Gustavo

Viscontessa, 14 Ottobre 2005
Stanotte a Gustavo gli è morto il nonno.
Lui il nonno ad occhio e croce non lo vedeva da anni salvo i rari incontri estivi in cui lui tornava nel suo paesello di origine.
Gustavo però stamattina era già sulla soglia dell’ufficio per darci comunicazione dell’accaduto ed invitarci a condividere con lui il suo dolore.
A me ha raccontato quando da bambino andava col nonno al mercato del pesce ed una collega è stata travolta dai ricordi di lui fanciullo sul grembo del futuro defunto.
Momenti davvero toccanti, ipotizzare che tanto attaccamento fosse dovuto ad interessi molto più terreni, sarebbe ingiusto e cattivo. Non si può e non si deve.
Così Gustavo dopo averci reso partecipi della sua profonda sofferenza, ci ha detto che doveva tornare al suo paesello per le esequie e si è lungamente informato sulla possibilità di ottenere una settimana di permesso dal lavoro che non gli venisse comunque detratta né dallo stipendio, né dalle ferie che questa estate deve andare con gli amici a Barcellona.
Non si può e non si deve. Eppure……

Eppure stamattina osservando Gustavo che di scrivania in scrivania si premurava di comunicare a tutti la morte del nonno, pensavo alla singolare giustificazione di chi prova i sentimenti a modo suo.
Senza arrivare al morto, o almeno per il momento, ognuno o quasi di noi ha incontrato nella vita un partner che amava a modo suo. Qualche volta amava da lontano senza mai farsi sentire, altre amava per il fine settimana mentre dal lunedì al venerdì amava un altro/a, altre ancora amava ostentando indifferenza, o fastidio, o prepotenza e tutte le volte, prima di prendere atto che i sentimenti, per quanto vissuti soggettivamente, devono avere delle caratteristiche comuni, ci siamo prodigati a giustificare e comprendere l’atteggiamento altrui.
Ancora peggio poi, quando al posto di un presunto sentimento d’amore che può essere smascherato senza correre il rischio di essere definiti insensibile, si sostituisce il dolore per una perdita che merita rispetto a prescindere.
Se il morto ha il diritto ad un ricordo benevolo e affettuoso, il vivo ha il medesimo diritto alla compassione.

Così pensando a Gustavo che faceva ciao ciao con la manina e se ne andava per una settimana di lutto retribuito, mi sono venuti in mente tanti post che mi è capitato di leggere negli anni dove i vari Gustavo ostentavano o inventavano un dolore per compiacersi poi della solidarietà dimostrata dai commentatori e mi sono chiesta da cosa derivi in certe persone, un così profondo e infantile bisogno di attenzioni.

A proposito è morto sei mesi fa il mio rododendro, una sofferenza indicibile, chi volesse lasciare qui una parola di cordoglio so che il mio rododendro ne sarebbe felice.



19 commenti a “Gustavo”

  1. broono Says:

    Quando se ne va qualcuno di caro, tutti, chi più chi meno, si vorrebbe sempre omaggiare chi se n’è andato con una dedica, un pensiero, una parola regalata.

    Una volta c’era soltanto il giornale, per offrire al vento, bada bene non al pubblico, le proprie parole spinte da quella consapevolmente finta ma comunque poetica illusione che solo grazie al vento potessero essere ascoltate da chi non si aveva più davanti, ma il suo costo rendeva la possibilità di salutare qualcuno con un sorriso un privilegio per pochi, quei pochi che si possono permettere qualche decina di euro a virgola.

    Oggi esistono i blog, nei quali vengono riversate le peggiori schifezze e le più banali emozioni con il ritmo di una sparapalle per allenamento di tennis.

    Palle tra le quali ogni tanto il blog ritorna ad avere quella sua unica e vera funzione, che è il suo essere l’unica democratica e accessibile a tutti alternativa all’analista, offrendo a chi ha un dolore da buttar fuori o anche soltanto un sorridente omaggio da regalare, la possibilità di farlo senza per questo dover pagarne un prezzo monetario.

    Quando ti muore qualcuno, le persone fisiche che hai accanto sono le meno indicate tra quelle coinvolgibili in quel naturale bisogno di sfogarsi che ti riempie per giorni la testa.

    Il blog al contrario è perfetto, perchè di fronte non hai fondamentalmente nessuno, se non gente che si, ti darà una pacca sulla spalla, ma sicuramente non ti toglierà la possibilità di buttar fuori il bello e il brutto che ogni scomparsa ti fa esplodere dentro.

    Quando si usa il blog per esternare un dolore, al contrario di quello che si pensa, è uno dei pochi momenti nei quali realmente te ne frega meno di zero di chi quel dolore lo leggerà.

    Hai solo bisogno di buttarlo fuori e hai un mezzo che te lo consente anche quando hai finito di visitare zie e amici che ti guardano con pena e lacrime, quando magari tu in quel momento avevi voglia di urlare che quello che è morto era si tuo padre, ma fondamentalmente era anche un figlio di puttana.

    Trova un parente in grado di sostenere il giorno del funerale una frase del genere.

    Il blog è insuperabile, se usato in una certa maniera e soprattutto salva l’80% dei blogger da una sicura decina d’anni di costosa analisi.

    Condoglianze per il rododendro.

    Tu ci scherzi, ma se pensi che c’è chi con convinzione parla con l’azalea che ha sul tv convinta che lei ricambi con petaloso affetto ogni forma di (malata) attenzione verbale che le offri, capirai che viene difficile considerare anomalo chi, stordito da una bomba a mano esplosagli nel cuore, trova in un monitor l’unico punto di sfogo realmente efficace.

    Ti leggo da un po’ ma non avevo mai commentato.

    oggi il post mi tocca personalmente e ho ceduto.

    Scusa la lunghezza, ma:

    a) Io sono così, conosciuto per la lunghezza dei commenti/post ma alla distanza mi si perdona

    b) anche tu scrivi dei papiri incredibili che io mi sono letto sempre da cima a fondo perchè rapito dalla tua scrittura e quindi, a ben guardare, sei in fondo in una certa maniera in debito con me di tempo dedicato.

    c) Sono abituato ai vaffanculo.

    Sempre belle parole, nei tuoi post.

    Degna di nota, naturalmente, anche la, sempre di livello alto, biancheria intima.

  2. metallicafisica Says:

    dopo la morte del rododendro… dove sei andata in ferie? Confessa!

    Esprimo tutto il mio affetto per la pianta morta e s(t)ecchita… Rip***

  3. Viscontessa Says:

    Scherzi? Anche io ti conosco Broono, la blogsfera è piccola e la gente mormora, ben arrivato

    Per quanto invece riguarda il tuo intervento (la lunghezza quando non va a discapito dei contenuti, è ben venuta anche lei) sono d’accordo su molto di ciò che dici e sono convinta anche io che i blog come altri luoghi virtuali siano un ottima alternativa all’analisi. Verissimo anche che l’anonimato dei commentatori ti consente di mostrare di te solo ciò che vuoi edulcorando le reazioni dalla conoscenza reale dell’autore.

    Se per esempio io scrivessi che sono senza scarpe e che ho assolutamente necessità di comprarmene un paio, i commenti sarebbero assolutamente pertinenti al mio stato d’animo anziché alla mia condizione. Non importa se ho centinaia di paia di scarpe ciò che voglio trasmettere è che sento il bisogno di comprarne un altro paio e chi non mi conosce è su questo che si concentra e non sul fatto che abbia più scarpe che capelli in testa come mi direbbe chi mi sta accanto.

    Però, e su questo volevo incentrare il mio post, ciò che non apprezzo è chi strumentalizza determinati sentimenti per attirare su di se l’attenzione.

    Il mio collega, per esempio, ha dato la sensazione di strumentalizzare la morte del nonno per ottenere una settimana di vacanza retribuita, se il suo dolore fosse stato davvero sincero come voleva farci credere, non sarebbe stato tutto il giorno in attesa di informazioni che gli garantissero di salvaguardare le sue ferie per il mese di agosto. Non è partito per il suo paesello fino a quando non gli è stato garantito che l’azienda gli regalava una settimana di vacanza.

    Stessa strumentalizzazione si scorge talvolta in post grondanti di dolore che per l’evolversi poi dei commenti e l’atteggiamento dell’autore paiono molto più interessati all’attenzione ottenuta dal proprio dolore che non allo spurgo del medesimo.

    Per tornare all’esempio stupido sulle scarpe di poc’anzi, io posso fare in modo di chiarire con le mie parole che il bisogno di scarpe è una sensazione emotiva e non una necessità oppure posso lasciar credere agli altri che la mia sia una necessità oggettiva facendo quindi del mio bisogno una necessità oggettiva e come tale oggettivamente compatibile.

    Non si tratta di essere bugiardi o di mentire ma semplicemente di mistificare la realtà per ottenere dagli altri ciò di cui si ha bisogno.

    Ecco sono stata più lunga di te :-)

  4. Viscontessa Says:

    Confesso, non ho un rododendro, volevo solo alzare gli accessi del mio blog:-))

  5. Minervaa Says:

    sull’oggettività soggettiva o giudilì ho avuto un capogiro, magari più tardi, con calma, capisco.

    già , scorrendo le freccette del primo intervento non avevo dubbi che fosse arrivato bruno ed era già una notizia notevole e subito … ha influenzato la viscontessa….

    mi farai fare gli straordinari, vigliacco!

    se muoio voglio l’epitaffio da lui , prenoto tutto un lato di parete per loculi e mi faccio fare dei murales.

  6. Viscontessa Says:

    …bastava una parola di cordoglio per la morte del rododendro.

    (adoro intrecciarmi tutta nei ragionamenti)

  7. riccionascosto Says:

    L’ostentazione di un dolore “interessato” è sempre fastidiosa, ti lascia addosso qualcosa di finto e appiccicoso.

    E’ quello che trapela dal tuo post, completamente diverso dalle sensazioni chde descrive broono del suo (lo chiamo post, più che commento, che come lunghezza ci siamo. Certo, io non sono una che può scagliare pietre, in tal senso… :P)

    Quanto al rododendro, soprassiederei… mi interessa piuttosto la sorte delle azalee (sono loro, vero?) sotto l’assalto di Otto.

  8. lsadora Says:

    Questo post, se ha un merito particolare rispetto ad altri, ha quello di aver dato luogo a commenti così inusualmente interessanti nel mare magnum dei “ciao cara” “come te la passi tesoro?” (ai quali partecipo anch’io, eh, intendiamoci) che troppo spesso diluiscono le sensazioni suscitate dalla lettura. Che aggiungere a ciò che avete detto così bene voi? Nulla, direi. L’ostentazione del dolore è un modo comune di esorcizzarlo, ma anche di mendicare attenzione, affetto, proprio come dici tu, vis. Mia madre ne è campionessa mondiale e quindi ho imparato presto a fare orecchie da mercante per amore del mio equilibrio psichico, ma il perché non l’ho capito mai davvero. Rimarrà una delle grandi domande senza risposte della mia vita, credo.

  9. broono Says:

    La distinzione che facevo io era palesemente autobiografica.

    Avevo letto la tua domanda e ho pensato di rispondere perchè in effetti si, quell’uso del dolore per catalizzare attenzione c’è eccome e ci tenevo a darne una testimonianza un po’ diversa.

    Poi, come negarlo, sui contenuti del tuo post e sui pensieri che a quella domanda ti hanno portata mi trovi più che d’accordo, anzi, sono pure abbastanza incazzato per come certe vicende personali spesso vengano sminuite pur di vederle generare attenzione.

    Per esempio io che, chi mi segue lo sa, del “percorso” che mi ha (o sta ancora) portato all’elaborazione del mio personale lutto ne faccio saltuariamente argomento di post come della ricerca che sto facendo per reperire alcune cose legate a mio padre per trovare le quali la rete si è rivelata insostituibile, mi ritrovo spesso in una situazione che non riesco a volte a controllare e che nasce proprio da quella tua riflessione.

    Mi spiego:

    Ogni volta che io scrivo un pensiero, un ricordo legato a mio padre, puntualmente, credimi puntualmente, il giorno dopo ricevo mail di chi mi vuole a tutti i costi mettere al corrente del suo dolore e del suo lutto e “Io sono come te” e “noi ci capiamo” e via così in un crescendo di coinvolgimenti personali stile “Club degli orfani” al quale io non solo non mi sento di appartenere (per motivi personali) ma nel quale non ho nessuna intenzione di entrare perchè, appunto, c’ho già il mio di percorso che certo facile non è e non vedo per quale assurda ragione dovrei moltiplicare per dieci la sensazione di pesantezza che certi pensieri ti portano solo perchè in giro c’è un sacco di gente che smania dal desiderio di formare questa specie di sindacato dei feriti del blog.

    Eppure credimi è quasi impossibile impedirlo, perchè poi alle persone finisci con l’attaccarti, ad alcune arrivi addirittura a voler bene e se nel tempo queste persone subiscono una perdita, il tuo nome, tu che della tua non hai mai fatto mistero, schizza in cima a quelle da chiamare, da contattare, alle quali raccontare il tuo dolore la tua sofferenza.

    Guarda credimi certe volte, non fosse che ti ricordi come si è deboli in certi momenti, viene voglia davvero di mandarli affanculo senza nemmeno fare reply.

    Eppure è così, il dolore per molti è come dici tu, non va buttato fuori proprio per levartelo dalle palle il più velocemente possibile, va condiviso.

    Per un’assurdo ragionamento secondo il quale se io ho perso mio padre e tu hai perso il tuo siamo uguali e soffriamo uguale e siamo sensibili uguale.

    Io poi come glie lo dico che il mio era un pazzo delinquente mentre magari il suo era un benefattore e che di conseguenza quello che di me scrivo non ha nulla a che vedere con quello che di lui scriverebbe lui?

    Non glie lo dici.

    Ti pigli le tue belle 10/15 mail di gente che ha subìto un lutto e cerchi di non ferirne nemmeno uno, scavando nel pozzo della tua capacità di trovare una parola buona in ogni occasione per tirarne fuori una ciascuno, garantendoti così la certezza che la tua mail, ogni volta che il dolore di quei 15 verrà di nuovo fuori, sarà di nuovo la prima ad essere scelta.

    Ce ne fosse uno che valuta la remota possibilità che dopo esserti liberato del tuo dolore in un post, tu magari, esattamente 5 minuti dopo, proprio perchè te ne sei liberato, stai scopando allegramente e non hai proprio nessuna voglia di metterti a discutere di morti altrui.

    Nessuno che ci pensi.

    Perchè il dolore in rete va condiviso, non buttato fuori per liberartene.

    Condividerlo per autoalimentarlo, non per esaurirlo.

    Davvero fidati.

    Essere orfano con l’abitudine di buttar fuori tutto il brutto che si ha dentro, ma con un carattere che ti impedisce di mandare affanculo la gente, in un mondo come la rete è una condanna peggiore che stare in un negozio di scarpe con gli scaffali pieni di 600 modelli che già possiedi.

    Così, un collegamento come un altro al tuo commento giusto per farti vedere che qui non siamo degli improvvisati e che se vuoi battermi sulla lunghezza è meglio se allinei una per una le scarpe che ti ritrovi perchè altrimenti, in questo piccolo grande mondo delle parole, la vedo decisamente dura, per te.

    Al contrario, nella realtà, proprio per quel discorso che in rete si è chi si vuole anche se poi non corrisponde al vero, per battermi sulla lunghezza ti basterà un tacco 12.

    Nemmeno il paio completo.

    Proprio uno dei due.

    Amo Minerva e il suo epitaffio lo scriverei anche, se non fosse che quando morirà lei, morirò anch’io.

    Se no che cazzo di amore è?

    Diglielo tu, che se glie lo dico io poi si sente osservata.

  10. utente anonimo Says:

    non credo di esser in grado di condividere doloriveri qui nella rete..no, a pensarci bene, non è nemmeno questione di rete..se vivo un dolore è solo mio, mi chiudo in cantina e aspetto che passi.

    forse gustavo vive meglio, però

    e belli tutti questi interventi

    buona domenica viss

  11. utente anonimo Says:

    uffa il login

    sono io questa sotto, la giarina

  12. lsadora Says:

    Broono, io ho un grande pudore nel dare voce ai miei dolori in pubblico, anche nella vita reale. Ne ho come tutti, di problemi, di pensieri, di dolori, ma cerco di tenerli per me, perché non sopporto la compassione, non solo non la cerco, ma m’infastidisce proprio, m’imbarazza. E poi odio le parole di circostanza, non riesco a pronunciarle e non voglio riceverne.

    Ho sgarrato a questo mio principio una volta sola, in preda al panico (panico, sì, non saprei come definirlo altrimenti) dopo aver ricevuto la notizia della morte di una persona a me molto cara tra capo e collo, improvvisamente, in un momento ed in un modo che mi hanno còlta assolutamente impreparata. Non avevo nessuno con cui parlarne, avrei voluto mettermi in una angolo a piangere due minuti, o forse urlare, ma ero in ufficio, davanti ad un pc, e così ho scritto un post, cosa della quale mi sono poi pentita amaramente, proprio per via di alcune reazioni. Non mi sono mai sentita così esposta, così indifesa e anche così incompresa come in quell’occasione. Io mi ero sfogata e volevo girare pagina, invece sono sorte addirittura discussioni con strascichi inimmaginabili di cui sicuramente non avevo bisogno. Non ne avevo bisogno in generale, né in quel momento in particolare.

    Non credo che sopporterei le mail di solidarietà (offerta o cercata) di cui parli, proprio per le ragioni che anche tu elenchi. La lezione che ne ho tratto è: mai più. Meglio apparire superficiale, arida, cinica, fredda che rifarsi un trip di quel genere.

  13. Minervaa Says:

    penso che la morte tiri fuori le forme di ipocrisia più perversa, ho assistito a vere proprie esibizioni teatrali del dolore esternato agli altri per non deluderli.

    e se ci sono persone che il loro strazio non lo dimostrano abbastanza li si taccia di freddezza oscena.

    mi viene in mente la mamma di alfredino , impietrita in mezzo a quell’orgia mediatica , non aveva le lacrime che tutti aspettavano di vedere nella logica del dramma in diretta.

    immmagino che a lei scappasse di morire ma le lacrime, no…..

    che razza di madre era quella?

    siamo abituati a vedere strumentalizzare il dolore , che lo si faccia in un blog certo non stupisce.

    dicevo un po’ di tempo fa che davvero il rischio grosso è quello di prendersi esageratamente sul serio e, se si arriva a questi tipi di atteggiamenti da richiamo dell’audience …..l’esaltazione da blog ha superato il limite della decenza.

  14. utente anonimo Says:

    che sollievo…quando ho letto rododendro ho pensato alla tua azalea. Una tipa scaltra, la considero una maestra di vita e le auguro cento di questi giorni, anzi di più.

  15. PlacidaSignora Says:

    Invece io divento allegrissima quando trovo nei commenti diversi tesorimiei che chiacchierano amabilmente fra loro!

  16. lostudente Says:

    finto cordoglio.

  17. Viscontessa Says:

    Nel virtuale si è ciò che si vuole.

    O almeno per un po’ poi alla lunga si è solo noi stessi con tutte le nostre magagne che restano nascoste solo per noi.

    Io parlo anche dei miei dolori ma sono spesso dei monologhi che restano scolpiti nella mia mente e solo di riflesso appaiono sul mio blog. Non chiedo solidarietà anche perché tante volte i miei dolori restano incomprensibili anche per chi legge.

    Una sorta di pubblico ermetismo.

    Come vivo il blog è un argomento che ho promesso ad un’amica di affrontare e lo farò quanto prima.

    (le azalee sopravvivono:-)))

  18. Tittyna Says:

    Ed io aspetto (a dire il vero avrei anche fatto a meno di dirtelo, ma 17 commenti mi stavano sulle balle. 18 è decisamente meglio).

  19. utente anonimo Says:

    Finalmente! Qualcuno più prolisso di me …

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