Mestre

Viscontessa, 17 Settembre 2005

Io lo so molto bene.

Quando sono così sono solo due le cose di cui parlo volentieri. La prima sono i miei animali, la seconda la spesa.

Sugli animali non ho niente da dire.

Sulla spesa neanche ma lo dico ugualmente perché stasera sono andata al supermercato alle otto di sera e mi aspettavo di essere quasi sola. Invece.

Ma poi non è neanche questo è che mi piace pensare di trovarmi in una città diversa, in una vita diversa, in una testa diversa e il parrucchiere, in questo caso, non serve a niente.

Quindi la città diversa. La guardi in un’ora diversa, con un paio di occhiali da sole quando è buio o la mattina in un’ora che non conoscevi. Oppure vai al supermercato in un giorno e in un’ora che non ti sono così familiari e parcheggi la macchina nel solito parcheggio ma in uno di quei posti lontani dove non va quasi mai nessuno. E osservi l’entrata da quella angolazione che potrebbe essere quella di Rovigo o magari di Macerata. Per l’estero mi sto ancora organizzando.

Quindi entro nel supermercato di Rovigo e mi dico che Rovigo è una città nuova e brillante come quella gita a Venezia che poi era a Mestre. Che Mestre è molto meglio perché Venezia non mi piace e mi è troppo familiare.

Prima, un po’ prima, non molto prima, i supermercati non esistevano tanto. C’era un po’ di supermercato ovunque ma non era come adesso che se in città si libera un’area edificabile invece di costruirci delle case ci mettono su un centro commerciale identico a quello che c’è cento metri più in là. Che poi questi centri commerciali son tutti una catena, entri dal parrucchiere e esci con i capelli uguali uguali alla tua vicina di casa che è andata al centro commerciale cento metri più in là. E le mutande. Mutande uguali per tutti, se sei uno di quegl’uomini fortunati che le donne te la tirano dietro e tu riesci anche ad acchiapparla (perché i più le schivano in preda a crisi di identità maschile di vario genere) puoi trovarti donne diverse ma con completini sexy tutti uguali. E pensare che lo scopo della biancheria intima di un certo tipo sarebbe proprio quello di stupire.

Dicevo quindi che ero a Mestre mentre pensavo di essere a Venezia perché una coppia di amici mi aveva invitato a Venezia e invece stavano a Mestre. Che Mestre sta bella ferma su se stessa e non mi fa venire il mal di mare come invece succede a Venezia. Stavamo quindi in una soleggiata casetta di Mestre e i miei ospiti mi portavano in gita sul Brenta mentre si parlava di architettura da geometri e la sera si guardava Pulp Fiction. La colpa era poi di due negretti che stanno appollaiati sulla mia libreria e che io avevo comprato a Milano. Gli erano così piaciuti quando li avevo conosciuti a casa mia ,che avevano finito per insistere perché andassi a Venezia a casa loro. Che poi era Mestre.

E poi nella soleggiata casetta di Meste succedeva una cosa che in casa mia non era mai successa.

Non ho mai capito se i vecchi si preoccupano del pranzo fin dall’alba perché hanno sofferto la fame, perché ad una certa età quando non hai altro di cui preoccuparti il pranzo diventa un evento importante, o perché sono cresciuti senza supermercato. Mia nonna si alzava la mattina e prima del buongiorno chiedeva a mia mamma cosa avremmo dovuto mangiare per pranzo. Magari è il rito della spesa perduto nei reparti precotti, congelati e sottovuoto dei supermercati, ad essere andato perduto. Però il carrello per la spesa resta il mio mezzo di trasporto preferito, ogni tanto me ne compro uno nuovo e continuo a sperare che prima o poi anche gli stilisti si dedichino ai carrelli della spesa creando linee raffinate e di qualità per massai con certe esigenze.

I miei amici di Venezia, quindi, la mattina si alzavano e facevano colazione mentre in casa riecheggiavano note di jazz.

Poi, ad un certo punto, lei interrompeva la conversazione e si chiedeva cosa avremmo mangiato per pranzo. Apriva il frigo, controllava il contenuto e mi trascinava in un supermercato vicino a casa.

Era un supermercato che non conoscevo e mi pareva così caldo e accogliente che io quasi quasi ci avrei trascorso tutta la giornata anziché andare in visita alla Giudecca o al Ponte di Rialto. Lei comprava solo ciò che ci sarebbe servito per pranzo: una melanzana da fare alla griglia con il basilico, due vasetti di yogurt e un pesce da cucinare in crosta di sale.

A casa vuotava il sacchetto, lo ripiegava con una tecnica di altissima ingegneria che lo riduceva ad un triangolino delle dimensioni di un pacchetto di fiammiferi e poi preparava tutto affinchè la signora che sarebbe arrivata più tardi, ci preparasse il pranzo.

Ho una struggente nostalgia per il supermercato di Mestre.

O forse più semplicemente, non mi piace Venezia che mi fa venire il mal di mare. E i calli ai piedi.



8 commenti a “Mestre”

  1. Nicobalda Says:

    Io invece ho nostalgia delle belle e caratteristiche botteghe di una volta, dove oltre a fare la spesa ti informavano di tutto quanto fosse successo nel vicinato nei giorni scorsi. Dove la signora Teresa (nome qualsiasi) mentre ti affettava la provoletta piccante ti chiedeva se quel collier te l’aveva regalato tuo marito (alludendo, ammiccando, sapeva dell’amante?).

    Ah, belle botteghe di una volta.

    PS: sono rimasto ammaliato. Voglio venire a Mestre. ;)

  2. Viscontessa Says:

    Quando si dice, basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Oppure Mestre :-)

  3. BrianCarter Says:

    Della biancheria, stupisce di più che venga indossata.

  4. BBSlow Says:

    La biancheria davvero sexy è quella che una donna può tenersi addosso durante la trombata per cui è stata predisposta, sennò è solo una perdita di tempo.

    Non è poi così male, Mestre, hanno anche rifatto e pedonalizzato la piazzetta. Di Venezia mi piace il fatto che fanno musica in continuazione, e dovunque. Non mi piace che, come tutto, te la vendano. San Marco è senz’altro anche il nome di una pizzeria, di un supermercato non so. E’ probabile.

    Slow

  5. utente anonimo Says:

    Venezia è una riserva di caccia per tanatologi. In piazza San Marco, gremita di giapponesini ti senti correre sotto pelle un brivido cimiteriale.

    Capisci che è una città che non può sopravvivere.

    Poi però basta entrare in una chiesa qualunque e vedere il sorriso di una Madonna del Giambellino per riconciliarti con la vita.

    Ps. Hai un cuore sempre colmo di ricordi. Io non riesco più a contarli i tanti morti di carta o di carne che sfilano insepolti nella mia anima…

    :-(Cap

  6. kinglear Says:

    Vedi Cara Viss, io penso che i supermercati oggi sono il simbolo d’una frammentazione sociale sempre più pressante; c’è chi ci va solo per tentare di trovare un’amicizia, quasi potesse comprarla al banco del pesce o a quello della carne! Comunque su questo fatto e altri ancora, sulle implicazioni sociali, i supermercati sono una bella “gabbia per topi” che piace molto molto assai ai sociologi. Si va al supermercato per un po’ di calore umano - terribile a pensarci -, non si trova nessuno a parte gente che come noi cerca la stessa cosa, il calore umano, e alla fine ci si rassegna: la prima cosa che ci capita sotto mano, anche se non ci serve, la compriamo. La “cosa” finisce col sostituire quel calore umano che andavamo cercando.

    Baci e abbracci, Viss

    Giuseppe

  7. Effe Says:

    calli a Venezia, sapida tautologia

  8. Viscontessa Says:

    Che la biancheria intima fosse solo una delizia per le donne che la indossano, l’ho sempre pensato. Gli uomini, nel sesso, sono molto più diretti e tutti questi fronzoli femminili hanno lo stesso sapore di quei famosi preliminari così importanti per le donne e così poco per gli uomini. Che poi esistono i compromessi e il venirsi incontro, e questo è tutto un altro discorso.

    Vero anche il discorso dei supermercati anche se credo che l’offerta di socializzazione che ci sbattono in faccia non passi solo dall’acquisto del prodotto simbolo, feticcio del proprio bisogno di affetto. Questi grandi centri commerciali, con i loro prodotti tutti uguali, la loro musica di sottofondo, i loro cartelli di scuse per il disagio che ci può arrecare un fondo chiuso ( tra i centinaia che ci sono), e il suo clima temperato in ogni stagione, sono già di per se una sorta di utero materno dove non esistono le stagioni, non esiste il caos, la maleducazione, la cattiveria, la paura.

    In un centro commerciale non può succederti niente di male.

    Non si spiegherebbe altrimenti l’affollamento di certi luoghi in periodi come questo in cui la gente ha paura di andare persino all’aereoporto a prendere un parente.

    I ricordi, cap, sono solo frammenti che per essere evocati hanno solo bisogno di una mano che li incolli come un grande mosaico. Non è detto che tutti siano amanti del bricolage e anche io, come ben sai, mi dedico ai lavori manuali solo di tanto in tanto :-)

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