Caro diario, ieri pomeriggio si è nuovamente allagata la casa.
Già da qualche giorno uno strano gorgoglio del bidet del bagno piccolo, avrebbe dovuto farmi capire cosa stava succedendo, ma occupata com’ero ad ascoltare lo stato di salute del quarto cilindro della mia vettura, non ho dato troppo peso a quel tubare notturno.
E poi, caro diario, quella piccola palla di pelo graffiante che ho raccolto quest’estate sotto ad una vettura, è in piena crisi adolescenziale e ha scoperto di avere un pisellino, e soprattutto due palle, che gli permettono di segnare ogni angolo del mio appartamento e orgoglioso delle sue performances, se ne va a giro a coda ritta lanciando a destra e manca schizzetti di quella sua maleodorante urina.
Così caro diario gli ultimi giorni li ho trascorsi con l’Aiax al profumo di campo fiorito in mano e la schiena piegata, nel vano tentativo di eliminare il puzzo di gatto maschio dal mio appartamento.
La macchina invece l’ho dovuta ricoverare dal meccanico che un “onesto” preventivo di 750 euro, ha promesso di riuscire a farmi passare la revisione scaduta ormai da oltre un anno.
Ti dicevo quindi, caro diario, che ieri mattina, festosa come non mai, ho preso la mia bicicletta per andare in ufficio ma quando il cielo ha cominciato a farsi buio e i bianchi fiocchi di neve hanno iniziato la loro danza notturno, sono dovuta tornare a casa di corsa pedalando come una forsennata nel tentativo di scongiurare la pista di ghiaccio che a causa della abbondante perdita di acqua, si sarebbe potuta formare nel salotto di casa mia.
E così infreddolita e inteccherita come un baccalà, ho messo in opera tutta la professionalità ultimamente acquisita nel dare in cencio in terra e ho raccolto quelle decine di litri di acqua che eruttavano dallo scarico della doccia come fontana di zampilli e giochi d’acqua.
Poi, quando la neve ha cominciato a cadere copiosa nel giardino, sono finalmente arrivati quelli degli spurghi che pesticciando neve e fango e acqua sporca, hanno attraversato il mio appartamento e il mo giardino e hanno finalmente stasato il pozzetto.
Al termine della giornata, caro diario, avevo le braccia come quelle di uno scaricatore di porto e bestemmiavo uguale uguale a loro, ero così immedesimata nel ruolo che mi pareva brutto buttare via un’occasione tanto bella: quando mi sarebbe ricapitata l’occasione di un pavimento tanto pulito dall’acqua e dall’aiax che ributtava fuori come la muffa?
Così ho dato la cera mentre in giardino dieci centimetri di neve mi suggerivano che tutta la lucidatura dei miei pavimenti, se ne sarebbe andata un attimo dopo che i cani fossero rientrati dal giardino.
Stamattina quindi, caro diario, ho pensato che alzarmi presto per lasciarmi pervadere da tanta fattiva energia, fosse la cosa migliore che potessi fare e alle dieci e mezzo circa, ho tirato fuori il mio nasino dal letto per appoggiarlo al vetro di camera e decidere che con quella neve non potevo certo recarmi in ufficio in bicicletta.
Ho quindi acceso lo scaldasonno e sono tornata tra le coperte dove ho bevuto il mo caffè, fumato la mia sigaretta e terminato il mio libro.
Parentesi. Ultimamente, e la cosa si protrare già da un certo tempo, non finisco mai i libri che inizio.
Non è che inizi un libro e poi non lo prosegua, semplicemente quando sono ben oltre la metà della storia, non ho più alcuna voglia di arrivare al termine. Mi piace lasciare la storia sospesa e il libro sul comodino come se volessi trattenere l’autore accanto a me o il suo finale sospeso. Chiusa parentesi.
Lasciate quindi le ultime tre pagine del libro in sospeso, mi sono alzata e senza lavarmi, mi sono coperta con un vecchio paio di jeans, un maglione a collo alto, un paio di scarponi da montagna e un giubbotto imbottito con il cappuccio di pelo così che, di primo acchito, potevo sembrare un ecoterrorista pronto a sparare veleno nei panettoni di natale anche se quest’anno, l’ecoterrorista del panettone, risulta essere fuori moda, un po’ demodé, vagamente nostalgico e malinconico, sicuramente patetico.
Verso le due, poi, ho pensato che fosse l’ora di nutrirsi e preso il conte sottobraccio, sono andata a mangiare una porzione di pollo fritto e una di castagnaccio nella trattoria sotto casa dalla quale sono tornata soddisfatta ma troppo stanca per decidermi ancora una volta ad affrontare la giornata.
Visto che lo scaldasonno lo avevo lasciato acceso e che la neve del giardino ancora imbiancava i rami degli alberi, sono tornata a letto dove ho schiacciato un pisolino fino alle sei.
Finalmente rinfrancata nello spirito e nel corpo, sono andata con la mia aria da ecoterrorista dei panettoni, a fare un po’ di spesa e soprattutto a procurarmi la cena: spaghetti alle vongole.
Naturalmente dei quattrosaltiinpadella Findus.
Dopo cena, infine, per non far mancare niente a questa giornata di delizioso abbrutimento, ho fatto sesso.
All’inizio non avevo capito che lo stavo facendo, mi riposavo su Anselmo il divano consapevole delle prime piaghe da decubito che questa giornata mi stava procurando. Guardavo la televisione e accarezzavo il gatto adolescente che ad un certo punto ha cominciato a mordermi la manica del golf in maniera sospetta. La pupilla dilatata, le orecchie ritte, l’espressione vagamente ebete dei gatti quando fanno sesso, mollava la manica del mio golf solo per lanciare in aria strani sommessi miagolii che accompagnati dalle flautolenze del cane in fase post prandiale, rendevano l’atmosfera piuttosto inquietante.
Poi, nel tentavo di calmare il gatto i cui intenti ad un certo punto mi sono sembrati chiarissimi, mi sono accorta che la bestiolina aveva il pisello di fuori e il mio urlo di disgusto è stato accompagnato da quello del gatto soddisfatto che aveva evidentemente appena terminato di fare autoerotismo con il mio maglione.
Il cane ha mostrato tutta la sua gelosia, il conte tutta la sua indifferenza e io, caro diario, ho preso appunto che domattina mi devo fare una doccia.
E soprattutto devo portare il gatto dal veterinario per farlo castrare.
Voglio appendere le sue palle al mio albero di natale!