taccuino, tacquino o tacchino?

Viscontessa, 30 settembre 2005

Ieri sera mi diceva un’amica che tiene sempre un taccuino in borsa per prendere appunti.

Io a pensarci bene in borsa ho sempre delle gomme da masticare, almeno cinque o sei accendini, qualche sacchetto per raccogliere le cacche dei cani, un portafoglio pieno di scontrini e di solito privo di denaro e un’agendina su cui segno i numeri di telefono senza il nome per cui poi non mi ricordo di chi siano.

L’ultima volta, per esempio, ho chiamato uno che pensavo fosse il lavacani e invece era il veterinario solo che prima di comprendere l’equivoco ci è voluto un po’ di tempo: io gli dicevo che dovevano occuparsi dei miei cani e lui rispondeva che è lì apposta, poi gli ho raccontato che il cane si gratta e lui mi ha risposto che può essere dovuto da tante cose, infine gli ho detto che a prescindere dalle tante cose (ma che gliene frega a lui – ho pensato) dovevano usare uno shampoo delicato e lì è venuto fuori l’equivoco.

Comunque in borsa non ho un taccuino anche se ci tengo una bella penna che quando qualcuno mi chiede se ho una penna, io gli faccio due palle così perché me la renda non appena ha finito di scrivere. Chissà, più che temerne il furto, ho paura che quello finito di scrivere ci si pulisca il naso. Però il taccuino non ce l’ho e quindi non mi segno niente sul taccuino ma se vedo qualcosa che mi interessa avvio un post mentale che mi scordo cinque minuti dopo che l’ho avviato.

E’ che con il taccuino non mi ci vedo, non saprei neanche come usarlo e cosa scriverci. vedi un cane pelato e scrivi cane pelato? Oppure ci scrivi ho visto un cane pelato o magari ricordarsi del cane pelato o cane pelato che mi ha rammentato mio nonno o il cane pelato attraversava stancamente la strada quando la sua impudicizia mi ha fatto venire in mente Mario che girava sempre nudo per casa con le palle ciondoloni?

Ecco non lo so, non lo capisco, e poi come fai? Magari sei in bicicletta e vedi uno che sputa, cosa fai? Ti fermi e scrivi uomo che sputa o tieni a mente lo sputo e dopo sputi anche tu qualcosa sul taccuino?

Cazzo, è che ho visto un taccuino di Gucci davvero bello e ora devo sapere a cosa mi serve prima di comprarlo.

Ma si può usare un taccuino di Gucci?

opinioni

Viscontessa, 30 settembre 2005

E’ importante avere un’opinione su tutto.

Prima si aveva un golfino di cachemire che andava su tutto, un soprabito di primavera a cui si girava il collo per essere indossato per anni ancora, si aveva la salute prima di tutto e poi i soldi che non danno la felicità ma insomma aiutano, si aveva prima di tutto la mamma e poi i figli e su tutto Dio che vegliava su di noi.

Adesso invece c’è l’opinione su tutto, se apri un blog devi avere un’opinione su tutto perché altrimenti resti nudo in mezzo agli altri e tutti ti guardano e ti chiedono cosa ci fai qui.

Ci pensavo ieri sera mentre sentivo impellente il bisogno di esprimere un’opinione che poi non sono neanche riuscita a formulare. Ero appena uscita dal cinema con un’amica quando ho incontrato una coppia con cui avevo già scambiato due parole prima di entrare. Forse non avevo l’accendino e scusa mi fai accendere.

La bestia nel cuore e il sonno tra gli occhi, ho combattuto con le mie palpebre per tutto il film e mentre traballavo sulla poltroncina in cerca di un tormento che mi tenesse sveglia, pensavo che quando ero più giovane non mi capitava mai di avere sonno al cinema. Forse il Bloody Mary prima di entrare, mi piace pensare che la colpa sia stata sua e non degli anni che passano.

La mia amica mi chiede se il film mi è piaciuto, io nicchio, non rispondo, penso che no non mi è piaciuto ma la colpa è del bloody mary che mi ha fatto venire sonno e l’opinione non la sento impellente, non mi viene e affoga nel ci penserò domani che suona bene e mi permette di concentrarmi sul fatto che devo tornare a casa in bicicletta.

Poi incontriamo la coppia e lei dice che il film non le è piaciuto molto, che un problema così delicato poteva essere sviscerato meglio, che altri artisti, quando hanno trattato temi così complicati, sono riusciti a coinvolgere di più lo spettatore. La guardo parlare mentre muove le sue grosse labbra carnose perfettamente ricoperte di rossetto, io penso al bloody mary che non ho sulle labbra e mi sembra di essere quasi disidratata dal sonno che si succhia negli occhi lacrimosi tutti miei liquidi corporei ma la mia amica sembra sorpresa, il film ha trionfato a venezia e la Mezzogiorno è bravissima e cosa volevamo vedere? Lo chiede con ingenuità, con pudore, con deferente curiosità, volevate vedere qualche scena più cruda?

E lì mi scappa l’opinione, non che ce l’avessi, non ero in grado di crearmi un’opinione ma i liquidi sono improvvisamente tornati al loro posto come un’alta marea e la lingua, reidratata dalla luna, ha provato il bisogno impellente di muoversi e dire che il film no, non era piaciuto neanche a lei perché le era parso troppo incentrato sulle capacità recitative dell’attrice ma poco attento al contesto.

Poi sono affogata nel liquido amniotico con vodka.

Lavoro/1

Viscontessa, 28 settembre 2005

Non è facile scrivere quando per circostanze avverse si è costretti a portare l’uccello sulla spalla.

E poi non mi da pace: mi fruga, mi bacia, si infila nell’orecchio e se protesto si rizza e urla.

Si chiama Smila, è verde e porta un’anellino alla zampa sinistra come molti giovani che adornano piedi orribili di cerchietti d’argento.

Pensavo oggi, mentre mangiavo pomodori in mezzo al traffico, che sarebbe l’ora che abbandonassi per un po’ la pratica dell’autocommiserazione personale (detta anche pippologia mentale comparata) per dedicarmi all’autocommiserazione sociale che di questi tempi non richiede neanche un grande sforzo.

Come dicevo poc’anzi in una risposta, pubblicherò sul blog per qualche giorno, alcuni vecchi post in cui racconto della mia esperienza lavorativa presso una fabbrichetta alla porte della mia città e di seguito pubblicherò la corrispondenza che precedette la mia comunque tardiva dipartita da quel luogo.

Lo scopo è quello di ricordare e di riposare quell’unico neurone che come un particella di sodio nell’acqua Lete, vaga per le distese acquose del mio cervello.

"Piero aveva iniziato a lavorare a dieci anni non appena finito di imparare a leggere, scrivere e far di conto.

Era andato a lavorare nella bottega da ciabattino di suo zio perché quella strana passione per le scarpe che nella sua famiglia di contadini si indossavano solo la domenica, aveva convinto il suo babbo a risparmiargli il puzzo di sterco incollato addosso, in favore di quello più acre del mastice incollato sulle mani.

In paese, a distanza di tanti anni da quell’infanzia arida e dura come le zolle di terra cotte al sole, erano ancora in molti a rammentarsi di quel bambino che prima di varcare la soglia della chiesa, si fermava a lucidare le sue vecchie scarpe sputandoci sopra e stropicciandole con il palmo della mano, ma quel ricordo, ancora così vivido negli occhi acquosi dei vecchi del paese, era per lui un indicibile tormento che si nutriva in egual misura di nostalgia e orgoglio, di vergogna e tenerezza.

Piero aveva lavorato sodo e lo aveva fatto con quella passione che gli avrebbe permesso diventare "qualcuno" nella piccola comunità di quel paese alle soglie di Firenze. Aveva ben presto aperto un laboratorio tutto suo e si era sposato con quella ragazzotta che era stata la sua prima operaia ma che negli anni non sarebbe mai diventata quella gran signora che lui aveva sperato.

Perché Piero, ancora bambino, aveva accompagnato sua madre in città per una visita agli occhi e Firenze, con tutte le sue vetrine di scarpe e i suoi palazzi e quelle carrozzelle con i cavalli , le signore che passeggiavano per il centro, le luci, le voci, le strade strette e l’Arno che lì scorreva lento e maestoso come adagiato in un letto di rose, gli si conficcò come una spina nel fianco che lui non sarebbe mai più riuscito ad estirpare.

Gli anni che seguirono furono costellati di successi, il piccolo laboratorio si ingrandì, gli operai aumentarono, il lavoro cominciò ad essergli commissionato anche da quegli stessi negozi di Firenze che tanto aveva ammirato da bambino e quando gli nacque la prima figlia che a lui sembrò subito meravigliosa, si comprò, in un negozio del centro di Firenze, un paio di scarpe di vernice da indossare la domenica per andare a messa.
La figlia così crebbe come una principessa sul pisello e terminata la scuola dell’obbligo, fu mandata a studiare in una delle più prestigiose scuole private della città e quando terminò con modesto successo il suo corso di studi liceali, si iscrisse alla facoltà di economia e commercio che le avrebbe permesso, secondo lei, di diventare un giorno un manager di successo in grado di condurre l’azienda di famiglia che nel frattempo si era ingrandita abbastanza da sfamare una cinquantina di famiglia del suo paesello di origine.

Piero era un bravo cristo, pagava le tasse, dava lavoro a tante famiglie e mai un suo operaio si era lamentato di lui ma il dolore di quella spina conficcata nel fianco, pareva trovare sollievo solo nell’ammirazione per quella figlia cittadina la cui tracotanza fu per lui come un balsamo lenitivo e per gli altri un roseto intero conficcato un po’ ovunque.

Così quando lei dopo qualche esame all’università, tornò al paesello e gli disse – tu sei vecchio e non sai niente di economia aziendale, adesso ti faccio vedere io come si fa a mandare avanti un’impresa – lui si lasciò convincere ad acquistare per un software per la gestione dei costi di produzione che nessuno avrebbe mai usato, e che costò al sig. Piero 60 milioni delle vecchie lire.

 

…… 21 dicembre 2001

Con la presente siamo a contestarle a norma e per gli effetti di quanto disposto dall’art. 7 della legge 20/05/’70 n. 300, quanto segue:

da una verifica amministrativa sono emerse diverse irregolarità, inesattezze, errori imputabili, riteniamo, a superficialità e poca dedizione nello svolgimento degli incarichi assegnati, che, invece, per le mansioni attribuite, il livello economico riconosciuto, l’importanza della congruità ed esattezza dei dati amministrativi gestiti dovrebbero essere assolti con impegno, precisione, puntualità.

Inoltre sono state riscontrare anomalie nella gestione degli strumenti hardware e nella gestione degli applicativi software che le ricordiamo essere di esclusiva proprietà e gestione aziendale.

Quanto sopra contestatole è ancora più qualificato dalla circostanza che lei si era già resa responsabile di simili colpevoli comportamenti per i quali le sono stati rivolti vari richiami verbali ma che evidentemente non hanno sortito alcun effetto.

Tutto ciò premesso siamo a richiederle le sue giustificazioni scritte entro 5 giorni dal ricevimento della presente, riservandoci, nel contempo, l’adozione dei provvedimenti disciplinari così come previsi dal C.C.N.L vigente ovvero dalla legge.

 

……. 5 gennaio 2002

Ricevo la vs del 21/12//2001 nella quale mi vengono chieste giustificazioni in merito a presunti errori da me commessi nello svolgimento delle mansioni lavorative attribuitemi.

Non ritenendo di essermi resa colpevole dell’atteggiamento che mi imputate, e non risocntrando nella vostra alcuna precisa accusa, sono con la presente a richiedervi che mi vengano formalmente dettagliati i presunti errori che hanno reso talmente incongrui e inesatti i dati amiministrativi da ritenere necessaria l’adozione di provvedimenti disciplinari a mio carico.

Tutto ciò premesso, resto in attesa di ulteriori comunicazioni da parte Vostra e mi riservo nel contempo di tutelarmi da eventuali provvedimenti disciplinari a mio carico.

Social Forum

Viscontessa, 27 settembre 2005
A volte resti imprigionato nello spezzone di una pellicola senza titolo. Qualcuno fa zapping con la tua vita e per un momento ti ritrovi in nella scena di un film che se fossi un regista paziente potresti utilizzare per una qualunque delle tue opere.
Senza tempo e senza trama.
La vis esce come sempre dall’ufficio per andare a prendere un primo da consumare frettolosamente sulla scrivania, percorre tra i pensieri quel  breve tratto di strada in un quartiere “bene” della città dove il macellaio ti porta ancora a casa la spesa e ti fa pagare un pollo nove euro.
La destinazione è sempre la medesima: una gastronomia di lunga tradizione familiare nella quale l’attenzione per il cliente è tanto accurata quanto sussiegosa e la lunga attesa per quel piatto di pasta è  tanto più fastidiosa quanto questa viene spacciata per un momento di relax gentilmente offerto dai proprietari della gastronomia.
La vis arriva pensando ad altro, si affaccia appena nel negozio e vede la lunga fila di clienti che appoggiata alla parete attende il proprio turno. Sta per entrare poi si sente chiamare e si gira.
Lei sta lì e la guarda in attesa di un saluto ma la vis, che ultimamente soffre di reazioni ritardate e confusionarie, si ostina a guardarla senza rendersi conto di chi sia. Non è che la vis non sappia chi è quella figuretta infagottata in abiti troppo grandi che le sta di fronte , lo sa benissimo perché la sua faccia le è familiare come le molte facce che popolano il suo ufficio, ma la vis semplicemente non riesce ad interpretare il sorriso di quella che pensa essere una sua collega.
Poi, quando la situazione comincia a farsi imbarazzante, la vis riesce finalmente a collocare la figuretta nel contesto giusto e si rende conto che l’album di figurine nel quale quella figuretta stava attaccata non è quello che sta completando in questa stagione.
Poi, chissà perché, associando il contesto alla figuretta, alla vis viene subito in mente il bug di fine millennio.
Così mentre saluta la figuretta e chiede senza ottenere risposte, pensa che ciò sia dovuto a quel grosso baco con le ali che si è schiantato sulle torri gemelle di New York e che ha portato con se cambiamenti troppo repentini nella nostra vita.
La vis aveva conosciuto la figuretta qualche anno prima quando i cieli erano ancora puliti e una ragazzetta di paese vestita secondo i dettami della moda paesana e con un tocco di presunta classe tra i capelli opera della sua amica parrucchiera, era venuta a lavorare dove lavorava anche lei. La ragazzetta allora, reduce da una storia d’amore che avrebbe dovuto condurla all’altare, aveva sofferto di una brutta depressione che l’aveva condotta a sua volta, come spesso accade in queste circostanze, ad offrire il suo fiore tra le gambe a chiunque le paresse interessato. E spesso, anche a chi non pareva mostrare un interesse particolare. Navigava allora la figuretta nel buio di tentativi di analisi e di amicizie, di fidanzati e lavori, che la lasciavano regolarmente in preda ad una psoriasi devastante alle mani che lei curava con tutti i tipi di medicina alternativa offerti dal mercato. Fragile ed aggressiva allo stesso tempo, non riusciva mai a trovare il coraggio per essere una se stessa qualsiasi fino in fondo e per questo finiva per risultare spesso antipatica, falsa, tormentata e  intollerabile.
E le cose non andarono certo meglio quando, dopo aver abbandonato il sentiero del sesso libera tutti, decise che il lavoro e la carriera sarebbero state la sua missione nella vita. La ricordo in ufficio, dopo avermi raccontato qualche mese prima che l’incomprensione che c’era con i suoi genitori era colpa della modesta estrazione sociale dei medesimi e che non facevano niente per elevarsi, che se la prese con “le maestranze”, così chiamò gli operai della fabbrichetta, perché si lamentavano per il volume dell’impianto radio.
Quando quindi me ne andai dalla fabbrichetta con la certezza che le viscontesse non son fatte per ambienti ove le maestranze vengono definite tali, la lasciai con le unghie french su mani scarnificate fino all’osso e la convinzione che le ambizioni di una segretaria atterrata sul quel pianeta di maestranze, sarebbero state mortificate come sempre.
Quindi oggi la vis, osservando la figuretta infagottata in una maglia del socialforum e lunghi jeans che finivano sotto alle suole di un paio di Birkenstok, pensava al baco del millennio che si è portato via le ambizioni e le speranze di molti e ha lasciato al suo posto ideali e fervori giovanili di impalpabile leggerezza.
E così, come in un film in cui due vecchi conoscenti si incontrano dopo una guerra, un lutto, una malattia, un terremoto, la vis chiedeva alla figuretta cose fosse ora della sua esistenza e lei, tra il vedo gente e faccio cose, l’unica cosa che sapeva dirle era che anche lei, adesso, viveva in città.
Forse nel film la  figuretta torna nella sua piccola casa di città e si lava i capelli pensando alla viscontessa e la viscontessa torna nel suo piccolo ufficio dei quartieri bene e racconta la vita degli altri.

caro commentatore

Viscontessa, 27 settembre 2005

Caro commentatore sparito questo post è per te.

A dire il vero non so neanche esattamente chi tu sia ma stasera che il sonno si fa attendere come un ospite di riguardo, mi sei venuto in mente proprio tu i cui commenti hanno, per un certo periodo, quasi preceduto ogni mio post.

Non è che mi senta offesa per la tua latitanza, d’altra parte io non ho mai fatto niente per trattenerti, ma mi chiedevo cosa sia passato per la tua testa quando da un giorno all’altro hai deciso di abbandonare il mio blog. A meno che tu non sia morto e allora e allora non c’è bisogno che tu risponda, capirò da sola.

Me lo chiedevo perché per quanto la qualità dei post non sia sempre la medesima, è anche probabile che nel lasso di tempo in cui venivi a trovarmi tutti i giorni, io ti abbia accolta in guepiere e tacchi alti ma anche in ciabatte e bigodini e sicuramente, conoscendomi quel poco che ognuno di noi si conosce, ti ho anche cullato e ignorato in egual misura. Di sicuro non mi sono mai presa cura di te la mattina presto.

Mi chiedevo allora, caro commentatore sparito, se il mio atteggiamento abbia in una qualche maniera disatteso le tue più svariate aspettative e in caso affermativo, cosa tu ti aspettassi di preciso da me.

Io da me, tanto per essere chiari, non riesco mai ad aspettarmi niente di buono ma stasera mi è venuto in mente un tizio che frequentavo da ragazzina e che dopo circa un anno in cui tutti i pomeriggi veniva a trovarmi a casa, mi disse, nel mio più totale stupore, che gli piacevo.

  • accidenti! Nell’ultimo anno ho visto più te di mia madre, come puoi non essertene accorta?

E se ne andò per sempre lasciandomi in compagnia della mia ingenuità.

Ognuno di noi è ingenuo a qualcosa.

Divellare

Viscontessa, 26 settembre 2005
I bugiardi tracciano un’immaginaria linea di confine entro la quale non è permesso entrare. Si difendono dalle presunte invasioni altrui con uno scudo di menzogne che spesso lasciano il bugiardato (colui che subisce la bugia) interdetto per la futilità della menzogna. Dimenticano quasi subito l’argomento su cui hanno mentito e una volta smascherati mentono nuovamente senza ritegno per ribadire il loro mal interpretato diritto alla  privacy.

I mistificatori della realtà sono invece molto più pericolosi. Prendi un cerchio e osservalo, elaboralo, guardalo da una prospettiva diversa e vedrai che se è il quadrato quello che desideri, il cerchio diventerà quadrato. I mistificatori della realtà hanno un concetto molto soggettivo della medesima e modificano ogni evento a loro piacimento fino ad ottenere un quadrato perfetto che nessuno potrà più contestare. A differenza dei bugiardi il tempo per loro è amico perché mentre i primi si dimenticano in brevissimo tempo cosa hanno detto, i mistificatori tracciano linee rette sempre più marcate fino a convincersi loro per primi della quadratura del cerchio.

Gli impavidi, invece, mentono per sfida, le loro bugie sono spesso innocue ma molto sofisticate perché lo scopo della menzogna è proprio quello di mettere alla prova la medesima.  Mentono sapendo di mentire ma lo fanno nella convinzione che la loro menzogna, così accuratamente impacchettata, ha tutti i diritti per essere realtà.



Circa un paio di anni fa in un freddissimo pomeriggio di dicembre, sono stata a Bologna con mia sorella.

Eravamo in casa di cura a trovare mia nonna e cominciammo a parlare di pappagalli fino a quando lei desiderò così intensamente un pappagallo, da costringermi ad accompagnarla dal mio spacciatore di pappagalli situato in una località sperduta nel blognese.

Ci perdemmo per la strada tra i colli bolognesi e il clima che si instaurò nel corso di quest’avventura, ci riportò ai vecchi giochi d’infanzia quando tra scaramucce e affetto, si creava quella complicità tra sorelle che poi va inevitabilmente sbiadendo nel tempo. Lei rideva di gusto, io dovevo fare pipì, fuori imbruniva e il vento che entrava dal finestrino appena abbassato per fumare era gelido e impietoso.

Giravamo in tondo tra insulti cristallini come risate e ricordi più vecchi del tempo trascorso fino a quando, in cerca di un tabernacolo che doveva indicarci la strada giusta, ne avvistammo uno con dentro una madonnina caduta dal suo piedistallo. Una folata di vento spettinò i rami secchi di un albero e io esclami un “madonna divelta” che causò l’esplosione di una fragorosa risata e rimase lì tra noi per tutto il resto del pomeriggio.



Gli impavidi hanno un arsenale di bugie ben collaudate. Quando mancano le circostanze adatte per utilizzarle si inventano circostanze che possano giustificarle come tiratori scelti in un poligono. Ricordo che una volta da ragazzina dissi a mia madre che la sera sarei andata ad una festa. Allora non avevo il permesso di uscire la sera ma neanche una festa alla quale recarmi. Volevo semplicemente affermare una questione di principio ovvero il mio diritto a recarmi ad una festa, e sparai la mia bugia con tale vigore che mia madre fu costretta ad arrendersi e concedermi il permesso per uscire. Fu allora che ammisi candidamente che non dovevo andare da nessuna parte.



Cioè, niente, automaticamente l’esodo di ferragosto diventa un tormentone.

Ogni giorno prendiamo un parola e ne inventiamo accezioni nuove che servono solo a rafforzare un nostro pensiero o a darne un significato più pittoresco. Parole usate, abusate, stuprate e poi gettate via come fazzoletti usati.

La madonna poteva essere semplicemente caduta dal piedistallo.

E io potevo essere semplicemente in ritardo a causa di una signora anziana scaraventata da un auto in corsa sopra ad un palo della luce.

Oppure la madonna come la vecchia potevano essere divelte perché è una madonna divelta che ci ha tenuto compagnia quel pomeriggio e una vecchia divelta che ha strappato un sorriso nonostante il ritardo.



Nel repertorio delle bugie dell’impavido, la variante A è una ricercatezza linguistica che sposta l’attenzione degli interlocutori sull’argomento che si desidera. Un ritardo o un post, possono essere episodi così scialbi o sbiaditi da lasciare l’interlocutore o il lettore infastiditi o indifferenti, ma una vecchia divelta, sia che se si tenti di immaginare la scena o ci concentri sull’uso scorretto del vocabolo, ha la capacità di attirare l’attenzione molto più di una signora anziana scaraventata su un palo della luce. Che nella circostanza non mi sarebbe servita a niente.

Una viscontessa qualunque: la favola continua

Viscontessa, 23 settembre 2005
La viscontessa anche stamattina si è svegliata di buon ora, e di buon umore come al solito, è rotolata giù da letto  verso le nove imprecando contro il destino cinico e baro che la costringe a queste levatacce nel cuore della notte.

Ha poi consumato la sua petite dejuner in compagnia del suo staff: il pappagallo urlante, il cane sbavone e il gatto ingrato, quindi, come un viscontessa qualunque, si è vestita con semplicità prediligendo colori solari come il nero e accessori sobri come un giubbotto di pelle e si è recata in bicicletta presso il suo ufficio.

La viscontessa, che nonostante il successo è rimasta una viscontessa qualunque della porta accanto,  ama pedalare nell’aria inquinata della sua città mentre con la sigaretta in bocca e le tipiche crisi d’identità mattutina, va in cerca di un bar dove assaporare un caffè che le consenta di ricordarsi come accidenti si chiama e in quale accidenti di ufficio sta tentando di recarsi.

Apparsa sulla soglia dell’ufficio in tutto il suo splendore, la viscontessa ha quindi scelto per scusare il suo ritardo della mattina, la versione n. 15 con variante A del suo manuale della scusa perfetta: ha aiutato una signora anziana ad attraversare i viali ma, aihmè, giunta la vecchia a metà del percorso, il semaforo è diventato rosso e la vecchia, divelta  su un palo della luce da un auto in corsa, ha costretto la nostra magnanima viscontessa a prodigarsi per l’arrivo dei soccorsi.

Quindi, senza farsi condizionare dal recente e strepitoso successo, la nostra Viscontessa ha svolto con perizia e devozioni il suo lavoro e solo adesso, nell’attesa che lo smalto delle unghie si asciughi e la maschera al cetriolo faccia il suo effetto, si  affaccia su questa finestra virtuale concedendosi nuda di ogni vanità al bagno di folla che l‘attende.

Sono tutta vostra, un domanda per uno per favore che sono attesa per colazione in mensa.

Per gli autografi , invece, inviatemi pure la vostra copia e soprattutto la busta affrancata per il ritorno.

Dimenticavo, è uscito oggi il numero di ottobre di Cosmopolitan al cui interno troverete un articolo sui blog.

E il mio è stato menzionato, son tutta un giubilo.

acqua

Viscontessa, 22 settembre 2005

Io bevo acqua del rubinetto perché non ho voglia di portarmi a casa tutto quel peso di acqua e plastica. Poi non sai mai dove devi mettere la plastica perché nonostante le tecniche di stoccaggio delle bottiglie vuote, la soluzione migliore resta sempre quella di prendere la bottiglia e portarla giù nel cassonetto.

Così esci in ciabatte con quattordici pinze tra i capelli che hai raccolto a giro per casa e in ascensore incontri il figlio della tua vicina che ti dice "buonasera signora" e mentre tenti di fargli vedere che sotto alla tuta con gli orsetti indossi un ben poco signorile perizoma zebrato, arrivi a pianterreno e incappi nella madre del ragazzo che ti guarda disgustata.

Al cassonetto le cose non vanno meglio, nel tentativo di stoccare la bottiglia vuota, l’hai ridotta ad una massa informe di plastica sulla quale hai riversato tutta la tua frustrazione giornaliera e ora la palla, vendicativa, si rifiuta di entrare nel cassonetto e rotola al suolo sulla pisciata del mastino della signora Rosa che adora farla sul cassonetto per la raccolta della plastica.

Quando torni a casa sei assettata come un cammello e ti attacchi al rubinetto dell’acqua.

Che poi prima l’acqua era naturale o frizzante. Un sorso di acqua frizzante e ti lacrimavano gli occhi come se ti fossi fatta un cicchetto. Anche se con il cicchetto non ti venivano i rutti. Un sorso di acqua naturale e correvi a comprare le bustine di Idrolitina che almeno davi un senso alla spesa dell’acqua.

Poi è arrivata l’acqua nei cartoni e sono ancora in molti a domandarsi a chi sia venuto in mente di mettere l’acqua dentro ad un cartone che quando lo aprivi sputava come la fontana di Piazza Navona.

Infine i giorni nostri fatti di una tale gamma di possibilità di acquisto da far invidia all’altrettanta gamma di scelta dei preservativi. Perché anche con i preservativi non si scherza.

Acqua frizzante, naturale, ritardane per lei e stimolante per lui. Ce n’è per ogni gusto e di ogni sapore e ognuna è contenuta in bottiglie di taglia e grandezza diversa. Small per le meno esigenti, sagomate per quelle con gusti particolari ed extra large per le assetate croniche. E poi la versione da viaggio, una donna davvero al passo con i tempi, ha sempre la sua bottiglietta di acqua in borsa, ne conosco alcune le chiamano addirittura per nome e non vanno mai a buttarle nel cassonetto.

Che quando incontrano il vicino in ascensore il perizoma zebrato lo hanno già ben esposto un paio di dita sopra al pantalone

l’oroscopo peloso

Viscontessa, 21 settembre 2005
Il grillotalpa è assente da qualche giorno e il procione si da un sacco da fare.

Stamattina al bar c’è molto movimento, il procione mi passa un budino e mi prepara un caffè mentre con due colleghe si parla dei capelli fuori posto. Sono le punte che non vanno bene e da chi vai? Ma chi ti taglia i capelli? Devi chiedere di Alessandra e i capelli te li sistemo io. Il caffè è pagato.

Uno degli operai che aspetta il panino mi chiede se è un parrucchiere bisex che i capelli vuole venire a farseli tagliare dalla Rita. Gli rispondo che è un call center e il mio è solo un problema di punte.



Poi arriva lui. Sto leggendo l’oroscopo e lui mi sbuca alle spalle chiedendomi di leggere anche il suo. Ogni volta che lo vedo temo che mi chieda di rifare il verso del capriolo in amore, quello che è stato definito un incrocio tra un rutto e un latrato, ma ultimamente ha superato la fase animale e mi si accosta con approcci più umani.

Si parla di parcheggi e si finisce sulle gambe: scopro che condividiamo l’esperienza della frattura al piatto tibiale e tirar fuori il proprio arto, è solo un attimo.

Prima tiro su io il pantalone e mostro la mia bella cicatrice con cucuzzolo in ferro, gamba ancora abbronzata, depilazione accettabile, complesso passabile.

Poi tocca a lui e questa volta, da sotto il gambule del pantalone, sbuca una gambetta bianca come neve adornata da radi e grossi peli neri che si rincorrono tra le cicatrici del ginocchio…..



Io non ho niente contro la peluria maschile, e anzi, ad esser sincera, provo un certo ribrezzo per la ricrescita dei  depilati toracici  fai-da-te. Diciamo che la peluria fin sulle orecchie può essere fastidiosa perché i pelosi spelano come i cani e lasciano tracce del proprio pelo un po’ ovunque. E diciamo anche che a leccare uno peloso ti diventa la lingua felpata e ti tocca sputacchiare nel corso di tutto l’amplesso con il rischio che lui scambi le tue smorfie per manifestazioni di giubilo sessuale. Però, però anche una gamba mediamente pelosa quando il pelo, per quanto rado, si manifesti di lunghezza e diametro degni di una pompa da idrante, dovrebbe trovare un modo più civile per presentarsi impudico allo sguardo altrui.

L’oroscopo di oggi diceva “incontrerete un vecchio amico che potrebbe risvegliare vecchi desideri sopiti”.

Credo che parlasse di Diego, l’ho incontrato stamattina davanti a casa.  Da l’ultima volta sono passati almeno 10 anni e 10 kili (suoi), però è sempre squisitamente trombable…..

Miss Italia

Viscontessa, 20 settembre 2005


A Greta piaceva la numero 075 perché aveva il seno abbondante come il suo e quando l’avevano eliminata aveva temuto che anche per lei non ci sarebbe mai stata alcuna possibilità. Poi aveva scelto la numero 012 e quindi la numero 06 e infine la vincitrice perché le sembrava una ragazza più “normale”. Si ecco avrebbe definita la vincitrice una ragazza normale come lei e su questa illusione era andata a letto che domani c’è la scuola.



Matilde invece aveva messo a letto i bambini, aveva sparecchiato, lavato i piatti e rassettato la cucina. Le piaceva avere la casa sempre in ordine e la cucina pulita con quelle tendine al punto croce che l’avevano tenuta impegnata tutta l’estate sotto l’ombrellone, bambini permettendo.

A lei piaceva tanto la numero 018, anche lei da ragazza aveva partecipato a qualche concorso di bellezza ma poi aveva conosciuto Franco e da allora aveva abbandonato la cura maniacale del suo corpo per occuparsi di quella altrettanto maniacale della sua famiglia. Ora le sue amiche non la invidiavano più per il suo aspetto fisico ma per la famiglia  stupenda che aveva creato. O almeno credeva perché di amiche non ne aveva molte e questo non poteva che essere dovuto al fatto che erano invidiose di lei.

La numero 018 fu eliminata quasi subito e lei stizzita votò annoiata altre candidate che non la convincevano affatto.

Pensò che la vincitrice non sapeva di niente e che ai tempi in cui anche lei sfilava, una così l’avrebbero buttata fuori subito. A meno che non l’avesse data a qualcuno e allora si spiegava tutto.



Gianni era in caserma e non aveva voglia di uscire, non sapeva dove andare e poi non c’era il mare e per lui una città senza mare era come una donna senza seno. A lui le donne piacevano piuttosto in carne con un seno abbondante nel quale perdersi ma per adesso aveva avuto solo una fidanzata che forse era anche troppo in carne e aveva un seno abbondante ma  un po’ troppo flaccido per cullarcisi sopra.

A lui piaceva la numero 027 e la votò tutta la sera fino quando fu definitivamente eliminata. Così andò a letto e si masturbò pensando a lei. Poi prese un foglio di carta e una penna e cominciò a scriverle una lettera “Cara Cristina, sono un ragazzo siciliano come te….”



Mara e Antonio avevano mantenuto intatto negli anni l’arredamento del loro appartamento e anche  il loro guardaroba aveva subito pochissimi cambiamenti come del resto i loro gusti televisivi cristallizzati in un passato di Pippo Baudo e Mike Buongiorno. Mamma Rai era diventata, dopo l’incidente della loro unica figliola, il loro unico punto di riferimento e da quando era stato inventato il televoto, loro non perdevano occasione per toccare quella madre misericordiosa che si manifestava nella scatola nera sopra il carrello. Televotare era diventato quasi un dovere da compiere con scrupolosità e attenzione. Mamma Rai questo si aspettava da loro e loro non volevano deluderla.

Scelsero con molta cura le candidate da votare e quando la vincitrice fu eletta, si congratularono tra loro per averla votata fin dall’inizio. Mamma Rai sarebbe stata orgogliosa di loro.



La vis guardava il servizio del TG5 nel quale Amadori in persona ci garantiva che i polli non sono malati e che possiamo mangiare i suoi polli in tutta tranquillità.  

E pensava che a mangiar polli perché rassicurati da Amadori, bisogna proprio essere cannibali.

Sulla fiera della manza si è addormentata.

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