Non è facile scrivere quando per circostanze avverse si è costretti a portare l’uccello sulla spalla.
E poi non mi da pace: mi fruga, mi bacia, si infila nell’orecchio e se protesto si rizza e urla.
Si chiama Smila, è verde e porta un’anellino alla zampa sinistra come molti giovani che adornano piedi orribili di cerchietti d’argento.
Pensavo oggi, mentre mangiavo pomodori in mezzo al traffico, che sarebbe l’ora che abbandonassi per un po’ la pratica dell’autocommiserazione personale (detta anche pippologia mentale comparata) per dedicarmi all’autocommiserazione sociale che di questi tempi non richiede neanche un grande sforzo.
Come dicevo poc’anzi in una risposta, pubblicherò sul blog per qualche giorno, alcuni vecchi post in cui racconto della mia esperienza lavorativa presso una fabbrichetta alla porte della mia città e di seguito pubblicherò la corrispondenza che precedette la mia comunque tardiva dipartita da quel luogo.
Lo scopo è quello di ricordare e di riposare quell’unico neurone che come un particella di sodio nell’acqua Lete, vaga per le distese acquose del mio cervello.
"Piero aveva iniziato a lavorare a dieci anni non appena finito di imparare a leggere, scrivere e far di conto.
Era andato a lavorare nella bottega da ciabattino di suo zio perché quella strana passione per le scarpe che nella sua famiglia di contadini si indossavano solo la domenica, aveva convinto il suo babbo a risparmiargli il puzzo di sterco incollato addosso, in favore di quello più acre del mastice incollato sulle mani.
In paese, a distanza di tanti anni da quell’infanzia arida e dura come le zolle di terra cotte al sole, erano ancora in molti a rammentarsi di quel bambino che prima di varcare la soglia della chiesa, si fermava a lucidare le sue vecchie scarpe sputandoci sopra e stropicciandole con il palmo della mano, ma quel ricordo, ancora così vivido negli occhi acquosi dei vecchi del paese, era per lui un indicibile tormento che si nutriva in egual misura di nostalgia e orgoglio, di vergogna e tenerezza.
Piero aveva lavorato sodo e lo aveva fatto con quella passione che gli avrebbe permesso diventare "qualcuno" nella piccola comunità di quel paese alle soglie di Firenze. Aveva ben presto aperto un laboratorio tutto suo e si era sposato con quella ragazzotta che era stata la sua prima operaia ma che negli anni non sarebbe mai diventata quella gran signora che lui aveva sperato.
Perché Piero, ancora bambino, aveva accompagnato sua madre in città per una visita agli occhi e Firenze, con tutte le sue vetrine di scarpe e i suoi palazzi e quelle carrozzelle con i cavalli , le signore che passeggiavano per il centro, le luci, le voci, le strade strette e l’Arno che lì scorreva lento e maestoso come adagiato in un letto di rose, gli si conficcò come una spina nel fianco che lui non sarebbe mai più riuscito ad estirpare.
Gli anni che seguirono furono costellati di successi, il piccolo laboratorio si ingrandì, gli operai aumentarono, il lavoro cominciò ad essergli commissionato anche da quegli stessi negozi di Firenze che tanto aveva ammirato da bambino e quando gli nacque la prima figlia che a lui sembrò subito meravigliosa, si comprò, in un negozio del centro di Firenze, un paio di scarpe di vernice da indossare la domenica per andare a messa.
La figlia così crebbe come una principessa sul pisello e terminata la scuola dell’obbligo, fu mandata a studiare in una delle più prestigiose scuole private della città e quando terminò con modesto successo il suo corso di studi liceali, si iscrisse alla facoltà di economia e commercio che le avrebbe permesso, secondo lei, di diventare un giorno un manager di successo in grado di condurre l’azienda di famiglia che nel frattempo si era ingrandita abbastanza da sfamare una cinquantina di famiglia del suo paesello di origine.
Piero era un bravo cristo, pagava le tasse, dava lavoro a tante famiglie e mai un suo operaio si era lamentato di lui ma il dolore di quella spina conficcata nel fianco, pareva trovare sollievo solo nell’ammirazione per quella figlia cittadina la cui tracotanza fu per lui come un balsamo lenitivo e per gli altri un roseto intero conficcato un po’ ovunque.
Così quando lei dopo qualche esame all’università, tornò al paesello e gli disse - tu sei vecchio e non sai niente di economia aziendale, adesso ti faccio vedere io come si fa a mandare avanti un’impresa - lui si lasciò convincere ad acquistare per un software per la gestione dei costi di produzione che nessuno avrebbe mai usato, e che costò al sig. Piero 60 milioni delle vecchie lire.
…… 21 dicembre 2001
Con la presente siamo a contestarle a norma e per gli effetti di quanto disposto dall’art. 7 della legge 20/05/’70 n. 300, quanto segue:
da una verifica amministrativa sono emerse diverse irregolarità, inesattezze, errori imputabili, riteniamo, a superficialità e poca dedizione nello svolgimento degli incarichi assegnati, che, invece, per le mansioni attribuite, il livello economico riconosciuto, l’importanza della congruità ed esattezza dei dati amministrativi gestiti dovrebbero essere assolti con impegno, precisione, puntualità.
Inoltre sono state riscontrare anomalie nella gestione degli strumenti hardware e nella gestione degli applicativi software che le ricordiamo essere di esclusiva proprietà e gestione aziendale.
Quanto sopra contestatole è ancora più qualificato dalla circostanza che lei si era già resa responsabile di simili colpevoli comportamenti per i quali le sono stati rivolti vari richiami verbali ma che evidentemente non hanno sortito alcun effetto.
Tutto ciò premesso siamo a richiederle le sue giustificazioni scritte entro 5 giorni dal ricevimento della presente, riservandoci, nel contempo, l’adozione dei provvedimenti disciplinari così come previsi dal C.C.N.L vigente ovvero dalla legge.
……. 5 gennaio 2002
Ricevo la vs del 21/12//2001 nella quale mi vengono chieste giustificazioni in merito a presunti errori da me commessi nello svolgimento delle mansioni lavorative attribuitemi.
Non ritenendo di essermi resa colpevole dell’atteggiamento che mi imputate, e non risocntrando nella vostra alcuna precisa accusa, sono con la presente a richiedervi che mi vengano formalmente dettagliati i presunti errori che hanno reso talmente incongrui e inesatti i dati amiministrativi da ritenere necessaria l’adozione di provvedimenti disciplinari a mio carico.
Tutto ciò premesso, resto in attesa di ulteriori comunicazioni da parte Vostra e mi riservo nel contempo di tutelarmi da eventuali provvedimenti disciplinari a mio carico.