senti chi sparla…della mia autostima

Viscontessa, 30 Novembre 2005
Chi mi conosce bene conosce bene anche il mio rapporto conflittuale con la mia autostima.
Sono una schiappa, nella vita non ho combinato niente di buono, nel lavoro poi non ne parliamo, sul fronte fisico sarei potuta essere bella e su quello morale avrei potuto fare di più. Se qualcuno non ha fatto qualcosa figuriamoci se posso riuscirci io e poi c’ho un dente storto, sono lunatica e se mi butto sicuramente batto i denti e si rompono quelli buoni.
Ad un certo punto la mancanza di autostima si trasforma in accidia e poi in inedia e alla fine in cinismo con un pizzico di autoironia e sul far dell’autunno tutto si risolve con un scaldasonno che pare essere diventato l’obbiettivo finale di ogni giornata.
Così oggi, dopo aver preso consapevolezza di questo stato di inedia autunnale che mi ha colpita, avevo deciso di scendere fin sul fondo del barile per raschiarlo a dovere e sono rimasta a casa dove sognavo di trascorrere la giornata in compagnia del telecomando e delle molte disgrazie che sono tutta colpa mia perché non sono stata capace non ricordo bene di cosa.
Quando però vago in apnea nell’acqua di quel barile di cui ho deciso di raschiare il fondo, mi vengono in mente le cose più strane. L’inedia a questo di buono: quando sei sdraiata al suolo a pelle di leone nell’attesa che qualcuno ti calpesti, vedi il mondo da una prospettiva diversa, magari più bassa, magari invisibile in altre circostanze.
Così mentre osservavo i granelli di polvere sul pavimento della mia vita, ho fatto quello che faccio sempre quando sono in queste condizioni: ho scritto una mail.
Questa volta la mail l’ho inviata a Selvaggia Lucarelli lamentandomi del tempo che mi impedisce di uscire a comprare un paio di stivali nuovi: vero toccasana per la propria autostima.
Caso vuole che Selvaggia vada in onda stasera alle 24.00 su radio due, con il suo “senti chi sparla” e che l’argomento della serata sia la scarsa autostima delle donne.
In una qualche forma telefonica ci sarò anche io.

cos’è il razzismo?

Viscontessa, 29 Novembre 2005
Avevo un’amica sempre molto attenta ai problemi sociali.
Le piacevano tanto i bambini, e gli handicappati le facevano tanta tenerezza per non parlare poi degli anziani vera e preziosissima risorsa di ogni società civile. E le piacevano anche gli animali, i cani in particolare.
Sempre pronta ad ogni battaglia in favore dei più deboli sfoderava  per l’occorrenza quel suo atteggiamento un po’ retrò da nostalgica dei figli dei fiori anche se lei era troppo giovane per esserlo stato.
La mia amica si prodigava sempre per gli altri, una volta ospitò in casa sua un ragazzo albanese e la sua compagna che erano momentaneamente senza alloggio. Due giorni dopo però era già stufa e prese un cagnetta randagia che rimase incinta un mese dopo. E il mese successivo i cuccioli affogarono tutti in una fontanella del giardino cosi che  lei per non soffrire troppo al sol ricordo, si regalò anche l’adorabile cagnolina. L’albanese e la sua compagna invece rimasero a casa sua un po’ di più e lei ogni giorno mi chiamava per lamentarsi del bagno sporco, della televisione sempre accesa e non ricordo neanche più di quale altra grave mancanza della coppia sua ospite.
Poi ci furono gli handicappati, l’invadenza di un ragazzino down che stava sempre a casa sua, fu una benedizione del signore per circa una settimana, poi divenne un fastidio, infine un peso e così i bambini amichetti di suo figlio che dopo un paio di inviti a casa sua, furono bollati come maleducati e per questo dal quel giorno ignorati.

Un giorno, nella sua foga di altruismo, ospitò a casa sua un bambino Bielorusso.
Io adesso non saprei dire che fine hanno fatto questi bambini ma qualche anno fa offrire una vacanza in Italia a queste creature forse vittime di Chernobyl, forse solo vittime della miseria, era di gran moda in tutte le famiglie all’avanguardia.
Il suo non ricordo come si chiamasse ma era un ragazzino pallido e dai capelli biondi che non mostrò mai molto interesse per la famiglia che lo ospitava mentre si integrò subito perfettamente con la dispensa e la playstation.
Arrivò a casa della mia amica con quattro cenci e senza neanche uno spazzolino da denti perché anche l’igiene personale, è un fattore culturale irrilevante quando i denti si usano poco.
La mia amica, che del dialogo e la comprensione aveva sempre fatto i suoi cavalli di battaglia, fu commossa all’inizio da quella che lei riteneva timidezza e nella sua casa, nella sua famiglia, nel suo paese e nella sua vita, cercò di dialogare con il ragazzino affinchè il piccolo prendesse consapevolezza della necessità di lavarsi i denti e di mangiare composti a tavola o comunque di rispettare quelle regole base che si meravigliò non poco non fossero già metabolizzate anche dal ragazzino russo.
Il ragazzino russo di tutto ciò se ne fregava e come un piccolo selvaggio imperversava in casa senza regole e senza morale, usando il bagno con la porta aperta o ruttando a tavola mentre lei preparava gli spaghetti che sono un tipico piatto italiano.

Cio’ che però alla fine la convinse però a non ripetere più quell’esperienza, fu il bucato.
Il ragazzino russo infatti, non aveva idea di cosa fosse né la carta igienica né l’uso del bidet.

Viagra: finalmente una buona notizia anche per le donne

Viscontessa, 28 Novembre 2005
Finalmente una buona notizia.
Dunque, succede che con il passare del tempo, ti si affloscia un po’ qualsiasi cosa. Le gambe non sono più quelle di una volta, il sedere sembra irresistibilmente attratto dal suolo, l’addome tende ad orizzontalizzare l’ombelico che fino a qualche tempo prima stava tutto teso in verticale e le tette, soprattutto le tette, cominciano a guardare in giù con quei loro occhietti rosei che fino a qualche anno fa fissavano impertinenti il mondo.
Dice che sono gli anni che passano e che quegli occhietti rosa, per quanto tu possa tirarli su con un reggiseno, torneranno sempre a fissare verso il basso non appena liberi di esprimere il loro stato d’animo.
Certo che a guardarsi le tette viene un po’ di tristezza, loro saranno anche stanche di mantenersi al passo con i tempi, ma tu onestamente sei anche un po’ stanca di cercare di tirarle su di morale e alla fine lasci che ti si rintanino tra la prima piega della pancia e pensi che il tuo futuro di donna teoricamente trombante, sia finito nella seconda piega della pancia. Quella che oltre alla matita trattiene ultimamente anche tutta la spesa della settimana.
Dicevo quindi che ieri ho sentito una buona notizia: il viagra, farmaco nato per curare l’impotenza maschile, sarà venduto a prezzi popolari nel comune di milano per gli ultrasettantenni la cui scarsa virilità non sarebbe certo da imputare ad una malattia ma al semplice trascorre del tempo.
In fondo, dice, perché non regalare anche alle persone anziane un briciolo di felicità? Che poi le conseguenze, beh, se io per essere felice volessi fumarmi una canna, sarei arrestata per autolesionismo e soprattutto, a mio avviso, sarei arrestata  per aver sottratto con il mio autolesionismo energie produttive, ma i vecchi, i vecchi….quanti vecchi ci sono nel nostro paese? Troppi e allora se qualcuno schioppa scopando con il viagra, vabbè uno in meno che se ne n’è andato morendo felice.
Stando quindi così le cose, pensavo che se il prezzo popolare per le canne non si può ottenere, si potrebbe noi donne chiederlo per un intervento di chirurgia estetica del seno.
Insomma se per rendere felici gli uomini anziani si può spender soldi per tirar su ciò che la natura avrebbe a buon motivo tirato giù, non vedo perché non si possa rendere felici le donne anziane, tirando su ciò che la natura si è solo stufata di tenere su.
In fondo anche nostra felicità è un diritto, o no?

in cerca della bellezza

Viscontessa, 26 Novembre 2005
Il mondo è bello perché vario.
Mi è venuto oggi in mente questo detto mentre mi aggiravo per l’esselunga nell’ora di punta del sabato.
Cercavo quindi delle cipolle perché volevo preparare non ricordo cosa, ma le cipolle oggi erano in offerta e così non era possibile trovare una sola cipolla in tutto il supermercato. Non che in certe circostanze vi sia una gran varietà di atteggiamento: se le cipolle sono in offerta si comprano kili di cipolle anche se quelle entro un paio di giorni prenderanno vita nel frigo, ma decisa poi a sostituire le cipolle con lo scalogno, mi sono trovata a ricredermi sulla varietà del mondo. Anche se sulla bellezza di questa varietà mi sono posta non pochi quesiti.
Ho infatti chiesto ad un inserviente se in mancanza di cipolle mi poteva indicare dove avrei potuto trovare dello scalogno e lui, come fosse la cosa più naturale di questo mondo, mi ha chiesto se volevo lo scalogno normale o quello gigante.
Gigante!? Ebbene si per chi volesse fare della varietà un segno di raffinata distinzione sappia che esiste anche un scalogno gigante che mi sono chiesta se non potesse essere un ottimo soggetto per un film di fantascienza in cui mostri nodosi dalle protuberanze puzzolenti e la pelle iridescente, prendono possesso dalla nostra martoriata terra.
Che non è escluso che con tutte queste modificazioni genetiche non succeda un giorno di essere davvero governati da una nomenclatura di peperoni voraci e finocchi corrotti…cioè, vabbè, insomma.
Ma non divaghiamo.
Dicevo quindi che esiste un tipo di scalogno gigante che non saprei dire se è quello che ho acquistato o quello che invece non ho visto. Facendomi infatti largo tra una numerosa famiglia di bimbetti dalla pelle scura, mi sono accaparrata la prima retina di quelli che mi sembravano allegri scalogni in attesa di un padrone.
Poi ho ripreso il carrello e sono andata in cerca di quella bellezza rappresentata dalla varietà del nostro mondo e ho trovato sul mio cammino le cose più brutte che abbia mai visto.
Polli squartati che dalla confezione ti raccontano di essere orgogliosi di essere italiani, pezzi di mucca guarite dalla loro follia e per questo fatte a fette, latte per neonati che ti garantisce la sua integrità dall’inchiostro, Oriana Fallaci e Bruno Vespa che ammiccavano dal reparto libri, piccole piante ricoperte da una polverina dorata, frutti tropicali mentre fuori nevica, reggiseni che tirano su, ingrandiscono, rassodano, espongo il seno femminile, frutti nati da una forzata promiscuità tra arance e mandarini, una crema che ti toglie dieci anni di vita, un tonno in scatola sorridente, uno yogurt che ti da forza e vitalità, un latte senza lattosio, un detersivo al profumo di mare pulito.
E un bambino in carrozzella, un zoppo che chiedeva l’elemosina, un uomo che acquistava un cartone di Tavernello, una donna che trovava schifoso un pezzo di roast beef con un filo di grasso e una vecchia che voleva sapere se comprando il pane del giorno prima avrebbe speso meno…….
Il mondo è bello perché è vario.

donne…

Viscontessa, 25 Novembre 2005
Le donne sono diverse dagli uomini, le donne sospirano e gli uomini ansimano, le donne parlano gli uomini discutono, le donne si vestono gli uomini si coprono, le donne scrivono gli uomini tengono un blog.
Le donne scrivono della loro vita, delle loro emozioni, di se stesse. Aprono il blog, parlano, raccontano, si entusiasmano poi incontrano un uomo, un uomo qualunque che le fa sentire “vive” e smettono di raccontarsi.
L’uomo, il blogger, apre il blog e parla di politica, di attualità, di qualche esperienza personale soprattutto al supermercato (che fa l’emancipato) o in lavanderia (che le donne adorano gli uomini che frequentano certi luoghi tipici della misera condizione femminile), i più virtuosi scrivono racconti, i più apatici infarciscono i post di link e lasciano che a dire siano i link e non loro.
Le donne invece più che aprire un blog mettono su casa, mettono subito le tendine e la pattumiera, il campanello con la targhetta in ottone e la cassetta delle lettere rossa come quelle dei film americani.
La maggior parte poi si descrive quasi sempre lasciando intravedere al lettore un certo romanticismo velato di emancipazione e soprattutto rivendicano la propria libertà e una propria originalità di pensiero come se qualcuno le accusasse di banalità o vietasse loro di esprimersi liberamente.
Gli uomini iniziano subito con post buoni per ogni stagione, una manciata di parole in cui chiunque può rispecchiarsi, le donne invece sfarfalleggiano leggiadre per i vari blog scambiandosi reciproci complimenti con le colleghe e non tralasciando mai di promettere “ci si vede” come avviene fuori dalla scuola tra mamme che non si sopportano ma i cui figli sono tanto amici.
Poi ognuno, piano piano, prende la sua strada anche se quella delle donne è quasi sempre costellata di fiori e di emozioni personali mentre quella degli uomini vive di riflesso della vita pubblica.
Quindi succede l’inevitabile.
Lui incontra una ma dai suoi post non trapela niente se non una certa svogliatezza nello scrivere e un ritardo continuo negli aggiornamenti. Magari mette un link in più del solito o legge i suoi soliti blog e da lì ricicla una notizia tanto per non deludere i lettori. Poi, passata la fase iniziale di esplorazione del soggetto amoroso, torna ad essere il solito blogger di prima anche se adesso nella gestione del blog, resta sempre un po’ distratto.
Lei invece è un libro aperto, dal tormento iniziale si comincia a distaccare con frasette misteriose ed ammiccanti che conducono tutti i suoi lettori a chiederle se c’è qualcosa di nuovo. Finge, nicchia, aggiorna, fa la misteriosa, lascia tracce nei post della sua nuova condizione di innamorata e alla fine sparisce.
In una nuvola rosa………..

conclusioni a scelta

Viscontessa, 24 Novembre 2005
La Russa, parlando dell’Iter e della polemica scatenata da La Padania sull’ultima partita dell’inter nella cui squadra non giocava neanche un italiano, ha detto che a costo di vincer qualcosa sarebbe disposto anche a tollerare una squadra di soli clandestini.
Stamattina nel gelo di un cielo color neve, me ne stavo in giardino ad osservare la pompa dell’acqua.
Gli operai che stanno lavorando nel giardino accanto, mi avevano chiesto di poter riempire con la mia pompa un bidone di acqua e prima che mi rendessi conto che il bidone poteva contenerne anche centocinquanta litri, avevo già passato la pompa al di là del muretto e ora osservavo infreddolita quel tubo verde che attraversava il giardino.
Ieri ho buttato via un pallone.
Stava nella mia macchina ormai da oltre un anno e mi intralciava ogni volta che dovevo infilare la bicicletta di mia figlia nel cofano. Era un po’ sgonfio e del tipo che si trovano in commercio ovunque soprattutto al mare nei negozietti che vendono articoli da spiaggia come racchettoni e materassini a forma di aironi in accoppiamento o di squali sorridenti.
Quindi ho aperto un cassonetto e ho messo il pallone sopra ai sacchi della nettezza in maniera tale che chiunque avesse aperto il cassonetto dopo di me, avrebbe avuto la possibilità di recuperare il pallone.
Non che il pallone mi sia mai interessato ma mentre mi disfavo dell’ingombrante sfera, mi sentivo quasi in colpa per quel gesto come se avessi usato un santino per farmi il filtro di una canna.
Stamattina, quindi osservavo la pompa dell’acqua e quei due uomini che ne facevano uso. Uno aveva un occhio bianco del tipo che da noi non esistono più perché un occhio bianco, da noi, in qualche maniera lo si salva o almeno lo si copre con un paio di occhiali, l’altro era segaligno con un berretto di lana in testa appuntito come il suo naso e come i canini troppo sporgenti del tipo che anche quelli, da noi, non si vedono praticamente più.
Muratori albanesi.
Ecco, adesso dovrei giungere alle conclusioni e spiegare cosa c’entra La Russa con il pallone che ho buttato via e i muratori albanesi del giardino, ma non ho voglia di ricostruire il puzzle di questi pensieri per cui lascio a ciascuno di voi la conclusione che ritiene più opportuna.

diamo i numeri

Viscontessa, 23 Novembre 2005
Silvia è rimasta incinta che aveva 17 anni.
Era fidanzata con quello che sarebbe poi diventato un medico e anche lei avrebbe avuto di fronte una carriera brillante se non fosse rimasta impigliata in quella gravidanza.
I due giovani, di buona famiglia, si sposarono in chiesa poco dopo ma per non turbare la loro adolescenza e il loro futuro radioso, tornarono a vivere ognuno a casa propria.
La gestione del bambino all’inizio non fu semplice ma poi piano piano parve che le cose prendessero il verso giusto anche se lei si spegneva ogni giorno un pochino fino a quando fu chiaro a tutti che lei soffriva di una brutta forma di depressione.
A distanza di anni i due sono ancora insieme e adesso vivono insieme al figlio che è ormai un giovanotto, ma mentre lui è diventato un medico di successo trattenuto fuori casa troppo spesso per non destare sospetti, lei ha superato, si fa per dire, la sua depressione grazie alla fede. Una fede cieca, totalitaria, devastante, maniacale.
Il ragazzo è molto spesso nella casa dei nonni nella quale è cresciuto, il padre è molto fuori spesso per lavoro ma tutti sanno che ha un’amante fissa ormai da anni.
E lei vive quasi sempre da sola nella casa piena di santini e candele e recita il rosario almeno cinque volte al giorno. Tra una messa e l’altra, tra una preghiera e l’altra.

Filippo ha trascorso la sua infanzia tra istituti e famiglie a cui era affidato per un tempo variabile. I primissimi anni della sua infanzia li aveva trascorsi in compagnia di sua madre in una casa –famiglia, ma poi le condizioni psichiche di sua madre, erano ulteriormente peggiorate e i servizi sociali erano stati costretti a separarli.
Lei era rimasta incinta dopo quella che probabilmente fu una violenza sessuale, o almeno così lo si dovrebbe definire un rapporto sessuale tra un adulto sano di mente e un altro con problemi psichici anche se questi non li si possono definire “pazzia”.
E lei all’inizio pensò ad un interruzione di gravidanza ma poi sul suo solitario cammino trovò un uomo di fede che si prese cura di lei e la convinse del dono meraviglioso della maternità.
Filippo ora vive con una mia amica e di tanto in tanto è costretto ad andare a trovare sua madre anche se ogni volta che deve vederla gli viene la febbre a 40 e vomita tutto il giorno.

Lorenza questa gravidanza non l’ha cercata ma non l’ha neanche evitata, ci sono donne che aspettano una gravidanza per tanto tempo e altre la cui fecondità è proverbiale anche se il loro fisico ha altre grane di cui occuparsi.
Con queste donne l’unico metodo naturale efficace è quello dell’astinenza e della castità ma molto spesso anche chi della castità ne ha fatto un voto, deve trovarsi a fare i conti con il proprio istinto.
Figuriamoci chi l’unico voto con cui ha avuto a che fare, è quello dato alle persone sbagliate.
Lorenza, per questa gravidanza, rischia la sua vita e quella della creatura che porta in grembo o forse solo un’infermità che la vita è bella anche per i down, così dolci e affettuosi come cuccioli di cane.

Su Repubblica di oggi c’è un bell’articolo di Miriam Mafai sulla 194.

maremma maiala!

Viscontessa, 22 Novembre 2005
Quel simpatico gomitolo di pelo che questa estate ho raccolto da sotto ad una macchina a Porto Santo Stefano, si è rivelato essere un autentico gatto “maremmano” della cui razza non si narrano normalmente le gesta, ma che a distanza di qualche mese merita tutti i peggiori epiteti che si sprecano di solito verso altre razze maremmane.
Maremma maiala! Sapevo che i cani maremmani sono dei gran bastardi , l’unico con cui ho avuto un rapporto ravvicinato è stato anche l’unico cane di cui abbia mai avuto paura. I cavalli maremmani poi, sono testardi come muli e non è facile scendere a compromessi con loro per non parlare poi degli butteri che per riadattare un proverbio di queste parti, meglio un morto in casa che un buttero all’uscio (veramente era il pisano che non doveva stare all’uscio ma ora mi si adattava bene il buttero e quindi ci ho messo lui).
La palla di pelo comunque, ha iniziato con il fare la pipì per terra ogni volta che non gli veniva aperta la porta di camera dove sta chiuso quando non ci siamo, poi non contento ha affinato la tecnica e oltre a pisciare per terra, ha anche cominciato a buttare in terra la ciotola dell’acqua e oggi, e questa è un novità assoluta, il bastardo oltre a tutto quest’umido che ha seminato a giro, ha pure buttato per terra la scatola del cucito.
Maremma maiala! Io non cucio proprio mai ma vittima di un antico retaggio culturale, ho la mia bella scatolina piena di aghi, rocchetti di filo e soprattutto bottoni. Perché quando ero piccola prima di buttare via gli abiti usati, mia mamma scuciva tutti i bottoni che possono sempre servire e io non so com’è, ho ereditato una scatola piena di bottoni.
Quindi carponi per terra ho raccolto tutti i bottoni bagnati e poi i rocchetti di filo disfatti e gli aghi e gli spilli e persino delle vecchie spille a balia che servono per rimettere quei simpatici cordoncini che tanto vanno di moda adesso, in fondo ai pantaloni o al collo delle felpe.
Se non fosse che stavo imprecando come una vera maremmana, mi sarei sentita Cenerentola alle prese con i fagioli della matrigna cattiva ma mentre mi compiacevo con me stessa per le colorite bestemmie che stavo lanciando in aria, un urlo del pappagallo mi ha fatto sobbalzare quando il sobbalzare a carponi coincide di solito con una testata sul mobile sotto il quale mi ero infilata. Per recuperare un bottone di un vecchio tailleur di quando  facevo la “signora” e non la governante di bestie.
Sono quindi corsa di là dove ho trovato il gatto sulla gabbia del pappagallo che cercava con una zampa di afferrare la povera bestiola mentre la povera bestiola urlava come un’ossessa e sotto alla gabbia i cani ringhiavano al gatto che voleva mangiarsi il pappagallo.
La verità è che la catena alimentare che ho messo su in casa, mi si sta rivelando particolarmente complicata nella gestione e così, essendo il gatto l’animale incompatibile con gli altri animali, l’ho agguantato per la collottola e gli ho fatto un discorsino.
Ora è chiuso in castigo nella sua stanza. Senza acqua.
Però.
Però l’altro giorno ho inviato una lettera a Repubblica raccontando la storia del cavallo agonizzante e il giorno dopo era pubblicata nella rubrica dei lettori (non serve a niente lo so, ma fare un po’ di baccano è sempre meglio che tacere) e oggi, per chi ne avesse voglia, è uscito su webgol, un mio post che mi rimette un po’ in pace con questa specie di zoo che è diventata casa mia.
Ok, ora corro a scusarmi con il gatto che poi poverino, è ancora un cucciolo e ha voglia di giocare.
Tanto, gliel’ho già detto, fra un paio di mesi gli secco le palle!

passerà…

Viscontessa, 21 Novembre 2005
Effettivamente quando le giornate sono così viene un po’ da sdilinguirsi.
Che fa freddo e fa buio presto ed è lunedì e c’hai un cuneo nella testa che ti trivella la tempia fino all’occhio che lo tieni chiuso che pensi che se stai con l’occhio aperto prima o poi la trivella ti sputerà fuori l’occhio dall’orbita e le tasche del giubbotto sono ancora cucite e l’occhio che ti salta fuori dall’orbita non sai esattamente dove metterlo che in borsa è pieno di tabacco e l’occhio ti si sporca tutto che quando vai a rimetterlo a posto ci vedi tutto appannato e corri dall’oculista che ti dice che l’occhio sta bene ma sei tu che forse dovresti farti registrare come i freni della bicicletta che in bicicletta fa così freddo che ho messo il cappellino di lana che dopo due pedalate mi pizzica sulla fronte e allora mi gratto ma mi resta un segno rosso e il cappello tutto di traverso che con l’occhio chiuso e l’affanno sembro effettivamente un po’ strana.
Dormire.
Con un cartoccio di caldarrosto sul divano e la televisione che ti fa di sottofondo mentre un pezzo di castagna si incastra nei denti e allora ci butti giù un sorso di vino novello che con il brufen per tenere ferma la trivella ti fa un effetto ancora più strano e le voci della tivvu diventano distorte e lontane mentre fuori una sirena lascia una scia dietro di se e tu pensi a quella volta che hai sentito una sirena ma ora non ricordi più ne dove ne perché.
Alzarsi.
E farsi un caffè con la copertina sulle spalle che quando mi sveglio ho sempre freddo come stamattina che appena sveglia ho acceso lo scaldasonno e sono rimasta a letto a bollire per una mezz’oretta mentre il cielo fuori era grigio e pensavo che dovevo andare a prendere il pappagallo che dorme nel casottino fuori ma stanotte ha fatto molto freddo e gli ho messo la copertina ma finchè non lo sento urlare come ogni mattina non sono contenta.
Pedalare.
Che devo andare in ufficio anche se stamattina non ho voglia e stavo per non andare poi ho detto vado ma mi trastullavo e ho pulito il giardino che l’aria fredda ferma la trivella nella fronte, la congela lì dove sta e anche se mi inchino non mi sento come quelle lampade con quella roba colorata dentro che quando le accendi quella specie di gelatina verde o rossa va in su e in giù come il mio cervello quando mi piego con il mal di testa.
Mangiare.
Un altro caffè con una pasta mignon volevo prendere un piccolo bombolone con lo zucchero sopra e la crema dentro ma poi ho preso un piccolo budino di riso che è andato giù da solo tanto era piccolo e ho pensato che il bombolone sarebbe stato meglio anche se con il mal di testa il bombolone fritto mi si impasta intorno alla trivella e crea un attrito che spinge con calma l’occhio fuori dall’orbita ma lo sciupa tutto grattandolo con lo zucchero che invece il budino di riso è più docile, meno invadente, va giù e si mette in un angolino senza dire niente.
Lavorare.
Ti siedi e pensi oggi faccio questo e questo e questo e prendi questo poi appoggi questo e prendi quest’altro e metti via questo che prendo questo e questo è quanto.
Casa.
Accendi il riscaldamento, ti metti la copertina sulla spalle, ti fai un caffè, un panino, due olive e pensi al bombolone mentre metti le castagne al fuoco e adocchi il divano che chiama mentre in tivvu passano i cartoni animati.

Tu mi fai girar come fossi una bambola

Viscontessa, 20 Novembre 2005
Il mercatino di beneficenza è di gran moda un po’ ovunque.
Dal servizio di tazzine da thè regalo di nozze della zia Berencice alla bomboniera in porcellana del cugino Alfonso, le nostre case pullulano di oggetti assolutamente inutili che giunti nel nostro salotto sotto forma di “ricordino”, trovano il giusto compromesso tra sentimentalismo e praticità con la loro collocazione presso il primo mercatino di beneficenza che ci capita a tiro. E non si contano coloro che si mettono la coscienza a posto regalando alla parrocchia le peggiori chincaglierie di cui sono stati omaggiati nel corso della loro vita “sociale”.

Oggi sono andata a trovare mio padre presso la casa di cura in cui è ricoverato ormai da anni e mia figlia che era già lì insieme a mia mamma, ha insistito perché andassi a vedere una bambola “bellissima” che era in vendita al mercatino di beneficenza allestito nel padiglione vicino. Ne avrei fatto volentieri a meno e anche mia mamma, ripensandoci dopo, ne avrebbe fatto stranamente in meno.
Sono quindi distrattamente entrata nel locale adibito alla vendita di beneficenza ma l’occhio mi è immediatamente caduto sull’abitino di una Berbie di cui non mi ha colpito tanto la familiarità del tessuto, ma la sensazione che quel vestitino non fosse di quelli che si acquistano già confezionati ma fosse di quelli che mia nonna cuciva su misura per le mie bambole. Ero lì ad osservare quell’abitino in cerca del perché quell’abito mi apparisse fuori luogo e del perché molte altre delle cose lì esposte fossero ricordi nebulosi di un’infanzia lontana, quando mia figlia si è avvicinata e mi ha detto “hai visto mamma, sono tutte le mie bambole” e li ho compreso.
Molte delle sue bambole, infatti, prima di essere state sue erano state le compagne della mia infanzia ed erano poi state amorevolmente custodite da mia nonna per tanti anni. C’era una scatola di scarpine bianche che mia nonna comprava su misura per ogni bambola in una vecchia bottega del centro dove riparavano e vendevano accessori per le bambole e un’altra scatola conteneva i vestitini in seta e pizzo confezionati dal lei e quelli in lana lavorati ai ferri o i cappottini bordati di “lapin” .
E poi c’erano le Barbie, bambole che avevo avevano più di trent’anni e che adesso stavano tutte ammucchiate su una seggiola con i capelli arruffati, l’espressione di plastica un po’ spaurita, e abiti cenciosi con cui erano state frettolosamente vestite e piedi calzati in minuscoli stivali spiati o in scarpette dal tacco altissimo sotto a pantaloni sportivi e camicette di seta.
Ho guardato quelle bambole e quegli abiti e di ciascuna avrei potuto raccontare la storia mentre una vecchia con il sorriso materno si avvicinava per chiedermi se mi interessava qualcosa.
“Mamma!” ho urlato a quel punto nel salone mentre la genitrice si appassionava ad un vecchio numero di Burda contenente il modellino in carta di almeno trent’anni prima per uno scamiciato da realizzare in tralice.
“Si?!?” mi ha risposto lei timidamente mentre sapeva cosa sarebbe successo.
“Ma queste sono le MIE bambole! Cosa ci fanno qui?”   
“Te l’avevo detto che le avrei date in beneficenza…”
“Me l’avevi detto?!?! No, tu non mi avevi detto un bel niente!”
“ Ma si…non ricordi?!?! Te l’avevo detto…..”
Ed è sparita nel salone accanto mentre io sopraffatta dalla rabbia e dalla nostalgia stavo per saltare alla gola della vecchia che voleva rivendermi le MIE bambole.
Poi , in un lampo di lucidità, mi è venuta un’idea, ho preso amorevolmente la mia nipotina per mano e le ho detto.
“Tesoro, non lo verresti un regalino?”
“Si zia, me lo compri il cavallino a dondolo?”
“Il cavallino a dondolo? Ma no dai, non sapresti dove metterlo…..perché non prendi qualcuna di queste belle bamboline?”
“No zia, non mi piacciono le Barbie…io voglio il cavallino a dondolo!”
“Il cavallino a dondolo non si può! È già stato venduto, tutto è già stato venduto, sono rimaste solo queste bambole e se non le prendi tu, loro poverine restano qui tutte sole e Gesù Bambino ci resta male e per Natale non ti porta niente!”
La piccolina ha sgranato gli occhi da dietro ai suoi occhialini da vista e un po’ intimorita ha scelto un paio di Barbie che io ho sostituito con altre due che mi erano più care, poi ho chiamato la vecchia e le ho chiesto quanto cazzo volesse per le MIE bambole e lei giuliva mi ha risposto che essendo l’ultimo giorno mi faceva un prezzo speciale e mi ha chiesto un’euro ciascuna.
Quindi siamo tornate nell’altro salone dove mia mamma e mia sorella si fingevano interessatissime ad una gondola con le lucine e a mia sorella meravigliata per la scelta di bambole da parte di sua figlia, ho risposto che la piccolina aveva tanto insistito per averle mentre io mi chiedevo malinconica che fine avrebbero fatto le altre sfortunate che non ho potuto salvare.
Per pudore, ma mia mamma, giuro, questa me la paga.

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