”.

Ma a quel punto lei si era già accasciata al suolo come una bambola di pezza con l’aria da massaia fuori produzione.

…….brigitte bardot bardot brigitte beijou beijou
na fila do cinema todo mundo se afogou …..

 

ay ay caramba ay ay caramba
ay ay caramba ay ay caramba

 

 

 

 

 

 

 

 

vanità

Viscontessa, 29 Gennaio 2006

Nessuno è perfetto anche se sono pochi coloro che riconosco la loro imperfezione e ancor meno coloro che possono vantare, come la sottoscritta, di essere perfettamente imperfetti. La perfetta imperfezione è quella che ti consente di riconoscere, senza ipocrisie, le tue imperfezioni che, per carità, non sono certo il proprio disordine o la propria distrazione. Niente è più urticante di chi interrogato sui propri difetti, ti concede con una nota di vanto nella voce, il proprio disordine quale massima espressione di disprezzabile comportamento umano come se una pila di libri in un angolo della camera da letto, racchiudesse in se tutto il male del mondo. E tutto il resto? Tutte le invidie, l’egoismo, la meschinità, l’ipocrisia, la superficialità, l’arroganza dove stanno? Altrove.

Nella mia perfetta imperfezione invece, c’è posto per tutto compresa la contraddizione tra opere e omissioni alimentata dai sensi di colpa che diventano talmente reali e concreti da farmi soffrire di solitudine quando non ne ho neanche uno a portata di mano.

Stamattina per esempio, buttata giù inopinatamente dal letto per un errore nella lettura dell’orologio, verso le nove e mezzo ero in centro vestita di tutto punto e con il mio cane al guinzaglio. Avevo in programma alcune commissioni che rimandavo da tempo e che spalmate nel corso della settimana lavorativa, avrebbero avuto un sapore affatto diverso da quello che per via del senso di colpa, hanno assunto stamattina. La prima tappa è stato nel negozio della Mont Blanc dove ho cambiato il refil della mia penna intrattenendomi poi con il commesso in una conversazione sul valore simbolico di alcuni oggetti. Poi, mentre mi accingevo a pagare i miei miseri sei euro in un negozio nel quale persino il panno per spolverare costa di più, mi sono fatta mostrare un buon numero di penne sbavando su ognuno di quegli oggetti come se possederne uno avesse potuto arricchire il mio spirito. Infine, perfettamente immedesimata nel ruolo, ho lasciato che il commesso si complimentasse con me per la mia penna la cui usura dimostrava, senza ombra di dubbio, che di quell’oggetto così particolare ne faccio tranquillamente uso come si conviene a lor signori che non acquistano oggetti di valore per metterli in cassaforte, ma per una sorta di sprezzo verso il denaro.

La seconda tappa poi è stata dall’orologiaio di fiducia al quale ho lasciato il mio Baume e Mercier in oro e acciacco, modello ormai fuori produzione e il cui uso è testimoniato da una eccessiva usura del cinturino. Anche in questo caso ho chiesto il prezzo del nuovo modello per poi lasciare l’ossequioso  proprietario del negozio, con una frase ad effetto carica di retorica sul valore affettivo degli oggetti. Devastata quindi dai sensi di colpa per un così spocchioso atteggiamento mentre i bambini nel mondo muoiono di fame, sono corsa in Piazza della Repubblica in cerca di un gazebo che vendesse le arance per aiutare la lotta contro il cancro ma l’unico gazebo che c’era era quello di Forza Italia e sono fuggita inorridita pensando che non era colpa mia se non avevo potuto comprare le arance.

Quindi colazione. Ho tentato da Gilli ma un cartello sulla porta segnalava che “i nostri amici cani devono aspettare fuori” e invece di lasciare il mio cane legato fuori come avrei fatto in condizioni normali, per supplire alla mancanza delle arance, ho deciso che mai e poi mai un locale che non accetta i cani avrebbe avuto  i miei soldi. Parzialmente rinfrancata ho riparato da Paskoski dove i cani possono entrare e le paste sono peggiori. Uscita dal bar non vedevo l’ora di infilarmi nella mia profumeria ma una visita in profumeria non può essere pagata solo con un cane portato dentro ad un bar e così sono entrata in libreria dove mi sono imposta di non acquistare niente visto che ho ancora diversi libri da leggere. Entrare in libreria e non acquistare niente è estremamente mortificante. Forse anche un po’ troppo…. Anzi sicuramente troppo soprattutto se per non acquistare niente, non sfogli neanche un libro e vaghi per gli scaffali con quell’aria da scema totale con cui io mi sono trovata ad un certo punto di fronte al reparto dei dizionari. E se qualcuno che conosco mi ha visto? Dio mio che umiliazione! Così passando di fronte all’ultimo libro di Camilleri mi è venuto in mente che mio marito voleva acquistarlo e senza neanche sfogliarlo l’ho preso rapidamente dalla pila e mi sono avviata alla cassa. Perché non vi fossero dubbi e soprattutto nel caso in cui qualcuno mi avesse vista, ho tirato fuori la tessera sconto della libreria ben prima di arrivare alla casa e ancora una volta, fedele al ruolo che mi ero ritagliata in quel frangente, ho chiesto a voce alta alla cassiera, una volta arrivata il mio turno, se mi avesse forato la tessera sconto che le stavo sventolando sotto al naso. Uscita ho trovato una donna che vendeva Fuori Binario e ho acquistato subito la rivista per due euro quasi inseguendo la stupita signora che non poteva comprendere la mia ansia di acquisto.

Ovvio che dopo quest’avventura, mi ritenevo del tutto autorizzata ad entrare in profumeria dove ho giocato con una commessa ad indovina il prezzo della più costosa crema antirughe che si trovi sul mercato. Va detto, ho toppato alla grande e quando lei mi ha detto che un barattolino di quella miracolosa crema costa ben cinquecento euro, mi sono trattenuta dal chiederle se per caso non sia prodotta con placenta di feto di razza ariana come da esame del DNA allegato. Eppure ecco lì la perfetta imperfezione, fantasticando sui test della crema effettuati su animali vivi, avrei dato qualsiasi cosa pur di provarla per provarla per pentirmi un attimo dopo della mia vanità. Mi sono lasciata coccolare dalla commessa a cui ho confessato di non struccarmi prima di andare a letto e sono fuggita prima di cadere ai suoi piedi implorandola di  farmi provare la crema almeno per una volta.

 Le arance. Dopo una simile esperienza, avevo assolutamente bisogno di un gazebo per le arance, ne avevo così bisogno che mi pareva di provare quasi un bisogno fisico immediato di vitamina C. Sono tornata in piazza di corsa mentre il cane, con quei suoi occhi malinconici, mi conficcava definitivamente tra le costole il senso di colpa per il mio peccat  di vanità ma delle arance nessuna traccia. Indietro quindi un’altra volta verso la zona meno frequentata del centro. Ho preso via del Corso dove mi sono fermata solo un attimo ad osservare il negozio dove spesso acquisto le mie scarpe. Pensavo che con questa mania degli stivali, sarei stata indenne da qualsiasi tentazione ma oggi, porca miseria, avevano in vetrina anche un paio di stivali davvero belli e per giunta scontati del 50%… via, via, via….

Sono nuovamente corsa via in cerca dell’angolo dove sta sempre una comunità di punkabestia che chiede l’elemosina. Ero così sicura di trovarli che avevo già tirato fuori il portafoglio per cercare qualche spicciolo e guardando il mio cane, sorridevo tra me nella vana speranza di poter scambiare due parole con loro partendo da una riflessione sulla cattiveria della gente che non ama e non rispetta gli animali. Dei punkabesia neanche l’ombra ma poco più il là c’è un negozio che vende oggetti in legno e carta riciclata e la carta riciclata unita alla necessità di acquistare un pensierino anche per mia figlia visto che avevo preso il libro per il babbo, mi pareva una buona idea. Un’idea così buona che con la signora del negozio ho intavolato una discussione sulla necessità di educare i nostri figli ad uno stile di vita che rispetti la natura e ho acquistato, per mostrarle il mio animo ecologico così sensibile, un blocco di carta riciclata e alcune matite colorate fatte con materiali assolutamente naturali il cui prezzo mi ha fatto per un attimo pensare che fossero anche loro prodotte con placenta umana. Magari di feti africani in rispetto di un commercio equo solidale.

 Infine, con i piedi gonfi come zampogne, il cane ciondoloni che mi guardava supplicante e una serie piccoli pacchetti ingombranti, mi sono avviata verso casa assolutamente decisa a percorrere i lungarni quasi privi di negozi ma così belli e ampi e luminosi da mettere in pace anche il mio animo artistico così bisognoso di godersi della mia città, non solo il volgare shopping da cafona arricchita, ma la squisita e sobria e signorile architettura dei suoi palazzi. Poi all’ultimo momento ho fatto una deviazione e tornando in via della Vigna Nuova, sono infilata nel negozio di Massimo Ribecchi…. Solo per un’occhiatina…. Solo perché c’erano i saldi al 50%……..solo perché volevo vedere se c’era qualche occasione strepitosa…. Solo perché non ho mai posseduto un cappottino giallo così bello…..

  

metti

Viscontessa, 26 Gennaio 2006

Mi chiedevo oggi perché Mattia sia cresciuto con le sorelle di suo padre e Tommaso non possa crescere con l’amica di sua madre.

Voglio dire, non era così infrequente che un bambino venisse tirato su dalle sorelle zitelle del padre o della madre e non mi pare che questi bambini siano cresciuti con turbe particolari né che l’esempio delle nubili zie, li abbia condotti a rimanere scapoli a loro volta o, ancor peggio, ad imitare i cappellini con la veletta delle zie.

Certo qualcuno lo si è poi visto rimanere tra le quattro mura domestiche a fantasticare sul ricamo al tombolo, ma i bambini cresciuti in istituto o orfanotrofio come lo si chiamava prima che il suono di certe parole urtasse la sensibilità dei benpensanti, non mi pare che siano stati esentati dalle sofferenze della vita che per alcuni sono la difficoltà a riconoscere la propria omosessualità, per altri il senso di atavico abbandono che risiede nei loro cuori.

Voglio dire, metti Tommaso che all’anagrafe risulta registrato come Santino perché le infermiere del reparto di natologia in cui è stato ricoverato quel giorno che lo hanno trovato in un cassonetto, lo hanno chiamato così. D’altra parte Elvira, la caposala, ha tanto insistito per chiamarlo come il fratello del padre morto nella grande guerra e non accontentarla sarebbe stato un peccato.

Dicevo, metti Tommaso che sta in un istituto e cresce tra operatori sanitari e assistenti sociali, tra volontari e insegnati di supporto. Metti che Tommaso non trovi casa perché ha quel difetto alla vista, forse causato da un parto frettoloso, che lo rende quasi cieco.

Non che il Tribunale dei Minori non si prodighi per darlo in adozione, ma la burocrazia è lunga e se da una parte chi lo ha in affidamento vuol essere sicuro che i suoi futuri genitori siano dei santi sotto ogni punto di vista, dall’altra ai pochi genitori degni di santità quel disturbo alla vista preoccupa un po’ troppo.  E metti che gli anni passino rendendo sempre più difficile trovare una coppia di genitori disposti ad adottarlo e sempre più difficile il carattere di Tommaso.

E metti che ad un certo punto Teresa, assolutamente socialmente indegna di santità perché omosessuale da sempre, si innamori di quel bambino con cui deve lavorare ogni giorno e chieda che gli venga affidato per farlo vivere nella sua armoniosa casa dove vive da tanti anni anche la sua compagna Matilde.

Adesso non mettere più niente perché la risposta è assolutamente “no” per cui Tommaso rimarrà in istituto sviluppando, forse inconsapevolmente, quella sensazione di rifiuto devastante per ogni essere vivente.

Metti invece Mattia, con lo stesso disturbo alla vista, nato in una famiglia la cui santità non regge ad una responsabilità così grossa e metti che questa responsabilità venga con il tempo e gradualmente riversata sulle zie del padre.

Brave donne, un po’ anzianotte, mai maritate per via di quella mamma malata che hanno accudito fino alla fine dei suoi giorni e ora così svuotate da quella responsabilità da trovare in Mattia una nuova ragione di vita.

Metti che Mattia cresca con loro, con le loro cose da donne, le loro paturnie, le loro abitudini, la loro femminilità un po’ stantia.

E adesso mettimi qui la differenza che esiste tra le due coppie di donne….

                        

 

improvvisamente….

Viscontessa, 25 Gennaio 2006

Ieri sera ho visto “cambio moglie” sulla sette e complice anche l’ultimo post sul cambio di prospettiva, mi sono lasciata suggestionare dal cambiamento improvviso.

Come le finestre aperte nelle quali dai una sbirciatina in cerca di una familiarità rubata, così sono rimasta incollata alla televisione per spiare le vite altrui, le vite normali piene di abitudini, consuetudini, riti e piccole manie.

Quando sono andata a letto non avevo sonno e ho continuato a rimuginare sulla violenza del cambiamento improvviso e di come la nostra esistenza sia impregnata di una familiarità talvolta inconsapevole.

Vite simili che per una settimana di scambiano, nessun trauma causato dalla propria vita che cambia all’improvviso, ma un cambiamento improvviso della propria vita nel medesimo contesto.

 

Stamattina poi mi sono dovuta alzare presto per portare il cane a fare una Tac a Pisa. Sarei dovuta essere lì alle nove ma ho sbagliato strada e sono arrivata con un’ora di ritardo. Giravo in tondo per le stesse strade senza mai trovare quella giusta e questo girotondo mattutino si inseriva a sua volta in un traffico abituale di pendolari che sanno dove deve andare.

La clinica universitaria veterinaria è molto simile ad un ospedale per umani con la differenza che in mezzo a tutti quei camici bianchi e i capannelli di dottori e infermieri di fronte alla macchinetta del caffè, si aggirano per la clinica un sacco di cani sciolti con le stessa disinvoltura con cui di solito vagano i pazienti umani.

La sensazione, anche in questo caso, è una sensazione piuttosto strana perché come ogni possessore di cane, io sono abituata a scusarmi continuamente per ogni manifestazione o comportamento del mio animale. Il cane fa pipì, cacca, sbava, puzza, abbaia, annusa, ma ovunque in questa nostra società civile ciò avvenga, c’è sempre qualcuno che storce il naso, che ha paura, che si allontana o ti rimprovera con lo sguardo. Non ha importanza se ti inchini a raccogliere la cacca del tuo cane, se lo  tiri per il guinzaglio perché ti stia accanto mentre passa un bambino e non serve lasciarlo fuori dal negozio o rassicurare i passanti che nonostante la mole il tuo cane è buonissimo, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire anche se non dice, se non parla, se se ne va.

Stamattina invece, girando per quei corridoi immacolati e pieni di dottori in camice non vi era ovviamente nessun imbarazzo a portarsi dietro un cane con le sue peculiarità e la dottoressa che si è occupata di lei non ha neanche voluto sapere il nome perché l’ha chiamata “bambina” fin da subito anche mentre lei, appollaiata nel giardino, faceva la cacca senza che io fossi costretta a precipitarmi sull’escremento per farlo sparire immediatamente alla vista dei cittadini più sensibili.

L’unica differenza tra un ospedale di umani e uno di animali, è che a fine giornata dopo aver soggiornato per ore nella sala di aspetto in attesa del tuo turno, di un’informazione o anche solo di sapere se riuscirai mai a venire via di lì, è il conto. Che in questo caso non è stato un ticket  un terzo netto del mio stipendio.

Però io guadagno poco.

 

Quando alle tre sono tornata a casa, ero così stanca e infreddolita che senza neanche togliermi il cappotto mi sono buttata sul divano. Ho messo la sveglia per le quattro per andare a prendere mia figlia a scuola e insieme al cane ancora mezzo rincoglionito dall’anestesia, mi sono addormentata così.

E’ suonata la sveglia e l’ho spenta,”ora conto fino a cento e poi mi alzo” ma mi sono riaddormentata in quello stato di dormiveglia che secondo me deve assomigliare al coma, poi qualcuno ha suonato il clacson e io mi sono svegliata di soprassalto convinta di essere nella mia vecchia casa di bambina.

Ci avrei potuto giurare anche se non ho avuto il tempo di farlo perché erano già le quattro e mezzo e mia figlia era già uscita di scuola.

Mi sono alzata di corsa, ho preso le chiavi, sono uscita, sono tornata indietro perché avevo preso le chiavi sbagliate, sono riuscita, sono tornata indietro perché avevo dimenticato la borsa, sono riuscita, mi sono infilata in macchina, ho percorso tutto il tragitto da casa a scuola chiedendomi esattamente dove stavo andando, sono arrivata a scuola di mia figlia con dieci minuti di ritardo e non c’era più nessuno. Deserto, non un bambino, non un genitore, non un’insegnante….

 

Mi sono quindi rammentata che mi ero dimenticata di giurare e così mi sono fermata a bocca aperta e nell’ordine ho pensato.

-         ho sbagliato ora

-         ho sbagliato giorno

-         ho sbagliato scuola

-         cazzo! Forse ho sbagliato vita!

Per un attimo lungo una vita, mi sono chiesta se avessi veramente una figlia…..

Poi mi son ricordata che oggi c’era la riunione a scuola e che probabilmente gli insegnanti, non vedendomi, si erano riportati in classe mia figlia dove effettivamente l’ho trovata a giocare con i suoi compagni di classe.

il mondo visto da una faraona

Viscontessa, 23 Gennaio 2006

Ieri notte mi è venuto in mente che soffro di vertigini.

Pensavo a come poter affrontare la ringhiera di un terrazzo al piano attico senza sentirmi sopraffare da quel pericolosissimo senso di stordimento che danno le vertigini. Perché poi dovessi trovarmi ad affrontare la ringhiera del terrazzo di un attico, proprio non lo so, ma dall’attico al terrazzo della mia vecchia casa il passo è stato breve anche se piuttosto incerto viste le condizioni. Un breve passo senza mai guardare in basso.

Veramente poi io vivevo in una villetta bifamiliare in una zona residenziale dove ora al posto delle famiglie di una volta, si trovano compagnie di assicurazioni, avvocati, banche e studi notarli. Era un bel quartiere il mio, caratterizzato da queste villette ottocento nelle quali gli appartamenti avevano stanze molto grandi e soffitti altissimi. Ricordo ancora il freddo pungente della mia camera.

 Dalla cucina si accedeva ad un piccolo balcone che si affacciava sul giardino dell’ospedale pediatrico più importante della toscana. Allora, ancora molti anni fa, l’ospedale era a sua volta ospitato in una bella villa con ampie vetrate e un bel giardino, poi negli anni, per esigenze pare del tutto incompatibili con un’ediliza quanto meno gradevole, sono sorti in ogni spazio libero nuovi padiglioni e scale antincendio, cancelli automatici, locali caldaie e tutto quanto nel suo far sicurezza degrada stabili nati per essere belli e non pratici.

 Il giardinetto su cui affacciava il mio balconcino, era un giardinetto sul retro che per molti anni è rimasto incolto e disabitato. Raramente si vedeva qualcuno affacciarsi su quello spazio di verdi erbacce ma io su quel luogo fantastico giornate intere immaginando storie fantastiche di serpenti e bambini fuggiti dall’ospedale. Poi un giorno levarono tutte le erbacce e misero al suo posto una ghiaia grossa e grigia che a contrasto con l’altro muro di cinta e la facciata scrostata dell’ospedale, rendeva l’insieme ancor più tetro di quanto non lo fosse già prima.

Quando mia mamma stendeva il bucato sul balconcino, succedeva a volte che qualcosa cadesse fin giù in quel triste angolo di grigio e così mia nonna si inventò il “ragno” ovvero un pezzo di filo elettrico alla cui estremità appese un pezzo di fil di ferro a forma di ragno con cui raccattare, penzolandolo giù, i capi perduti. Lei era la vera esperta del ragno, con pazienza certosina dondolava per ore quel filo bianco fino a quando non riusciva ad acchiappare il povero indumento volato giù, ma a volte era costretta ad arrendersi e per me e mia sorella era una gran bella notizia. La sconfitta di mia nonna, infatti, coincideva con una nostra visita all’interno dell’ospedale dove ci consentivano di attraversarlo tutto per giungere finalmente in quel pezzo di terreno grigio che io vedevo sempre dall’altro.

 La sensazione, non appena varcavo la soglia del giardino, era di totale stordimento. Non avrei saputo dire come mi sentivo ma quella prospettiva così diversa, mi dava quasi la nausea e mi faceva girare la testa come mi accadeva a causa del mal di mare quando dovevo affrontare un qualsiasi mezzo di trasporto che non fossero le mie scarpe. La stessa sensazione, direi, che ho provato l’ultima volta che mi sono affacciata da quel balconcino dopo tanti anni che non lo facevo più.

 Attraversavo quindi il giardinetto quasi in uno stato di trance tenendo stretta mia sorella per mano e calpestando quella grossa ghiaia grigia con il passo reverente con cui avrei potuto attraversare la navata di una chiesa. Poi succedeva che il mio sguardo venisse attratto da quella che dal balcone di casa pareva solo un pezzo di carta e che invece a pochi metri di distanza si rivelava essere la gamba di una mia vecchia bambola oppure una biglia, una penna, a volte solo un pezzetto di pane caduto nello scuoter la tovaglia dopo pranzo. E allora, distratta da quegli oggetti familiari in un contesto inatteso, cominciavo a rovistare tra i sassi in cerca di oggetti o parte di essi, che mi erano appartenuti.

 Una volta durante una gita in campagna con la mia famiglia, ci capitò di vincere, ad una saga di paese, una grossa faraona viva. Avremmo potuto rinunciare alla vincita, ma consapevoli della fine che avrebbe comunque fatto la bestia, per tacita solidarietà familiare, ci portammo via il volatile senza ovviamente sapere bene cosa ne avremmo fatto. Il primo giorno lo mettemmo nel bagnetto di servizio, un bagnetto talmente piccolo che l’animale quasi no riusciva a girarsi e così, il giorno dopo, ci venne la bella idea di metterlo sul balcone legandogli una zampetta alla ringhiera affinché l’animale non potesse scappare. Perché poi non si facesse male nel tentativo di fuga, lasciammo il nodo talmente lento che l’animale, con un semplice battito di ali, riuscì a liberarsi del legaccio e a volar via sul tetto della casa di fronte. Inorridite per la perdita, io e mia sorella corremmo dai vicini nel tentativo di riacchiappare la faraone ma quella, non appena fu aperto il solaio, volò via nuovamente e questa volta arrivò ancora più in alto andando ad atterrare sul tetto del famoso ospedale.

 Abituate a quel percorso, io e mia sorella ci precipitammo nel giardino sotto al balcone di casa e questa volta, a due bambine piangenti che cercavano la loro faraona sul tetto dell’ospedale, gli fu concesso di attraversare tutte le corsie e i corridoi e gli ambulatori dell’ospedale, tra lo stupore di medici e infermieri che non capivano bene cosa stesse succedendo. Fortuna volle che quel giorno da quelle parti  ci fossero degli operai che dovevano coibentare il lastrico solare e che molto gentilmente salirono sul tetto in cerca della famosa faraona. Ma quando discesero furono costretti a comunicarci che della bestiola non c’era traccia.

 Sarà stato per il mio pianto dirotto, per l’insistenza infantile con cui cercai di convincerli, per pietà o solo per divertimento, ma fatto stà che si convinsero a farmi affacciare sul solaio per verificare l’assenza della faraona e fu così che mi concessero, per pochi minuti, di osservare quel giardino da un’angolazione ancora diversa. Che spettacolo! Questa volta era il mio balcone ad essere in basso e il giardino da quell’altezza e quella posizione, mostrava ancora una prospettiva nuova e diversa che mi strappò dalla bocca un urlo di meraviglia seguito da un “che bello il giardino!”. Gli operai si guardarono tra loro, poi guardarono giù verso quel piccolo rettangolo si sassi grigi e infine mi riportarono velocemente giù senza aggiungere neanche una parola.

La sera disegnai il giardino così come pareva di ricordarlo e per no dimenticare neanche la faraona, ci mi in mezzo al disegno pure lei. Della faraona, naturalmente, non abbiamo mai più saputo niente.

 

 

 

cercasi sindacalista

Viscontessa, 19 Gennaio 2006

Va bene.

Stavo sul divano in compagnia della gamba amputata di CSI  quando ad un certo punto il medico legale del telefilm riesce a risalire al numero di placca che quella gamba martoriata si portava dietro e subito anche la mia gamba ha cominciato a dare segni di insofferenza. Mi è venuto uno strano frizzolio  al ginocchio poi  all’improvviso la tibia ha preso a dolermi e infine con un impulso diretto al cervello l’esosa mi ha fatto capire che anche lei voleva sapere a tutti i costi il numero della sua placca. 

-   guarda che non è mica un codice bancomat e neanche una password! Che te ne frega di sapere che numero ha la tua placca?

Ma quella niente. Come mi sono alzata dal divano la gamba è entrata in sciopero e ha incrociato i legamenti crociati rifiutandosi non solo di fare il suo lavoro ma persino di consentire ai legamenti anteriori di entrare in funzione.

Ho zoppicato fino alla cuccia del cane ma quando ho deciso una volta tanto di essere io ad abbassarmi verso di lui, la gamba è rimasta rigida come uno stoccafisso e io ho fatto una figuraccia davanti a Otto che mi ha guardato come per chiedermi perché accidenti lo svegliassi se non avevo alcuna intenzione di carezzarlo.

Non ho saputo rispondere neanche a lui e in vistoso imbarazzo ho tentato di trascinare la gambetta riottosa in luogo appartato dove cercare di ricondurla alla ragione.

Quando però ho tentato di trascinarla via da quella posizione eretta nella quale l’arto capriccioso fingeva di reggermi in piedi, lei mi si è fatta tutta molle e io sono stata costretta a prenderla sotto braccio e portarmela via. Era così ostinata nelle sue intenzioni da aver convinto anche il piede ad uno sciopero repentino.

Il piede infatti si era fatto tutto molle anche lui e lasciava penzolare quelle sue piccole e timide dita con la stessa impudicizia con cui alcuni stendono i propri calzini bucati sul balcone condominiale.

-  cos’hai anche te? – gli ho detto, ma quello niente si è voltato dall’altra parte sdegnato

trascinandosi dietro in corsa affannosa le piccole dita impaurite. Il mignolo addirittura, era così spaventato che ha cominciato a battere i denti ed è stato allora che  io appellandomi a quell’esserino macilento e pallido, ho deciso di interrompere le trattative.

        

E’ ovvio che a questo punto sono tornata sul divano e ho cambiato canale. Certa televisione è dannosissima per le tibie e sarebbe opportuno che prima di mandar in onda certi telefilm, avvisassero il pubblico di tale pericolosità “per i suoi contenuto questo programma non è adatto alle tibie troppo sensibili”.

E poi adesso non so come alzarmi di qua per andare a letto, mi ci vorrebbe un sindacalista  per articolare il dibattito.

si salvi chi può

Viscontessa, 18 Gennaio 2006

Si, ciao sono io.Volevo dirti ma perché mi telefoni, mi guardi, mi leggi? Ma non mi trovi  insopportabile?

Onestamente io oggi non mi tollero, non so esattamente cosa non riesca a tollerare di me ma nell’insieme non mi posso vedere.

Tu pensa che oggi per non essere costretta a vedermi mi sono nascosta tutto il giorno. Una volta in bagno un’altra nel ripostiglio e poi persino dentro alla lavatrice.

Se mi metto dentro alla lavatrice, accidenti, non ho modo di incontrarmi, chi mai si nasconderebbe dentro una lavatrice? E invece oggi ero pure lì, me ne stavo rannicchiata nella lavatrice e quando mi sono incontrata mi son detta: Ancora tu! Un tormento.

Ero in così pessima compagnia che oggi non sono riuscita a combinare niente, tutte le volte che provavo a fare qualcosa, tornavo fuori dal mio nascondiglio e mi attaccavo addosso.

Allora ad un certo punto mi son detta che ero inutile rimanere in ufficio e me ne sono andata.

Speravo di lasciarmi in pace almeno fuori anche se pioveva e invece appena sono entrata in macchina mi sono ritrovata subito. Per  cercare di alleviarmi dalla sofferenza sono allora infilata in un negozio di abbigliamento maschile nella speranza che il commesso si occupasse di me mentre io guardavo l’abbigliamento. Da non crederci, ho indossato una giacca maschile mentre il commesso  mi guardava esterrefatto ma invece di essere un’altra ero sempre io con indosso una giacca maschile!

Tornata a casa di corsa ho acceso la tele. La tele non c’è verso, è fatta apposta per dimenticarsi di se stessi e mi pareva di esserci quasi riuscita quando è passata in tv la pubblicità del nuovo salva slip all’aroma di fiori e agrumi.

Ma come si fa a lobotomizzarsi se in tv ti passano il profuma passere all’arancio?

Con tutta la buona volontà non ce l’ho fatta e un attimo dopo ero di nuovo in compagnia di me stessa che indignata mi frantumava le palle per sapere se le arance erano tarocchi siciliani o naveline calabresi.

Ma che ne so io?!?!?!

conscio e subconscio

Viscontessa, 16 Gennaio 2006

Non c’è cosa più divina che trombarsi la cugina.

Però sognare di trombasi il cugino mentre nel sogno si pensa che non c’è cosa più divina che trombasi la cugina, è piuttosto inquietante.

Stamattina, essendo un lunedì di cielo coperto, pensavo che almeno le temperature si fossero leggermente alzate. Niente di chè quei due o tre gradi in grado di consentirmi un abbigliamento più leggero. Giaccone di pelle nera e sciarpa al collo di quelle che penzolano fino ai piedi.

Mi sono svegliata perché mi scappava la pipì, è già da tempo che mi chiedo se ci sia una soluzione accettabile per ovviare a questo problema: vorrei dormire ma mi devo alzare e quando torno a letto niente è più come prima.

Ho guardato fuori e il cielo era grigio, il mio primo pensiero è andato al bucatino di mutande e calzini steso fuori ma c’era qualcos’altro che mi stonava nella giornata.

Mi sono alzata e sono corsa fuori a salvare le mutande poi, sempre in pigiama, sono andata a prendere il pappagallo e l’ho portato nella sua gabbia nello studio.

Ho preparato il caffè e ci ho inzuppato una decina di biscotti ma fino a quando non ho acceso la famosa prima sigaretta dopo il caffè, non sono riuscita a realizzare di che cosa si trattasse.

Mio cugino, mi son sognata un trombino con mio cugino che non vedo e non sento da anni.

Anzi che io sappia non è neanche in Italia. Non che di lui abbia perso le tracce, tramite mia zia diciamo che ci teniamo aggiornati sulle avventure della nostra famiglia: nascite, morti e matrimoni, ma era tanto che non pensavo a lui e questo sogno stanotte, mi ha un po’ turbata.

Escluso poi che il sogno avesse un risvolto erotico, direi che il mio subconscio voleva suggerirmi qualche altra possibilità (tant’è che credo di aver sognato soltanto l’inquietudine del dopo) ma ciò nonostante per certi sogni si prova sempre una certa vergogna come se dovessimo per forza essere responsabili anche del nostro subconscio.

Che poi finisce che ti vengono tutti i dubbi. Stai sul divano a fumarti questa famosa prima sigaretta che pare l’unica della giornata a non finire mai. Ti viene in mente il sogno, sobbalzi, ti vergogni, ti ricomponi, ti domandi, ti stufi di domandarti, guardi il pappagallo, senti il gatto di là che urla attaccato ad un lampadario perché vuole mangiare, ti ridomandi, ti addormenti sul divano con la sigaretta in mano come una vecchia babbione, risobbalzi ma questa volta per colpa del pappagallo che urla anche lui, ti incazzi e infine giungi alla conclusione che forse la mattina ti scappa sempre pipì perché nel tuo subconscio qualcosa ti dice che ti devi alzare e siccome la consapevolezza è terribilmente pigra e vorrebbe rimanere sotto alle coperte, il subconscio ti finisce nella vescica anche se è lunedì e fuori il cielo è grigio.

il collega

Viscontessa, 14 Gennaio 2006

A volte mi dimentico di essere umile.

Non fraintendiamoci io non ho mai avuto la natura gioiosa di colei che si arricchisce sempre dal rapporto umano, non sono una persona affatto solare e dormo sonni tranquilli anche se nel mio compagno di scrivania o nel macellaio all’angolo, non trovo niente che me ne faccia apprezzare la sua umanità.

Magari l’umanità la osservo, qualche volta calandomi nel suo magma bollente, altre rimanendo comodamente seduta sull’orlo del vulcano. E altre ancora invece la ignoro quando i meccanismi che la guidano sono troppo ripetitivi e scontati per essere oggetto di attenzione.

Dicevo però che questa osservazione amorfa viene spesso scambiata per una forma di superbia quasi che non mi accorgessi di ciò che mi accade intorno e la mia non fosse una scelta consapevole ma solo una forma di narcisismo sfrenato.

Un po’ rude in tutte le mie manifestazioni emotive, incorro spesso in fraintendimenti che solo con il tempo vengono chiariti sempre ammesso, ovviamente, che io abbia interesse a chiarirli, e se da un lato alcuni apprezzano questa mia schiettezza, è altrettanto ovvio che sono molti coloro che invece la condannano.

Così capita che se vado al bar e non ho alcuna voglia di disquisire con il grillo talpa sulla scoperta dell’acqua calda, non mi sforzo neanche un po’ di mostrare interesse per ciò che sta dicendo e nella stessa maniera, il giorno dopo, posso mostrare apprezzamento un cambiamento del loro piccolo bar che nessun altro aveva notato.

Capita così che dove lavoro ci sia un collega mio coetaneo, per cui non ho mai mostrato alcun interesse. Capita di incontrarsi sull’uscio a fumar una sigaretta e capita che con l’occasione si scambino anche due chiacchiere ma oltre a questo, è giusto dirlo, non trovo in lui assolutamente niente che mi invogli ad andare otre quell’esperienza comune di tabagismo.

Ad essere onesta, e anche questo devo dirlo, ero convinta che ciò non avesse alcuna rilevanza, se per esempio qualcuno avesse dovuto chiedermi cosa pensavo di lui, non avrei saputo rispondere non essendomi fatta su di lui nessuna opinione se non quella che è una persona con cui non ho molto da condividere. Certo, e qui già mi frego con le mie mani, di uno che chiede che giorno viene quest’anno la Pasqua e sulla mia risata (pensavo onestamente che scherzasse) mi risponde seriamente che lui non è cattolico (nato, cresciuto e vissuto in Italia, non sa che la pasqua viene di domenica), qualche dubbio mi pare lecito porselo, ma oltre a questo, altrettanto sinceramente, non ho su di lui alcuna opinione particolare.

L’altro giorno, quindi, ci incontriamo nello spazio comune dell’ufficio. Lo spazio comune è  rappresentato da una stanzetta senza finestre nella quale convivono, non senza difficoltà, dalla macchinetta del caffè ai bagni, dal forno a microonde al lavandino, dal fax al frigo.

Io se non ricordo male stavo facendo delle fotocopie e lui stava prendendo un caffè. Io dovevo ancora mangiare ma volevo prima finire il lavoro che avevo iniziato, lui aveva già mangiato e mentre io ci davo dentro con quella macchina infernale la cui ripetitività è più abbrutente di una catena di montaggio, lui stava tranquillamente sorseggiando il suo caffè appoggiato in un angolo del luogo comune.

Così, a battuta o forse solo per sfogarmi, devo aver detto qualcosa a caso: quando sono lì a fare fotocopie dico sempre qualcosa a caso a tutti quelli che passano “che begli stivali che hai!”  oppure “che palle, odio le fotocopie”. Non ha importanza ciò che dico perché capita a tutti di dire tanto per dar sfogo alla propria frustrazione momentanea e anche un “ciao bel puttanone” o “sodomizzami sulla fotocopiatrice” sono cose che vanno molto in voga quando qualcuno è incastrato lì davanti a premere un tasto. Una delle più divertenti conversazioni sull’uso del vibratore, è per esempio nata da un piatto di pasta nel microonde unito all’invio per fax di un intero contratto.

La cosa a caso che ho detto in quel frangente, doveva essere una via di mezzo tra una cazzata e una richiesta di incoraggiamento. Direi qualcosa del tipo “che maracas! Menomale che son simpatica, vero?”.

Ora, che persona è una che risponde seriamente a questa domanda? Fatto sta che lui non ha risposto così io ho incalzato incoraggiandolo a mia volta a dirmi una qualsiasi cosa che avesse attinenza con il clima scazzato e canzonatorio con cui gli avevo posto la domanda. E invece lui niente, non ha risposto ma incalzato dal mio sguardo interrogativo, ha mostrato un’espressione così eloquente da non lasciare dubbi. Ha arricciato la bocca, sollevato le sopraciglia e quindi se ne è andato.

Ne ho dedotto che mi consideri antipatica e non avendo lui a mio avviso alcun elemento valido per giungere ad una simile deduzione, la cosa mi ha piuttosto irritata.

Mi sono al solito acquata nell’ombra e ho atteso l’occasione giusta. Due giorni dopo lo incontro in banca e mi precipito a salutarlo. “sei a piedi?” gli chiedo “si” mi risponde lui un po’ sorpreso “allora ti aspetto che ti do un passaggio”.

Nella mezz’ora successiva che abbiamo trascorso insieme, gli ho offerto la colazione, mi sono interessata al suo prossimo viaggio, non ho riso quando sfogliando il quotidiano cercava qualche notizia che parlasse della probabile chiusura dell’aereoporto tra un mese e mi sono deliziata nell’ascoltarlo quando mi diceva che il lavoro a casa non fa per lui che anche la sua fidanzata che fa la psicologa, gli ha detto che lui non ha il carattere per lavorare a casa.

Quando siamo arrivati in ufficio l’ho fatto scendere prima di andare a parcheggiare e gli ho anche offerto una sigaretta.

Stupito di cotanta gentilezza, mi ha ringraziato più volte per la mia cortesia e mi ha detto che mi deve una colazione, invitandomi per il giorno successivo, ad andare insieme al bar.

Nessuno deve permettersi di ritenermi antipatica se non lo decido io. Ecco.

 

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