perchè la bicicletta

Viscontessa, 19 Settembre 2005
Quindi stamattina, con la morte nel mio cuoricino, ho riportato all’ufficio preposto il mio permesso invalidi. Era scaduto a fine agosto e da allora sono tornata ad essere un’automobilista qualunque per quanto nessuno, di coloro che vivono in città, si possa definire “automobilista qualunque”.

E infatti.

Infatti mi sono fatta fare un permesso per entrare nella ZTL in cui risiede mia madre che vivendo da sola e non avendo autovettura, ha giurato sulla bibbia di usare la mia macchina. Con il permesso per la ztl D ho ottenuto l’attivazione del telepass per le porte telematiche della ztl D e parte della ztl E che poi sarebbe la ztl ai margini della quale vivo. Ora quindi posso andare a prendere e a portare mia figlia a scuola, posso parcheggiare in quella zona e lo posso fare prendendo la porta telematica vicino a casa mia che è ztl E ma riconosce anche la D. Bontà sua.

Posso inoltre parcheggiare gratis nella zcs 1 nei parcheggi “sosta residenti” e “sosta promiscua” ma non in quelli “sosta a rotazione” per i quali invece devo pagare.

Per parcheggiare invece a casa mia devo esporre il libretto di circolazione che mi consente di accedere anche nella zona limitrofa e, nel giorno di pulizia della strada, anche in zone più lontane.

Per il lavoro invece, con regolare certificazione dell’ufficio, posso richiedere la sosta a tariffa ridotta € 30 al mese e mi viene rilasciato un permesso speciale da sostituire ad uno dei precedenti due.

L’alternativa è quella di richiedere l’estensione del permesso per la ztl C, in possesso di mio marito, anche alla mia autovettura che diventa  praticamente una puttana. Con il permesso C potrei entrare dalle ztl C dopo aver attivato il mio telepass anche per quelle porte telematiche e potrei estendere la possibilità di parcheggio gratuito alla zcs 2 ovvero limitrofa alla ztl c.

Per quanto poi riguarda i parcheggi esistono le seguenti tipologie di parcheggio che è assolutamente necessario conoscere a memoria se non si vuole incorrere nei Police Parking.

La sosta residenti e residenti in zone limitrofe. La sosta promiscua, gratis per i residenti e abitanti delle zone limitrofe e a pagamento per tutti gli altri dalle 8,00 alle 20,00. La sosta a rotazione gratis per i residenti dalle 18,00 alle 9,00 e per i non residenti dalle 20,00 alle 8,00 ad eccezioni di quelli situati nelle zcs 6 e 7. Non sono validi in questi parcheggi le carte speciali lavoro, gratta e sosta e sosta mensile per pendolari. Nei parcheggi custoditi invece si paga sempre e comunque.

Infine bisogna informarsi sui giorni di traffico limitato quelli con le targhe pari e dispari o con la carrozzeria bianca o neri, quelli che solo se sono cataliche quelle che invece sono euro4, le strade chiuse per lavori, i percorsi alternativi, la cintura di sicurezza, i bollini sulla patente, il rinnovo della medesima, le corsie preferenziali, le buche nell’asfalto, i limiti di velocità, le condizioni atmosferiche, il pedaggio autostradale, le partenze intelligenti, l’esodo di ferragosto, le stragi del sabato sera e i pirati della strada.

Poi c’è il bollo, l’assicurazione, la revisione, i bollino per i gas di scarico e infine su tutto la benzina.

Condire con l’inquinamento e correre a comprare la nuovissima Punto che dobbiamo aiutare il mercato italiano dell’auto.

Finanziamenti a tasso zero.  

Mestre

Viscontessa, 17 Settembre 2005

Io lo so molto bene.

Quando sono così sono solo due le cose di cui parlo volentieri. La prima sono i miei animali, la seconda la spesa.

Sugli animali non ho niente da dire.

Sulla spesa neanche ma lo dico ugualmente perché stasera sono andata al supermercato alle otto di sera e mi aspettavo di essere quasi sola. Invece.

Ma poi non è neanche questo è che mi piace pensare di trovarmi in una città diversa, in una vita diversa, in una testa diversa e il parrucchiere, in questo caso, non serve a niente.

Quindi la città diversa. La guardi in un’ora diversa, con un paio di occhiali da sole quando è buio o la mattina in un’ora che non conoscevi. Oppure vai al supermercato in un giorno e in un’ora che non ti sono così familiari e parcheggi la macchina nel solito parcheggio ma in uno di quei posti lontani dove non va quasi mai nessuno. E osservi l’entrata da quella angolazione che potrebbe essere quella di Rovigo o magari di Macerata. Per l’estero mi sto ancora organizzando.

Quindi entro nel supermercato di Rovigo e mi dico che Rovigo è una città nuova e brillante come quella gita a Venezia che poi era a Mestre. Che Mestre è molto meglio perché Venezia non mi piace e mi è troppo familiare.

Prima, un po’ prima, non molto prima, i supermercati non esistevano tanto. C’era un po’ di supermercato ovunque ma non era come adesso che se in città si libera un’area edificabile invece di costruirci delle case ci mettono su un centro commerciale identico a quello che c’è cento metri più in là. Che poi questi centri commerciali son tutti una catena, entri dal parrucchiere e esci con i capelli uguali uguali alla tua vicina di casa che è andata al centro commerciale cento metri più in là. E le mutande. Mutande uguali per tutti, se sei uno di quegl’uomini fortunati che le donne te la tirano dietro e tu riesci anche ad acchiapparla (perché i più le schivano in preda a crisi di identità maschile di vario genere) puoi trovarti donne diverse ma con completini sexy tutti uguali. E pensare che lo scopo della biancheria intima di un certo tipo sarebbe proprio quello di stupire.

Dicevo quindi che ero a Mestre mentre pensavo di essere a Venezia perché una coppia di amici mi aveva invitato a Venezia e invece stavano a Mestre. Che Mestre sta bella ferma su se stessa e non mi fa venire il mal di mare come invece succede a Venezia. Stavamo quindi in una soleggiata casetta di Mestre e i miei ospiti mi portavano in gita sul Brenta mentre si parlava di architettura da geometri e la sera si guardava Pulp Fiction. La colpa era poi di due negretti che stanno appollaiati sulla mia libreria e che io avevo comprato a Milano. Gli erano così piaciuti quando li avevo conosciuti a casa mia ,che avevano finito per insistere perché andassi a Venezia a casa loro. Che poi era Mestre.

E poi nella soleggiata casetta di Meste succedeva una cosa che in casa mia non era mai successa.

Non ho mai capito se i vecchi si preoccupano del pranzo fin dall’alba perché hanno sofferto la fame, perché ad una certa età quando non hai altro di cui preoccuparti il pranzo diventa un evento importante, o perché sono cresciuti senza supermercato. Mia nonna si alzava la mattina e prima del buongiorno chiedeva a mia mamma cosa avremmo dovuto mangiare per pranzo. Magari è il rito della spesa perduto nei reparti precotti, congelati e sottovuoto dei supermercati, ad essere andato perduto. Però il carrello per la spesa resta il mio mezzo di trasporto preferito, ogni tanto me ne compro uno nuovo e continuo a sperare che prima o poi anche gli stilisti si dedichino ai carrelli della spesa creando linee raffinate e di qualità per massai con certe esigenze.

I miei amici di Venezia, quindi, la mattina si alzavano e facevano colazione mentre in casa riecheggiavano note di jazz.

Poi, ad un certo punto, lei interrompeva la conversazione e si chiedeva cosa avremmo mangiato per pranzo. Apriva il frigo, controllava il contenuto e mi trascinava in un supermercato vicino a casa.

Era un supermercato che non conoscevo e mi pareva così caldo e accogliente che io quasi quasi ci avrei trascorso tutta la giornata anziché andare in visita alla Giudecca o al Ponte di Rialto. Lei comprava solo ciò che ci sarebbe servito per pranzo: una melanzana da fare alla griglia con il basilico, due vasetti di yogurt e un pesce da cucinare in crosta di sale.

A casa vuotava il sacchetto, lo ripiegava con una tecnica di altissima ingegneria che lo riduceva ad un triangolino delle dimensioni di un pacchetto di fiammiferi e poi preparava tutto affinchè la signora che sarebbe arrivata più tardi, ci preparasse il pranzo.

Ho una struggente nostalgia per il supermercato di Mestre.

O forse più semplicemente, non mi piace Venezia che mi fa venire il mal di mare. E i calli ai piedi.

che verso fa?

Viscontessa, 16 Settembre 2005
Giù all’isola dei famosi si consuma un gran quantitativo di derrate alimentari.

Quattro o cinque tavoli disposti in maniera che tutti siano di fronte a tutti e monitor, telefoni e cuffie che si adeguano ad angusti spazi tra trionfi di frutta e libagioni di stagione.

Non che il lavoro sia particolarmente gratificante: telefoni a casa del sig. Ulderico e gli domandi se ha pagato, quando pensa di pagare o se ha mai preso in considerazione l’idea di pagare.

L’altro giorno, per esempio, mentre in giardino sotto l’acqua mi chiedevo come fanno sesso le lumache, mi è suonato il telefono di casa. Una signorina perfida e falsa come il sesso delle lumache, mi ha fatto l’ennesima proposta commerciale telefonica a cui ho opposto un secco rifiuto molto prima che lei arrivasse al termine del suo discorsino preconfezionato.

- Posso chiederle come mai non le interessa?

- Perché le uniche telefonate che arrivano sul telefono fisso di questa casa, provengono da compagnie telefoniche che mi vogliono proporre le loro offerte vantaggiosissime.

- Ah, proprio un ottimo motivo il suo! – ha gracchiato la gallina prima di sbattermi il telefono in faccia.

E io mi sono chiesta cosa ne sarebbe stato dell’isteria della telefonista se invece di proporre offerte vantaggiosissime, dovesse trovarsi a telefonare nel cuore della notte al sig. Ulderico per ricordargli che “devi pagare”.

Forse quindi  le libagioni hanno un senso.

Fatto sta che per un residuo di educazione infantile che mi dev’essere rimasto attaccato in fondo all’anima, per molto tempo le libagioni dell’isola sono rimaste per me inaccessibili come noci di cocco su una palma e per quanto, per motivi di lavoro, mi trovassi di sovente a passare sotto la loro palma, mai avrei pensato di approfittare di quel ben di Dio che bivacca impudico sulle loro scrivanie.

Poi un giorno, chissà perché, ho cominciato con un cuoricino di cioccolata colorato.

Una cosa piccola e insignificante che avrebbe potuto concludersi con la stessa rapidità con cui ho fagocitato il cuoricino al cioccolato.

E invece è successo che la disponibilità con cui mi hanno offerto quel cuore, mi ha invogliata ad altre richieste e ora non passa visita in cui non mi soffermi giù a gustare susine ecologiche, biscotti al frumento, cuori di cioccolata e stamattina taralli al finocchietto.

Un’intera confezione di taralli al finocchetto che mi sono appena mangiata prima di pranzo.

Ma a parte le inevitabili conseguenze fisiche che seguiranno  questa mia nuova abitudine, ciò che più mi turba è il mio modo di pormi di fronte a questa piccola ingordigia. Ogni richiesta che avanzo viene infatti preceduta da una breve e zuccheroso conversazione e seguita da ringraziamenti appiccicosi e striduli come il maiale in agrodolce. E’ come se in tutto ciò non potessi prescindere da quell’educazione impartita da bambina che mi costringeva a “fare complimenti” ogni qualvolta condividevo il desco con estranei e l’atavica ingordigia  con cui poi divoro questi piccoli tesori,  mi fa  sentire come uno scoiattolo che ruba le noci.

E io non so neanche che verso fa lo scoiattolo.

Benarrivata

Viscontessa, 15 Settembre 2005
Non tutte le gravidanze sono uguali e non parlo dell’aspetto fisico dell’evento ma dello stato d’animo dei genitori.

Così stavamo nel boschetto di pini a mangiare un cornetto Algida e respirare l’aria di cosa sua e anche un po’ mia non fosse che per la discendenza da parte di madre.

Mia figlia giocava di malavoglia ai gonfiabili luogo di inquietudini prepuberali che regala divertimento ma imprigiona la voglia di crescere con una rete metallica di protezione e noi si condivideva un poco quell’amicizia giovane colma di esperienze comuni e di tenere preoccupazioni materne.

I suoi occhi erano di quell’azzurro così limpido che ti ci incanti come in cielo d’estate e la sua pancia era già così tonda che sarebbe venuto voglia di toccarla un po’ ovunque. Non credo di averlo fatto perché il pudore di solito mi impedisce simili confidenze, ma ricordo che anche quando io ero tonda come lei, erano molte le donne che si avvicinavano a quel cocomero dentro al ventre e poggiavano lievi la mano in cerca di un movimento o di un piede fuori posto. A me allora, stranamente, facevano piacere quelle confidenze così femminili e con orgoglio mostravo il piccolo tallone sporgente di un piede che credo mi si fosse conficcato nel fegato.

Non che abbia vissuto la mia gravidanza come un periodo di grazia divina né rimpiango gli effetti collaterali che essa comportava, ma certe piccole confidenze erano una gioia inattesa di cui ricordo ancora perfettamente il sapore.

Come di quel cornetto Algida in mezzo alla pineta.

Sarà che lei sprizzava una pudica felicità da ogni poro e quella pudicizia nei sentimenti così malcelata dalla sua conversazione, mi pareva un stato d’animo così familiare che se solo avessi avuto un po’ più di confidenza le avrei potuto dire cosa pensava in ogni istante della sua giornata.

Poi, qualche giorno dopo ci siamo riviste e mentre la nostra conversazione così lieve nei contenuti e così aggressiva nella forma ci teneva compagnia per tutta la giornata, mia figlia trascorreva in compagnia di un fenomenale materassino e un altrettanto fenomenale futuro padre, una giornata che lei stessa ha definito bellissima in un mare che non ha esitato definire il più bello che abbia mai visto.

Anche io ho trascorso parte della mia infanzia nello stesso mare e quella striscia di terra che affiora con la bassa marea e porta con se una luce strana rosata del tramonto, è un ricordo che avevo rimosso fino a quando l’isoletta è diventata terra ferma e i fenicotteri rosa sono apparsi in lontananza superbi e bellissimi come sempre.

Forse è per questo che mi sono così affezionata alla piccola Emma, o forse per il suo nome che è il medesimo che io avevo dato alla mia prima cagnetta che se ne è andata questa primavera.

O magari era quell’identità nuova in un posto antico, quel Vis usato per chiamarmi come se le dimensioni spazio temporali fossero solo un nostro limite mentale.

Non so dare un nome a tutto ciò ma so che oggi Emma è finalmente nata e che quando Gilgamesh mi ha telefonato per darmi la bella notizia, stavo quasi per commuovermi al telefono.

Poi mi pareva brutto e così lo faccio scrivendo questo post.

Auguri di cuore a Mistral a Gilgamesh e alla piccola Emma.

le scarpette rosse

Viscontessa, 15 Settembre 2005
Carrie ha lasciato Aiden e io questa cosa qui l’avevo capita fin da quando erano tornati insieme.

Si lo so bastava vedere Sex and the City fin dai suoi esordi o leggere qualcosa al riguardo, ma io non l’ho fatto e per questo  sono molto orgogliosa della mia intuizione.

Orgogliosa anche se nelle intenzioni degli autori era insita l’intuizione con cui ti conducono per mano a trarre conclusioni ovvie. E poi il cane del rassicurante Aiden aveva mangiato la scarpa della volubile Carrie e se lo stile bucolico dell’uno poco si sposa con quello cittadino dell’altra, la scarpa rosicchiata non poteva che rappresentare l’invalicabile confine tra i due. Anche se lei non lo dice e gli autori non lo dicono.



Anche il cane di mio marito si mangiò un mio mocassino blu. Lo avevo acquistato in fabbrica insieme ad un paio di scarpe rosse di cui, con angoscia, non ricordo né la foggia né la fine. E avevo anche acquistato due bottigliette in vetro marrone contenenti uno shampoo e una crema per pelli. Le ho ancora entrambi e li uso con parsimonia.

I mocassini blu che si mangiò il cane, era di pelle morbidissima ed erano quel genere di scarpa comoda e remissiva che si sposa perfettamente con un abbigliamento stravagante. Perché o si stravaga nell’abito o nelle scarpe, mai in tutt’e due contemporaneamente.  Invece delle scarpe rosse continuo a non avere ricordi perché il primo paio di scarpe rosse di cui mi rammento, risalgono a qualche anno dopo dal che ne deduco che il primo paio di scarpe rosse acquistate, non fu un gran successo. Quelle che invece acquistai dopo le ricordo bene: erano uno scarponcino allacciato con una linguetta, come fasolare, che sbucava dal collo del piede. La prima volta che le indossai portavo un paio di pantaloni verdi con le tasche che adesso non ricordo che fine abbiano fatto (il che significa che probabilmente sono ancora in fondo all’armadio). Sopra avevo una maglietta bianca che si è consumata a forza di indossarla e quindi con un golfino verde che ho regalato a mia madre.

Anzi, devo ricordarmi di farmi rendere il golfino verde da mia madre perché  sento che quel capo si potrebbe sposare bene con le mie esigenze invernali.

Gli scarponcini rossi con la linguetta da fasolare le ho invece regalare a mia sorella.

Quella linguetta era proprio carina.

Ai cavalieri del Castello piace fare solo quello

Viscontessa, 14 Settembre 2005
E finalmente il gran giorno è arrivato: anche lui ce l’ha fatta e il super blog full optional accessoriato di ogni locale è finalmente aperto. E non un appartamentino virtuale ospitato da splinder come il mio, ma un vero e proprio castello progettato da fior di architetti e interior designer.

Presenti all’inaugurazione pochissimi intimi selezionati da una lista così scelta, che neanche io ho ricevuto l’invito.

In compenso, però, mi si è riservato un link e un paio di pezzi che mi riguardano e a tanta attenzione mi pareva doveroso ricambiare con questo post.



Tanto per cominciare va detto che come ogni nuova attività del Conte l’evento é di quelli per cui non si bada a spese. Tutto era cominciato qualche mese fa quando seguendo le orme della Viscontessa, il Conte  aveva scoperto i blog.

“Caro ma perché anche tu non ti apri un blog? ”

E pensavo a quelli che si alzano all’alba ogni domenica per andare a pesca con gli amici fino a quando, una mattina, si trovano  sulla soglia del bagno la moglie vestita in stivaloni e canna da pesca che gli sussurra “vengo anche io!”

“Io un blog! Mai! Figurati!” ……. Preferisco venire a pesca con te e i tuoi amici.

“Si certo… ma potresti cominciare con una piccola canna da pesca. Te la porti dietro e quando ti va butti giù qualcosa ”.

“Assolutamente no, non mi interessa” e la domenica si va tutti a pesca insieme, vicini vicini che qualche volta mi tocca chetare il Conte che spaventa i pesci.

Mi consolo pensando che tanto si stufa e che tutto si ridurrà a una spremitura di maroni per qualche tempo.

Ma mai previsione si rivelò meno azzeccata.

In casa non si parla d’altro. Cosa sono i blog, come funzionano, come si aprono e a cosa servono, fino a quando sull’argomento cala un preoccupante silenzio “Blog? Ah si…ricordo ma è tanto che non li leggo più”.

Tanto, al posto delle solite riviste porno, trovo sotto al materasso di casa riviste di pesca e accessori.

La moto, che fino al giorno prima veniva lucidata con crema antirughe alla placenta, è abbandonata in garage mentre  il Conte ha sempre qualche appuntamento con un programmatore, un grafico, un esperto di internet. Poi acquista  un computer nuovo e tiene il portatile a casa dove un giorno appare un router che gli consente di collegarsi ad internet con il suo portatile anche quando è in bagno.

Naturalmente tutto questo è per “lavoro” come ci tiene lui a specificare ogni volta che oso chiedere cosa stia combinando.

Finchè stamattina passeggiando per corsi d’acqua in cerca di luoghi nuovi in cui pescare, ho visto in lontananza un pescatore vestito con un’attrezzatura da far invidia a chiunque e, incuriosita dal suo aspetto vagamente familiare, mi sono avvicinata fino a quando l’ho riconosciuto.

Era proprio il mio Conte che zitto zitto, si era trasferito in un bel castello a far baldoria con gli amici.





p.s e anche il rasoio che avevo perduto nel web.

un coniglio al bar

Viscontessa, 13 Settembre 2005

Ieri sera urla per la strada.
Qualche vaffanculo scandito con maggiore enfasi rimbalza sulle facciate dei palazzi e si perde tra i cofani delle auto in sosta. Qualcuno si affaccia dalla finestra e minaccia di chiamare la polizia “fatela finita! È l’una di notte!”.
“buonanotte!” urla uno dei contendenti mentre le urla si placano un po’.
Poi una sgommata e ancora parole cariche di acredine che vanno attenuandosi e piano piano spariscono.
Probabilmente avventori del bar d’angolo, un piccolo bar che apre alle sei la mattina e chiude verso le tre di notte, ma io ci ho comprato le sigarette anche verso le quattro di mattina e il giorno di Natale, quello di Capodanno e per ferragosto.
Un umanità di vario tipo che va sovvertendo l’ordine naturale delle cose. Giovani di colore carichi di mercanzia stanno seduti ai tavolini e sfogliano il giornale, puttane che giocano con le slot machine, operai che bevono Campari Mix, indiani che giocano a briscola e, per un certo tempo, cinesi che non fanno niente.
I cinesi non fanno mai niente, si muovono in gruppo e osservano, poi tornano con un sacchetto pieno di banconote e complano.Ma il bar d’angolo non lo hanno comprato e i cinesi sono spariti come le zanzare al primo freddo.
Dietro al banco la sera appare il proprietario ma durante il giorno c’è la moglie, qualche volta i figli e sempre un barrista che dura qualche mese poi sparisce. Il barrista del bimestre lo trovi lì a qualsiasi ora poi evidentemente si consuma e si dissolve.

Ieri mattina sono stata invece nel barretto del grillotalpa. Adesso hanno messo in vetrina delle tartine con le acciughe: una fettina di pane casalingo, un po’ di burro con il segno della lama seghettata che lo ha ridotto a sfoglia e un filetto di acciuga che partendo unito, si divide in due per andarsi poi a ricongiungere all’estremità
€ 0.50 cadauno scritto con orgoglio su un cartoncino giallo con il pennarello nero.
Ieri il girllotalpa indossava una maglietta rosa come la fascia che portava tra i capelli biondi.
Quest’estate si è fatta la permanente e ora si acconcia i capelli come fa il barretto: una fascia rosa brillante tra i capelli e un cartoncino giallo accesso sulle piccole fette di pane.

Anche il bar d’angolo sotto casa è sempre in movimento, i panini si rinnovano e cercano continuamente una collocazione spazio temporale che non è mai la medesima. La cassa, quasi sempre inutilizzata, sta dietro alle paste o tra le bottiglie. Piante devastate dall’incuria, vengono spostate da un angolo all’altro ma le novità non trovano mai una loro forma di espressione e vengono semplicemente proposte alla vista .
Dal grillotalpa, invece, si mette sempre tutto nero su bianco….. o giallo o rosso: “le paste sono sempre fresche”, “il pane serve per i panini e non si vende sfuso”, “The freddo pesca/limone”.

Così ieri sera mentre un vaffanculo rimbalzava nel mio giardino, pensavo alle due donne che gestiscono i loro barretti. L’una piccola, bionda, con gli incisivi enormi e sporgenti, il sorriso ebete tra le labbra, l’abbigliamento vistoso, i luoghi comuni, il suo pennarello nero e un’affabilità triste e mortificante come un frutto avvizzito.
L’altra piccola, mora, con i canini sporgenti e lo sguardo coperto dalla frangia, l’abbigliamento essenziale, il malumore costante, gli ottimi panini senza collocazione, le sue malinconiche considerazioni e un atteggiamento remissivo e scostante come quello di animale in cattività.

E pensavo che di due, forse, se ne fa una.
E non solo per dimensioni……

Dov’è il coniglio?

Viscontessa, 11 Settembre 2005
Non si può.
Va bene. Alzata, lavata, vestita, mangiata, bevuta, seduta, parlata e tutto quello che ci distingue dagli animali, ma questi temporali violenti e improvvisi sono davvero insopportabili.
Piove come se fosse la fine del mondo e un attimo dopo, come una beffa del cielo, spunta il sole, ti picchia sulla testa, ferma l’aria, la riscalda e la illumina fino a quando un vento forte, impetuoso, improvviso e violento si porta via il tepore e scarica tonnellate di acqua incazzata.
Un fine settimana dietro l’altro, un giorno dietro l’altro, un’ora dietro l’altra.
Venerdì ero in bicicletta e quando sono arrivata in ufficio ero talmente bagnata che ho dovuto farmi prestare una maglia, acquistare un paio di pantaloni e trascorre diverso tempo in bagno tra asciugacapelli e trucco fino al collo come un umido Pierot di fronte ad una fotocopiatrice.
Non si può perché così dormi male pensando al bucato steso e a quello che avresti potuto stendere e l’albero che perde i suoi frutti, la finestra del casottino chiusa male, il telo lacero che copre la lavatrice e le tende tirate su, tirate giù, tirate un po’ come vi pare. Magari mi piove in cantina, magari Katrina ha delle sorellastre cresciute nel Mediterraneo, magari adesso tuona e il cane si spaventa mentre io sono su questa bicicletta fradicia tra strade piene di acqua e bomboloni fritti, kebab e internet point, uomini neri e gialli, rossi e asciutti, bianchi e bagnati.
Magari l’oroscopo dice che in questo periodo c’ho Marte nel segno o sono in sindrome premestruale oppure sei carente di vitamine o sei metereopatico o la serotonina sta in letargo oppure è la depressione da ripresa di attività lavorativa o un ormone che non sapevi neanche di avere che all’improvviso ti colpisce in mezzo agli occhi.
O forse è l’incertezza per l’avvenire, il karma negativo, il tuo spirito inquieto, la punizione per una tua vita precedente, gli anni che passano o magari……
Eppure sotto ai capelli c’è qualcosa di duro e sferico, c’è una scatola che contiene una sostanza molle e biancastra come un bucato lavato a temperature troppo alte. C’è una cosa molle piena di anfratti e insenature come la costa frastagliata di un’isola lontana. E tra un’insenatura e un’altra c’è la ragione che non trova mai il momento giusto per far capolino tra le nubi nere di condizioni astrali sfavorevoli influenzate da un karma in sindrome premestruale da depressione lavorativa.
Non sono affatto competitiva. Oggi mi pareva che esserlo fosse una condizione essenziale.

coniglio alla cacciatora

Viscontessa, 9 Settembre 2005
Ieri mattina mi sono svegliata tardi ma sono arrivata ugualmente in orario.

Basta ottimizzare il ritardo: quando suona la sveglia invece di alzarti e prepararti, cominci a pensare a che balla inventarti per il ritardo che stai accumulando.

Il mattino, si sa, ha l’oro in bocca.

Quindi ho attraversato la città in macchina un paio di volte e sono arrivata in ufficio con un ritardo talmente lieve che nessuno se n’è accorto.

Così sono andata dal procione a prendere un caffè.

Giuro che non ricordo assolutamente cosa ho fatto in mattinata ma ho invece un ricordo piuttosto vivido del mio pasto all’ora di pranzo perché ieri ho deciso che avevo fame e così mi sono fatta  una porzione di coniglio alla cacciatora con olive nere che mi ha poi tenuto compagnia fin all’ora di andare a letto.

Alle quattro invece sono andata dalla mia nuova ginecologa e ho scoperto che il suo studio è nell’edificio in cui io, molti anni fa, avevo deciso di perdere la mia verginità.

Dalle finestre del suo studio si vede la vecchia casa in cui ho vissuto con i miei genitori che non hanno mai saputo che io quel giorno non andavo allo stadio a vedere la partita, ma attraversavo semplicemente la strada per perdere la mia verginità che invece ho regolarmente riportato a casa.

Il resto della giornata è tristemente noto.

Ieri indossavo pantaloni gialli strappati sul ginocchio, maglia nera e sandali neri allacciati alla caviglia.

La notizia del giorno non ha una paternità ben precisa: chiusa a Milano scuola islamica per motivi igienici. Una zecca anonima intervistata al riguardo ha sostenuto che la colpa dev’essere dei pidocchi perché loro stanno solo sui treni.

Interrogativi inquietanti sull’eventuale chiusura dei treni.

La rificolona a forma di coniglio

Viscontessa, 8 Settembre 2005
Ho pensato che descrivere la giornata già trascorsa è terribilmente faticoso. Oggi per esempio sono inciampata nel gradino delle scale e mi piacerebbe dedicare a quel gradino un po’ di attenzione proprio in questo momento e non domani sera quando la bua al ginocchio mi sarà già passata.
Il ginocchio però sta valgo, ieri sono andata a fare la visita di controllo al ginocchio rotto e il dottore ha detto che va tutto bene anche se mi ha consigliato di sottopormi ad un altro intervento per togliere un po’ di ferri dalla gamba. Ed effettivamente quella vite che spunta con una protuberanza sotto al ginocchio, non è affatto gradevole e in più mi crea non pochi problemi durante la depilazione. Ieri per esempio, per fare bella figura con il dottore, mi sono rasata ulteriormente la gamba ma siccome avevo fretta, sono passata troppo rapidamente con la lametta e mi sono incastrata proprio lì nella vite. Per cui ieri la mia vite aveva una piccola crosta sanguinolenta sopra e io per tutto il tempo che ho atteso la visita, mi sono chiesta cosa avrei potuto rispondere al dottore se mi avesse chiesto cosa mi ero fatta.
Pericolo scongiurato, mi ha detto cammini e poi ha sentenziato che la gamba è storta.
  • Ma me l’avete riattaccata voi! Io l’ho sempre detto che me l’avete riattaccata storta.
Lui ha glissato e ha aggiunto che tutte le donne hanno un po’ le gambe ad X e che dovrei fare una suoletta mettere nella scarpa.
Gli uomini certe cose non le capiscono.
  • Lei va con la ricetta e la scarpa invernale in un negozio di ortopedia e si fa fare una suoletta su misura.
  • LA scarpa invernale? Quale scarpa invernale?
  • Si , le scarpe che usa in inverno, tanto in inverno quante scarpe potrà mai portare, due paia?
Ho buttato la ricetta e mi sono messa in lista per un intervento di protesi al ginocchio, prospettiva molto concreta se non raddrizzo la gamba.
Poi ieri sera c’è stata la Rificolana, festa pagana in attesa della Madonna e caratterizzata dalle rificolone ovvero piccole lanterne da portare appese ad un lungo bastone e costruite con la carta e una piccola fiammella al suo interno.

Ora le rificolone le compri già fatte e sono a forma di pesce, di drago, di astronave, di coniglio o di sole ma un tempo le rificolone si costruivano in casa e così io e mia figlia, ieri pomeriggio, abbiamo costruito due rificolone.
La mia si chiamava "speranza" ed era un grosso sole in cartoncino giallo con raggi in carta crespa e tripudio di palloncini al centro. Le palle e il sole, realtà e futuro.
Cio’ che non avevo considerato mentre davo sfogo al mio estro artistico, è che se da un lato i bambini piccoli girano con le rificolone, dall’altra i bambini più grandi e i ragazzini, si armano di cerbottane con lo stucco e tirano pestilenziali pallini su tutte le rificolone.
Ora, secondo voi, ad una quarantenne con tripudio di palloncini che gira per una piazza gremita di ragazzini armati di cerbottana cosa può succedere? E’ successo che mi hanno sparato in ogni dove e che i palloncini, poco gonfi, hanno tranquillamente resistito ad ogni attacco così, per salvare la mia rispettabilissima persona, ho cominciato a minacciare ogni bambino armato di cerbottana e poi, brandendo il lungo bastone della cerbottana come avrei potuto fare con una lancia, ho cominciato a correre per la piazza fendendo la folla e urlando "Felloni! Non avrete le mie palle!".
Poi ho mangiato del croccante.
Ona..ona..ona…. ma che bella rificolona
Più bella è la mia
Di quella della zia
La mia la c’ha i fiocchi
La tua la cha i pidocchi.
Ieri indossavo jeans corti al ginocchio, scarpette chanelline nere con tacchetto a spillo e maglietta nera.
La notizia del giorno è del TG5: incubo sui treni pieni di pulci, pidocchi e zecche. Intervistata una delle viaggiatrici del vagone invaso dalle zecche (per le pulci e pidocchi si stanno attrezzando in redazione).
La donna ha preferito mantenere l’anonimato. Forse temeva di essere citata per danni dalle zecche, mah!

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