ciao ciao con la manina e la valigetta in mano

Viscontessa, 14 Dicembre 2005
La novità del giorno è che me ne vado per un po’ e lascio l’appartamento virtuale ad un ospite.
In un primo tempo si era pensato di andare a convivere ma poi le convivenze sono sempre difficili e poi l’idea di cambiare casa, aria, blog, ci pareva una bella iniziativa.
Uno scambio di chiavi di casa.
Dove vado non lo dico, mi dissolvo nella blogsfera per una settimana e mi trasferisco in una multiproprietà piuttosto frequentata e conosciuta.
Per chi mi trova ricchi premi e cotillons, agli altri una palpata di culo natalizia.

Percezioni temporali ovine

Viscontessa, 13 Dicembre 2005
Oggi pomeriggio ho acquistato la famosa Ital B 17.
Sono almeno dieci anni che acquisto la Ital B 17 e dopo aver corso il rischio di rimanere senza un anno, adesso mi faccio coraggio e l’acquisto già in dicembre ben consapevole del fatto che acquistare un’agendina, una Quo Vadis per l’esattezza, prima che finisca l’anno, significa mettere una pesante ipoteca sul futuro.
Per il 2006, ne deduco quindi, che nella mia vita non ci saranno cambiamenti sostanziali tali da giustificare un altro tipo di agenda.
La Ital B 17, ogni anno, mi pare l’agenda più adatta per me. Su una pagina i giorni della settimana e su quella accanto le cose varie da fare in settimana tipo telefonare, scrivere, vedere, note. L’ordine delle cose da fare è per me del tutto casuale ma quella paginetta che ti permette di gestire gli impegni senza una data fissa purchè avvengano in settimana, rappresenta per me quel briciolo di libertà necessaria a sopravvivere. Se devo andare dal dottore non voglio ipotecare il mio futuro in un giorno e in un ora precisa ma preferisco essere libera di sapere che insomma entro la settimana sarebbe meglio andare dal dottore. L’esempio più lampante di questa strategia del consumo temporale, è la tintoria che mi trascino stancamente di settimana in settimana senza mai decidermi ad andare.
Le pecore, per esempio, si dice che abbiano una percezione del futuro non superiore ai venti minuti. Questa cosa mi ha particolarmente colpita e più di una volta mi immagino pecora con un radioso futuro davanti anche se quello debba poi concludersi nello stesso ovile puzzolente. Se anche io avessi una percezione del tempo così labile, adesso per esempio non saprei cosa ne sarà della mia serata invece di sapere che entro breve stramazzerò sul divano pensando che domani è solo mercoledì. Certo con l’arrosto nel forno in cottura per un ora, si potrebbero avere effettivamente dei problemi ma con una lasagna precotta, per esempio, ci starei temporalmente larghissima mentre mi trucco per affrontare la mia scintillante serata prima di rendermi conto, venti minuti prima di chiedermi perché accidenti mi sono truccata, che anche per stasera stramazzerò sul divano. Truccata, ovviamente, come un Pierrot e con una lasagna precotta tra le mani.
Oggi, a proposito di futuro, ho poi incontrato un mio ex fidanzato. Non uno qualunque, ma bensì il mio primo fidanzato quello con cui ho condiviso tre anni e molti tradimenti della mia vita, ormai oltre vent’anni fa.
Mi ha chiamata lui, era in centro con sua figlia che ha più o meno l’età della mia ed io ero appunto con mia figlia di cui oggi ricorreva il nono compleanno.
Questi incontri con gli ex sono sempre estremamente piacevoli perché in un batter d’occhio, in due parole, in un sorriso, in una battuta, ritrovi tutta la complicità della vecchia relazione e così quando lui mi ha squadrato da capo a piedi con uno sguardo che io ricordavo essere di ammirazione, mi son ritrovata a dire che lasciandoci avevamo fatto il più grosso errore della nostra vita. L’hai fatto tu, ha ribattuto lui che deve avere una memoria ben più longeva di quelle delle pecore, e io ho sorriso ebete mentre le nostre figlie si studiavano da capo a piedi come solo i bambini riescono a fare.
Poi si è lamentato di un orologio che perdeva dieci minuti ogni ora e che lo faceva ammattire al solo pensiero di essere in ritardo e io lì non ho capito se era una battuta o se era la verità perché non ricordo se lui fosse puntuale o se io allora lo fossi e così devo aver sparato un’altra cazzata delle mie mentre ci salutavamo festosi tra baci e abbracci.
Poi a mia figlia ho chiesto se avesse riconosciuto chi fosse e li mi ha detto di no.
Non che la piccolina potesse conoscerlo ma come tutti i bambini anche la mia si diletta nello sfogliare i vecchi album delle fotografie e tutte le volte che trova una vecchia foto di lui che mi regalò con dedica per i nostri primi otto mesi insieme, si ferma maliziosa e comincia ad urlare “questo era il fidanzato della mamma!”.
Così le ho detto che il tipo che abbiamo incontrato “era il fidanzato della mamma!” e lei guardandomi dritta negli occhi mi ha detto “ma che dici? Quello della foto ha i capelli riccioli e castani mentre “questo” ha i capelli bianchi e corti!”.
A quel punto mi è parso indispensabile insistere. Non perché voglia coinvolgere mia figlia nella mia vita passata ma perché quel cambiamento mi pareva irrilevante a distanza di vent’anni e non sopportavo l’idea che lei desse a venti anni lo stesso valore che danno le pecore al loro trascorre del tempo. Venti anni – le ho detto – non venti minuti!
Ha sbuffato, ha fatto sapallucce e ha detto “ah si il tuo ex marito”. Il mio ex marito? Ma no il mio ex fidanzato, il mio ex marito è un altro quella della foto con il cane bianco, ricordi? - Il cane bianco che è morto? – ha aggiunto lei – quello che era insieme alla Emma, il nostro cane che è morto quest’anno?.
Mi sono fatta prendere dallo sconforto, tutti morti anche i cani come i vecchi quando parlano degli amici che un trombo se l’è portato via e un ictus…poverino vedessi com’era ridotto gli ultimi tempi.
Non ho aggiunto altro e lei ha concluso con un “non voglio mica sapere tutto il tuo passato! Raccontami di nove anni fa quando sono nata io, a quest’ora ero già nata?”
E altri nove anni sono già passati.
Cazzo!

ho le pile un po’ scariche

Viscontessa, 12 Dicembre 2005

Da stasera si cambia registro.

Prima di andare a letto faccio un giro a controllare i led, magari mi avvantaggio: mentre aspetto che lo scaldasonno assorba il suo potenziale di energia elettrica, io mi avvio alla ricerca del led nascosto.

La nostra vita è piena di led, se ti alzi in piena notte per andare a bere un bicchier d’acqua, ti pare di essere la madonnnina di un presepe e tutto intorno piccole stelle comete che lampeggiando ti conducono verso il frigo. Oppure ti senti il comandante di un nave alle prese con un misterioso alfabeto morse dei tuoi elettrodomestici e quando torni a letto ti arrovelli fino all’alba chiedendoti cosa mai volesse dirti il la play station con tutti quei segnali.

Stamattina, insomma, ho scoperto che spengendo tutti i led che ci guidano nel nostro percorso notturno, si possono risparmiare fino a venti euro all’anno e anche lo scaldabagno, per chi lo avesse ancora elettrica, è bene accenderlo solo tre ore prima di usarlo in maniera tale che si possa risparmiare fino al 50% della bolletta della luce. Per chi volesse farsi la doccia la mattina, si consiglia una vecchia sveglia a carica manuale da far suonare prima dell’alba.

Tutto giusto anche se piuttosto scomodo.

Pensavo però oggi all’evoluzione del vecchio 412. Prima i castori del 492 e poi di seguito il 12 con tutte le combinazioni di numeri possibili fino a quando in molti si sono evidentemente domandati a cosa mai potessero servirci tante combinazioni visto che, almeno per quanto mi riguarda, è piuttosto rara la necessità di dover trovare un numero di telefono.

Così, secondo la regola per cui il bisogno va indotto e non soddisfatto, da qualche giorno non ricordo quale 12 propone il servizio gratuito per una settimana dopo la prima richiesta.

Una settimana?!?! Ma davvero abbiamo bisogno di cercare numeri per una settimana?

Si chiama concorrenza che ormai non è più sulla qualità del prodotto o del servizio offerto, ma direi sul bisogno in grado di indurre da parte della pubblicità.

Le compagnie telefoniche ne sono un fulgido e insopportabile esempio.

Così, in mezzo al traffico dopo una notte insonne in cerca del led, pensavo oggi a quando con orrore ci diranno che anche l’ENEL non sarà più un monopolio e che finalmente potremmo scegliere di farci fornire l’energia elettrica dalla compagnia che più ci conviene.

Naturalmente, come avviene sempre in simili circostanze, non ci sarà nessuna compagnia in grado di fornirci il medesimo servizio ad un prezzo inferiore, ma molte compagnie offriranno servizi diversi a prezzi più alti e così mentre stiamo consumando il pranzo domenicale, sarà la volta di Marina che per telefono ci offrirà la vantaggiosissima offerta della sua compagnia elettrica che ti regala gratis una notte di led accessi ogni quattro lavastoviglie mandate in funzione tra le due e le quattro del pomeriggio.

E poi ci sarà Angelo che ti offre un’ asciugatura di capelli alle quattro di mattina ogni lavatrice di colorati a 30 gradi. E Patrizia che ci offrirà uno sconto sul consumo dell’energia del frigorifero purchè tu guardi la televisione (o almeno la tieni accesa) almeno sei ore al giorno e una canzone gratuita in radio se ricarichi almeno cinque cellulari al giorno e poi uno sconto sulla cottura delle lasagne ogni lenzuolo stirato oppure uno sconto favoloso sull’uso notturno, diciamo tra le tre e le sei del mattino, del tapis roulant e l’illuminazione completa di un salotto standard se hai un congelatore e un’asciugatrice che usi almeno una volta al giorno….

Il comunismo esiste ancora

Viscontessa, 11 Dicembre 2005
Mi piacciono le lettere inviate ai giornali perché rappresentano uno spaccato di umanità con la quale, altrimenti, non verrei mai in contatto. Si legge, si guarda, si cammina per le nostre città, ma c’è una fetta di umanità che vive nel portone accanto di cui non si conosce niente e che pur condividendo con noi il rumore del medesimo motorino che in piena notte squarcia il silenzio del viale, resta per noi un’umanità sconosciuta e nascosta.
I vicini intervistati sull’accaduto, dicono che erano persone schive, una famiglia normale ma di cui si sapeva poco.
Io per esempio non so chi sia che suona il pianoforte nel muro oltre la mia camera da letto.
Ne seguo i progressi e gli orari e l’altra notte, quando verso mezzanotte si è seduto di fronte alla sua tastiera e ha cominciato a suonare, mi dispiaceva quasi interromperlo nel suo esercizio come se quella sua tastiera fosse paragonabile alla mia dove sono seduta adesso a quest’ora di notte. Solo che io suono in silenzio.
Dicevo quindi che mi piacciono le lettere ai giornali perché immagino che molto spesso dietro a quelle penne a volte malinconiche altre irritate, ci siano persone di quell’età indefinibile che contraddistingue coloro che invecchiano nel fisico pur rimanendo giovani negli ideali o giovani dalla presunzione vecchia come il primo della classe in cerca di approvazione dei professori e professori in cerca di approvazione degli studenti, pensionati o adolescenti smarriti dalla loro nuova condizione o uomini e donne in conflitto con il loro tempo.
Un foglio e una penna, il quotidiano come punto di riferimento, come amico con il quale confidarsi o nel quale affogare un po’ della propria solitudine e della propria amarezza, il quotidiano che non è più fonte di informazione o di opinione, ma un vero e proprio compagno di viaggio sul quale trovare tra i necrologi il vecchio amico di un tempo o le previsioni del tempo di Voghera dove era nata una vecchia compagna d’infanzia perduta ormai nel tempo. Tempo.
E poi l’oroscopo con le labbra arricciate e il film che proiettano nel cinema sotto casa e domani chiudono quella strada là per lavori che non ci passo mai ma telefono a quella mi cugina che vive da quelle parti e l’avviso.
Per questo il quotidiano locale, il giornale nel quale sentirsi parte di qualcosa, diventa un punto di riferimento, per sentirsi membri di una comunità che forse ci ignora, che forse si è dimenticata di noi ma che un giorno mi troverà lì in un trafiletto in cui un pensionato senza famiglia si è tolto la vita gettandosi nel fiume.
Un foglio e una penna, sono abituato a scrivere, ho insegnato per quarant’anni sempre nella stessa scuola e ricordo ancora i nomi dei miei studenti più bravi anche se loro si sono dimenticati di me.
Un foglio e una penna perché ci ho riflettuto su e il comunismo esiste ancora.
“da parte di molti si sostiene che il comunismo non esiste più: non è vero, il comunismo esiste ancora in molti stati compreso l’Italia (rifondazione comunista e comunisti italiani). Peraltro, a mio avviso, sono comunisti anche i DS poiché, nonostante abbiano cambiato nome, hanno sempre gli stessi immobili, praticamente lo stesso giornale, lo stesso inno, gli stessi dirigenti (salvo qualcuno che ha approvato il cambiamento del nome)e, quel che è peggio, gli stessi metodi e la bandiera rossa. Inoltre sono stati in causa con Rifondazione Comunista per l’uso della vecchia denominazione e della falce e martello. Infine non hanno mai rinnegato il passato quando idolatravano Satalinie gli altri capi di stato comunisti (alcuni dei quali si idolatrano ancora adesso).”
Firmato Prof. XXXX

Natale

Viscontessa, 9 Dicembre 2005
La signora borghese, con l’avvicinarsi del natale, si illumina tutta come un albero pieno di lucine pur ostentando un certo fastidio per chi senza pudore manifesta il suo giubilo natalizio. La signora borghese ama del natale il clima familiare e la beneficienza, il presepe e il calore degli amici ma fin dalla prima vetrina piena di cianfrusaglie colorate, si commuove fino alle lacrime per un angioletto tutto rosso con una coroncina di lucine tutte verdi e biondi boccoli dorati che adornano il suo faccino paffuto. Entra nel negozio e acquista quel piccolo angelo che giura essere l’unico addobbo che acquisterà per l’albero che non lo voleva fare ma che dopo aver visto quell’angioletto diventa indispensabile.
La signora  borghese si agghinda poi con un cappello con la piuma acquistato a Salisburgo un natale di qualche anno prima e avvolta nella sua pelliccia ecologica firmata Ferrè, va a visitare tutti i mercatini di beneficienza organizzati da qualsiasi ente e decide di adottare a distanza un bambino del terzo mondo, di cedere in beneficienza il suo tailleur usato per il natale precedente e di accettare l’invito di un’amica a cantare nel coro della parrocchia a cui seguirà una pesca di beneficienza a favore delle badanti rumene che lavorano nel nostro paese.
Assolti quelli che lei ritiene i doveri del natale, la signora borghese si sente adesso pronta per partecipare alle cene di auguri che si susseguiranno a ritmo incessante fino alla settimana prima di natale.
Poi la signora borghese va in ritiro spirituale per presentarsi in forma splendente per il pranzo di natale con i parenti.
Gli acquisti della signora borghese sono prima di tutto in favore dei piccini della famiglia così già verso la fine di ottobre comincerà a chiamare parenti e amici a qualsiasi ora per sapere cosa regalare ai cuccioli che il natale è per loro. Quindi verso novembre, arsa da un’inspiegabile febbre, acquisterà i regali per tutti gli altri adulti e infine, a corto di persone a cui fare regali, si dedicherà con devozione quasi mistica, ai “pensierini” per chiunque abbia in programma di incontrare prima di natale. Arriverà il 20 in ufficio carica di asciughini di cucina con sopra l’oroscopo per le colleghe, e acquisterà presine per le pentole, sciarpette, porta carta igienica in pizzo, mestoli di legno, vasetti di fiori finti, spille, porta cd, centrini, corone di agrifoglio, angioletti, taccuini da borsa, candele profumate e persino orsetti di peluche, da regalare ad eventuali bambini. I grandi magazzini sono il suo terreno di caccia preferito anche se in mezzo alla calca, osserverà gli addobbi natalizi con un malcelato disinteresse sbuffando tra la gente che ha soldi da buttare via in simile sciocchezze mentre lei ama le cose sobrie e poco vistose. L’albero di natale sarà rigorosamente ecologico ma acquistato da Pinaider ma sugli addobbi si tormenta per notti intere in cerca di una soluzione che le permetta di addobbare un albero in modo originale ma sobrio, politacal corret ma strepitoso. E infine esausta si orienterà sugli animaletti realizzati con le foglie dai cinesi agli angoli delle strade e sarà così felice della sua idea, che invierà la foto del suo albero infestato da cavallette di foglia,  ad un rivista femminile che ha indetto il solito concorso “invia la foto del tuo albero di natale, il più bello vincerà un capodanno a Parigi”. Nella pagina dopo lo sfruttamento della manodopera cinese.
Perché la signora borghese semmai preferisce addobbare la casa con biancheria di classe e raffinata e così quello che ha risparmiato nell’addobbo dell’albero lo spende quintuplicato in centrini, tovaglie, sottopiatti, tovaglioli, tovagliette e poi bicchieri, piatti, portatovaglioli, segnaposto, candeline, alzatine, zuppiere, posate, e portabottiglie, centrotavola, stelle di natale, fiorellini, angioletti, agrifogli, babbi natale, fiocchi, palle e luci ad intermittenza in tutta la casa.
E poi c’è il parrucchiere da fissare almeno un mese prima, e l’abito da indossare per natale, e le telefonate da fare e i biglietti di auguri da spedire e la nonna da andare a trovare in casa di riposo e la recita di natale, il film di natale, la tombola di natale e……la signora borghese ama il natale perché è l’occasione per essere tutti più buoni.

mi è scappato l’uccello

Viscontessa, 8 Dicembre 2005
Lo spettacolo è a dir poco impietoso.
Convinta da mia sorella, stamattina esco in giardino con il pappagallo sulla spalla e quello, dopo un primo rapido volo di ricognizione in giardino, fugge urlando verso il cielo azzurro.
Sono in pigiama o almeno in quella specie di abbigliamento da casa che è un incrocio tra il pigiama e una felpa di attestazione a qualche manifestazione sportiva. Ai piedi un paio di ciabatte gialle con la suola in gomma affinchè nei miei frequenti viaggi in giardino, le ciabatte non si sciolgano con la prima pioggia.
Apro la porta di casa e mi fiondo in mezzo al viale urlando “smilla!” mentre lei, sovrastando con la sua potente voce il rumore del traffico, mi risponde dal davanzale della finestra più alta dello stabile accanto.
Non è la prima volta che il quartiere mi trova in mezzo alla strada con un abbigliamento singolare mentre cerco un animale qualunque.
Un paio di anni fa era successo con un altro pappagallo, stavo lì in mezzo al viale con il naso per aria e cinguettavo fino a quando ho chiamato i pompieri che con la scala area hanno recuperato tra gli applausi della gente, il pappagallo dal ramo più alto di un albero del viale.
Poi è stata la volta del gatto, mi aggiravo all’alba in cerca di un gatto morto che poi ho ritrovato vivo e poi c’è stata la volta del cane che ho ritrovato al canile dopo aver martellato tutto il quartiere in cerca dalla bestiola sorda.
Stamattina stavo quindi in mezzo al viale senza alcun pudore, urlando al pappagallo perché scendesse dalla finestra.
Mi sbracciavo perché mi vedesse fino a quando ho deciso di suonare al campanello di quello che presumevo essere il proprietario dell’appartamento sul cui davanzale stava il pappagallo.
Con voce concitata gli ho quindi spiegato che il mio uccello stava sulla sua finestra ma naturalmente avevo sbagliato casa.
Poi da lontano è arrivata mia sorella e mentre io mi attaccavo a tutti i campanelli del quartiere in cerca di aiuto, il pappagallo è sceso in picchiata vero di lei ma ha sbagliato mira e si è appoggiato sulla spalla di un passante mentre mia sorella ha cominciato ad urlare “non si muova! Quell’uccello è mio!”. Il passante, atterrito non so se da quella cosa che gli era piombata sulle spalle o dalla visione di mia sorelle incinta che urlava l’uccello è mio, si è pietrificato in mezzo alla strada mentre io, sbucata dall’angolo, gli atterravo sulle spalle per acchiappare l’uccello.
Il passante si è scusato senza sapere di cosa si scusava, il pappagallo mi ha staccato un dito con un morso, mia sorella mi ha preso l’uccello e ha cominciato a sbaciucchiarlo, mia figlia è sbucata dalla porta di casa con il grosso mastello pieno di semi che avrebbero dovuto fare da richiamo alla Smilla.
Mio marito, quando ci ha visto rientrare, ha cominciato ad urlare dalla paura sostenendo che se si vuole tenere un uccello bisogna spuntargli le orecchie.
Ali, bisogna spuntargli le ali ma l’ho lasciato nella sua pia illusione.

ho la tosse

Viscontessa, 7 Dicembre 2005
Ho la tosse, non una tosse così di quelle che ti puoi portare dietro con disinvoltura, ma una tosse di quelle bastarde che ti vengono in piena notte o la mattina quando è troppo presto per alzarsi ma troppo tardi per riaddormentarsi.
E poi ieri sera mi sono venuti anche due occhi gonfi come un rospo e un po’ di mal di testa mentre pensavo che mi stavo profondamente annoiando.
La noia è uno stato d’animo assolutamente mentale. Non si tratta di ciò che fai o che non fai, ma di un semplice distaccamento emotivo dai gesti che compi.
Così ci si può annoiare un po’ in qualsiasi circostanza.
Anche mentre si ride di gusto si può essere profondamente annoiati e io adesso sono profondamente annoiata.

Ieri mattina ho fatto pari, alla famosa multa di un paio di mesi fa, ieri è seguito un rimborso delle tasse più o meno del medesimo importo così ieri mattina ho attraversato le campagne piovose e sono tornata nei vecchi luoghi di un tempo a fare pari.
Carlo Bianchi si è impiccato.
L’ultima volta che ero stata su, qualche mese prima, era stata la volta di Antonio: si era sparato in gola con il fucile da caccia.
La mia vecchia amica è sempre prodiga di particolari truculenti sulle consuetudine di un paesino di poche anime.
Forse si annoiavano anche loro.

Poi al ritorno sono passata da casa a prendere alcune ricevute e sono corsa in banca dove ho perduto una delle ricevute.
Ho ritelefonato in banca ma la ricevuta non l’avevano trovata e dopo aver trascorso la giornata a chiedermi dove mai avessi potuto mettere la ricevuta, ho aperto una tasca della borsa e l’ho trovata lì.
Mi sono preoccupata, se non è più possibile contare sulla propria memoria, cosa ci resta?
La risposta è stata che ci resta una noia cronica, una di quelle noie come la tosse mattutina quando è troppo presto per alzarsi e troppo tardi per riaddormentarsi.
Allora mi sono ricordata che da piccola avevo avuto la tosse cavallina. Ora per la tosse cavallina esiste il vaccino ma quando ero piccola non ti restava che tossirti fuori i bronchi mentre ti facevano iniezioni di antibiotici con la siringa di vetro.

Ricordo la siringa di vetro e la sensazione ruvida al tatto dello stantuffo. Si metteva a bollire nella sua scatolina come si bollivano i cenci troppo sporchi per essere semplicemente lavati o le lenti a contatto rigide che mia mamma metteva solo per le grandi occasioni.
Adesso invece mi pare di aver messo a bollire il cervello.
Tanto tossisco.

La vita peccaminosa di un panettone borghese

Viscontessa, 5 Dicembre 2005
Io nacqui un bel giorno di pioggia in inverno
uscendo di fretta dal grembo materno
dorato, goloso, pasciuto e fragrante
fui cotto in un forno dal caldo incessante.

Col nastro dorato la scatola rossa
fu di un gran dama la semplice mossa
che con ingordigia e sguardo amoroso
mi tolse la carta con far premuroso.

Io nudo su un piatto adesso giacevo
le labbra sue calde con ansia attendevo
ma ella incurante sedendosi lesta
si accinse a parlarmi con falsa modestia

“Ti voglio godere” mi disse sorniona
“adesso mi spoglio e mi metto in poltrona
sei pieno di burro e di frutta candita
e poi c’è l’uvetta che è  in te custodita

Non trovi mio caro la coscia pesante
e il mio fondoschiena un po’ troppo ingombrante?”
io fisso sull’abito che lento scendeva
sentivo il mio interno che tosto cresceva

Ma lei continuava togliendosi ardita
le sue mutandine con agili dita
e mentre la lingua le labbra seguiva
lei roca e assai bella così proseguiva

“Sarai la mia colpa, il peccato di gola
che io questa sera consumo da sola
adesso ti prendo di morsi ti mangio
mi godo l’uvetta con te io m’arrangio

Ti lecco la crosta, ti rubo un candito
socchiudo la bocca, mi lecco poi il dito
ti assaggio, ti gusto, ti tocco, ti annuso
ti mangio e ti prendo in ogni pertugio
ti lecco, ti bacio, ti accolgo, ti sento
ti voglio, ti amo, ti prendo già dentro”

Io fatto che m’ero di burro ormai fuso
il dolce mio interno a lei avevo schiuso
e con passo felino la dama arrivò
ed il mio candito, commosso ringraziò

 

Santa subito

Viscontessa, 4 Dicembre 2005
Quest’oggi volevo parlare di sesso ma poi mi è venuto in mente che il sesso non mi si confà più a quest’aria da signora borghese che ho messo su ultimamente.
Un po’ mi preoccupo perché mi scarseggiano gli ammiratori degni di nota quelli che non servono assolutamente a niente ma ti tengono compagnia nelle fantasie dell’ora di punta quando non c’è altro da fare che stare fermi in mezzo al traffico e aspettare il proprio turno.
La nostra vita è fatta di attese, si è sempre in fila per qualcosa o in attesa di un’ora ben precisa e poter contare su una simile fantasia è di gran sollievo per mantenersi svegli nell’attesa del proprio momento.
Dicevo che però ultimamente ho messo su quest’aria a signora borghese che non giova affatto al reperimento di materia prima adeguata. Non che manchino gli estimatori del genere, c’è il camionista che ti fa lingua mentre in macchina ti sistemi le calze e quello che incontri ogni mattina al bar quando l’aria da signora borghese non si è ancora fatta largo nel sonno che ti è rimasto incollato addosso, ma tutto ciò non è di alcun conforto alla mia persona in attesa che mia figlia finisca la sua lezione di nuoto o che il panettiere chiami il mio numerino per consegnarmi la pagnotta quotidiana.
Dev’essere per via del fatto che ultimamente sono tutta casa, ufficio, lezioni di nuoto, di equitazione, di catechismo, di scout e chiesa.
Così mi sono ridotta.
Stamattina sono persino andata alla messa e ho finto di recitare le preghiere mentre cantavo a squarciagola osanna al signore. Parevo vera mentre la mamma di un amichetto di mia figlia si sbracciava per salutarmi e raccontarmi che suo marito si è offerto per insegnare catechismo ai nostri pargoli.
Io sorridevo compiaciuta; per mantenere intatta quest’aria da signora borghese, mi mantenevo eretta sul busto con le mani incrociate davanti e l’espressione lievemente estatica di una signora borghese compiaciuta della sua condizione.
Solo quando la signora mi ha detto che suo marito si sarebbe basato sul catechismo in pillole di Ratzinger, ho perduto un attimo il controllo della mia espressione che ha assunto quell’impercettibile ghigno che mi ha convinto ad interrompere la conversazione.
Certo poi nel pomeriggio c’è stato il saggio di nuoto e io lì in prima fila a tifare per mia figlia con la borsetta sotto al braccio e il solito stucchevole sorriso della signora borghese compiaciuta del suo ruolo. E poi via a casa a stendere il costumino e lavare i calzettoni da scout che sono quanto di più vivo abbia mai visto varcare la soglia della mia lavatrice.
E poi domani c’è la bicicletta da ritirare e bisogna andare a vedere Potter e poi mercoledì a cavallo e giovedì in piscina mentre in ufficio sono una specie di impiegata modello dedita all’archiviazione e all’ordine senza mai dimenticare di passarmi la crema per le mani tra un intervallo e l’altro.
Non che non abbia le mie belle soddisfazioni, incontro qualche collega tabagista e nel gelo di quest’inverno e si parla di cappottini da acquistare al bambino o di come preparare un bel sugo alle melanzane per il pranzo della domenica, ma tutta questa vita sociale così piena e così borghese, mi ha tolto qualsiasi tipo possibilità di parlare di sesso anche perché il sesso, quello che racconti, quello di cui scrivi, quello su cui fantastichi, non ha niente a che vedere con il sesso vissuto ma si alimenta di qualcosa che tieni dentro e che io temo di aver dimenticato sulla panca della Chiesa. O nella cuffia per i capelli del nuoto.
Tutto ciò non è naturalmente definibile come abbrutimento della persona, anzi è segno di maturità e di crescita personale ed emotiva, ma nel mio ruolo di signora borghese tanto bella e tanto raffinata, io mi sento culturalmente abbrutita.
Temo, sarò sincera con una certa ansia, di ritrovarmi a leggere Famiglia Cristiana mentre il Moige prende posizione anche sulla museruola per i cani pericolosi e la 194 diventa il numero della puntata di una soap opera che prima o poi mi ritroverò a seguire.
Allora avrò accantonato l’idea di parlare di sesso e mi ritroverò a scrivere post sulla sacralità e l’indissolubilità della famiglia.
Un disastro!

non sono una quercia

Viscontessa, 3 Dicembre 2005
Ultimamente mi manca un po’ un’amica.
Non che di amiche ne abbia molte o perlomeno non sono una gran coltivatrice di amicizie perché le cose di solito mi scorrono molto più velocemente di quanto non capiti agli altri e le amicizie mi si invecchiano subito come il pioppo canadese che cresce rapido verso l’alto con il suo legno tenero e fragile.
Che poi non è così, le amicizie mi si stringono semplicemente addosso come un maglione che si infeltrisce un po’ ad ogni lavaggio e ti sembra di crescerci dentro fino a quando ti accorgi che è lui che si restringe.
Le amicizie restano, edulcorate dall’entusiasmo, annacquate dalla vita, rarefatte dagli impegni o semplicemente lontane dagli occhi.
Oggi per esempio mi ha chiamato un’amica che ormai non vedo da molto tempo, lei mi telefona sempre e mi racconta di suo figlio che è nato un paio di giorni prima della mia. Mi parla di suo figlio come se questi nove anni fossero trascorsi invano, come se il tempo si fosse fermato a quando passavamo le giornate insieme tra pappe e pannolini, tra kili di troppo e ambizioni materne. Io voglio bene alla mia amica ma non sono più sincronizzata su quel tempo che fu di cui mantengo solo un ricordo tenero e morbido come solo la maternità ti può regalare ma che ormai è passato ed è cresciuto insieme a mia figlia.
E c’è un’altra amica che dovrei chiamare, un’amica dei miei tempi di bambina con cui sono cresciuta sui vecchi diari di Linus pieni di nomi di attori e di sogni che per lei sono rimasti invariati anche se la vita non è stata generosa con lei.
Io sono cambiata, l’ascolto chiedermi perché ho smesso di disegnare e io non ricordo neanche di aver mai disegnato.
Oggi poi ho sentito anche un’altra amica, un’amica di tempi più recenti quando avevo creduto ad una nuova vita che è finita troppo rapidamente e di cui vorrei cancellare il ricordo per non sentirmi ferita ogni volta che ci penso.
E un’altra nuova amicizia che si alimenta di quel poco di me di cui ha bisogno per crescere come una pianta grassa lasciata a casa sola in una torrida estate che sopravvive senza impegno e senza impegno trova quelle poche energie che le servono dall’acqua trattenuta tra le sue foglie.
Amicizie che non si evolvono, amicizie che sono la fotografia di un momento che non è più il mio che non mi appartiene più, io cresco, invecchio, cambio, nasco e muoio ogni giorno mentre il tempo si cristallizza in fotogrammi di amicizie che restano immutati come un cielo sempre terso senza nuvole sulle quali fantasticare.

Ultimamente mi manca un po’ un’amica.
La incontravo ogni sera su questa tastiera ma in questo periodo è indaffarata e io temo che mi spuntino altri rami mentre corro troppo velocemente verso il cielo.

I pioppi canadesi sono alberi pericolosi perché crescono troppo velocemente.

p.s è uscito l’ultimo numero di noluogo.
Un po’ c’entra questo, post un po’ no.

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