Ad ogni Maria il suo

Viscontessa, 18 Novembre 2005
E’ di qualche giorno fa l’articolo pubblicato su Club3, rivista cattolica dedicata alla terza età, che incoraggia l’uso del Viagra per gli uomini a cui l’età ha tolto quel vigore necessario per l’armonia della coppia.
Io già queste signore in terza età che dopo l’attività di catechismo ai fanciulli la sera accolgono il marito in reggicalze per sedurlo, non me le vedo molto anche perché l’uso del reggicalze non so è incoraggiato dalla Chiesa e il sesso, con tutto l’amore e l’armonia che vi pare, passa da meccanismi che mi pare abbiano molto poco a che vedere con la spiritualità e l’armonia della coppia. Però va bene, mettiamo pure che la signora Maria con il suo collant color carne, la sua gonna grigia al ginocchio e la sua Mephisto calzata ai piedi, torni pure a casa in attesa di Ettore che era a protestare contro l’interruzione di gravidanza di fronte al Sant’Anna di Torino.
E mettiamo che la signora Maria ultimamente sia anche un po’ nervosa mentre spiega ai fanciulli che toccarsi è peccato perché Gesù non vuole che autoprofaniamo il nostro corpo. Mettiamo che il disinteresse di Ettore per le sue esigenze di donne, la costringano ad un foga un po’ eccessiva nel condannare la mercificazione del corpo femminile e infine aggiungiamo troppo sale alla minestra che ultimamente la signora Maria è un po’ mortificata da tanto disinteresse.

Però mettiamo anche che dall’altra parte della città c’è un’altra signora Maria con tre figli a carico e un marito che, benedetto dalla Chiesa, vorrebbe ogni sera unirsi carnalmente a lei. Questa signora Maria, pia e devota del signore, non vuol certo sottrarsi al suo dovere coniugale ma quelle tre gravidanze, una dietro l’altra, la rendono un po’ nervosa ogni volta che la copula trova la sua benedetta conclusione perché se è vero che il sesso non è più finalizzato alla procreazione, così le ha detto il parroco una volta che lei in confessionale si è confidata timorosa con lui, è anche vero che la chiesa non permette l’uso di nessun tipo di contraccettivo che  le consenta una più serena vita sessuale.
Il parroco infatti le ha spiegato che il sesso fine a se stesso è peccato perché il solo soddisfacimento delle carni mortifica sia l’uomo che la donna creati da Dio per nutrire  la propria spiritualità e non la propria carne.

La signora Maria è un po’ inquieta, ma mentre per ovviare all’inquietudine della prima la Chiesa consiglia il sesso come calmante anche se questo è fine a se stesso, per l’inquietudine della seconda non si può fare proprio niente.
Mi chiedevo, ma sarà mica che secondo la Chiesa l’uomo ha sempre il diritto di trombare e la donna di adeguarsi al volere dell’uomo?

ieri

Viscontessa, 17 Novembre 2005
Stamattina ho incontrato un tipo che mi ha chiesto una sigaretta.
Sudicio, lacero e con le unghie lunghe si è avvicinato e mi ha chiesto se avevo una sigaretta. Ho aperto la borsa, ho cercato il pacchetto di camel light e gliene ho offerta una. L’ho tirata io fuori dal pacchetto perché non volevo che con i suoi artigli laidi  toccasse il filtro delle altre sigarette che appoggerò tra le labbra.
Mentre estraevo la sigaretta dal pacchetto, pensavo che avrei anche potuto regalargli quel pacchetto di Marlboro che avevo in fondo alla borsa. Lo avevo acquistato ieri perché non avevo trovato le camel ma non sono più abituata alle Marlboro e il loro sapore è troppo forte.
Ho pensato che potevo anche regalarglielo ma poi non l’ho fatto, gli offerto una sola sigaretta e ho rimesso via il pacchetto.
   hai anche da accendere?- mi ha quindi chiesto il tipo con uno sguardo strano come di chi si trovasse tra quei cenci per       puro caso. E io ho riaperto la borsa in cerca dell’accendino mentre lui aggiungeva – scusa sai, lo so ti faccio fare tardi al  lavoro…..- e io ho sorriso e ho risposto che non avevo fretta come se mi seccasse avere proprio l’aria di quella che sta andando a lavorare e cullando nel contempo l’illusione che anche io potessi apparire casualmente nei cenci sbagliati.
Gli ho acceso la sigaretta con le mie mani, c’era un po’ di vento e ho dovuto usare due mani da accostare alle sue sudice  unghie lunghe, poi ho rimesso l’accendino in borsa, ho salutato e ho ripreso a camminare a passo lesto verso l’ufficio con quell’aria da ufficio che non mi piaceva per niente.
Più tardi quando sono uscita dall’ufficio ho preso l’auto sotto la pioggia e mi sono diretta verso la solita corsia preferenziale che faccio ogni giorno.
Ho trovato un vigile che non voleva farmi passare, così mi sono fermata e gli ho chiesto spiegazioni.
Lui non ha detto niente, mi ha solo indicato un’altra strada così ho riprovato con tutta la gentilezza possibile ad informarmi del perché oggi non potevo passare- perché non si può è una corsia preferenziale- .
- Mi scusi, passo di qui ogni giorno perché ho il permesso invalidi che gli sto tentando di mostrare da dieci minuti, i suoi colleghi gli altri giorni mi hanno detto che potevo, mi spiega il perché oggi no?
Come risvegliato da un torpore il vigile  butta un occhio sul permesso e mi chiede se l’invalida sono io.
Si, sono io. Si gira dall’altra parte e mi ignora poi ci ripensa.
- e perché lei ha il permesso invalidi?
- Come?
- No…niente…è che pare il ritratto della salute….vada….vada…
Vado, ho l’aria di una sana che va a lavorare.
Questo sono.

L’omicidio imperfetto

Viscontessa, 15 Novembre 2005
Hai un marito, una moglie, una suocera e financo una madre di cui non sopporti più l’esistenza? Vorresti liberarti dall’assillo dell’amante che è diventato peggio del consorte? Il tuo capo ti ha messo un blocco sul computer e ora il tuo blog non è più quello di una volta, oppure il tuo blogger preferito ti ha deluso dicendoti che il tuo template su cui hai lavorato per mesi è una cagata?
Lo so, ti sono vicina, il mondo è infame e crudele ed è pieno, pieno, pieno di gente che approfitta del vostro buon cuore, della vostra pazienza e soprattutto del fatto che liberarvi di loro non è facile. Né da vivi né da morti.
Ed è proprio del caro estinto che vorrei parlarvi oggi.
Perché a volte, è inutile nascondersi dietro ad un dito, di certe persone non ci si può che liberarsene facendole fuori, e anche se abbiamo marciato in favore dell’abolizione della pena di morte, anche se abbiamo combattuto in prima fila per sostenere che la vita è vita anche appena concepita o quando questa sia mantenuta tale dalle macchine, c’è sempre nella vita di ciascuno di noi un caso particolare, un essere umano che saremmo disposti a giurare che chiunque sosterebbe non meritare la vita.
Però condizionati dalla scientifica di CSI, spaventati dalle capacità quasi divinatorie dei medici di ER, preoccupati dal fiuto investigativo di tutti gli ispettori, detective, patologi e avvocati che popolano la nostra tv, non riuscite a trovare un modo sicuro per sopprimere l’essere immondo.
E qui sta lo sbaglio perché è vero che i cadaveri parlano anche da morti (?) ma per “parlare” devono essere presenti  Così se in vita vostra moglie vi ha stracciato le palle perché non volevate insegnargli a giocare alla playstation, da morta sarebbe capace di rivelare al furbissimo patologo a cui è stata affidata l’autopsia, un consumo eccessivo del polpastrello, sintomo evidente di un eccessivo uso del joistick anche se in casa vostra sul high score dei vostri giochi alla playstation il suo nome non compare mai. Ma se il polpastrello di vostra moglie e tutto quello che gli sta intorno non verrà mai rinvenuto, voi potrete interpretare tranquillamente il ruolo del vedovo inconsolabile.
Che si distrae, naturalmente, giocando alla playstation.
L’ipotesi di reato vi pare tirata per i capelli? Può essere, ma certe cose a CSI succedono continuamente e non so se ve la sentite di rischiare.
Se però come è probabile il delitto perfetto è il vostro obbiettivo primario, direi che non siete disposti a correre questo rischio ed è per questo che la sparizione del corpo resta l’unica possibilità che vi resta.
Certo se si vive in un condominio di trenta appartamenti liberarsi di un corpo non è affatto facile, d’altronde anche vivendo in una villetta con garage, l’operazione può diventare particolarmente complicata, figuriamoci segare le ginocchia della suocera o le braccia di vostro marito in un bagnetto di tre metri quadrati con il bucato steso nei fili sopra al lavandino o il bidet incorporato nel water. Senza contare poi che trovare con la portiera una scusa valida per quei sacchi della nettezza che si caricano quotidianamente in macchina,  può essere ancora più difficoltoso.
E allora, direte voi mentre state manomettendo il joistick,  come fare?
Ed è qui che entro in gioco io e il servizio che vado a proporvi a tariffe ridottissime.
Prima di tutto lasciate correre la vostra fantasia e trovate il modo che più vi aggrada per sopprimere l’oggetto della vostra frustrazione. Volete manomettere il joistik affinchè vostra moglie esploda alla terza curva del circuito di Indianapolis? Fatelo! Oppure vi piacerebbe sopprimere vostro marito strangolandolo con la sciarpa della sua squadra del cuore? Preparate la sciarpa! Preparate tutto quello che la vostra sete di vendetta vi suggerisce e poi contattatemi.
Io vi offrirò un week end gratuito presso il mio appartamento e vi fornirò tutto quello di cui avete bisogno.
Se è la suocera che avete deciso di sopprimere e volete farlo tappandole la bocca per sempre con una fellatio operata su quell’energumeno che vende fazzolettini al semaforo e che vostra suocera  vi accusa di guardare troppo vogliosamente ogni volta che l’accompagnate a casa, ditemelo, mi procurerò l’energumeno e lo imbottirò di viagra.
Perché non è il come il problema ma cosa farne della salma con la mandibola slogata di vostra suocera.
E allora ecco che dopo aver trascorso la serata dei vostri sogni, io metterò a vostra disposizione il mio giardino per la sepoltura.
Nessuna buca da scavare, a quelle ci pensa il miei cani, solo l’imbarazzo della scelta sul luogo.
Posso offrire l’ombra dell’albicocco e la frescura del caco, la fragranza di gelsomino o la vivacità delle azalee, basta scegliere, le buche sono già tutte pronte e a parte una nella quale seppellirò il mio cane se non la smette di devastarmi il giardino, per il resto sono tutte a vostra disposizione.
Pensateci su e ricordate che prevenire è meglio che curare.

fanculo

Viscontessa, 14 Novembre 2005
Già. Il corso pratico di sopravvivenza.
Come arrivare a sera ed essere sopravvissuti a se stessi nonostante la pessima compagnia.
Già. C’era quella cosa di cui volevo parlare perché la mia mi pareva un’osservazione giusta e arguta ma poi il tempo corre portando con se strane e inutili novità e non c’è tempo per scrivere quello che si vorrebbe.
Già. Sei ancora lì a letto a chiederti se tra dieci anni ti ricorderai di questa giornata oppure se prenderai in mano la tua agendina e ci troverai scritto cose che non ricordavi più di avere fatto. Farmacia, tintoria ….
E suona la porta arriva il geometra che ci eravamo dimenticati l’appuntamento e sei così con quei vecchi pantaloni con i buchi che usi al posto del pigiama e l’apparecchio ancora tra i denti che ogni volta che parli sputacchi un po’ ma non puoi levartelo davanti a lui.
Una mattina mi sono svegliata e non aprivo più la bocca, hanno detto che mi ero più o meno lussata una mandibola a forza di stringere i denti nella notte e mi hanno messo questa cosa in bocca da portare mentre sogno e stringo i denti. E c’è anche questa gamba che la mattina mi da il buongiorno con una leggera zoppia e poi gli occhiali che non ricordo mai dove li ho messi e i capelli stanchi che dormono ancora attaccati alle orecchie.
Gli offro un caffè, lui parla ma io senza caffè non capisco quello che dice. Gli offro un caffè e mentre lui prende il caffè io mi siedo a tavola e faccio colazione – Ero già stato qui – dice –ci eravamo visti circa quattro anni fa, ricordi? – passiamo dal “lei” al “tu” durante il caffè mentre io inzuppo delle fette biscottate nella tazza e ho fatto sparire l’apparecchio per i denti nel cassetto del bagno quando con una scusa sono andata a pettinarmi.
Gli anni erano solo due, sull’agendina forse geometra o contatore del gas, ricordo che era quello il problema e le persone diventano cose. Forse io per lui ero una via. Due anni, quattro, una via, un contatore.

E’ tardi, è già tardi e ancora la giornata deve cominciare.
Arrivo in ufficio e trovo il presidente nel nostro ufficio.
Già. Aveva detto che sarebbe venuto su anche lui ma non mi aspettavo che sarebbe successo oggi.
Sono l’ultima ad arrivare, nessuno mi ha avvisato, di solito a quest’ora non c’è mai nessuno, sono la prima ma oggi sono già tutti qua.
Già, nessuno mi ha avvisato come il geometra che non aspettavo, oggi non aspettavo nessuno e invece trovo un sacco di persone sulla mia strada. Tintoria, farmacia… sull’agendina c’erano scritte queste cose qui e ancora non è finita perché stamattina sono uscita di corsa e allora devi chiamare il dottore e passare in farmacia e il geometra che per giovedì non è possibile e quella cosa lì pensaci tu, telefona, chiama, digli, senti, fatti dire.
Già. E poi ci sono le cose che vorresti dire e quelle che vorresti leggere e le persone che vorresti salutare e quell’sms a cui vorresti rispondere e quel post che lo avevi letto non ricordo più dove e volevo dire una cosa giusta e arguta e mi sono ricordata il pane ma ho dimenticato il latte e tutti a far finta di lavorare che il presidente è qui con noi "benvenuto presidente" gli hanno scritto in un cartello sulla sua scrivania ma nessuno me lo ha detto, "benvenuto" che lui lo stacca e lo butta via, si sente a disagio e fa bene, non allevio il suo disagio. Accidenti! Dico quando entro, ma lo faccio con una nota di derisione nella voce e mi devo ricordare il latte che altrimenti domani non c’è latte e il telefono squilla se vieni a fare pipì mi porti quel foglio ma la pipì non la faccio più è una perdita di tempo e devo ricordarmi di ricordare questa giornata che sembra non finire mai……

Già, volevo scrivere e volevo rispondere e volevo esserci ma non c’è tempo per esserci, bisogna sempre fare.
Fanculo!
Già, tra dieci anni fanculo, lo leggerò qui.

sorridi!

Viscontessa, 13 Novembre 2005
Mi pare ultimamente di non poter più fare a meno della faccina sorridente.
Dopo anni di totale snobismo per questo mezzuccio che non ritenevo adatto a chi ambisse esprimersi con le parole, adesso non riesco più a terminare un commento senza sorridere dietro.
Solo il sorriso, ho imparato a sorridere e niente più ma per chi mi dovesse conoscere dal vivo, saprebbe che già questo è un enorme passo in avanti perché il sorriso, quello vero, quello con gli angoli della labbra che vanno in su e i denti che si mostrano impudici al mondo, è un’espressione che non mi è congeniale.
E non mi riesce neanche ridere, se mi raccontano qualcosa che dovrebbe farmi ridere, tutt’al più sorrido stringendo le labbra e lasciando che questa leggera pressione arricci quasi impercettibilmente gli angoli della bocca. I denti poi, per quanto siano normali, non li lascio mai uscire per ludici motivi.
A volte, soprattutto dopo che ho rivisto qualche mia terribile foto, mi metto davanti allo specchio e provo il sorriso aperto o la risata di gusto quella che ti nasce in gola ed esplode cristallina nell’aria. A volte, nel tentativo di rendere più credibile la mia ilarità, stringo anche leggermente gli occhi e penso a mia mamma che da piccola mi diceva sempre meno male che non ti ho chiamato Gaia o Letizia o Ilaria.
Ma sto divagando.
Dicevo quindi che adesso ho iniziato a mettere questa faccina sorridente in fondo ad ogni commento, quasi a chiedere scusa, quasi a dire grazie, quasi a sostituire quelle parole che non trovano una forma scritta ma stanno dentro di noi e nella vita reale si manifestano con il linguaggio del corpo, e mi chiedevo perché se nella vita reale riesco ad esprimermi senza sorridere, non riesco più a trovare una forma per farlo anche con le parole scritte.
Magari un tocco lieve, uno sguardo, un afflosciarsi di spalle, un naso arricciato, una ruga sulla fronte o uno scuoter di bacino, ecco mi chiedevo se non potrei con la tastiera trovare un “gesto” che non passi per forza da quella parentesi chiusa che è il sorriso e mi chiedevo se non si potesse aprire invece di chiudere, o arricciare il naso invece di ingannare il mondo con la perfetta linearità di quella barretta tra i due puntini.
E gli occhi, due minuscoli punti che vanno a spiegare un interruzione prima di chiudere la parentesi.

Ieri sera scrivevo questo post che non ho poi pubblicato, oggi trovo questo di cui mi ero anche dimenticata.

L’Arno

Viscontessa, 11 Novembre 2005
Da piccola la città era vasta, grandissima, enorme.
La prima volta che ho marinato la scuola ho preso un autobus di quelli doppi e ho fatto il giro tre volte. Ad ogni capolinea la gente se ne andava ma io rimanevo al mio posto nella parte alta dell’autobus e osservavo le case e il bucato steso dalle finestre. Allora il bucato si poteva ancora stendere fuori dalla finestra.
La città era enorme, vasta, grandissima, nuovi quartieri si affacciavano dietro ad un angolo e facce che non avevo mai veduto passeggiavano tra piccoli negozi con le insegne colorate.
Poi la città crescendo si restringe e diventa tutto noto e familiare come le facce che sono spesso sempre le medesime e i negozi che cambiano insegna e genere ma restano sempre nello stesso posto con le medesime merci.
Una volta a sette anni chiesi a mia madre se potevo fare un passeggiata intorno all’isolato e, ottenuto il consenso, uscii per provare la mia teoria secondo la quale da casa mia sempre dritto si arrivava in Piazza Duomo.
Arrivai in piazza duomo e poi tornai indietro, a mia mamma dissi che avevo girato l’isolato dieci volte.

All’angolo con via Botticelli una volta vidi un ermellino.
Era il periodo delle fiabe con i re e il loro mantello di ermellino o forse era un documentario sull’ermellino e io all’angolo con via Botticelli vidi un ermellino. Probabilmente un grosso topo ma per me era sempre un ermellino.
Via Botticelli era una strada piccola e sporca con i marciapiedi rotti e le erbacce che crescevano indisturbate tra le crepe del muro. Via Bottcelli era il mio stretto di Gilbiterra, la fine del mio mondo di bambina da sola. Per questo forse ci vidi un ermellino.

L’Arno allora era lontano da casa mia ed era cattivo. Quando ero piccola si era portato via parte della mia città e anche se io non ricordavo niente, mia mamma aveva paura dell’Arno che nei giorni di pioggia intensa ruggiva come una bestia in gabbia.
Una volta c’era un locale le cui finestre davano sull’Arno, si mangiavano hamburger, erano i primi hamburger che si vedevano in città e anche se a me non piacevano, io mangiavo hamburger con il mio fidanzato seduta ai tavolini di quel locale. Sotto sulle rive dell’Arno, c’erano dei topi grossi come gatti ma adesso quel locale non c’è più e anche i topi se ne sono andati per lasciar posto alle nutrie.

Anche l’altro giorno l’Arno ruggiva e si portava dietro detriti di ogni sorta, le nutrie non c’erano perché quando l’Arno è arrabbiato le nutrie gli girano alla larga. Un venticello caldo spazzava via le nuvole cariche di pioggia e io attraversavo il ponte a piedi per andare a prendere mia figlia.

L’aria era vasta, grandissima, enorme.
Mi pareva che ci fosse tanta aria e tanta acqua e tante nuvole. Mi pareva che tutto all’improvviso fosse nuovamente vasto e che le nutrie fossero ermellini e la strada che si rincuneava tra i palazzi, fosse via botticelli.
Così non ho fatto niente, mi sono fermata sul ponte e ho respirato.
Volevo provare la mia teoria secondo la quale se vai sempre dritto non ti accorgi neanche più  di respirare.

granella

Viscontessa, 10 Novembre 2005
Oggi ci sono due cose essenziali di cui vorrei rendere edotto il genere umano intero che passerà da qui.
La prima è che ho scoperto il saccottino con l’ananas ovvero una pasta degna di sostituire la briosche mattutina.
Di forma vagamente fallica, il saccottino con l’ananas è una pasta che assomiglia ai flauti del mulino bianco ma la sua morbida rotondità rende immediatamente consapevole lo spettatore affamato della golosità del suo interno. Fatto di pasta leggera e fragrante, contiene infatti nel suo intimo  una morbida fetta di ananas intiepidita dal calore del forno e sopra è cosparso di granella di nocciole tostate e zucchero a velo.
Col nasino spiaccicato sul vetro del pasticcere e un filino di saliva che mi scendeva giù dalla bocca, ho quindi scelto proprio lei per addolcire la mia giornata e non appena ne sono entrata in possesso, l’ho addentato ingorda scoprendo entusiasta che la granella di nocciole si sposava perfettamente con l’ananas mentre festeggiava con lo zucchero a velo e se la faceva con la pasta fragrante.

La seconda è che non posso più continuare a mentire a me stessa.
Sono ormai settimane che verso mezzogiorno esco furtiva dall’ufficio e vado a mangiarmi uno yogurt gelato con sopra la granella cioccolata.
Fino ad oggi ho sostenuto impavida che quello yogurt mi servisse per saltare il pranzo ma poi oggi, mentre verso le due mangiavo una porzione di pasta con speck e taleggio, ho capito che non potevo continuare a sostenere che quella porzione di pasta fosse la “merenda”.
D’altra parte nel corso di queste settimane, ho affinato la tecnica dello yogur: le prime volte prendevo la coppetta grande poi mi sono accorta che la granella di cioccolata non è proporzionale alla quantità di yogurt da essa contenuta bensì alla superficie visibile del medesimo che aumenta in maniera quasi impercettibile rispetto alle dimensioni della coppetta.
Da qui la decisione di prendere lo yogurt piccolo per gustarmi ancor di più la granella di cioccolato che tanto da oggi per colazione mi mangio la pasta con l’ananas dentro che si dice bruci in grassi.

piccole storie

Viscontessa, 9 Novembre 2005
Lei ha scelto di fare il veterinario di campagna leggendo i libri di James Harriot.
Mi è già capitato tante volte, tra queste pagine virtuali,  di parlare di lei e della sua vita in mezzo agli animali perché nutro per la sua vocazione una profonda ammirazione che aumenta ogni anno che passa.
Gli anni, si sa, sono il nemico peggiore dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni e il confrontarsi ogni giorno che passa con le brutture della vita, finisce per renderci inconsapevolmente assuefatti a quelle stesse brutture che si credeva da giovani voler combattere.
Per lei non è così.
Oggi per esempio mi ha telefonato perché c’erano un paio di cosette legate alla sua vita fiscale da risolvere.
Io da quando ha aperto il suo ambulatorio, le ho sempre dato una mano in queste faccende perché questo è l’unico contributo, per quanto piccolo e invisibile, che posso offrirle e mi fa piacere poterle essere utile.
Dicevo quindi che oggi mi ha telefonato e dopo aver rapidamente sbrigato le solite faccende pratiche, mi ha raccontato una storia nuova il cui lieto fine mette un po’ di tristezza ma regala un briciolo di speranza.

Questa è la storia di un cavallo, la storia di un trottatore con due gambe spezzate che un paio di anni fa fu regalato ad un tipo perché l’animale potesse trascorre la sua vecchiaia al pascolo, come spesso avviene per i cavalli più fortunati a fine carriera.
Il cavallo però non fu mai curato e la povera bestia, nel tentativo di lenire il dolore alle zampe, cominciò a passare buona parte del suo tempo sdraiato al suolo.
Per chi non lo sapesse i cavalli sono animali che si dice dormano anche in piedi perché il loro fisico non è fatto per stare sdraiato ed è quasi certo che un cavallo che non è più in grado di reggersi sulle sue zampe, sia graziato da quella posizione innaturale e dolorosa, con la morte che è spesso molto più pietosa dei misericordiosi esseri umani.
Ma quel cavallo non fu mai graziato né dalla morte dall’uomo che lo aveva in custodia e già oltre un anno fa la mia amica si recò con i vigili a casa del padrone del cavallo senza riuscire tuttavia a salvare la povera bestia da questa assurda agonia. Da allora e fino a qualche giorno fa, lei ha scattato periodicamente alcune foto all’animale il cui recinto dava sulla strada dove chiunque poteva assistere a quello strazio prima di rientrare nella propria casa ad applaudire a Striscia la Notizia e ai suoi servizi sui ricoveri abusivi per i cani randagi.
Poi tramite internet si è messa in contatto con un sito che le ha dato preziose informazioni su come muoversi e senza mai perdersi d’animo o farsi prendere dalla fretta, ha periodicamente denunciato il fatto alla locale stazione dei carabinieri il cui maresciallo, tempo fa, le consigliò di provocare un tizio che la importunava perché senza una prova “concreta” di tali molestie, riteneva inutile raccogliere la sua denuncia.
Per il cavallo, ovviamente, non fu mai fatto niente, un veterinario della Asl inviato di malavoglia dalle autorità, dichiarò che la bestia era malata ma che non essendoci possibilità di guarigione, non si poteva fare niente per salvarlo.
Così la mia amica una settimana fa ha denunciato il fatto direttamente alla Procura della Repubblica allegando alla medesima le foto che lei stessa aveva scattato nel tempo e un paio di giorni dopo il Magistrato le ha telefonato a casa per chiederle se secondo lei l’animale era trasportabile.
Due ore dopo il maresciallo esterrefatto era a casa sua con un provvedimento d’urgenza giuntogli dal magistrato che ordinava l’immediato abbattimento dell’animale, e un’ora dopo un altro veterinario della Asl concedeva finalmente alla povera bestia la pietosa morte che tanto si era fatta attendere.
Il proprietario del cavallo è stato denunciato, il maresciallo ha ritenuto di accogliere dalla mia amica quella famosa denuncia che tempo prima le aveva rifiutato, il magistrato le ha ritelefonato per ringraziarla e lei è già pronta per un’altra piccola battaglia in favore di non so quale animale.
Del cavallo restano delle foto strazianti e in me la piccolissima gioia di sapere che esiste anche tra gli uomini di legge, chi è capace di farsi commuovere da storie come questa.

L’uomo sportivo

Viscontessa, 9 Novembre 2005
Il maschio medio non si fa mancare niente.
Se la moglie compra un paio di babbucce per tenersi caldi i piedini durante l’inverno, lui gira con un paio di ciabatte del nonno e sostiene risentito che i piedi, se solo tu glielo permettersi, te li scalderebbe lui.
Poi esce e va ad acquistare un casco integrale nuovissimo che serve solo a farti stare più tranquilla quando lui va in moto con gli amici.
Così se l’armadio è l’unico angolo nel quale una povera massaia possa ritrovare il suo vero io mortificato dalle babbucce e dalla tuta frittelosa con cui vaga per casa, lui si prende la cantina dove stanno le biciclette da corsa, il solaio dove stanno le selle da cavallo, il ripostiglio dove risiedono con regolare permesso di soggiorno i caschi della moto, il garage per tenerci la moto e parte dello studio per contenere tutte le diavolerie elettroniche di cui pare non si possa fare più a meno.
A te resta il frigo nel quale conservare i golfini di angora che altrimenti spelano.
Il marito medio non fa sport, non fa alcun tipo di sport ma possiede un’attrezzatura tecnica e costosissima per qualsiasi tipo di sport.
Così rientra a casa una sera e ti dice che ha deciso di iscriversi in palestra perché sta mettendo su un po’ di pancetta e teme di non essere più all’altezza delle tue tette pendule che nel corso degli anni ti sono arrivate fino ai ginocchi. Tu lo guardi, osservi la sua pancetta che è paragonabile a quella di una gestante al nono mesi, e dopo avergli chiesto se il piccolo già scalcia, cominci a tremare all’idea di tutto quello che comporterà la sua iscrizione in palestra.
Perché il giorno dopo si comincia.
Il primissimo effetto immediato è un uso sconsiderato della carta di credito. Lui infilerà nel miglior negozio di sport della città e comprerà tutto quello che può servire per andare in palestra.
Il miglior negozio di sport è naturalmente quello con le commesse con le tette più grosse.
E se qualcuno adesso pensa che per andare in palestra basti un paio di scarpe da ginnastica e una tuta, non ha mai convissuto con un uomo il tempo necessario a vederlo evolversi in homus sportivus perché l’homus sportivus acquisterà almeno due tute da ginnastica, due pantaloncini, tre paia di scarpe, le ciabatte per la doccia, l’accappatoio, tre paia di calzini adatti, due paia di mutande, dieci magliette in vari materiali, tre ginocchiere, quattro gomitiere, un set di asciugamani tergi sudore, un giubbotto, due felpe a maniche lunghe e tre a maniche corte, una fascia per la fronte e quattro per i polsi, un cardiofrequenzimetro, un paio di occhiali da sole, un cellulare nuovo e una bilancia elettronica con funzione integrata conta calorie.
Il primo giorno vestito come un cretino, starà quattro ore in palestra e tornando a casa stanco morto, passerà il resto della serata accasciato sulla bilancia. Il secondo giorno le ore in palestra saranno tre ma vi porterà a casa un libro di ricette che gli hanno venduto in palestra per soli 150 euro perché voi possiate preparare per lui pasti bilanciati e nutrienti. Il terzo giorno in palestra non andrà perché gli è venuto un mal di gola tremendo ma in compenso vi chiederà di lavargli e accudirgli tutta l’attrezzatura che ha acquistato, il quarto si fermerà in palestra solo il tempo di un aperitivo con gli amici  e il quinto cercherà di convincere anche voi ad iscrivervi insieme a lui finchè smetterà del tutto incolpandovi del suo abbandono per la scarsa partecipazione che avete dedicato all’evento.
L’attrezzatura però rimarrà buttata nell’ingresso di casa così che tutte le volte che aprirete la porta per rientrare cariche di spesa come un culturista nel corso dell’allenamento per un gara,  inciamperete in quel fagotto immondo fino al giorno in cui, fratturandovi un ginocchio, butterete il fagotto direttamente in una lavatrice che vi chiederà pietà.
Lui tanto sarà tornato allo sport passivo del calcio in tivvu.

Paola

Viscontessa, 8 Novembre 2005
Avevo un’amica che, sfortunata nel fisico ma fortunata nell’intelletto, si occupa del bene altrui.
Non lo faceva per filantropia ma per scovare nella fortuna fisica degli altri una pur labile sfortuna emotiva che le consentisse di portare a giro quel suo fisico pesante e sgraziato con una leggerezza rinnovata.
Io mi prestavo volentieri al suo volere, ascoltarla era un piacere e concederle un po’ delle mie ubbie sapientemente condite da disgrazie, sapevo essere un’opera meritevole di lode.
Un giorno decise che il mio disinteresse per il sesso coniugale non poteva che essere sintomo inequivocabile di una depressione latente ed entusiasta di un terapia di gruppo che come ultima novità si era decisa a concedersi, mi trascinò in questo improbabile esperimento.
A distanza di tempo tendo a pensare che fui ammessa alla terapia più per supportare l’ego bistrattato della mia amica, che per pura necessità terapeutica anche perchè, che io ricordi, non ho mai partecipato attivamente a queste sedute, ma tant’è.
Non so se qualcuno di voi abbia esperienza nel settore, ma per coloro che non ne fossero al corrente, vorrei brevemente (giuro) riassumere il clima in cui si svolgevano queste sedute.
Tutti senza scarpe seduti per terra in cerchio in una grande sala, l’analista, scalzo pure lui seduto su una sedia, invitava, chi lo desiderasse a parlare.
Francesca aveva un problema di psoriasi che la devastava da quando si era lasciata, cinque anni prima, con il fidanzato.
Antonio non riusciva a vivere serenamente la sua relazione con la convivente.
Piera soffriva di attacchi di panico che la costringevano in casa.
Angela soffriva non ho mai capito bene di cosa.
E fu Paola che un giorno annunciò di essere incinta.
Di un uomo sposato.
Di due gemelli.
E fu allora che successe qualcosa di strano.
Di solito, esposto il problema del paziente di turno, l’analista commentava gli eventi invitando gli altri a dare il loro contributo e così, tra una chiacchiera e l’altra, il povero paziente si sentiva un po’ rincuorato e tornava a casa tranquillo almeno fino al giorno dopo.
Quella volta però le cose andarono diversamente, l’analista (Carlo per gli amici) invitò con tono dolce e confortante Paola a spogliarsi e a rimanere con in dosso solo le mutande.
Poi la fece sdraiare al centro del cerchio ed invitò tutti gli altri a sfiorare con le mani il corpo nudo di Paola.
La cosa durò qualche minuto, poi Paola si alzò e ammise di sentirsi molto meglio.
- E’ un gran regalo quello che ti abbiamo fatto oggi, Paola - disse Carlo.
E lei sorridente rispose - lo so -.
Ho intravisto Paola qualche giorno fa e mi è venuta in mente questa cosa.
Come sarà evidente dalle mie parole, nutro molti dubbi sull’argomento.

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