chi trova un’amica trova un tesoro.

Viscontessa, 17 Ottobre 2005
Uno si mette su un blog con tutti i crismi.
Grafica strepitosa, topona in secondo piano che può trarre in inganno l’ignaro commentatore, quadratini colorati come mazzi di fiori sulla credenza, un abbigliamento culturale invidiabile pieno di letture e di musica davvero all’avanguardia, un’attenzione quasi maniacale all’ortografia e l’impaginazione, autopromozione, autoreferenzialità e autoreggenti come piovesse…. E poi.

Perché la premessa è che io faccio davvero tutto quanto è in mio possesso per mostrarmi gradevole e accattivante pur mantenendo una certa modestia. Sono educata e attenta ai miei commentatori a cui rispondo sempre con grazia e gentilezza ringraziandoli per essere passati a trovarmi e se mi pare che un commentatore ne valga la pena, gli scrivo anche in privato per ribadirgli la mia stima. Linko con molta attenzione premurandomi di avvisare il linkato che è stato scelto per gli alti contenuti del suo blog, non chiedo mai di essere linkata perché ho imparato che è nella blogsfera è brutto e non fa fine chiedere le cose, scrivo post demagogici buoni per tutte le esigenze e di tanto in tanto, come diceva Wosiris (di cui mi son persa il nuovo indirizzo e anzi se passi di qua mi dici che fine hai fatto?) mi faccio prendere dalla commentopatia e commento ovunque con sto cartello appeso sul culo che ammicca “chi mia ma mi segua”.

Per non parlare poi del lavoro che c’è stato dietro a questo blog! Mica è facile inventarsi un nick come il mio, quanti nobili ci sono nella blogsfera? e poi il luogo, l’arredamento, l’abbigliamento adatto e gli amici da invitare e lo sbattersi a destra e a sinistra per attirare un po’ di attenzione e poi? Per cosa tutto ciò?

Metti Minerva per esempio, appena è apparsa sul mio blog le ho subito inviato un ringraziamento personale su cartoncino bristol con filigrana d’ora, ho linkato immediatamente il suo blog anche se non lo avevo mai letto, ho cercato di comprendere i suoi gusti e di scrivere cose adatte al suo senso critico e alla sua sensibilità e poi, come se non bastasse, le ho anche offerto un lavoro per cui la paga profumatamente in fatto di errori.
Io dico, dopo tutto questo lavoro uno si aspetta che la suddetta abbia nei tuoi confronti eterna gratitudine e anzi, che si premuri di andare in giro per blog ad urlare “le ultime della Viscontessa! Appena uscito un nuovo post, correte a leggere cosa pensa la Viscontessa delle unghie incarnite!”. Uno pensa.
E invece, cari miei, invece…….

E’ che la gente è cattiva dentro e se te ti confondi e linki una che non ha neanche un blog e poi le scrivi in privato facendole i complimenti per il bellissimo blog, lei, maligna, è capace di pensare che tu neanche abbia letto il suo blog  e se la prende solo perché il blog linkato è magari una roba da guradoni che fissano i luoghi di ritrovo per spiare le coppiette in accoppiamento. Ma dove lo torvo il tempo per seguire tutto!? È che ormai, ve lo dico io, non esiste più la professionalità nel mestiere di blogger e tutti da un giorno all’altro si improvvisano tali e per noi veri pionieri del mestiere, per noi che abbiamo dato il sangue per questo lavoro è sempre più difficile!

Comunque, quello che segue è ciò che la fellona ha osato scrivere di me in altri lidi e se non fosse stato per la segnalazione di un’amica che lei mi vuole bene davvero, io neanche l’avrei saputo.

Ecco, mi fa il verso (errori inclusi), chi mi conosce e non conosce Minerva apprezzerà.
“…ero serriamente preoccupat;ta del rapporto fra il divano e la lavatrice;non si parlavano da mesi ormai;
penssavo questa mentre raccoglieevo le albicochie autunnali dal mio giardino : insodossavo una guepiere scozzese e un frustino mi faceva da cintura. un occhio lo buttavo alle azalee e un alttro lo lasciavo lii’ a medfitare sulla fame del mondo. mi ero dimenticata dell’intervista che avevo promessa aDonna Postmoderna sull’importanza delle ciabatte nella blogsfera , quindi mi affrettai ad infilarmi un paio di pantaloni fuxia e verdevomito cercando di fare mente loccale ma un sonno improvviso mi prese e mi addormentai sull’anselmo.”

Bastarda!

una storia intelligente

Viscontessa, 15 Ottobre 2005
Io sono una persona intelligente.
Mica sono scema io, la mamma dei cretini è sempre incinta ma mia mamma è in menopausa ormai da anni e quindi non può essere incinta.
O almeno io questa cosa l’ho capita così.

Io sono intelligente e non sopporto quelli che cercano di farmi passare da cretina. Non sopporto quelli che parlano parlano parlano e poi ti chiedono se hai capito. Certo che ho capito mica sono cretina io, se dici una cosa la capisco. Anche se a volte i cretini ti dicono una cosa perché ne vogliono un’altra e pensano che tu sia una povera ingenua che non è in grado di capire davvero cosa loro vogliono.

L’altro giorno per esempio, c’era il mio capo reparto che mi diceva che io meriterei un lavoro migliore.
Io lavoro in fabbrica, devo controllare che le matite siano messe nelle scatole nella gradazione di colore riportata nel pannello che ho di fronte. Bianco, giallo, rosa, celeste, grigio, arancione, rosso, blu, marrone e nero. La macchina che deve mettere nelle scatole le matite è stata programmata per riconoscere questi colori ma a volte confonde il celeste con il grigio o il blu con il marrone e allora io devo fermare la macchina e rimettere in ordine i colori.
Otto ore al giorno.

A me il mio lavoro piace perché quando la macchina sbaglia mi viene in mente mia nonna che quando ero piccola a volte confondeva il filo per cucire e mi faceva l’orlo sui pantaloni azzurri con il filo verde. E poi mi piace pensare ai bambini che useranno quelle matite e ai disegni meravigliosi che verranno fuori con quei colori.
Il mio capo reparto dice sempre che sono molto brava, è sempre molto gentile con me e passa spesso per chiedermi come sto. Quando qualche colore nelle scatole è sbagliato e me ne accorgo mentre lui è lì, lui è così contento che qualche volta mi abbraccia anche.
Una volta mi ha tenuto così stretta tra le sue braccia che qualcosa che teneva dentro alla tasca dei pantaloni mi premeva così forte su una coscia da farmi quasi male. Io volevo quasi dirglielo ma poi avevo paura che se la prendesse a male e non gli ho detto niente.

L’altro giorno quando sono uscita l’ho trovato fuori che mi aspettava. Mi ha detto ti accompagno a casa che volevo parlarti e io gli ho risposto va bene anche se le mie colleghe ridacchiavano alle nostre spalle.
Così lui ha cominciato a dirmi che io ero molto bella e che ero una ragazza troppo intelligente per stare tutto il giorno davanti alla macchina delle matite.
Io gli ho detto che il mio lavoro mi piaceva ma lui mi ha chiesto se non mi piacerebbe fare qualcosa di più. Ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono e non mi piacerebbe cambiare.
Allora lui ha detto che aveva bisogno di un vice perché lui da solo non ce la fa più a fare tutto il lavoro da solo e mi ha chiesto se mi piacerebbe fare il vice capo reparto. Io ci ho pensato un po’ su e poi gli ho risposto che no, mi trovo bene dove sono.
Ma guadagneresti un bel po’ di soldi in più, non ti piacerebbe avere qualche soldo in più per comprarti magari un cappotto nuovo con tutto il collo di pelliccia come vanno di moda quest’anno? Io ci ho pensato un po’ su e poi ho risposto che no, mi piace il cappotto che ho e non mi interessa comprarne uno nuovo.
Così è rimasto in silenzio per un po’ e poi all’improvviso mi ha chiesto se mi andava di andare a bere qualcosa insieme a lui ma io non avevo sete e gliel’ho detto.
Lui a quel punto ha tirato fuori un portachiavi dalla tasca dei pantaloni e io ho capito cosa mi avevo premuto sulla coscia quando mi aveva abbracciata e gliel’ho detto: - quando mi abbraccia dovrebbe togliersi le chiavi dalla tasca perché mi pigiano sulla coscia e mi fanno male.
Lui si è fermato, mi ha guardata, e mi ha abbracciata stretta stretta poi mi ha detto se volevo andare in macchina con lui e io, che ero stanca di camminare, gli ho detto di si.
Però quando siamo saliti in macchina lui non ha messo in moto subito, mi ha appoggiato una mano tre le gambe e mi ha chiesto dove mi aveva fatto male. Io gli ho detto che non importava che era una cosa vecchia e ormai non mi faceva più male ma lui che è sempre così gentile insisteva e mi toccava tutte le gambe perchè voleva proprio sapere il punto esatto dove mi aveva fatto male.
Allora io per non scontentarlo gli ho indicato un punto a caso sulla coscia e lui subito si è inchinato per darmi un bacino sulla bua. Così ha detto.
Poi mi ha detto che anche lui aveva una bua e che io dovevo curargliela, si slacciato i pantaloni e ha tirato fuori il suo pene. Io me lo immaginavo già che fosse malato perché è sempre tutto sudato e la pelle del suo viso è rossa e ruvida come la lingua di un gatto ma quando ha tirato fuori il suo pene ho capito dall’odore che la sua doveva essere una malattia grave. Anche mio nonno aveva un odore forte come il suo poco prima di morire. E’ morto per una malattia al fegato e dopo averlo seppellito abbiamo dovuto tenere le finestre aperte di camera sua per una settimana. Anche se era inverno.
Il mio capo mi ricorda molto mio nonno.
– Mi fa tanto male qui, dammi un bacino – mi ha detto, e io, anche se a me non sembrava che il male fosse lì, mi sono inchinata per dargli un bacino. – Lo devi baciare molto a lungo… prendilo tra le labbra e mettilo in bocca che così lo baci per bene – e me lo ha messo in bocca mentre con una mano mi spingeva in su e in giù la testa – brava –diceva –brava….- e la sua voce era diventata roca.
Per il dolore ho pensato io.
Poi ha cominciato come a lamentarsi, più io lo baciavo e più lui si lamentava, avrei voluto chiedergli se gli facevo male ma non potevo parlare e allora ho pensato che forse è come quando ti levano una scheggia da un dito che anche se ti fa male sai che devi resistere perché è per il tuo bene.
Infine ha come smesso di respirare, non diceva più niente ed era tutto rigido come mio nonno quando è morto ma mentre stavo per tirarmi su per vedere cosa stava succedendo lui ha lanciato come un urlo e si è accasciato. Io a quel punto non sapevo più cosa dovevo fare e così mi sono tirata su per guardarlo anche perché mi sembrava di avere della roba appiccicosa sulla faccia e non capivo bene che cosa fosse successo.
Lui stava lì con gli occhi chiusi e la bocca aperta come quando hai fatto una corsa e ti riposti, poi ha preso un fazzolettino di carta e mi ha pulita. Mi ha detto che ero un po’ sporca di saliva anche se a me non sembrava che fosse saliva ma non gliel’ho detto.
Ha messo in moto la macchina e senza dire niente mi ha accompagnata a casa.
Solo quando siamo arrivati mi ha detto che mi avrebbe accompagnata a casa tutte le sere. Ma  non sono mica cretina io, l’ho capito subito che lui ci teneva proprio che io facessi carriera e per questo mi ha mostrato la sua malattia perchè sperava che io mi intenerissi.
E così gliel’ho detto  - non sono mica cretina sa’, se sta male l’aiuterò a curarsi come ho fatto con mio nonno ma non per questo sono disposta a diventare vice capo reparto.
Lui non ha detto niente, sembrava stupito e pensavo che ce l’avesse con me ma poi ha capito.
Ha detto che va bene e abbiamo fissato per domani pomeriggio alle cinque.
 
 

Gustavo

Viscontessa, 14 Ottobre 2005
Stanotte a Gustavo gli è morto il nonno.
Lui il nonno ad occhio e croce non lo vedeva da anni salvo i rari incontri estivi in cui lui tornava nel suo paesello di origine.
Gustavo però stamattina era già sulla soglia dell’ufficio per darci comunicazione dell’accaduto ed invitarci a condividere con lui il suo dolore.
A me ha raccontato quando da bambino andava col nonno al mercato del pesce ed una collega è stata travolta dai ricordi di lui fanciullo sul grembo del futuro defunto.
Momenti davvero toccanti, ipotizzare che tanto attaccamento fosse dovuto ad interessi molto più terreni, sarebbe ingiusto e cattivo. Non si può e non si deve.
Così Gustavo dopo averci reso partecipi della sua profonda sofferenza, ci ha detto che doveva tornare al suo paesello per le esequie e si è lungamente informato sulla possibilità di ottenere una settimana di permesso dal lavoro che non gli venisse comunque detratta né dallo stipendio, né dalle ferie che questa estate deve andare con gli amici a Barcellona.
Non si può e non si deve. Eppure……

Eppure stamattina osservando Gustavo che di scrivania in scrivania si premurava di comunicare a tutti la morte del nonno, pensavo alla singolare giustificazione di chi prova i sentimenti a modo suo.
Senza arrivare al morto, o almeno per il momento, ognuno o quasi di noi ha incontrato nella vita un partner che amava a modo suo. Qualche volta amava da lontano senza mai farsi sentire, altre amava per il fine settimana mentre dal lunedì al venerdì amava un altro/a, altre ancora amava ostentando indifferenza, o fastidio, o prepotenza e tutte le volte, prima di prendere atto che i sentimenti, per quanto vissuti soggettivamente, devono avere delle caratteristiche comuni, ci siamo prodigati a giustificare e comprendere l’atteggiamento altrui.
Ancora peggio poi, quando al posto di un presunto sentimento d’amore che può essere smascherato senza correre il rischio di essere definiti insensibile, si sostituisce il dolore per una perdita che merita rispetto a prescindere.
Se il morto ha il diritto ad un ricordo benevolo e affettuoso, il vivo ha il medesimo diritto alla compassione.

Così pensando a Gustavo che faceva ciao ciao con la manina e se ne andava per una settimana di lutto retribuito, mi sono venuti in mente tanti post che mi è capitato di leggere negli anni dove i vari Gustavo ostentavano o inventavano un dolore per compiacersi poi della solidarietà dimostrata dai commentatori e mi sono chiesta da cosa derivi in certe persone, un così profondo e infantile bisogno di attenzioni.

A proposito è morto sei mesi fa il mio rododendro, una sofferenza indicibile, chi volesse lasciare qui una parola di cordoglio so che il mio rododendro ne sarebbe felice.

penso…

Viscontessa, 13 Ottobre 2005
…..quando scrivo penso che dovresti stare con mia figlia, quando sono con mia  figlia penso che dovrei cucinare quelle melanzane che si stanno sciupando in frigo, quando cucino le melanzane un po’ marce penso dovrei portare fuori i cani, quando porto fuori i cani penso che dovrei passare l’aspirapolvere, quando passo l’aspirapolvere penso che dovrei lavorare, quando lavoro penso che dovrei andare dal dottore, quando sono dal dottore penso che dovrei iscrivermi in palestra, quando mi avvicino ad una palestra penso che la bicicletta sia più che sufficiente, quando riprendo la bicicletta penso che dovrei passare dalla banca, quando sono in banca penso che dovrei iscrivermi ad un corso di training autogeno, quando mi chiedo cosa sia il training autogeno penso che dovrei rilassarmi, quando mi rilasso penso che dovrei andare a trovare mio padre, quando vado a trovare mio padre penso che dovrei andare al cimitero a trovare mia nonna, quando penso a mia nonna penso che in fondo anche se non vado a trovarla  non se la prenderà a male, quando penso che qualcuno se la può prendere a male divento goffa, quando sono goffa mi incazzo, quando mi incazzo penso che dovrei riposarmi quando mi riposo penso che dovrei leggere, quando leggo penso che dovrei guardare la televisione, quando guardo la televisione penso che potrei farmi un sudoku quando mi faccio un sudoku penso che dovrei andare a dormire, quando dormo sogno che sono sveglia, quando mi sveglio sogno di riaddormentarmi, quando mi riaddormento penso che farò tardi, quando faccio tardi penso che non ho ancora pagato le bollette, quando pago le bollette penso che dovrei spendere meno, quando spendo meno penso che dovrei scrivermi le spese, quando scrivo le spese penso che vorrei scrivere……..
In sostanza penso che gli altri si accorgano che penso sempre ad un’altra cosa e  penso che con tutto questo pensare inconcludente finisco per non combinare mai niente di buono e se non combino mai niente di buono penso che la colpa sia solo mia e quando penso a quante colpe ho, ricomincio a pensare che invece di scrivere dovrei stare con mia figlia e invece di stare con mia figlia dovrei cucinare le melanzane che si stanno sciupando nel frigo e invece di cucinare le melanzane…….

Adesso penso che andrò a rifare il letto, che guarderò il cinema per stasera, che telefonerò al commercialista per la multa, che andrò a trovare mia mamma, che preparerò la cena, che telefonerò alla mia amica, che risponderò ai commenti sul mio blog e che stramazzerò al suolo in preda ai sensi di colpa.

Penso che non penso a quello che sto facendo solo quando acquisto un rossetto nuovo e penso che quella sarebbe la mia dimensione ideale.

p.s penso che ucciderò il pappagallo…….

la verità non poteva essere taciuta ulteriormente

Viscontessa, 12 Ottobre 2005
Mi trovo costretta dalle circostanze a rendicontare la giornata di sabato che, partita sotto i peggiori auspici atmosferici, si è infine risolta in un incontro tra blogger al quale mi sono degnata di presenziare pur non avendo ricevuto alcun compenso per il disturbo.
Si diceva quindi che ero sulle rive dall’Arno con una pietra appesa al collo: ero appena stata all’ufficio postale dal quale avevo inviato il dvd della trasmissione di luglio a Hotel Messico e con l’occasione avevo anche ritirato la famosa raccomandata della mega multa di milleottocento euro.
Assolutamente impreparata all’evento suicidio, ero uscita da casa senza troppo badar alla biancheria che avevo indossato e ora mi trovavo sulle rive di quel fiume a domandarmi se la mia lingerie fosse adeguata ad un’autopsia.
Incerta sulla percentuale di cotone del mio reggiseno, traccheggiavo sulle rive del fiume quando all’improvviso la sigla di Candy-Candy mi ha riportato alla realtà.
Il cellulare..
- Oh viscontessa! Ma ‘ndo tu sei?
- Da Cartier a scegliere una catenina per la zampetta del mio pappagallo…. Sai l’uccello che porto sempre in spalla.
- Da Cartier??? Ma un tu dovresti essè qui per l’incontro tra blogger?
- Un incontro tra blogger? Veramente non ne sapevo niente….
- T’ha ragione ma io pensavo che t’avessero avvisato gli altri e gli altri pensavano che t’avessi avvisato io….’snomma, ‘ndaimo predi i’ busse e raggiungici.

Ora per essere precisi, dovrei fare anche il resoconto del mio viaggio in autobus giacchè erano almeno dieci anni che non mi degnavo di salirci su, ma siccome la Giarina (quella serpe) mi ha preceduto con il suo viaggio in treno, sarò costretta a rimandare il delizioso resoconto di quel viaggio a tempi migliori. Si sappia solo, per dovere di cronaca, che sono arrivata all’appuntamento circa due ore dopo quella telefonata e che l’autobus, per arrivar fin lì, ha dovuto effettuare solo tre fermate.

Rincuorata quindi dalla prospettiva di trombare, (che mi avevan detto tutti apri un blog e vedrai come tu trombi), sono arrivata all’appunto nel luogo convenuto con un insolito buon umore e un perizoma leopardato in borsa che porto sempre di scorta da quando sono diventata blogger. Quindi, intravista da lontano la compagnia, ho urlato un simpatico “Allora si tromba?” ben prima di rendermi conto che la compagnia era per lo più formata da donne.
Intrappolata ormai nell’evento mi sono quindi adeguata alle circostanze e dopo essermi chiesta perché le blogger non si mettano dei nick da blogger tipo Samantah, Debborah o Priscilla invece di Ssalvetta, Metallicafisica o Wookie, ho partecipato con interesse alle attività culturali del gruppo.
C’era chi tentava di addomesticare un pezzo di trippa da inviare alla Placida Signora, chi mi raccontava come per lavoro sia costretta a contar le pecorine e chi come il sifossifoco ci intratteneva con la lettura di brani scelti dalla Bibbia dei blogger ovvero la prima fatica letteraria della Untitled Ed.
Ad un certo punto, mentre io e l’Ambarella si lodava la pregevole fattura di un portauovo in legno, un moscerino è incautamente atterrato nella brocca del vino che casualmente si trovava saldamente ancorata vicino alla Giarina. Naturalmente per caso.
Orrore! Un urlo straziante ha perforato le viscere di noi poveri blogger e mentre la Giarina agguantava dalla mia borsa il perizoma leopardato con cui farsi schermo dall’immonda bestia, il disordine più totale si abbatteva su di noi:Giocatore non appena ha visto il perizoma leopardato è come impazzito dalla gioia e ha tentato di strapparlo di mano alla Giarina urlando “voglio indossarlo, voglio indossarlo!” Lizaveta nel tentativo di riportare la calma si è messa invece a ballare la lap-dance con un gambo di sedano rubato dal piatto di Saltino, Saltino che ora non mi ricordo neanche se è uomo o donna, voleva a tutti i costi dimostrarmi che era omo, Ortidellamente che già con un nick così non è facile tirare avanti, a quel punto si è buttata sul tavolo urlando “fammi tua” a Ecatina che è donna e ssalvetta che c’aveva più poppe di tutte noi messe insieme, si parava di fronte al sifossifoco urlando “allora bruciami!”.
Inutile che perda tempo a descrivervi il mio disappunto per una situazione così imbarazzante mentre merita un briciolo di attenzione il coraggio con cui sono riuscita a riportare la calma a tavola.
Infatti, insensibile alle suppliche della Giarina che in preda al terrore voleva costringermi a prendere il treno per Parma insieme a lei, ho prontamente infilato due dita dentro la brocca del vino e ne ho estratto la belva che scatenandosi furiosamente tra le mie mani, è infine riuscita a liberarsi e a scappare, naturalmente non prima di avermi graffiato e morso tutta la mano. Ed un morso di moscerino, cari miei, è cosa particolarmente dolorosa.
A quel punto, come per incanto, il baccano si è fermato e tra gli applausi degli astanti e grida di vittoria e di giubilo, mi sono alzata dalla sedia e indossando il mio robe-manteau di topo d’Arno, ho salutato i blogger e son tornata sulla riva del fiume.
Dopo aver mendicato tra gli astanti il consueto link.

Lavoro/3

Viscontessa, 11 Ottobre 2005

Anna invece era un mucchietto di ossa e due stracci.
Si era  innamorata Anna e aveva lasciato il suo paesello nel bergamasco per scendere nel paesotto  del signor Piero.
Aveva trovato un lavoro qui: doveva rispondere al telefono con quella sua vocina da stracci e doveva controllare i conti perché il commerciante di turno non facesse la cresta sugli aghi per cucire a macchina. Era scrupolosa Anna, per ogni ago che costava più di 10 lire, telefonava al commerciante furbo e chiedeva una nota di credito, e quando una sola telefonata non bastava, lei riprovava fino a quando non aveva quel documento in mano.
Ed era puntuale e coscienziosa, mai un caffè, mai una telefonata personale, mai una parola con un collega e mai neanche una pipì, che lei per non disturbare se la riportava a casa la sera dove l’aspetta il suo amore.
Dopo un po’ Anna rimane incinta, conoscendola mi venne  il dubbio che neanche lei sapesse come era potuto succedere, si dispera e piange per giorni ma poi quel suo mucchietto di ossa sembra quasi  contento e lei si affeziona all’idea.
E così un paio di mesi prima che nascesse Elena, Anna va in maternità e poco prima che Elena squarci quel suo mucchietto di ossa, le viene una paralisi facciale che le lascerà per sempre un ghigno orribile sul volto.
Io nella storia entro adesso, mi chiamano per un colloquio nell’azienda del sig. Piero, cercano qualcuno che possa sostituire quel mucchietto di ossa, una sostituzione definitiva perché di Anna non ci si può fidare: una che resta incinta così non si sa mai cosa potrebbe combinare.
Anna non sa niente della mia presenza, e quando torna a lavorare dopo solo tre mesi dal parto e con la piccola Elena sballottata ogni mattina da una nonna a 50 km dall’artigiano arricchito, mi trova alla sua scrivania.
Anna non dice niente, sorride con il suo ghigno e il suo occhio lacrimante, si siede ad un altro tavolo e comincia a controllare le sue fatture.
Non dice niente Anna e non dice niente neanche il signor Piero, non una parola per sapere come stia la sua piccola o come stia il suo occhio lacrimante.
L’unica che parla è la figlia dell’artigiano arricchito.
Lei parla, parla tutto il giorno, parla della sua delusione per una che resta incinta così, una che aveva detto che figli non ne voleva, e parla di chi lì dentro per un paio di milioni al mese ha partorito sulla scarnitrice della pelle, parla di quell’occhio lacrimante che non è un bello spettacolo da vedere e parla a Anna che risponde al telefono con una voce che non le piace.
Parla la figlia del Signor Piero, parla così a lungo e così a sproposito che un sabato mattina il mucchietto di ossa e i suoi stracci, vengono di nascosto a portare una lettera di dimissioni.
Il consulente del lavoro conferma che le dimissioni sono regolari.
 

…..01 febbraio 2002

E’ con in immenso rammarico che dobbiamo prendere atto come Lei non solo esegua con evidente negligenza il Suo lavoro e che, in conseguenza a sottolineate disattenzioni, si renda responsabile di errori che pregiudicano il Suo rapporto nel ciclo di controllo amministrativo, ma persiste nel dilungarsi in puerili tesi difensive che, in quanto prive di ogni fondamento, delegittimano il rapporto fiduciario.
Tutto ciò premesso, e considerato che i richiami verbali ed il biasimo scritto non hanno sortito l’effetto correttivo desiderato, ribadendo che la Sua lettera di risposta, peraltro, anche questa volta ammissiva di quanto imputatoLe, più che giustificativa appare nuovamente un altezzoso tentativo di discredito aziendale, tentativo che non può essere tollerato, con la presente Le notifichiamo che la mancata adozione di provvedimenti disciplinari così come contrattualmente previsti, non ha alcun valore di accoglimento delle Sue contro deduzioni né tanto meno di imbarazzo a sostenere le nostre giuste argomentazioni ma, nello spirito che da sempre contraddistingue i rapporti con il nostro ersonale dipendente da oltre 35 anni di attività, un tentativo estremo di recuperare un rapporto di lavoro che Le ripetiamo, per i Suoi colpevoli atteggiamenti, rischia seriamente di deteriorarsi.

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cocaina

Viscontessa, 11 Ottobre 2005
Lì la trovavi sotto al piatto a fine pranzo. Il menù era irrilevante, Max  ti chiedeva quanto volevi spendere e poi ti serviva le specialità della casa, la penultima, prima del dolce, la potevi assaggiare al piano di sopra su un tavolo dalla superficie liscia e scura che rimaneva sempre nudo a disposizione dei clienti.
Il caffè te l’offriva lui.

A Claudio regalarono una fetta di pietra dura e una piccola cannuccia d’argento dalla quale, da un lato, si poteva estrarre un minuscolo cucchiaino che a me ricordava le posate delle Barbie. Forse perché le Barbie erano bambole raffinate e di gusto e le posate che usavano per il loro brunch erano sempre argentate.
Portava il tutto in una morbida custodia di panno e organizzava feste a tema che non finivano mai. Quando il sole spuntava all’orizzonte, preparava le ultime bianche e sottilissime piste che servivano per affrontare la giornata lavorativa che come ogni mattina si presentava puntuale ad attenderlo. Poi con un dito ripuliva accuratamente tutti gli strumenti e si passava il dito sulle gengive che rimanevano leggermente anestetizzate per un po’.
C’era sempre qualcuno che preparava il caffè prima di uscire.
A me il suo sapore ricordava quello delle gocce che da piccola mi mettevano nel naso quando avevo il raffreddore. Un retrogusto leggermente amaro subito spazzato via dal fumo di una sigaretta. Una volta trascorsi la notte in compagnia della figlia di un grosso industriale che mi raccontava che aveva trovato un sistema eccezionale per spazzare via l’angoscia che talvolta le attanagliava lo stomaco: quando le pareva di soffocare, correva all’aeroporto e prendeva il primo volo in partenza. Tornava a casa solo quando le pareva di sentirsi meglio ma correva subito a cercare Claudio e io non sono sicura che si sentisse davvero meglio.
Claudio era un padrone di casa molto scrupoloso che non faceva mancare niente ai suoi ospiti ma li studiava perché non voleva che qualcuno si sentisse male. All’inizio della serata era sempre molto generoso poi con il trascorrere della serata diceva tu si e tu no. Qualcuno a volte si arrabbiava ma lui gli preparava una canna, lo faceva stendere sul letto, metteva della musica sottofondo e con tono dolce gli raccontava cose.

Anni dopo non si poteva perdere tempo. Quando c’era da lavorare dovevi dormire solo se ti capitava l’occasione ma a volte l’occasione non capitava per giorni e a cena dovevi mangiare poco e sorridere molto.  Una volta fu un errore alle tre di notte dopo aver lavorato tutto il giorno dalle otto di mattina. Presi un volo e andai a rimediare l’errore, tornai due giorni dopo con un errore risolto e una soluzione molto più semplice in tasca.
Tutti portavano una soluzione nella tasca, si acquistavano da Max.

Le grosse susine della viscontessa

Viscontessa, 10 Ottobre 2005
La simpatica viscontessa questa mattina si è alzata di buon ora e come vis-pa teresa ha inforcato il suo simpatico velocipide per recarsi in ufficio.
La simpatica viscontessa che aveva tentato nella giornata di ieri di dimenticare il simpatico ufficio delle imposte dirette che le aveva fatto dono di una raccomandata assai pesante, si era armata, in questa radiosa mattina di ottobre, di un simpatico ombrellino colorato e di tante buone e graziose intenzioni che a suo spensierato avviso dovevano condurla ad affrontare con leggiadria quella sciocca multa di mille e ottocento euro frutto sicuramente di uno spiacevolissimo malinteso con l’ufficio delle imposte.
Sorridente per il recente acquisto di un prodotto eccezionale per sbiancare i denti, la viscontessa si era quindi recata nel popoloso e colorato quartiere del mercato che come ogni mattina la nostra vis-pa teresa, attraversa in bicicletta.
Pedalava la vispa teresa tra quei banchi colorati pieni di mercanzia e di umanità di ogni razza e colore, pedalava festosa scansando banchi e tombini, insulti e bambini, vecchi e carrelli, e pensava che aihmè, se anche la vita è piena di tombini aperti e di maleducati signori che usano un linguaggio tanto volgare, il sorriso di un bimbo e lo sguardo acquoso di un vecchio, allargano talmente il cuore che non è giusto farsi sopraffare dagli eventi spiacevoli ma godersi il bello di questo nostro fugace passaggio sulla terra.
Pedalava quindi la viscontessa osservando giuliva il rosso intenso di quel frutto maturo su quel banco laggiù e sorrideva di quel signore di colore poco più in là che, nella sua veste sgargiante, esponeva i suoi monili su una cassetta di frutta fino a quando un fanciullo che la viscontessa per svagatezza stava per stendere sotto alle ruote del suo velocipide, si è girato e di malagrazia le ha urlato – ma che cazzo ti ridi, scema!
Povero caro, ha pensato la viscontessa giuliva, che triste esistenza deve condurre quel fanciullo tanto volgare! E assolutamente convinta della necessità di non lasciarsi sopraffare dagli eventi, la viscontessa  ha continuato a pedalare fino a quando le è apparso davanti il mercato centrale nella sua imponente struttura finto liberty.
Che occasione! Ha esclamato la vip-teresa e abbandonando la bicicletta ad un palo, si è diretta giocosa ad acquistare della frutta fresca che stamattina le pareva alla viscontessa, che la frutta fresca da consumare al posto del pranzo, fosse un’idea meravigliosa.
Quindi salendo i gradini a due a due sono arrivata la piano di sopra dove una distesa di frutta colora pareva attendere proprio il mio arrivo e ho girato per i banchi osservando e annusando e sorridendo e saltellando fino a quando ad un banco di una donna con un bel velo marrone in testa, ho acquistato una confezione di grosse susine gialle.
Poi sono uscita dal mercato dalla parte sbagliata e ho dovuto rifarmi tutto il mercato a piedi per cui sono arrivata tardi in ufficio dove ho trovato il mio capo che mi aspettava.
Perché lui stamattina era arrivato presto in ufficio e non era venuto con quella fottuta bicicletta ma con il suo mercedes e non si era fermato a comprare della colorata frutta per pranzo perché lui a pranzo va in ristorante e non si era preso un vaffanculo da un moccioso che stava per stendere per la strada perché lui i mocciosi con il suo mercedes li stende per bene o non li stende affatto.
La simpatica viscontessa ha quindi deciso di consolari con una di quelle grosse susine gialle che aveva messo sulla scrivania ma quando la simpatica viscontessa ha preso la susina si è accorta che la susina era gelata, molle e leggermente marcia mentre quelle sotto erano proprio tutte marce.
La simpatica viscontessa ha quindi definitivamente smesso di sorridere alla faccia dello sbiancante per i denti e bestemmiando come uno scaricatore del mercato, si è diretta al bar a farsi un panino con le acciughe e mezzo bicchiere di vino.
Non prima di aver mandato affanculo il suo capo.

come addormentarsi/1

Viscontessa, 9 Ottobre 2005
Si dice che la notte porti consiglio ma sono pochi coloro che coricandosi con un tormento si destano con la soluzione.
Molto più frequente è la possibilità che il tormentato si alzi con le occhiaie e con la netta sensazione di aver ecceduto in tormenti durante la notte.
Per questo il sonno del giusto va aggiustato; raggiunta l’età della ragione non basta coricarsi per addormentarsi ma bisogna inventare qualche escamotage che ci consenta di ridimensionare i problemi della giornata fino a renderli piccoli fatti senza importanza.
Non sempre il procedimento è così lineare e non sempre si è consapevoli del pensiero che ci conduce al giusto riposo.
Così io una volta mi sono messa a pensare a cosa pensassi per addormentarmi. E’ vero che di solito vado a letto trascinandomi sui gomiti per il sonno, ma anche quando mi capita di andarci per ragionamento, il lasso di tempo che intercorre tra quando appoggio la testa sul cuscino e quando mi addormento è davvero breve. Da qui la consapevolezza che avessi escogitato un escamotage davvero efficace.
Tornando quindi indietro nel tempo mi sono resa conto che da che ho ricordi dell’infanzia fino all’età della pubertà, mi sono sempre adagiata sul medesimo pensiero che per quanto elaborato, conduce sempre al medesimo finale.
Le prime versioni sono piuttosto rudimentali ma con il passare del tempo le medesime si arricchiscono di dettagli che introducono di volta in volta elementi tipici dell’età. Come le figure maschili che insieme ad i miei pensieri coadiuvanti del sonno, attraversano un percorso parabolico che finirà per escluderli definitivamente da ogni pensiero.

Sono in classe con i miei compagni, entra un terrorista, prende in ostaggio i miei compagni, io mi offro al loro posto e il terrorista mi uccide.
Tutti vengono al mio funerale
Oppure sono ad una festa ad un certo punto parte un pezzo di musica classica, tutti si fermano perché nessuno sa ballare solo io, che sono una futura etoile della scala, volteggio nell’aria tra gli applausi dei miei compagni fino sulle note della morte del cigno.
Tutti al funerale del cigno.
Sono nuovamente in classe, entra un terrorista, mi prende in ostaggio, Roberto si offre al posto mio, il terrorista uccide Roberto.
Tutti al funerale di Roberto.
E sono nuovamente ad una festa, ad un certo punto parte un pezzo di musica classica, tutti si fermano perché nessuno sa ballare fuorchè Roberto che volteggiano nell’aria  tra gli applausi di una banda di scatenate fans, mi invita a seguirlo in una piroetta nell’aria. Io accetto ma sbagliando la mossa tiro un calcio in faccia alla fan più scatenata.
E di nuovo tutti al funerale della fan.
Qualche anno dopo sono ancora in classe, arriva il solito terrorista che vorrebbe anche cambiare parte che si è un po’ scocciato di fare sempre il terrorista, prende tutta la classe in ostaggio e uccide tutti fuorchè me che sono la più bella di tutte.
Vado al funerale di tutta la classe in compagnia di Roberto che quel giorno era assente da scuola.
Quindi un’altra festa, ad un certo punto parte il solito pezzo di musica classica, gli invitati cominciano a volteggiare nell’aria (che dopo tanti anni hanno imparato a ballare pure loro), in quel momento arriva un terrorista  (che si chiama Roberto) solo io che sono rimasta in disparte mi accorgo di lui e riesco a neutralizzarlo tirandogli il giradischi in testa.
Tutti finalmente al funerale del terrorista Roberto.

Terminata quindi la pubertà e con essa il romanticismo necrofilo che l’ha caratterizzata, mi dedico a versioni più narcisistiche del pensiero nel quale il finale straziante, viene sostituito da un successo clamoroso della sottoscritta.

Sono nuovamente a scuola, questa volta però sto partecipando ad un’assemblea d’istituto quando ad un certo punto entra un terrorista bellissimo che prende il microfono e tenendomi in ostaggio comincia con virile passione a motivare il suo gesto. Io lo ascolto rapita e riesco a condividere a tal punto il suo tormento che all’improvviso mi giro e lo bacio davanti a tutti. Lui ricambia appassionatamente e mentre la meraviglia si stampa sulla faccia dei miei compagni, io e lui fuggiamo insieme tra due ali di folla.
Il giorno dopo si scoprirà che terrorista era in realtà un famosissimo attore che aveva messo in scena il finto sequestro, per trovare una degna compagna per il suo prossimo film. Nel giro di un paio di giorni divento la ragazza più famosa del mondo.

Sono nuovamente ad una festa, ad un certo punto parte un pezzo di Pupo, gli invitati si suicidano tutti affogandosi in una porzione di tiramisù, solo io affronto stoicamente la prova e ascoltando tutta la canzone mi accorgo che in realtà quel gelato al cioccolato dolce e un po’ salato contiene un codice cifrato. Infatti poco dopo irrompe nella stanza un agente segreto bellissimo che grazie a me che sono riuscita a ascoltare il codice segreto prima che il giradischi esplodesse, riesce a neutralizzare per sempre Pupo.
Fuggo con lui e qualche giorno dopo divento la ragazza più famosa del mondo: ovvero colei che è riuscita a liberare il genere umano da Pupo.

continua……

notturno

Viscontessa, 8 Ottobre 2005

Cercavo dei documenti del novantanove, sei anni fa non è poi tanto.

Ho trovato un’agendina.

Dei documenti non c’era traccia.

Solo una piccola agenda con tanti appunti.

Sempre la stessa uguale negli anni come mio padre.

E’ Natale al babbo regaliamo un’agendina. E’ quello che vuole e a me adesso non interessa più. Ti regalo l’agendina per apparenza anche se tu non mi hai mai fatto un regalo per Natale. Mamma perché devo fare un regalo al babbo? Perché è tuo padre. E io sono sua figlia e lui non mi fa mai regali. Non puoi fare paragoni.

Non ne fai, il paragone arriva dopo quando i pensiero si fa più greve e produce tentacoli che vanno ad insinuarsi un po’ ovunque. Adesso non ha più importanza.

Un’agendina anche io, io me la compro ogni anno. Forse nessuno saprebbe neanche dire che agendina uso e io la metto via, la conservo in un cassetto come faceva mio padre.

Tintoria. Sei anni fa non è importante, sei anni fa non è una data del tempo ma una data a caso che il tempo lascia intatta nella memoria. Il tempo relativo che passa su di noi adeguandosi alle nostre esigenze, sei anni fa non esiste, il tempo non si è adeguato e tintoria resta lì.

Regalo Edo. Ricordo Edo, non subito, non mi prende, scivola come un bimbo che ho non più visto.

Forse un piccolo camion o una ruspa, magari qualche giorno dopo ho scritto sull’agendina telefonare a Maria per regalo Edo e al regalo ci ha pensato lei.

I regali non sono importanti, sono lo specchio di uno stato d’animo, ci leggi l’anima dentro e a volte non vorresti vedere l’animo altrui. Edo avrà rotto la ruspa o l’avrà buttata. Magari giace in fondo ad un cesto di giocattoli come il ricordo di chi gliel’ha regalata.

Un giorno a caso: idraulico. Scrivo idraulico e sento lo sciacquone che va da solo. Lui ha compattato il tempo, lo ha zippato e l’acqua scende da sola ogni volta che il cassone si riempie. Il tempo che si dilata o si zippa, mi chiedo perché avevo scritto idraulico e quale fosse il guasto che produceva spreco di acqua. L’idraulico deve sempre riparare una perdita, deve chiudere un recinto, deve fermare l’acqua che scorre fluida senza tempo.

L’idraulico fa un bel lavoro: addomestica l’acqua e la costringe ai nostri ritmi.

Sei anni fa avevo bisogno di un idraulico. Come oggi, come adesso.

 

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