auguri

SuaSantita, 30 Dicembre 2005
Si comincia sempre con una bottiglia di Asti Spumante sulla quale augurarsi un fidanzato, giurare di iscriversi in palestra, promettersi un anno di duro studio.
Poi si prosegue con un Brachetto sul quale giurarsi amore eterno, promettersi un futuro radioso e augurarsi un lavoro duraturo.
E poi c’è una casa colonica senza riscaldamento, una cena in montagna dopo aver sciato tutto il giorno quando gli occhi ti si chiuderebbero alle nove e la casa al mare di un amico per andare a brindare in riva al mare o la cena di lasagne scotte di una padrona di casa che non conoscevi. E sconosciuti che ballano, amici che ritrovi dopo anni e poi il brindisi mentre allatti il bambino e il capodanno in casa che quest’anno non abbiamo voglia di fare niente.
E il cinema dell’ultimo dell’anno, la cena sofisticata tra pochi intimi e gli auguri che sono sempre per un anno più sereno di quello appena trascorso.
Auguri per se stessi e per gli altri e qualche malinconia che si affaccia, qualche rimpianto tra gli antipasti, un rimorso nel panettone e una speranza che affoga nel calice di cristallo.
Io per quest’anno invece, volevo fare una cosa diversa. Nessun augurio, nessuna speranza, ma una consapevolezza che mi ha tenuto compagnia ieri sera mentre cercavo il sonno tra le lenzuola.
Perché ho cominciato con il mettere ordine tra le speranze da tenere ancora in vivo nonostante gli anni e dopo aver ordinatamente accantonate quelle di un fidanzato, di un lavoro migliore, di un conto in banca più consistente, ho mantenuto timidamente in vita quelle che riguardano mia figlia ma l’ho fatto con quel garbo che si dovrebbe sempre avere quando ci si augurano i successi altrui.
E allora, a corto di speranze vigorose e un po’ abbattuta per questo, mi sono messa a pensare che ogni speranza ha il suo diritto di essere coltivata con amore e anche se sai già che la speranza sarà disillusa, e che morirà come quella rigogliosa pianta d’appartamento che tieni nell’angolo del salotto, ciò non toglie l’aiutarla a crescere non sia già di per se una soddisfazione da sottovalutare.
Quindi tutto è possibile. O quasi.
Potrei per esempio, con dedizione e/o molta fortuna, essere in futuro chiamata professoressa o senatrice, sorella, sire, dottoressa, madre, duchessa, onorevole, maestra, architetta, nonna, presidente, zia, capo, principessa, notaio o imperatrice.
Ma mai e poi mai Santità.
Nessuno tenterà mai di attirare la mia attenzione chiamandomi “Santità”.
Poi mentre su questa triste consapevolezza stavo per soffocare ogni mia speranza, mi è venuto in mente che magari come son diventata viscontessa in un giorno, potrei sempre virtualmente firmarmi Santità e per dare un senso alle mie speranze e miei auguri, ho deciso che per oggi vi farò gli auguri in veste di Sua Santità.
Buon anno a tutti e che la vita virtuale vi regali quella fanciullezza che la vita reale non sempre ci concede.

non succede mai niente (quasi)

Viscontessa, 30 Dicembre 2005

Caro diario, ieri pomeriggio si è nuovamente allagata la casa.

Già da qualche giorno uno strano gorgoglio del bidet del bagno piccolo, avrebbe dovuto farmi capire cosa stava succedendo, ma occupata com’ero ad ascoltare lo stato di salute del quarto cilindro della mia vettura, non ho dato troppo peso a quel tubare notturno.

E poi, caro diario, quella piccola palla di pelo graffiante che ho raccolto quest’estate sotto ad una vettura, è in piena crisi adolescenziale e ha scoperto di avere un pisellino, e soprattutto due palle, che gli permettono di segnare ogni angolo del mio appartamento e orgoglioso delle sue performances, se ne va a giro a coda ritta lanciando a destra e manca schizzetti di quella sua maleodorante urina.

Così caro diario gli ultimi giorni li ho trascorsi con l’Aiax  al profumo di campo fiorito in mano e la schiena piegata, nel vano tentativo di eliminare il puzzo di gatto maschio dal mio appartamento.

La macchina invece l’ho dovuta ricoverare dal meccanico che un “onesto” preventivo di 750 euro, ha promesso di riuscire a farmi passare la revisione scaduta ormai da oltre un anno.

Ti dicevo quindi, caro diario, che ieri mattina, festosa come non mai, ho preso la mia bicicletta per andare in ufficio ma quando il cielo ha cominciato a farsi buio e i bianchi fiocchi di neve hanno iniziato la loro danza notturno, sono dovuta tornare a casa di corsa pedalando come una forsennata nel tentativo di scongiurare la pista di ghiaccio che a causa della abbondante perdita di acqua, si sarebbe potuta formare nel salotto di casa mia.

E così infreddolita e inteccherita come un baccalà, ho messo in opera tutta la professionalità ultimamente acquisita nel dare in cencio in terra e ho raccolto quelle decine di litri di acqua che eruttavano dallo scarico della doccia come fontana di zampilli e giochi d’acqua.

Poi, quando la neve ha cominciato a cadere copiosa nel giardino, sono finalmente arrivati quelli degli spurghi che pesticciando neve e fango e acqua sporca, hanno attraversato il mio appartamento e il mo giardino e hanno finalmente stasato il pozzetto.

Al termine della giornata, caro diario, avevo le braccia come quelle di uno scaricatore di porto e bestemmiavo uguale uguale a loro, ero così immedesimata nel ruolo che mi pareva brutto buttare via un’occasione tanto bella: quando mi sarebbe ricapitata l’occasione di un pavimento tanto pulito dall’acqua e dall’aiax che ributtava fuori come la muffa?

Così ho dato la cera mentre in giardino dieci centimetri di neve mi suggerivano che tutta la lucidatura dei miei pavimenti, se ne sarebbe andata un attimo dopo che i cani fossero rientrati dal giardino.

Stamattina quindi, caro diario, ho pensato che alzarmi presto per lasciarmi pervadere da tanta fattiva energia, fosse la cosa migliore che potessi fare e alle dieci e mezzo circa, ho tirato fuori il mio nasino dal letto per appoggiarlo al vetro di camera e decidere che con quella neve non potevo certo recarmi in ufficio in bicicletta.

Ho quindi acceso lo scaldasonno e sono tornata tra le coperte dove ho bevuto il mo caffè, fumato la mia sigaretta e terminato il mio libro.

Parentesi. Ultimamente, e la cosa si protrare già da un certo tempo, non finisco mai i libri che inizio.

Non è che inizi un libro e poi non lo prosegua, semplicemente quando sono ben oltre la metà della storia, non ho più alcuna voglia di arrivare al termine. Mi piace lasciare la storia sospesa e il libro sul comodino come se volessi trattenere l’autore accanto a me o il suo finale sospeso. Chiusa parentesi.

Lasciate quindi le ultime tre pagine del libro in sospeso, mi sono alzata e senza lavarmi, mi sono coperta con un vecchio paio di jeans, un maglione a collo alto, un paio di scarponi da montagna e un giubbotto imbottito con il cappuccio di pelo così che, di primo acchito, potevo sembrare un ecoterrorista pronto a sparare veleno nei panettoni di natale anche se quest’anno, l’ecoterrorista del panettone, risulta essere fuori moda, un po’ demodé, vagamente nostalgico e malinconico, sicuramente patetico.

Verso le due, poi, ho pensato che fosse l’ora di nutrirsi e preso il conte sottobraccio, sono andata a mangiare  una porzione di pollo fritto e una di castagnaccio nella trattoria sotto casa dalla quale sono tornata soddisfatta ma troppo stanca per decidermi ancora una volta ad affrontare la giornata.

Visto che lo scaldasonno lo avevo lasciato acceso e che la neve del giardino ancora imbiancava i rami degli alberi, sono tornata a letto dove ho schiacciato un pisolino fino alle sei.

Finalmente rinfrancata nello spirito e nel corpo, sono andata con la mia aria da ecoterrorista dei panettoni, a fare un po’ di spesa e soprattutto a procurarmi la cena: spaghetti alle vongole.

Naturalmente dei quattrosaltiinpadella Findus.   

Dopo cena, infine, per non far mancare niente a questa giornata di delizioso abbrutimento, ho fatto sesso.

All’inizio non avevo capito che lo stavo facendo, mi riposavo su Anselmo il divano consapevole delle prime piaghe da decubito che questa giornata mi stava procurando. Guardavo la televisione e accarezzavo il gatto adolescente che ad un certo punto ha cominciato a mordermi la manica del golf in maniera sospetta. La pupilla dilatata, le orecchie ritte, l’espressione vagamente ebete dei gatti quando fanno sesso, mollava la manica del mio golf solo per lanciare in aria strani sommessi miagolii che accompagnati dalle flautolenze del cane in fase post prandiale, rendevano l’atmosfera piuttosto inquietante.

Poi, nel tentavo di calmare il gatto i cui intenti ad un certo punto mi sono sembrati chiarissimi, mi sono accorta che la bestiolina aveva il pisello di fuori e il mio urlo di disgusto è stato accompagnato da quello del gatto soddisfatto che aveva evidentemente appena terminato di fare autoerotismo con il mio maglione.

Il cane ha mostrato tutta la sua gelosia, il conte tutta la sua indifferenza e io, caro diario, ho preso appunto che domattina mi devo fare una doccia.

E soprattutto devo portare il gatto dal veterinario per farlo castrare.

Voglio appendere le sue palle al mio albero di natale!

veglione salsero

Viscontessa, 28 Dicembre 2005
Ieri sera eravamo a cena con gli abitanti della casa delle bambole.
Una casa perfetta con i divani bianchi e le decorazioni natalizie che sbucavano dall’argenteria in bella vista sui mobili lucidi. Una camera da letto verde e un bagno azzurro, una camera rossa e una viola piena di soprammobili viola perfettamente spolverati ed ordinati. Nel garage attrezzi da lavoro ordinatamente appesi e lustri come posate con le quali mangiare.
Poi siamo andati a cena nel ristorante di un albergo dove abbiamo consumato un ordinato antipasto preso dal buffet e un filetto con patate fritte e vino rosso.
Il salone era molto grande e quando siamo usciti nei tavoli rimasti liberi avevano già apparecchiato per la colazione.
Il grande salone di un grande albergo all’uscita di un frequentato casello dell’autostrada. Un  salone anonimo, preparato con la cura dell’efficienza ma privo di un’anima, di una personalità, di una storia e di tutto quello che può indurci a trovare dei riferimenti familiari quando si è fuori per lavoro.
Sul tavolo, tra i bicchieri e il vasetto di fiori, il depilant del cenone dell’ultimo dell’anno “capodanno salsero, l’ultimo dell’anno caraibico a firenze”.
E così mi è venuta una gran voglia di tuffarmi nell’anonimato di un veglione di fine anno.
Anni fa, quando ancora avevo tempo da dedicare al niente che insegna, mi capitava spesso il sabato sera di frequentare i locali di periferia o le pizzerie e i ristoranti degli angoli più squallidi della città e dei dintorni.
Era una sorta di gioco, si individuava un casello autostradale, un quartiere dormitorio, un agglomerato di degrado umano ed urbanistico e lì si cercava il locale più in voga. Neon blu che indicavano “il bella bimba” o folgoranti rosa che segnalavano una pizzeria. E scritte, colori, umanità dai caratteri spigolosi degli anni ottanta quando l’high tech in embrione generava uno squallido vuoto di specchi fumè che rendevano indietro immagini sboconcellate e malinconiche.
E quel locale con l’antipasto di mare prelevato direttamente da un barattolo di vongole sott’olio pescate forse un anno prima o magari anche di più e pasta alla braccio di ferro o alla panna e salmone con tiramisù dell’antica gelateria del corso servito dalla padrona in ciabatte e capelli raccolti….
Il veglione di fine anno.
Non ho mai partecipato ad un veglione di fine anno.
Una coppa di champagne per dare il benvenuto agli ospiti e poi il menù: quattro antipasti e i raviolacci di branzino in salsa di sogliole e involtini di salmone e capesante con spinaci.
E pandoro e panettone per tutti, brindisi con lo spumante e poi tutti a ballare salsa cubana e romantic,a merengue e disco anni 70 e 80, bachata e reggaeton…e infine, cigliegina sulla torta, collegamento telefonico con altri veglioni “sparsi per l’italia salsera”.

cuccioli

Viscontessa, 27 Dicembre 2005

Mi chiedevo oggi se si potesse soffrire di depressione post partum dopo nove anni dal parto.

Che ognuno ha i suoi tempi e io arrivo sempre un po’ in ritardo sulle cose come quando ho scoperto che esistevano i preservativi e avevo già quattordici anni. Me lo disse la custode di scuola che non voleva credere che io non sapessi cosa fossero.

Ieri sera qualcuno diceva che avere il primo figlio a quarantun’anni è una cosa innaturale. E non si parlava tanto della gravidanza e del parto che ormai la medicina fa miracoli e si fa sesso fino a novanta o ci si toglie vent’anni legandosi le rughe dietro alle orecchie. No, si parlava proprio delle energie che servono per seguire un bimbo piccolo come se quelle che si sprecano per il lavoro e la palestra e l’aperitivo con gli amici e il sesso da singole non fossero energie positive.

Diceva dunque la mia amica che alla mia età forse avere un primo figlio è troppo faticoso e lo diceva mentre correva dietro al suo piccolo di un anno che giocava con le noci e barcollava sulle gambette ancora torte. Tutti i bambini hanno le gambette torte e tutte le mamme annusano il proprio piccolo per sentire se hanno fatto pupù.

Io invece me ne stavo tranquillamente stravaccata sul divano mentre mia figlia, sbattendo la porta, piangeva lacrime amare perché non le avevo permesso di andare in giardino sotto alla pioggia a giocare con il suo nuovo monopattino, e urlando “cattiva!” se ne andava a rinchiudersi in camera sua.

A voler esser giusti le energie da spendere sono le medesime, lasci cadere il piccolo che barcolla sulle gambette o lasci la grandicella sbattere la porta e andarsene con quel cattiva.

Oppure alzi il tuo culo appesantito da una fetta di pandoro di troppo e aiuti il piccolo a superare il gradino o tiri uno scappellotto alla grande , così, senza tante spiegazioni e tanti complimenti.

I bambini non si picchiano, mia madre ricordo che da piccola me ne dava di santa ragione o almeno così mi par di ricordare, ma adesso con i bambini bisogna parlarci e se a nove anni ti sbattono per la decima volta in un giorno la porta in faccia urlandoti cattiva, devi alzare il tuo culo appesantito dal panettone e andare in camera sua a spiegarle che non è bello dire alla mamma cattiva e che la mamma le vuole tanto bene, e che le cose le fa per il suo bene e che fuori piove e che se si bagna poi si ammala e se si ammala…..

Depressione post partum  a scoppio ritardato.

Qualcuno azzarda la teoria della crisi prepuberale alla quale seguirà quella puberale e infine quella adolescenziale e poi dio sa solo quale altra crisi esistenziale.

I bambini.

Quante responsabilità i bambini di oggi! Prima la nonna ci moriva in casa e vedere la nonna morta, la mamma che partorisce, il maiale da sgozzare, era una cosa normale.

Adesso i bambini vanno preservati dalla morte reale che è stata sostituita con quella virtuale dei video giochi e quella lontana dei telegiornali o quella immaginaria dei film.

E poi vanno preservati dal dolore, dagli acari, dall’influenza, dalla gente cattiva, dal traffico, dai peli di gatto, dagli hamburger, dagli sculaccioni, dall’obesità e dai propri genitori.

Piccoli mostriciattoli da preservare da quello stesso mondo in cui vivono fatto di tutte queste cose e di molte altre.

E i genitori falsi, bugiardi, costretti a mentire a se stessi al mondo giurando che i propri figli la televisione non la vedono mai, le patatine fritte sole ogni tanto e il dialogo come panacea di tutti i mali.

Depressione post partum post moderna.

 

Babbo Natale non esiste. Certo potevo non dirtelo, potevamo fingere la pace nel mondo e babbo natale ma la vita non è così, non esite un babbo natale a cui chiedere incondizionatamente qualsiasi cosa. Se tu non mi compri un gioco spiegandomi con pazienza i motivi per cui non me lo vuoi comprare, io sbuffo, faccio finta di ascoltarti e poi ti dico “che me ne importa?! Tanto io lo chiedo a babbo natale” e allora finisce che babbo natale non esiste e non esiste neanche la pace nel mondo perché non basta scrivere le letterine a babbo natale promettendo che si sarà più buoni e poi sbattere le porte e rispondere non sono la tua serva se ti chiedo di aiutarmi ad apparecchiare.

Adesso è partita per quattro giorni con gli scout ed era così emozionata e così contenta che specchiarsi nei suoi occhi ancora capaci di simili entusiasmi ripaga troppo spesso del nostro cinismo e ci lascia mollemente adagiati sul divano mentre la porta sbatte per l’ennesima volta e tu pensi che dal cavolo non possono nascere orchidee.

In fondo se solo mia madre me lo avesse permesso, sarei stata così anche io.

E già mi manca.

 

 

ci si rivede martedì

Viscontessa, 23 Dicembre 2005
Direi che possiamo chiudere questa previgilia natalizia con il solito discorso di auguri che ognuno di noi, almeno una volta, è stato costretto ad ascoltare.
Poi magari per non generalizzare, diciamo che se anche non tutti hanno avuto la “fortuna” di essere vittime del discorso natalizio, possono sempre rifarsi con questo mio post che sarà assolutamente conforme allo standard aziendale.
Prima di tutto c’è sempre quel discorso delle vacche grasse e quelle magre e quando il discorso augurale di natale ti arriva tra capo e collo con ordine scritto di presenza, le vacche sono sempre magre, smunte, sfinite da un anno di pascoli poco produttivi.
Quindi si tratta di impietosire la platea sullo stato di queste vacche emaciate che pascolano tra il contenitore per la raccolta della carta (se ne spreca sempre troppa) poi vanno in cerca delle luci accese (avete idea di quanto si spende di ENEL?) e infine ormai disposte a ruminare cavi del telefono, giungono senza ulteriore indugio alle telefonate personali, alle mail, alle pause caffè eallo spreco generalizzato di materiale, di tempo e di risorse.
Applauso della platea in ascolto che borbotta sorridendo.

Dopo il preambolo, l’augurio è per una anno migliore pieno di prospettive e di progetti in cui ci viene augurato un felice anno nuovo a noi e alle nostre famiglie (toccata di palle al vicino o corna scaramantiche intrecciate dietro alla schiena).
Applauso della platea in ascolto che borbotta sorridendo.

Quindi, paternale  d’obbligo: le vacche magre fanno tutte parte di una grande famiglia, perché noi siamo una grande famiglia nella quale ognuno deve dare il proprio contributo per il buon andamento dell’”affaire” lavatrice o del reparto cucina.
Applauso finale della folla che dopo i licenziamenti prenatalizi senza alcun avviso (quella cosa lì che dobbiamo stringere i cordoni della borsa, dobbiamo ottimizzare le risorse o farci promotori di iniziative che aiuteranno tutti a lavorare meglio) è già più che soddisfatta di essersi salvata il culo.

Quindi auguri di buone feste a tutti e bomboloni caldi per festeggiare.

Ps. Non me ne vado ma siccome in casa nostra ci pareva che Babbo Natale fosse stato troppo avaro di emozioni, dopo la burrascosa nascita della nipotina, ieri, per faccende che non starò a spiegarvi, mi hanno momentaneamente sequestrato l’hard disk di casa.
Mi consolo pensando che finalmente qualcuno leggerà con attenzione tutte le stronzate che scrivo.
Ci si rivede Martedì, baci con lingua nell’orecchio a tutti (e non fate troppo i difficili!)

domani mi tolgo il grembiule

Viscontessa, 22 Dicembre 2005
Pubblico anche qui un post che ho pubblicato ieri su alcuni blog multiautore. Molti hanno ritenuto che la mia riflessione fosse troppo pessimistica e che esistano molte piccole isole felici nella blogsfera.
Io ritengo che la paggior parte della vita virtuale si svolga sulla terra ferma

A volte osservando la blogsfera mi sento come sull’orlo di una grande distesa di sabbie mobili.

Rimanere immobili sulla riva pare l’unica soluzione praticabile perché quel passo in più non può che farti affondare in quella melma capace di risucchiarti e farti sparire per sempre in pochissimo tempo.
Pensavo alla notizia della ragazza che si spoglia. Ogni blog che si rispetti ne parla per denunciare il il fake finalmente smascherato e pensavo che quel suo passo in più, chiunque essa sia, l’ha condotta finalmente al centro di quel mare di fango che entro breve tempo, tra il clamore di chi oggi osserva il suo annaspare, la farà sparire per sempre.
La blogsfera ha bisogno di questo.
Non esistono autori che meritino attenzione o blogger lodevoli per le loro capacità, ma solo stuoli interi di Lecciso che a modo loro, con il cattivo gusto, la volgarità, e il vuoto pneumatico del loro modo di essere, riescono a farsi notare e ad avere successo. Qualsiasi cosa esso voglia dire.
Non importa chi sei, questo è il diktat della nostra era, ma cosa riesci ad inventarti per farti notare e di questo, di questa unica capacità, pare nutrirsi il successo.
La capacità di comunicare, in un mondo di mezzi di comunicazione in cui anche la pubblicità dei telefonini è diventata un’ossessione degna di una seduta dall’esorcista, niente ha più valore della capacità di comunicare. Solitudine? E’ probabile. Un vuoto dentro che non trova un modo di essere colmato e si affida all’evanescente prospettiva del successo.
Interagire, questa è diventata la parola d’ordine, bisogna interagire ovvero compiere azioni che ci permettono di entrare in contatto con gli altri. E si interagisce con la televisione, con il computer, con il telefono con l’analista, con il maestro di yoga e persino con la play staion. Con qualsiasi cosa fuorchè noi stessi.
Eppure farsi notare non può essere una capacità da premiare, tempo fa ci fu il blog del suicida, oggi quello della ragazza che si spoglia, domani magari quello di un tronista-virtuale in cerca di moglie oppure di un aspirante kamikaze che ci racconta come si farà saltare in aria in un supermercato di Lambrate. O perlomeno, dopo aver già ridotto la televisione in quello schifo che tutti denunciamo continuamente, è davvero grottesco e ipocrita che la blogsfera, sempre con il naso arricciato, sempre con il dito puntato sul mondo, sempre così prodiga di denuncie per un sistema fasullo di comunicazione, non riesce a partorire niente di più di ciò che denuncia con tanta spocchia.
Nessuno che si prenda la briga di leggere davvero i blog, nessuno che si faccia portavoce di chi ha davvero qualcosa da dire, nessuno che si scomodi dal suo blog per andare in casa degli altri in cerca di notizie, curiosità, talenti o anche solo potenzialità altrui.
Così le notizie sulla blogsfera rimbalzano nei siti più famosi senza che nessuno si sia preso la briga di “lavorarci su”.
Basta che il primo di questi siti scriva un pezzo su un adolescente nuda, e nel giro di qualche giorno tutti parlano dell’adolescente nuda dando la loro versione, frutto non tanto di una conoscenza della blogsfera come vogliono farci credere, ma della semplice posizione acquisita.
Facciamo un bel pezzo sui blog – suggerisce una testata giornalistica – e quattro, forse cinque nomi rilasciano un’intervista sulla blogsfera. Di cui spesso conoscono i meccanismi ma ignorano tutto il resto.
Così va il mondo.

Kid

Supplente, 21 Dicembre 2005
Attendo nella camera buia da ormai troppe ore. Il puzzo di sudore, di umido e i vestiti madidi che ho indosso saturano l’ambiente. Ci saranno i topi qui dentro. Quanto tempo è passato? Ricordo che ero solo, camminavo per via Spadoni verso ora di cena. Una telefonata. Ilaria. La sua voce calda e sensuale. Ho voglia di fare l’amore con te. Una botta in testa e poi il buio.
[lampo] di suono nella mente contorta, riecheggia livida un’eco di risa puerili, mi guardano sentono provano ebbrezze incredibili all’ombra di una bottiglia di rum e BAM la porta si chiude e tutto passa di colpo come uno schiaffo improvviso e me ne torno tranquillo a contemplare il silenzio di una stanza buia come una vacca nera in una notte senza luna.
Devo aver dormito per delle ore. Dove cazzo è il telefono cellulare? (prova sul comodino). A tentoni lo afferro. Eccolo, grazie. (figurati.)
C’è un esseemmeesse, dev’essere suo. "Che fine hai fatto?". Cara. Me lo chiedo anche io. Un momento. Questa non è la sua calligrafia. E’ un falso. Ho le gambe legate al letto, il pazzo criminale che ha fatto tutto questo deve avere il cervello a puttane e il cuore dentro ad una tazza del cesso. Ho ancora il portafoglio in tasca, scommetto che è vuoto e quell’infame si è fregato tutti i soldi. No. Zingaro! Dev’essere successo tutto troppo in fretta. Ho voglia di fare l’amore con te, cara. Che cazzo mi viene in mente. Amore, aspettami. Esco e ti raggiungo.
Provo a telefonare ma non c’è campo. Devo essere in un seminterrato, c’è troppo buio per essere reale. Vediamo di uscirne eh? Con calma, con calma, cazzo non ti agitare che potresti pure svenire per l’
[olezzo] fetido che sale alto e ti fa perdere i sensi mentre un’ombra lunga entra nella stanza ma non c’è luce a mostrarla e non c’è suono che ti possa far capire che da questo inferno non ne uscirai vivo ed è ormai giunta la tua ora perchè non c’è un senso a tutto questo e non c’è nemmeno pietà. Ricordi da bambino quando buttavi in terra i tuoi amici e poi chiedevi scusa? E’ acqua passata pidocchioso. Non c’è spazio per i sentimenti adesso perchè deve compiersi il Rito e la filastrocca deve proseguire come è scritta.
Mi risveglio nuovamente. Sono ancora legato e mi fanno male le ossa. D’improvviso un frinire di cicale sale alto da un punto della stanza. Poi uno scoppio improvviso. Come uno sparo a distanza ravvicinata. Qualcuno è davanti a me, lo sento muoversi. Impugna una pistola a quanto pare. Ha appena sparato.
- Cosa cazzo???
- Non dire niente.
- Come?
- Non muoverti.
- Sono legato non vedo come…ma chi sei?
- Ho detto silenzio.

Quella voce. L’hai già sentita. Fai uno sforzo, pensa, non è una voce nuova, pensa pensa pensa, sforzati di ricordare da dove viene. Ora è più grossa ma se fai largo nelle tenebre del tuo cervello sicuramente la troverai.
- Parla. Parla Cristo santo! Dimmi qualcosa.

Una risata sale alta e allora d’improvviso si illumina tutto quanto. Un contatto nella mente si fa largo. Neuroni che si accendono, nervi che si collegano, il sangue fluisce rapido da una parte all’altra. Ora te lo ricordi dove hai già sentito quella voce anche se eri davvero piccolo e non poteva venirti in mente subito di quella volta
[giardino della scuola], lui ti chiese aiuto perchè un tuo amico lo stava prendendo in giro e gli abbassava i pantaloni prendendolo in giro davanti alle tue compagne di classe. Tu eri piccolo, te la ridevi e non lo aiutasti, stronzo, vedi i casi della vita? Anni dopo non gli hai passato nemmeno il compito di matematica alla maturità. Dovette ripetere l’anno mentre tu fosti licenziato con il massimo dei voti.
Ed eccotelo davanti cresciutello, ha la voce da uomo adesso, come minimo si sarà fatto crescere la barba per sembrare più virile lo stronzetto.
- Ti ho riconosciuto sai? Sei Giorgio, quel ciccione sfigato che si è fatto anni di scuola con me. Come cazzo mi hai ritrovato?
- Non cel’ho con te. Sei solo una vittima della società. Guardati, come sei diventato. Che pena. Credimi, lo faccio per il tuo bene.
- Sei un pazzo furioso, lho sempre sostenuto.
- Almeno ora ne hai la certezza. Mi fa piacere darti ragione, se questo ti fa sentire uno importante.
- Che pezzo di merda. Non farmi del male, ti prego! Liberami e ti darò quello che vuoi.
- Il tuo conto in banca è così pingue? Mi fa molto piacere. Ancora poco e sarai libero e la mia opera compiuta.
- Ti prego, non c’è motivo di…
Un rumore sordo echeggia nell’aria. Chiudo gli occhi credendomi morto. Trattengo il respiro. Apro gli occhi, chiudo gli occhi. Sono ancora vivo. Il cuore rimbalza in bocca e il puzzo della polvere da sparo sale nell’aria rapido.
- Giorgio?

Da La Repubblica Bologna, 21 dicembre 2005:
Ritrovato il cadavere di Giorgio Battistoni, suicida in un seminterrato del palazzo in cui viveva. L’allarme è stato dato dai vicini di casa che avevano sentito il trambusto durante la notte. Al suo fianco, legato ad un letto, il giudice Carlo Boni, che stando alle prime ricostruzioni stava indagando su un caso di riciclaggio di denaro e favoreggiamento in cui era implicato Battistoni. A svelare il mistero del suo folle gesto, una lettera lasciata a fianco al suo corpo dal suicida, trovato nudo nella stanza buia a pochi metri da Boni. Il giudice sta bene ed è ora ricoverato all’ospedale per accertamenti. La Procura ha aperto un’inchiesta e nel pomeriggio sono attesi i primi rilievi della Scientifica.

E’ nata Anna

Viscontessa, 20 Dicembre 2005
Gli occhiali.
Mi sono dimenticata di mettergli gli occhialini e non sono sicura che si sia cambiata le mutandine ma per il resto devo dire che me la sono cavata alla grande.
O magari è merito di mia figlia ma adesso è inutile stare a cavillare.
Un’ora di macchina per attraversare la città e l’ho consegnata all’asilo: “Zia! Ma non è lì, vieni che ti accompagno io, dobbiamo salire le scale e poi aprire i cancelletto”. Dettagli.
Nell’attesa che il mio destino di zia si compia, è nata Anna e adesso forse sono bis zia nel senso che sono zia di due nipoti e la cosa un po’ mi preoccupa.
Non ho mai avuto un istinto materno di quelli fatti di orari precisi, pisolini come si deve e alimentazione sana ed equilibrata. Mia figlia va a carote ma la fettina da fare in padella all’ultimo momento, non ce l’ho mai in frigo.
Anna è nata di due kili e cento. Non è poco, è nata di neanche otto mesi e mia sorella in gravidanza aveva preso si e no quattro kili. Adesso l’una sta nel reparto prematuri e l’altra in rianimazione.

Io e mia sorella non abbiamo niente in comune. Fortunatamente neanche la sua malattia che le ha rovinato il cuore e le ossa e si mangia un po’ tutto quello che trova all’interno della sua carcassa come un avvoltoio vorace sempre pronto a sfamarsi con il suo fegato o i suoi reni.
Anche la piccola deve avere un fegato e dei reni. Piccoli, così piccoli che il mio gatto ci potrebbe a mala pena fare uno spuntino. Eppure se penso a tutto quello che sta dentro ad un neonato del peso del polpettone che ho preparato per pranzo domenica, quasi mi commuovo per la precisione con cui ogni piccolo pezzo sembra essere perfettamente al suo posto. Come un puzzle di carne e ossa.
La rotula e i legamenti mi affascinano non meno dell’incudine che sta dentro all’orecchio.
Questa volta però alla mamma le hanno legato le tube, un bel fiocco e fine dei pericolosi eroismi che coinvolgono troppa gente.
Eroi si nasce e non si diventa e il confine tra coraggio e incoscienza è spesso troppo labile per ripararsi dietro all’uno piuttosto che all’altro. Adesso le hanno fatto un bel fiocco e se tutto andrà bene (perché ancora no vi è alcuna certezza) questa volta l’avvoltoio troverà un regalo anche se fino ad adesso non si era mai occupato di sfamarsi degli unici organi che avrebbe dovuto compromettere.
Io e mia sorella non ci assomigliamo per niente, quando ero piccola impiccavo il suo orsacchiotto al lampadario e a volte penso che la sua malattia sia un po’ colpa anche di quelle impiccagioni infantili.
Non ci assomigliamo per niente perché io non voglio essere il punto di riferimento per nessuno, non sono un eroe e neanche un santo.
Un giorno gliel’ho detto e poi me ne sono andata via di casa.
A volte penso al suo cannibalismo e vorrei tornare indietro di qualche anno.

Prendi i soldi e scappa

Supplente, 17 Dicembre 2005
La settimana scorsa esco al mattino presto per andare a guadagnarmi da vivere, ma invece che andare al lavoro come ho sempre fatto, entro deciso in un negozio di telefonini. Compro un cellulare della Tre, uno a caso di quelli giganti che fanno le videochiavate, mandano le onde con le immagini e le suonerie gigafoniche. Mi danno 30 euro di credito e una pacca sulla spalla perchè sono un nuovo cliente. Spendo 150 euro. Uscito dal negozio cambio zona, mi reco in centro in un altro negozio.
(Buongiorno, vorrei cambiare operatore telefonico, ho qui un cellulare Tre) Mi fanno partire la procedura e mi spiegano che con la tariffa SuperNataliziaDiStoPaio posso avere messaggi gratis per due mesi e un credito bonus di 50 euro (masticazzi dove devo firmare?). Dopo qualche giorno il telefonino diventa per magia Vodafone e la Tre non si è certo presa la briga di telefonarmi per pregarmi di tornare da loro.
Dopo due giorni di Vodafone decido il passaggio a Wind. Mi reco in un terzo negozio di cellulari e faccio partire la richiesta. MI ricoprono d’oro: messaggi gratis per un anno, fino a 200 euro di credito gratuito con i telefoni fissi, un cesto di primizie, uno di ultimizie e un portachiavi con la faccia di Baudo (er mejo!). Il volto si illumina grazie a due led rossi nei bulbi oculari e ne fà il vero gioiello della promozione. Giubilo gongolandomi fuori dalla porta giurando amore eterno alla Wind.
Perchè fermarsi? Magari passando ad un altro operatore ottengo altri vantaggi. Non resta che giocarsi la carta Tim. L’altroieri passo davanti ad un megastore di elettrodomestici. Richiedo il passaggio all’operatore storico italiano e vabbè, tocca accontentarsi di offerte risicate. Il Natale non li rende più buoni se è vero che mi concedono al massimo 100 sms gratuiti, 10 minuti di videochiamate e un poster del cagnolone con l’accento napoletano che butto via appena uscito. Al termine di questa manfrina mi ritrovo con mille mila minuti gratis di telefonate, un pacco e mezzo di sms per parlare di niente con i miei amici e un po’ di gadget stronzi da donare alla pesca della parrocchia.
Colpo finale: asta su Ebay. Vendesi cellulare nuovo mai usato con questo codesto e quello. Un sacco di minuti gratis, sms a profusione, astenersi perditempo, mandare mail ore pasti. Massima serietà guardate i miei feedback e la mia discendenza nobile se non ci credete. Prezzo di partenza: 200 euro.
Oggi pomeriggio si è chiusa l’asta a 350 euro. Un pirla di Bolzano se l’è aggiudicato ed io mi sono guadagnato la pagnotta con sforzo minimo. Ad averci più tempo per queste cose ci si potrebbe campare invece che chiedere l’elemosina ai semafori. Riflettete gente, riflettete: pensano di mettercelo nel culo a noi con le loro offerte ingorde, ma è tutto da dimostrare chi la sa più lunga.

La mosca cojonuda

Supplente, 15 Dicembre 2005
Ehm…è già buona? Ok. Beh, buongiorno gente. Sono il Supplente. Dove siete arrivati con il programma?
A scanso di equivoci dico subito che rimarrò qui solo per un periodo breve, in attesa che torni la carissima Viss, che ha per l’occasione preso il mio posto su Ciccsoft. Mi trovo nella camera degli ospiti ed ho ricevuto precise istruzioni di non abbandonarla, mantenendola il più pulita possibile, cosa che da bravo ometto che sono mi riuscirà senza dubbio benone ma mai quanto la padrona di casa…

Così stamattina dovevate vedermi bello arzillo e pimpante mentre rigovernavo, fischiettando l’ultimo successo dei Baustelle ed interrogandomi sul Natale e sulla sua pubblica utilità nel raggiungimento della felicità. Talmente assorto nei miei pensieri, agghindato con grembiule e ciabatte di pezza, non mi sono accorto che stavo spolverando il bordo della finestra schiacciando quasi una povera mosca che prendeva il sole tutta tranquilla.
Non l’avessi mai fatto.
Al mondo esistono diversi tipi di mosche: c’è quella domestica, quella cavallina, il moscone della carne e così via. Ma solo una è veramente fastidiosa per l’appunto come una mosca. E’ la mosca stronza. Sono quelle mosche rintronate che si trovano solitamente sul vetro di una finestra, e ci restano appiccicate a differenza delle altre che se sfiorate volano via protestando in pochi secondi. Loro invece stanno lì, cercando di raggiungere la luce, l’illuminazione eterna che il vetro impedisce loro di raggiungere ma che il loro cervello non è in grado di concepire. Sbattono, risbattono la testa, ronzano attorno ma non c’è verso di farle demordere dal loro vegetare inspiegabile. Sono quelle che se vi si attaccano al braccio non vi mollano più, a costo di fare la danza del ventre divincolandovi come ballerine indiane per farla andar via.
Così ho tentato di aprire la finestra per farla gentilmente accomodare fuori dalla mia stanza ordinata ma, ovvio a dirsi, non m’ha filato pari. Ho lasciato la finestra aperta per un po’, sperando si accorgesse che nessuno la tratteneva sul vetro e che se voleva poteva andarsene senza problemi ma al mio ritorno dopo quasi un’ora era ancora al suo posto. Prenderla con le mani era impensabile, sono troppo fifone per aver a che fare con insetti che non siano al massimo formiche. La cosa bella è che questo tipo di mosche non rimangono ferme, ma colte da raptus isterico si muovono nervosamente di pochi centimetri restando sostanzialmente sempre al loro posto e producendo un fastidiosissimo ronzio simile a quello di un moscone. Potevo dunque permettere che la mattinata proseguisse in quelle condizioni? Avevo da lavorare non potevo certo perdere troppo tempo dietro una mosca. Peraltro con la finestra aperta in dicembre e il ronzio continuo come minimo avrei dovuto mettermi a correggere i compiti in classe seduto alla mia scrivania con un giaccone invernale e il paraorecchi. Eccessivo davvero.
Raggiunto dunque il livello di sopportazione X+1, dove X era il limite massimo che ero disposto ad accettare, ho preparato una contromossa. Dotato di apposito spargimiele, quello strumentino delizioso quasi inutile che serve a cospargere le fette di pane con il prezioso nettare delle api operose, mi sono avvicinato alla mosca cojonuda. Un attimo e oplà! era ricoperta di vischiosità ambrata in un tripudio di ronzii agonizzanti. Ho assistito trionfante ai suoi tentativi di divincolarsi per un minuto circa. Poi con un pezzettino di carta l’ho raccolta, ferma e ormai semisilenziosa e con un colpo di mano ben assestato l’ho spedita fuori dalla finestra, curandomi di non farla cadere in testa ad un passante, che poi valla a raccontare al giudice di pace una storia così.
Comunque, che non si sparga la voce che sono una persona cattiva eh? Son talmente buono che non farei male ad una mosca.

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