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Viscontessa, 29 ottobre 2005
Marco ha festeggiato i suoi quarant’anni con gli amici e una puttana raccattata in un locale.
Lui se la ricorda russa perché l’Erzegovina non sa neanche dove sta e poi l’importante era che non fosse una di quelle nigeriane con il culo enorme e il puzzo di stalla sotto alle ascelle.
Doveva solo scoparsela e da dove veniva quella puttanella di si e non diciott’anni, non era affar suo.
Però si ricordava la sua figa bionda e lo sguardo vecchio di chi di cazzi ne ha già visti anche troppi e non si impressiona certo per uno più grosso di un altro. Gli avrebbe fatto piacere che lei lo avesse notato ma era solo una puttana e se una sceglie di fare la puttana evidentemente ci è portata e non era certo colpa sua se alla sua età era già finita a fare quel lavoro.

Non è vero che la miseria giustifica tutto, se una è una persona onesta va a pulire i cessi piuttosto che a fare la puttana ma con quello che gli è costata quella sera, quella lì ci campava tutta la famiglia per un mese intero.
E poi secondo lui lei si era anche divertita, questa era la verità

Marinella non aveva niente da rimproverarsi, era stata troppo impegnata con i bambini per chiamare Anna e adesso che aveva trovato il tempo per ascoltarla, Anna non aveva niente da raccontarle..
Magari le cose si erano sistemate ed era lei una sciocca a farsi tanti sensi di colpa per la sua amica sfortunata.
Che poi, pensandoci bene, Anna era sempre stata un po’ così, troppo remissiva, troppo docile con il marito.
Marenella glielo aveva detto tante volte, la prossima volta che alza le mani tu fai le valige e te ne torni da tua madre.
E invece Anna niente, le diceva di si che lo avrebbe fatto e la volta dopo era sempre lì.
Anna le telefonava in lacrime e Marinella la consolava, ma quell’inverno i bambini era stati sempre malati e aveva dovuto cambiare tre tate così le ultime volte che si erano sentite Marinella aveva sempre un tono un po’ frettoloso e Anna aveva smesso di chiamarla.
Ma non poteva essere colpa sua, sicuramente Anna aveva trovato il modo di far ragionare quella bestia di suo marito e le cose si erano sistemate.
Tornò a pensare alla tata nuova, anche l’ultima se ne era andata via, se Anna non fosse stata così irriconoscente, le avrebbe chiesto se voleva lavorare per lei.
E poi secondo lei la gente non meritava niente, questa era la verità.

Antonio aveva ereditato l’appartementino dei genitori e aveva deciso di investire il ricavato dell’affitto per assicurare un futuro a suo figlio. Una piccola pensione che lo avrebbe aiutato a vivere anche quando loro non ci sarebbero stati più.
Lo avevano saputo fin da subito che il piccolo Benedetto non sarebbe stato come tutti gli altri bambini ma l’amore che li legava a quel piccolo esserino, se possibile, era aumentato alla notizia della sua malformazione e quando finalmente Benedetto si decise a nascere, lui e sua moglie furono i genitori più felici del mondo.
Don Giulio, a cui Anotnio era legato da una profonda amicizia, li seguiva con affetto e ammirazione e non dimenticava mai di portare una parola di conforto ogni volta che l’esperienza con Benedetto si faceva più dura e più dolorosa. Antonio, da parte sua, ricambiava aiutando Don Giulio in parrocchia con i ragazzi dell’oratorio che il sacerdote raccattava per la strada.
L’appartamentino lo affittò proprio tramite Don Giulio e fu dato in locazione ad una coppia proveniente dall’Erzegovina. Un uomo e una donna a cui, per carità cristiana, non fu mai chiesta l’umiliazione di presentare una busta paga per ottenere l’appartamento in affitto.
Antonio pensò che fossero padre e figlia e che quello sguardo da vecchia della ragazza fosse la storia di un dolore antico che grazie all’aiuto suo e di don Giulio, avrebbe presto dimenticato.
E poi secondo lui la sofferenza aiutava a crescere, e questa era la verità.

Angela aveva avuto una madre che non si era mai fatta scrupoli ad elencarle i sacrifici che aveva fatto per lei.
Di suo padre ricordava poco ma dai racconti di sua madre ne emergeva un personaggio spregevole che sua madre aveva sempre sopportato per amore suo.
Angela aveva giurato che a lei non sarebbe mai capitato di dover dipendere da un uomo e aveva sempre lavorato come una matta per potersi garantire quell’autonomia economica che l’aveva infine portata a raggiungere una posizione di rilievo.
Memore delle sue origini emotive, aveva sempre scelto collaboratrici donne e aveva sempre fatto di tutto perché la sua efficienza fosse merito anche loro.
Poi un giorno le era capitata Anna, una donna bella e di una intelligenza fuori dal normale ma con quei suoi momenti di buio che Angela, nonostante gli sforzi, non riusciva a comprendere.
Un giorno Angela convocò Anna nel suo ufficio e con una dolcezza quasi materna l’aiutò ad aprirsi.
Anna le raccontò tutto, pianse le lacrime più amare che avesse mai versato e quando finalmente trovò un po’ di pace ai suoi singhiozzi, trovò anche le lacrime di Angela che tramite le sue parole, avevano trovato quello sfogo che attendevano da anni.
Angela le giurò che l’avrebbe aiutata in tutti i modi e poggiandole delicatamente una mano sulla spalla, cominciò ad accarezzarle il collo e più giù verso il seno.
Anna qualche giorno dopo si licenziò e Angela giurò che mai più avrebbe versato una lacrima per qualcuno.
E poi secondo lei nella vita bisognava imparare ad accettare i compromessi e questa era la verità.

Quella sera Anna, rientrando a casa, si accorse di una ragazza bionda che aspettava l’autobus con in dosso solo una giacca troppo corta per quel freddo pungente.
Si fermò e le chiese se voleva un passaggio.
La ragazza bionda sorrise diffidente e poi accettò il passaggio.

E poi secondo me non è successo niente perchè questa è soltanto una storia come tante altre e Anna e la puttana dell’Ervegovina tornarono semplicemente a casa mentre la vita va avanti……..

annalisa

Viscontessa, 27 ottobre 2005
Annalisa quando arrivò a Milano pensò che finalmente avrebbe visto la neve.
Alla stazione a prenderla c’era quell’amico di sua mamma che le era capitato di vedere qualche volta nella sua vecchia casa e per quanto lei non lo avesse mai trovato troppo simpatico, era contenta che sua mamma fosse felice di vederlo.

Alla sua mamma, quando c’era lui, le si illuminavano gli occhi e lei si perdeva in quel riflesso di gioia come da piccola si era persa tra le sue braccia quando il sonno è ancora lieve come una carezza.

I primi tempi a Milano furono eccitanti, una scuola nuova, un’insegnante nuova e più carina di inglese, le strade con quei buffi autobus che stavano attaccati al cielo e una cameretta grande e luminosa che dava su un giardino con un fragile alberello nel mezzo.

Con il nuovo compagno di sua mamma di solito si ignoravano, lui era sempre gentile e cortese ma sembrava lontano e distratto e lei, così occupata ad annusare quella sua nuova esistenza, non se ne sarebbe curata troppo se non si fosse accorta che la sua mamma faceva di tutto perché lei si affezionasse a lui.

Quel primo Natale insieme, lui le fece un regalo bellissimo e lei ne rimase così colpita che da quel giorno cercò di essere più gentile e disponibile nei confronti di quell’uomo per i cui lineamenti, ormai così familiari, cominciava a provare una certa nostalgia ogni volta che lui era lontano.

Quell’inverno trascorse con la crescente consapevolezza che presto sarebbero diventati una vera famiglia e Annalisa, che pure voleva un gran bene al suo vero papà, cominciò ad affezionarsi talmente tanto a quell’amico della sua mamma, che pensò di chiamare papà anche lui.
E l’affetto fu ricambiato, profondo, inatteso e vigoroso come la chioma dell’alberello che vedeva nel giardino della sua finestra e che quando arrivò l’estate, diventò bella, forte e di un verde intenso come il colore di quel mare dove trascorsero un’estate indimenticabile.

Poi Annalisa, non avrebbe saputo dire il perché, ma le cose cominciarono a cambiare.
La sua mamma ora sembrava più nervosa, più scontenta, quel suo sguardo luminoso si era spento per riaccendersi solo quando prendendole il volto tra le mani, le diceva che le voleva tanto bene e stringendola forte al suo cuore, le sussurrava parole rassicuranti che sembravano pronunciate più per se stessa che per la piccola Annalisa.

Anche quel nuovo papà sembrava tornato lontano e distante.
Era sempre gentile con lei, ma le sue premure, talvolta inesistenti, altre le sembravano eccessive e fuori luogo come quella volta che andò a prenderla a scuola e la portò al Luna Park in una giornata di pioggia e gelo.

A volte, quando rimaneva sola nella sua cameretta, le sembrava di sentire il suono strozzato di un singhiozzo provenire dalla camera accanto e altre sentiva bisbigliare quel suo nuovo papà, con un tono che non avrebbe saputo definire ma che le ricordava quelle folate di vento gelido che spazzavano via le foglie del suo alberello del cortile.
Lei rimaneva distesa nel suo lettino con il fiato sospeso e lo sguardo perduto fuori dalla finestra e immaginava che le lacrime della sua mamma fossero come le foglie strappate dall’albero dal vento gelido che silenzioso, si placava solo dopo molte ore.

Annalisa cominciò ad essere triste, si sentiva nuda e fragile come l’alberello del cortile e solo le sue radici saldamente conficcate nel cuore di sua madre, le donavano quel tepore che le serviva a sopravvivere.

Poi un giorno il vento soffiò più rumoroso e gelido del solito e lei, in preda ad un’angoscia che non aveva mai provato, si precipitò nella camera accanto e vide nello sguardo di quel suo nuovo papà un gelo che conosceva.

Qualche giorno dopo lei e sua madre se ne andarono, lei, prima di partire corse nel cortile e raccolse da terra la foglia più bella che trovò.
Poi salutò l’alberello.
“mi mancherai” le disse “conserverò questa foglia nel mio diario. Tu crescerai forte e bello e io quando sarò più grande tornerò a trovarti. Te lo prometto”.

Milano diventò solo il ricordo di quell’albero e delle sue foglie strappate come lacrime dai suoi rami

la teoria del calzino

Viscontessa, 25 ottobre 2005
L’amante ideale si riconosce dai calzini.
Pensavo prima, parlando di calzini, che l’arte di leggere il calzino dovrebbe essere  insegnata alla scuola dell’obbligo.
Tante volte si è parlato di educazione sessuale da impartire ai ragazzetti in età pre-puberale affinchè le loro prime esperienze sessuali non si risolvessero nel disastro di incompetenza che ognuno di noi ben rammenta. Tube di fallopio, pene, seno, vagina, ormoni e testicoli sono quel genere di informazioni che fanno assomigliare troppo il sesso ad un una visita dal dentista, ma se spiegare scientificamente cosa sia la passione è quanto meno complicato, alcuni accorgimenti come la lettura del calzino, possono aiutare il giovane alle prime armi ad affrontare con successo il meraviglioso mondo del sesso.
La prima cosa che va saputa è che la sudorazione del piede, in età adolescenziale,  è direttamente proporzionale alla produzione di ormoni che però, fuori dal controllo del proprio padrone, possono essere sgradevoli tanto quanto il calzino di quello stesso adolescente. Solo quando il calzino di spugna sarà eliminato dall’elenco stillato dalle Nazioni Unite delle armi battereoligiche, l’adolescente avrà cominciato ad acquisire il controllo del proprio mezzo e se nel frattempo il medesimo non è rimasto incastrato nel tubo dell’aspirapolvere, il maschio potrà definirsi tale.
Consiglierei invece l’uso della femmina quando questa abbia dismesso definitivamente il gambaletto con il filo tirato o l’ancor più temibile gambaletto floreale sinonimo di frivolezza sguaiata e inconcludente.
Il calzino nell’età adulta segue l’evoluzione del corpo e dello spirito così cestinato i calzino di spugna e l’orrido gambaletto, il giovane si orienterà verso scelte talvolta discutibili ma pur sempre ponderate.
Per esperienza personale io eviterei l’uomo con il calzino acquistato da Mustafà in confezioni da dieci paia perché normalmente chi indossa regolarmente tali calzini, si porta a letto una cultura equa e solidale che tra le lenzuola può risultare stucchevole e poco appetitosa. Così come eviterei la donna pratica con la calzamaglia sotto al jeans perché anche la praticità talvolta, non è l’ingrediente ideale per una buona seduta di sesso: a letto niente è più pratico della vecchia missionaria con orgasmo simultaneo e l’asettica e imbarazzante formalità del “ti è piaciuto” da espletare come da protocollo un attimo dopo il temine del mugolio (simultaneo pure quello).
Importante poi è non farsi fregare dalla calza autoreggente, le case produttrici hanno ormai inventato calze autoreggenti spesse come un coltrone di lana e tenute su da una striscia di silicone sufficiente a sigillare l’intero reparto docce dello spogliatorio di San Siro. Le donne che cercano di trovare un accomodamento tra sensualità e comfort, sono donne egoiste che tra le lenzuola pretenderanno tutto e subito insensibili al fascino del dolore/piacere di un pizzo sulla pelle nuda. Il loro corrispondente maschile sarà l’uomo con il calzino a losanghe nei colori moda, in misto cotone. Questo calzino, infatti, si arroga la presunzione di essere un capo comodo e caldo ma elegante e pratico come dire passionale e attento ma egoista e rapido. L’uomo che indossa questo tipo di calzino, è di solito privo di fantasia ma sicuro del suo operato grazie ad una lettura scrupolosa e attenta della rubrica del cuore di tutte le riviste femminili.
Se invece siete riusciti ad individuare una donna che indossa ancora il reggicalze, sappiate che dopo l’amore vi concederà di fumare in camera da letto, vi preparerà il caffè e vi lascerà tranquillamente sporcare le lenzuola immacolate del suo letto.
Il filo di scozia è rigoroso e non risente dei cambi stagionali, un vero filo di scozia è un gentleman che toglierà i suoi calzini con cura e li riporrà dentro alle scarpe ordinatamente posizionate in fondo al letto. Se sulle prime tutta questa attenzione vi parrà dannosa per il vostro desiderio, sappiate che il filo di scozia saprà ripagarvi dell’attesa con una cura e una attenzione per i dettagli che finirà per stupirvi. Il filo di scozia non ha mai fretta, per lui le stagioni non volgono al termine perché rimarrà immutato nel corso di tutto l’anno e questa mancanza di fretta, si risolverà in maniera più che positiva nel corso del vostro amplesso.
Un filo di scozia trova la sua compagna ideale nel collant nero a vita bassa, un trenta danari adatto ad ogni circostanza e ogni stagione e se il collant detto così vi fa schifo, pensate che anche un uomo nudo con i calzini non affatto attraente.
Capitolo a parte meritano i calzini rammendati o i calzettoni di lana da casa fatti ai ferri dalla nonna.
Entrambi questi capi di abbigliamento sono tristi come i loro possessori e la loro copula avrà lo stesso sapore di una  zuppa di miglio e broccoli.
Il gambaletto femminile infine, è il compagno ideale di un calzino di cotone gettato senza pudore ai piedi del letto, quando aprendo il cassetto del vostro comò troverete un numero di gambaletti molto superiore a quello delle calze, significa che avete appena accolto il ricorso di un paio di calzini in cotone da uomo, che si erano appellati ad Amnesty International per il riconoscimento dei loro diritti di calzino.

dedicato a te

Viscontessa, 25 ottobre 2005
Ci sono quelli che non si lavano e pensano che gli altri non se ne accorgano.
Li riconosci dalla pettinatura composta e dalle mani. Hanno mani che parlano e ti raccontano la loro giornata tra ufficio e casa, tra macchina e bar. Magari non sono di uno sporco evidente come quelle dei bambini, ma hanno una patina di antico sudiciume che gli conferisce quell’aria vissuta che sulle mani non dona affatto.
I capelli invece li riconosci dalla compostezza con cui sormontano il capo; come una classe disciplinata di bambini, siedono composti al posto che è stato loro assegnato e nella migliore delle ipotesi emanano odore di cute.
Perché ci sono delle cuti il cui odore è talmente forte che in confronto il puzzo di sudore è una cenciata con l’ammoniaca sul lastricato del giardino.
Quelli che non si lavano si muovono nell’aria come tutti gli altri. Gesticolano, parlano, emanano come niente fosse, alcuni poi ridono anche mostrando tra i denti il frutto di tutta la loro incuria e se si avvicinano troppo, è facile che istintivamente l’avvicinato faccia un passo indietro nel tentativo di sottrarsi al loro odore.
Però quelli che non si lavano di solito toccano. Si avvicinano e se fai un passo indietro ti toccano la spalla per dar vigore alle loro parole oppure ridono sguaiatamente mentre si appoggiano sulla tua spalla alzando l’ascella e depositandola sulla tua camicia.
Di solito quelli che non si lavano sono vestiti come tutti gli altri ma indossano camice marroni o nere perché il bianco e il celeste ha bisogno di più cura e loro non sprecano alcuna cura per se stessi. Le donne che non si lavano invece le riconosci dal trucco che depositano quotidianamente sul viso di strato in strato senza mai togliere quello vecchio. L’effetto è quello Anna Magnani in Roma città aperta ma Anna Magnani era Anna Magnani mentre loro sono solo sporchi e non è neanche detto che stiano a Roma. Anzi conosco molti sudici che stanno altrove.

amici amici

Viscontessa, 24 ottobre 2005
Invece poi l’amicizia segue  percorsi tortuosi che a volte sbucano in un orecchio e scappano via mentre altre si conficcano in un fianco o dentro al naso e restano lì per sempre.
Una per esempio mi si conficcò nel naso in una notte d’inverno in cui un cassonetto maleodorante si prestò da riparo ad un’amicizia tenera tenera che nacque lì tra i residui della vita di quel quartiere e si portò avanti per qualche tempo tra incontri fugaci carichi di aspettative. Fu un’amicizia che non poteva avere futuro ma lo sgradevole odore di quella notte si trova tuttora nella mia narice sinistra più a meno all’altezza di un piercing che non ho mai fatto.
Un’altra invece ce l’ho tra i capelli, era una carezza che è rimasta sulla nuca dove talvolta mi pare ancora di sentirne il tocco lieve.
L’amicizia di oggi invece la tengo un po’ dove capita perché gli anni che sono passati e i ricordi mai ricordati sono troppi per non spostarsi di volta in volta tra le frattaglie del mio organismo. Così se all’inizio l’amicizia stava dentro al mio cuore pulsante di adolescente, il suo cammino l’ha portata per un certo periodo tra le mie gambe e poi vicino al fegato quindi nella testa e adesso, a distanza di tanti anni, un po’ dove l’occasione del momento decide di collocarla.
Certo le amicizie lontane sono come gli amori perduti: restano sempre intatte e incontaminate dalle circostanze di vita che a lungo andare ci troverebbero in disaccordo. A volte, per esempio, mi viene da ridere quando qualcuno parla di un amico lontano che non ci si vede mai ma siamo veri amici. Il non vedersi, non confrontarsi ogni giorno, lasciare all’amico lontano solo la miglior parte di noi, favorisce sicuramente l’amicizia.
L’amico di oggi, dicevo, è un amico di quelli che non ci sente mai ma siamo davvero tanto amici, così tanto amici che ieri, dopo mesi,  ho trovato una sua chiamata sul cellulare e oggi l’ho richiamato: “vis, ho da fare, ti richiamo dopo”.
Quasi come un amico di quelli che senti tutti i giorni…..

bando alle ipocrisie

Viscontessa, 22 ottobre 2005
Avevo scritto qualche giorno fa questo post pubblicato su un blog che effettivamente di primo acchito pareva un ottimo luogo di confronto. Poi in realtà c’è uno che non si capisce bene cosa voglia dire perché con la veste da santone, pontifica per gli adepti concetti confusi e pieni di acredine ma questo è un altro discorso e non è di questo che volevo parlare.
Nel post però parlavo un po’ di cosa è per me il blog e di come gestisco il mio, ben consapevole che ciò che scrivo qui, in questa pagine virtuale, è qualcosa che può leggere chiunque.
Il blog ha una potenzialità enorme e a prescindere dalla voglia o dalla capacità del suo autore di sfruttare tale potenzialità, mi pare che questa potenzialità non si possa non tenerla sempre ben presente.
Tutti aprono il blog sostenendo “io scrivo quello che mi pare” o non mi faccio influenzare da nulla e da nessuno e quasi tutti sostengono che i propri link, unico vero contatto con il mondo virtuale esterno, sono frutto di una scelta personale e mai e poi mai influenzabile dagli altri. Figuriamoci, io linko solo i blog che leggo e che mi piacciono e non linkerei mai qualcuno solo perché mi ha linkato.
Così il primo approccio con il blog è quello che si potrebbe avere con il diario personale tenuto nel cassetto della scrivania, ma poi scopri che tizio viene a leggerti e ti riempie di complimenti quando parli con il cuore in pezzi del tuo amore che se ne è andato o tal altro trova che la tua analisi sul caso dell’influenza aviaria sia uno strepitoso pezzo di giornalismo.
Siamo tutti umani e se così non fosse non ci sarebbe alcun bisogno di sostituire il blog al diario, i complimenti fanno piacere e cercare di ottenerne pubblicando un pezzo su quell’altro amore che se ne andato almeno dieci anni prima e uno strepitoso pezzo sulla malattia della mucca pazza, diventa quasi naturale come linkare tizio che poverino ti adora e parla sempre di te sul suo blog e alla fine un link non costa niente e si può anche piazzarlo lì che tanto nessuno se ne accorge.
Però, se l’inizio è simile per tutti perchè il blog offre a chiunque le medesime possibilità, è anche vero che la sua gestione compie un’ottima selezione naturale tra gli autori. Perché se scrivi perché gli altri leggano, devi comunque tenere sempre aggiornato il tuo blog,  devi avere delle idee, devi trovare una tua strada, un filone da seguire e un pubblico che venga a leggerti anche se non vai a ringraziarlo personalmente di ogni commento favorevole che ti ha lasciato o non vai a pubblicizzare il tuo blog nella blogsfera.
Il blog alla lunga tira fuori quello che sei veramente e se dietro all’apparenza non c’è niente, il niente prima poi viene fuori. La blogsfera è piena di sfigati (e concedetemi il termine) che non fanno altro che cercare un argomento che possa interessare gli altri e vagano raminghi per la blogsfera in cerca di accessi e commenti.
“complimenti per il blog, passa a trovarmi” oppure “grazie di essere passato a trovarmi torna pure quando vuoi” o ancora “anche io ho scritto una cosa sull’argomento venite a leggere cosa ho scritto io”.
Ma poi se, dietro a tutto questo gran lavoro di pubbliche relazioni, il prodotto da vendere è scadente, i blog si esauriscono da soli o restano confinati in una cerchia ristrettissima di personaggi che si frequentano e si complimentano tra loro.
Dico tutto ciò perché è inutile fingere di non interessarsi al pubblico e sostenere che la propria libertà di espressione è prioritaria rispetto al fantomatico pubblico a cui ci rivolge: se da un lato si fa dei propri lettori un tesoro da cui attingere consigli, amicizie, spunti di riflessione o anche solo motivo di autocompiacimento, è anche vero che si deve al pubblico il rispetto di una coerenza del proprio personaggio.
Nessuno per esempio mi vieterebbe un giorno di fare un post in cui racconto che dietro a questo monitor ci sta un camionista di potenza con tendenze omosessuali, e se qualcuno lo trovasse divertente sarebbero molti coloro che comunque ci restano male.
Non esiste un codice di etica e di comportamento nel mondo virtuale, nessuno ti chiede di essere sincero o di parlare della tua vita, tuttavia un blog lo leggi e lo segui, perché ti appassioni a ciò che l’autore rappresenta. D’altra parte l’etica e la morale altro non sono che il frutto del comune sentire e l’autore di un blog non è esentato da quegli stessi meccanismi che muovono la nostra vita in una società reale.
Nel caso specifico della mia risposta a Cloee volevo proprio sottolineare questo aspetto perché Cloee, da come la si legge, è una persona sensibile e piena di umanità, autoironica e pronta a mettersi in discussione e per quanto sia liberissima di dire sul proprio blog ciò che più le aggrada, io credo che debba ai suoi commentatori, proprio per quello che i commentatori in un anno hanno dato a lei, il rispetto del suo personaggio con tutto quello che lei ci ha offerto al riguardo.
Esistono delle responsabilità anche nella blogsfera il cui prenderne atto toglie pochissimo alla nostra voglia di esprimerci ma in cambio ci offre tantissimo in fatto di relazioni umane.

Lavoro/4

Viscontessa, 20 ottobre 2005
Succcede che succede sempre qualcosa anche quando pensi che l’ultimo successo sia stata la pioggia che ha invaso ogni angolo del tuo giardino svegliando i lumaconi in letargo che ora fanno festa tra i resti delle tue ortensie.
Così a volte le cose si accavallano e restano umide nell’aria come questa gamba che stasera all’improvviso mi ha fatto così male che per un momento ho temuto che i ferri dentro si fossero arrugginiti.
Allora l’altro giorno parlando di lavoro è venuta fuori quella cosa di banana smencia e del famoso fagiano che morì andando a schiantarsi contro il vetro del suo ufficio e oggi mi arriva una mail che sulle prime ho pensato trattarsi di spam.
Fatto sta che qualche tempo fa un amico mi chiese di inviargli quel famoso pezzo dell’uccello suicida per una cosa che ci sarebbe stata qui a firenze a settembre e succede che io gli mandai l’uccello via mail ma poi mi dimenticai della bestiola suicida.
Oggi mi arriva questa mail perché mentre io son qui a chiedermi se non sia il caso che vada a fare la commessa in un negozio di abbigliamento per bambini (ho visto oggi l’annuncio su un quotidiano), lui nel frattempo ha pubblicato il pezzo sul blog che è stato aperto di corollario a questo convegno che in realtà si terrà a novembre e così la mail è l’invito per questo convegno dove appunto si parlerà di lavoro.
Mi pareva quindi che le coincidenze coincidessero e questo è quanto:
 

Arrivo alle 8.31 in ufficio, unico pensiero: timbrare la cartolina.
Devo mettere la macchina nel parcheggio, passare dall’entrata che da negli uffici, compreso il mio, oltrepassare le due porte che dividono gli uffici dalla produzione, scavalcare le scatole di cartone della merce in partenza, raggiungere l’altra entrata, prendere l’ascensore, arrivare al piano di sopra, attraversare tutto il reparto montaggio e infine sorpassare l’ultima porta che mi divide dall’implacabile marcatempo.
Temo stimato per il percorso sette minuti, timbro alle 8.36, ho battuto il mio record personale e questo mi sarà di grande soddisfazione quando sarò costretta alla consueta reprimenda per il mio ritardo.
Il percorso inverso lo compio in quindici minuti e mi concedo anche due soste per un buongiorno che in fase gara non ero riuscita a ricambiare.
Entro in ufficio e accendo il computer, non mi prendo neanche la briga di scaricare la posta tanto nessuno mi scrive, qui non c’è molto da dire, il fare è ancora l’unico vangelo conosciuto.
Vorrei chiudere la finestra, ma temo che il mio gesto possa essere considerato una forma di ribellione così mi siedo e guardo la scrivania, è lucida e pulita: quelli delle pulizie hanno fatto bene il loro lavoro.
Poi conto le penne che ci sono tutte, prendo da un armadio le chiavi che servono ad aprire il mio cassetto che a sua volta contiene le chiavi per aprire l’altro armadio che a sua volta contiene le chiavi per aprire la cassetta dei soldi che a sua volta contiene € 12.23. Conto anche i soldi e ci sono tutti.
Penso con rammarico che anche per oggi non posso denunciare a Smenciarella alcuna mancanza, inesattezza, furto o negligenza. La giornata senza un diversivo di questo genere, si prospetta infinitamente lunga
Poi arriva lei, detta  Smenciarella per via di quella sua preferenza per le banane piccole e troppo mature e la sua acidità di carattere indigesto come un frutto marcio. Ha sotto al braccio la solita copia del Sole24ore e nel mezzo Donna Moderna da cui ritaglia articoli di piccola economia domestica
che mi rivende con tono saccente per articoli di alta finanza. Il sole24ore di solito finisce nel cestino della carta insieme al cellophane che lo protegge, prima o poi dovrò farle notare che il cellophane va cestinato altrove.
Ok, è ora di cominciare.
Lei prende l’annaffiatoio e va ad annaffiare le piante, io chiedo il permesso di chiudere la finestra e con  l’occasione mi trovo a chiudere tutte le finestre di tutti gli uffici, già che ci sono do’ una ravvivata alle tende.
Arriva suo padre con una schiera di 3 operai, anche lui ha una grande passione per la lingua italiana: la sua specialità sono i neologismi, preferibilmente le bestemmie. Durante la notte ha piovuto parecchio e ci sono infiltrazioni d’acqua ovunque: stamattina ne inventa di bellissime.
La mattinata è piuttosto caotica, il telefono che mi fa impazzire. Ben due volte mi tocca rispondere, una ad un fornitore che aveva sbagliato la fattura (e che cavolo! aveva messo 50 centesimi in più! come dice Smenciarella bisogna fare attenzione a certe cose! ma a me non sfugge niente, con un colpo di telefono del costo di 60 centesimi ho smascherato l’incauto fornitore!), e l’altra ad un altro fornitore per spiegargli che 5,60 non è uguale 5,06 (oh perchè? mi ha chiesto, ma un c’è sempre lo 0! quest’euri mi fanno ‘ngrullire!).
Poi mi  dedico agli incassi, stamattina ho riscosso un assegno di 16,50 euro che prontamente consegna a Smenciarella perchè corra in banca a versarlo. Lei monta sul suo fuoristrada e si fa i venti kilometri di andata e ritorno per versare l’assegno. Come dice lei è sempre meglio non tenere assegni in cassa.
Fortunatamente arriva la pausa pranzo, non prima, però di aver affrontato con la mamma di Smenciarella, lo spinoso problema dei bidoni aspiratutto:  ne abbiamo due e lei si chiede (e mi chiede) quale sia più opportuno utilizzare per gli uffici e quale per la produzione. Ne è seguita prova pratica che ci ha fornito anche l’occasione per verificare che, anche con il mal tempo, il colore delle tende si intona perfettamente  con quello delle sedie. Eravamo tutti un po’ preoccupati perchè da quando siamo nel capannone nuovo non era ancora piovuto e non sapevamo come avrebbe reagito l’accostamento monocromatico tra sedie e tendenei giorni di mal tempo.
Abbiamo tirato un sospiro di sollievo.
Anche questo problema è stato brillantemente risolto.

Il pomeriggio invece è più tranquillo. Riesco a dormire un’oretta anche se  la cosa non è poi così semplice. Per volere di Smenciarella, le porte del mio ufficio, due per la precisione, devono rimanere sempre aperte così come devono sempre essere semiaperte le veneziane che proteggono i vetri lungo tutto il perimetro della mia stanza. Chiunque passi deve potermi guardare dentro a quella specie di acquario che è il mio ufficio e anche per  il monitor sono stati compiuti accurati studi perché la sua angolazione ne permettesse l’osservazione dall’esterno pur senza compromettere la funzionalità estetica del medesimo. Riposare quindi in una posizione comoda e esteticamente accettabile richiede un po’ di tempo. Mi sono presa la libertà di abbassare la mia poltroncina senza braccioli (non lo schienale ma semplicemente la seduta affinchè il mio volto sparisse dietro al monitor)  e ho impercettibilmente abbassato le veneziane in maniera tale che l’interezza della mia persona fosse assolutamente visibile dall’esterno ma i dettagli apparissero sfocati. Nel complesso direi che si poteva supporre che fossi molto concentrata su qualcosa che appariva sul monitor.

Verso le 15, poi,  ho fatto la pausa caffè, quindi mi sono nuovamente dedicata alle fatture: erano ben 4 e impararle tutte a memoria vi garantisco che non è per niente semplice, comunque ho avuto la meglio anche su di loro…..ve le posso recitare? no eh! vabbè comunque siccome si era quasi fatta l’ora di andar via, mancavano solo due ore, ho cominciato a rimettere in ordine e a preparare le mie cose.

Poi è succede l’imprevisto:  Smenciarella mi chiede se posso aiutarla a chiudere le buste degli stipendi e mentre con perizia e coscienza applico la colla sulla parte della busta preposta a tale scopo, mi accorgo che non sempre il nome sulla busta coincide con quello della busta paga contenuta.
-Accidenti! – Esclama a questo punto Smenciarella  – che casino oggi! ho fatto confusione, ma maremma maiala! con tutto quello che c’è da fare- e mi pianta i suo occhi vacui in mezzo alla fonte.
Io guardo l’ora, appoggio la colla sul tavolo, lascio la busta che avevo in mano con la superficie già incollata e pronta per essere chiusa, mi alzo e mi libero di quella morsa che inesorabilmente mi sta per stritolare.
- purtroppo devo andare – le dico e penso a domattina quando mi chiamerà nel suo ufficio per dirmi che oggi ho ritardato ben 6 minuti l’entrata sul lavoro.

Unica nota di rilievo della giornata, un grosso fagiano, un attimo prima che me ne vada, si suicida sbattendo contro la finestra dell’ufficio di Smenciarella……. sul fatto che gli uccelli gli morissero fra le mani non avevo dubbi, ma che riuscisse a farli fuori anche con la forza del pensiero non lo credevo possibile!!!
"che impressione!" ha gracidato……”già !”, ho pensato io chiudendomi la porta dietro alle spalle……

Reinventiamoci

Viscontessa, 20 ottobre 2005
Va bene, tra qualche settimana, neanche tante, è il mio quarantunesimo compleanno ed è bene organizzarsi per tempo.
L’anno scorso avevo deciso che il quarantesimo sarebbe stato il primo compleanno che non avrei più festeggiato e fedele al mio intento mi limitai all’acquisto di un paio di scarpe con il tacco altissimo, evitando qualsiasi altro contatto con un genere umano consapevole dell’evento di quel giorno.. Poi più niente. Fine della giornata, grazie degli auguri e un po’ affanculo anche te.
Nel corso di quest’anno poi, ho maturato con i dovuti tormenti la decisione di reinventarsi a quarantanni e fedele anche in questo caso al mio proponimento, mi sono reinventata in attesa della pensione. Magari mi ci vuole ancora qualche anno ma avere un obbiettivo è un ottimo stimolo per tirare a campare e archiviate le scarpe con il tacco altissimo mi sono messa in attesa dell’età della pensionabile. Reinventarsi, dopo tutto, è la parola d’ordine di tutti i quarantenni della mia generazione che dopo essersi perduti e ritrovati sono stati costretti anche a reinvantarsi tanto che non è inusuale trovare a tal proposito quarantenni palestrati che lumano le pupe mentre le loro compagne lumano l’insegnante di karatè dei propri figli.
Alcuni poi si buttano sulle chat e si reinventano proprio di sana pianta spacciandosi per agenti segreti in incognita o femme fatale in cerca di avventure.

Pensando poi al post di ieri su Macchianera nel quale si confrontava il diritto ad un massaggio con quello ad accudire i propri figli, mi è tornata in mente la moda delle liste di nozze e di battesimo alla quale ormai ci siamo talmente adeguati tutti che l’idea della lista di inaugurazione per la propria abitazione da single, è diventata un’altra di quelle simpatiche abitudini che ti fanno accapponare la pelle. Se ci è concesso paragonare il diritto del single di farsi un massaggio con quello di una madre di accompagnare il proprio figlio il primo giorno di scuola, non c’è certo di che scandalizzarsi se la tua amica del cuore quella che è single per scelta (degli altri) ti comunica ridanciana che ha deciso di dare una grande festa per condividere con gli amici la sua scelta di vivere sola e a tal proposito, per non sentirsi da meno, ha messo la lista dei regali presso un centro estetico dove pare che facciano messaggi meravigliosi.
Che poi anche la lista di nozze, nata un po’ in sordina e subito bollata come cafona dagli adepti di Monsignor della Casa, è infine diventata un’abitudine talmente diffusa che ormai quella presso l’agenzia di viaggi è più frequente di quella depositata nel famoso negozio di articoli per la casa che ti vedeva costretto ad acquistare i coperchi delle pentole che aveva già acquistato la Marisa.
Mai come nel caso della Marisa, fu tanto pertinente il detto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Di questo passo, ed è ormai evidente, il regalo di nozze finirà per diventare una quota di partecipazione al pranzo stesso così magari agli invitati verrà riconosciuta la facoltà di scegliersi almeno il menù che quello, siamo sinceri, è decente un matrimonio ogni venti.

Pensavo quindi ieri in questa fase di reinvenzione del proprio io sollecitato dagli stimoli una società che non ha pietà per i suoi figli misericordiosi (?) che anche io quest’anno, precorrendo i tempi, potrei stillare la mia lista dei regali di compleanno da consegnare agli amici più intimi e volendo anche a tutti coloro che ci tengono a farmi avere un presente. Una volta trovata la mia strada e raggiunto l’equilibrio della reinvenzione, non vedo più alcun motivo per evitare di festeggiare il mio quarntunesimo compleanno soprattutto in un’ottica di pensionamento come prossimo obbiettivo raggiungibile.

Ho quindi stipulato un contratto per la pensione integrativa per la quale sono state messe in lista quote di partecipazione variabile a seconda delle vostre possibilità.
Per chi poi volesse farmi un presente a fruibilità immediata, ricordo la lista presso il ministero delle finanze per il saldo della famosa multa e quella presso il conto corrente della mia banca nel quale versare liberamente la cifra che più vi aggrada.
Ringrazio anticipatamente tutti i miei lettori per gli auguri che vorranno farmi .

uccelli

Viscontessa, 19 ottobre 2005
Avevo ha suo tempo già parlato dell’impressionante frequenza con cui gli uccelli mi muoiono tra le mani. Grandi, piccoli, implumi o con un folto e colorito piumaggio, non c’è uccello che mi resista: arrivano tutti baldanzosi e dopo poco li ritrovo con il capino reclinato. Ne ho avuti di tutti i tipi. Considerando il mio animo caritatevole e il mio istinto bestiale, ho avuto a che fare con uccelli bianchi e neri, giovani e vecchi, ma tutti, e sottolineo tutti, mi son morti tra le mani o hanno preso il volo e se ne sono andati.
Quello che ricordo con maggior tenerezza è un piccolo uccello di cui non ho mai saputo il nome che timido e impaurito mi guardava con quell’occhino di traverso e si arruffava tutto per sembrar più grosso. Me lo aveva passato un’amica che era già piena di uccelli e temeva che gli altri, più grossi e più robusti, potessero ledere all’uccelin di bosco e così in un pomeriggio freddo e invernale si era presentata a casa mia tenendo stretto al seno questo scricciolo di cui mi fece dono .
Io lì per lì mi ero anche un po’ intimorita, sono abituata ad accudire animali di ben altre dimensioni , ma poi, appena preso l’uccello tra le mani, mi si intenerì il cuore e decisi che lo avrei tenuto.
Morì qualche giorno dopo senza che io fossi riuscita a renderlo felice.
Ne seguì un periodo di profonda frustrazione nel quale mi rifiutai qualsiasi contatto con l’animale uccello e per un certo periodo fui così scossa dall’episodio che non riuscii neanche più a prender l’uccello in bocca: mangiavo solo manzo e maiale per quanto il manzo e ancor più il maiale, mi abbiano a loro volta dato grandi soddisfazioni.
Poi, un paio di anni fa, decisi che era giunta l’ora di svoltare e decisi che mi sarei fatta un uccello nuovo ma questa a volta a pagamento. E acquistati un pappagallo.
Per un po’ le cose andarono bene, l’uccello pareva trovarsi bene in mia compagnia e furono molti i pomeriggi che condividemmo felici. Anzi, fummo così felici che decisi di prendere altri due uccelli e adottai altri due pappagalli che pur di dimensioni più contenute, portarono gioia nella mia vita fino a quando, a distanza di pochissimo tempo l’uno dall’altro, se ne andarono tutti: due volarono via e uno reclinò il capino e cadde stecchito.
In tutta sincerità io allora pensai che era inutile insistere e che era giunto il momento di farsi una ragione di tale inadeguatezza all’animale ma siccome le strade del signore sono infinite, poco tempo dopo mia sorella mi regalò un altro uccello.
E non un uccello qualunque, ma un grosso uccello che io ho cominciato a portare sulla spalla.
Avrei quindi detto fino a poco tempo fa, che non è vero che le dimensioni non contano e anzi sono proprio le dimensioni a fare la differenza ma poi questa influenza aviaria ha cominciato a turbare i miei sogni di donna appagata.
Si è cominciato infatti a parlare dell’influenza dei polli e se il pollo è un uccello facile da reperire e da accudire, altrettanto non si può dire di razze molto più sofisticate come quella dell’uccello che mi vive sulla spalla: un bellissimo pappagallo brasiliano. Ora poi pare che dopo gli uccelli cinesi (di cui francamente mi interessa poco) anche molti uccelli europei e non solo polli, siano soggetti alla medesima epidemia e io comincio a temere che anche il mio uccello brasiliano possa contrarre la medesima malattia.
Sia chiaro, il mio è un uccello per bene che non se ne va a migrare a destra e a sinistra come fanno tanti uccelli coinvolti in questa squallida storia di influenza, ma non posso fare a meno di chiedermi se questa influenza degli uccelli sia una malattia venerea perché io cosa abbia fatto il mio uccello brasiliano prima di venire a vivere con me, francamente non lo so.
Tanto, per consolarmi, ho comparto un banano da mettere in giardino, per ora è un piccolo banano ma si sa che anche il banano, se accudito con amore, cresce, cresce, cresce…….

l’angolo della viscontessa

Viscontessa, 18 ottobre 2005
Mi interessava quest’oggi affrontare un argomento che sta a cuore a tante lettrici che mi chiedono via mail consigli sulla propria immagine.
Abbiamo assistito negli anni all’evolversi della moda che di volta in volta ci ha proposto una figura femminile sempre al passo con i tempi e abbiamo in questi anni imparato a fidarci degli stilisti che sono diventati il vero e unico punto di riferimento per molte donne costrette a vivere in una società spesso ingiusta con il genere femminile.
Così abbiamo avuto la donna manager ingessata in tailluer con fumo di londra e accessori Chanel neri e la donna minimalista concentrata sulla sua spiritualità espressa con un abbigliamento di  cashmire e accessori piccolissimi e preziosi come un diamante. Abbiamo avuto la donna aggressiva strizzata in bustini di pizzo e tacchi alti e la donna pratica che esprimeva la propria femminilità in ampi scolli da esibire con disinvoltura al reparto surgelati del supermercato.
Gli stilisti in questi anni ci hanno offerto una vastissima gamma di possibilità che hanno permesso davvero ad ogni donna di indossare abiti che esprimessero la propria personalità e attenti  alla sensibilità di ogni donna e ad una coscienza sociale che è andata rafforzandosi in questi anni di grandi cambiamenti,  hanno messo a disposizione di ognuna di noi un look adatto al proprio sentire proponendo alla donna attenta e sensibili, capi che di volta in volta si sono rifatti alle grandi piaghe sociali che affliggono la nostra epoca. E così abbiamo avuto ampie gonne di morbida lana e scialli in marmotta per affrontare la questione dei rom e sgargianti camice di seta purissima per sentirci più vicino ai popoli dell’africa, abbiamo acquistato scarpe una volta alla settimana per aiutare l’industria nel nostro made in italy a abbiamo calzato stivali texani anche d’estate nel tentativo di comprendere perché alle ultime elezioni americane sia stato riconfermato Bush.
Abbiamo acquistato capi nuovi per avere la possibilità di donare ai poveri quelli usati e abbiamo indossato ecopelle per non compromettere la qualità del filetto di manzo, ci siamo temprate indossando solo la sottoveste in pieno inverno per combattere il consumismo più sfrenato e abbiamo usato solo oro bianco per combattere la piaga dilagante per l’allergia ai metalli.
Abbiamo.
Sono molte quindi le donne che ora mi chiedono quale sia l’abbigliamento adatto per una vera blogger e mi pare doveroso a questo punto accontentare le loro richieste.
Prima di tutto e questa è la cosa più importante, è essenziale rimanere sempre se stesse perché attraverso la valorizzazione del proprio io che si ottiene la vera eleganza.
Sei una blogger tormentata che non batte mai chiodo e cerca freneticamente sul web un principe azzurro in grado di apprezzare la tua fragilità e la tua enorme sensibilità? Lascia perdere il template con il tramonto e i gattini che dormono in una cesta e usa cetrioli e carote il cui richiamo fallico ti eviterà di incappare nel consolatore inconcludente.
Sei una blogger impegnata che vuole mostrare la sua competenza e professionalità senza rinunciare alla ricerca del famoso principe azzurro? Via i curriculum dal template e al loro posto metti la foto del tuo sottocoscia in maniera che l’uomo curioso che viene a leggere le tue dissertazioni si attizzi all’idea di cosa ci sta sopra al sottocoscia.
Sei una blogger scrittrice di quelle che amano raccontare storie fantastiche e sperano di trovare un uomo fantastico? Template di pizzo completamente nero che alimenti il mistero su di te.
Sei un’aspirante blogstar? Avanti con il template caratterizzato dal tatuaggio della farfallina sulla tua farfallina, vuoi essere sembrare più giovane? Ricordati l’antirughe sul template tutte le sere, il tuo problema è una fastidiosa alitosi? Prima di scrivere un post mangia sempre una confezione di mentine, sei brava ma il numero dei tuoi accessi suggerirebbe che sei una ciofega? Cambia nick e vai in giro a farti notare…..
Insomma cara amica, per ogni situazione c’è il look adatto basta saperlo trovare e se hai bisogno di un consiglio sappi che la tua Viscontessa è qui per aiutarti.
Scrivete, scrivete, scrivete.

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