annalisa
Viscontessa, 27 Ottobre 2005Alla stazione a prenderla c’era quell’amico di sua mamma che le era capitato di vedere qualche volta nella sua vecchia casa e per quanto lei non lo avesse mai trovato troppo simpatico, era contenta che sua mamma fosse felice di vederlo.
I primi tempi a Milano furono eccitanti, una scuola nuova, un’insegnante nuova e più carina di inglese, le strade con quei buffi autobus che stavano attaccati al cielo e una cameretta grande e luminosa che dava su un giardino con un fragile alberello nel mezzo.
Con il nuovo compagno di sua mamma di solito si ignoravano, lui era sempre gentile e cortese ma sembrava lontano e distratto e lei, così occupata ad annusare quella sua nuova esistenza, non se ne sarebbe curata troppo se non si fosse accorta che la sua mamma faceva di tutto perché lei si affezionasse a lui.
Quel primo Natale insieme, lui le fece un regalo bellissimo e lei ne rimase così colpita che da quel giorno cercò di essere più gentile e disponibile nei confronti di quell’uomo per i cui lineamenti, ormai così familiari, cominciava a provare una certa nostalgia ogni volta che lui era lontano.
Quell’inverno trascorse con la crescente consapevolezza che presto sarebbero diventati una vera famiglia e Annalisa, che pure voleva un gran bene al suo vero papà, cominciò ad affezionarsi talmente tanto a quell’amico della sua mamma, che pensò di chiamare papà anche lui.
E l’affetto fu ricambiato, profondo, inatteso e vigoroso come la chioma dell’alberello che vedeva nel giardino della sua finestra e che quando arrivò l’estate, diventò bella, forte e di un verde intenso come il colore di quel mare dove trascorsero un’estate indimenticabile.
Poi Annalisa, non avrebbe saputo dire il perché, ma le cose cominciarono a cambiare.
La sua mamma ora sembrava più nervosa, più scontenta, quel suo sguardo luminoso si era spento per riaccendersi solo quando prendendole il volto tra le mani, le diceva che le voleva tanto bene e stringendola forte al suo cuore, le sussurrava parole rassicuranti che sembravano pronunciate più per se stessa che per la piccola Annalisa.
Anche quel nuovo papà sembrava tornato lontano e distante.
Era sempre gentile con lei, ma le sue premure, talvolta inesistenti, altre le sembravano eccessive e fuori luogo come quella volta che andò a prenderla a scuola e la portò al Luna Park in una giornata di pioggia e gelo.
A volte, quando rimaneva sola nella sua cameretta, le sembrava di sentire il suono strozzato di un singhiozzo provenire dalla camera accanto e altre sentiva bisbigliare quel suo nuovo papà, con un tono che non avrebbe saputo definire ma che le ricordava quelle folate di vento gelido che spazzavano via le foglie del suo alberello del cortile.
Lei rimaneva distesa nel suo lettino con il fiato sospeso e lo sguardo perduto fuori dalla finestra e immaginava che le lacrime della sua mamma fossero come le foglie strappate dall’albero dal vento gelido che silenzioso, si placava solo dopo molte ore.
Annalisa cominciò ad essere triste, si sentiva nuda e fragile come l’alberello del cortile e solo le sue radici saldamente conficcate nel cuore di sua madre, le donavano quel tepore che le serviva a sopravvivere.
Poi un giorno il vento soffiò più rumoroso e gelido del solito e lei, in preda ad un’angoscia che non aveva mai provato, si precipitò nella camera accanto e vide nello sguardo di quel suo nuovo papà un gelo che conosceva.
Qualche giorno dopo lei e sua madre se ne andarono, lei, prima di partire corse nel cortile e raccolse da terra la foglia più bella che trovò.
Poi salutò l’alberello.
“mi mancherai” le disse “conserverò questa foglia nel mio diario. Tu crescerai forte e bello e io quando sarò più grande tornerò a trovarti. Te lo prometto”.
Milano diventò solo il ricordo di quell’albero e delle sue foglie strappate come lacrime dai suoi rami





27 Ottobre 2005, 17:34
ecco, ora lei in questo preautunno prende i nostri animi gualciti e li strapazza, li strattona, li contorce.
Così, senza preavviso.
Bravissima.
27 Ottobre 2005, 19:12
Forse anche lei ha l’animo strapazzato, strattonato e contorto.
In tal caso non serve preavviso
27 Ottobre 2005, 19:47
La ricordo bene, Annalisa.
E ricordo anche Angela (? Ma il nome, in fondo, non ha importanza) e il suo salire sull’auto.
E molte delle donne, o bambine, che, come lei, hai raccontato e che sono perdute in pagine che non ci sono più.
Ed è bello poterle rivedere qui.
Bello e triste, a un tempo.
28 Ottobre 2005, 9:45
Soffrire è tipicamente umano.
Per fortuna il tempo cancella queste tagliole di sentimenti di poca durata, come un colpo di vento trasforma ad ogni istante il volto del mare…
Ps. Bisognerebbe anche convivere con i rumori della notte, senza pretendere di interpretarli. Sono un linguaggio cifrato delle cose, dov’è sempre indiscreto mettere il naso. Cap
28 Ottobre 2005, 12:14
Cercherò di fare tutto perchè il mio Tommy non sia Annalisa. Grazie per avermelo ricordato.
28 Ottobre 2005, 14:22
mi sono persa tutto il commento…….
vabbè, non sono dell’umore di replicare, grazie comunque a chi. Ne sono davvero lusingata.
Riccio, chi era angela? molte cose le ho perdute ma altre seminata un po’ ovunque, vivono ancora, se tu mi ricordassi chi era magari la portiamo qui
28 Ottobre 2005, 18:15
abbiamo contestato e ci siamo ribellati in ogni modo contro le ipocrisie delle generazioni precedenti per ritrovarci ad essere , nella maggioranza, genitori fragili e immaturi.
28 Ottobre 2005, 18:23
Io dico che prima o poi ci torna, a vedere quell’albero.
Gliel’ha promesso.
:-*
28 Ottobre 2005, 18:33
Vis, magari non era Angela (anche se una Angela l’ho ritrovata nelle pagine di OCE), ma ricordo una donna, e una strada di notte, fredda e nebbiosa… e un’auto.e una scelta (come sempre, c’è sempre una scelta, che ci porta lontano da noi… o ci riporta a casa.)
28 Ottobre 2005, 23:44
Brava.
Ci sei riuscita.
Ero incollato allo schermo come fosse la pagina d’un libro.
Non è facile.
in pochi ci riescono.
Ci sei riuscita.
Brava.
Ah… GRAZIE.
Mario-Tremori
29 Ottobre 2005, 9:29
ho un sacco di difficoltà con i commenti, splinder ne mangia a dozzine oppure si rifiuta di fare il suo lavoro e guai se lo tocchi che si oscura tutto
Riccio, non so se era il racconto che ho appena pubblicato quello di cui parlavi, cio ho provato
Placida Signora, Annalisa non tornerà a vedere l’albero, non si torna mai in certi posti per non compromettere lo stato d’animo che ce li ha resi cari. Magari l’albero esiste solo nei suoi ricordi….
Minerva, forse la nostra la fragilità è una forza per i nostri figli, forse l’amore e l’affetto che abbiamo per loro è sufficiente a renderci buoni genitori.
Forse i dolori sono necessari per crescere.
Tremori, grazie
29 Ottobre 2005, 11:31
in parte hai ragione .
quello che stentiamo ad avere, però, rispetto a quei genitori tanto criticati, sono proprio belle solide radici ramificate nel terreno.
perchè se da una parte il fatto di metterci continuamente in discussione ci ha fatti essere più aperti mentalmente dall’altra non ci fa trasmettere sicurezza.
forse un figlio, un tempo ,aveva la sensazione della famiglia come monolite indistruttibile accanto (dentro) il quale trovava sempre un grosso punto di riferimento , ora credo che ci troviamo tutti un po’ in balia di enormi fragilità.
29 Ottobre 2005, 12:44
Già ma la sicurezza monolitica offerta dalla famiglia al figlio, molto spesso andava a scapito dei componenti di quella stessa famiglia dove per convenzine, l’infelicità, i dolori, le delusioni, si tenevano nascoste sotto al letto.
Io credo che queste nuove famiglie abbiano soltanto portato in superficie ciò che è sempre esistito.
La perfezione è un concetto astratto e un po’ ipocrita, sarà il tempo a decidere di questa nostra presunta immaturità.
29 Ottobre 2005, 12:55
infatti non avevo nostalgia di quando si stava peggio ma potevamo fare meglio