Ho fatto un tuffo nel liquido amniotico

Viscontessa, 29 Luglio 2005
Lei ha abbandonato il bridge e il teatro perché deve ristrutturare la casa, per pranzo prepara due patate lesse, una minestina con un pezzo di lesso tolto dal congelatore e cotto nella pentola a pressione, due porzioni di pasta al pomodoro, delle fettine scongelate, l’insalata, un pesce che si era preso troppa confidenza con lo stracchino e una melanzana che si era nascosta tra gli affettati.
All’una e un quarto esce per comprare le pesche e torna con gli hamburger e i pomodori.
Lei invece ha i suoi orari, le sue valigie, le sua enciclopedia medica, la sua malattia, la sua gravidanza, la cacca della sua bambina, la sua spiaggia alle nove e il suo pisolino postprandiale all’una e un quarto quando l’altra deve ancora comprare le pesche e torna a casa con gli hamburger.
Lei poi ha la cacca e il trasloco delle altre due. A mezzogiorno, per accontentare quella della cacca, tira fuori dal congelatore il pezzo di lesso che mette però in pentola all’una per accontentare anche quella che va a comprare le pesche all’una e un quarto.
Andiamo tutti a tavola alle due, quella della cacca è scontenta perché è troppo tardi, quella delle pesche è scontenta perché è troppo presto, quell’altra è scontenta perché sono scontente le altre due.
Quella del trasloco, mia zia nonché padrona di casa, dice sempre di no per principio. Nasconde le magagne della propria vita criticando quelle altrui e come una cozza nello scoglio di un mare torbido del porto, resta ancorata alle sue convenzioni sociali come unico appiglio ad un’esistenza meno fulgida di quella sperata.
Dice sempre no per affermare la sua indipendenza di pensiero, ti scaglia addosso dei "no" per vedere che effetto ti fanno e tenta, con le sue incongruenti negazioni, di assicurarsi la pretestuosa supremazia del suo status che lei ama arricchire con prese di posizione affatto singolari.
Quella della cacca invece è mia sorella, una donna che fa della maternità lo stesso uso che mia zia fa della sua posizione sociale. Esibisce sua figlia e la sua gravidanza con la stessa pervicacia con cui l’altra espone il suo tennis club, nessuna indecorosa ostentazione ma un costante stillicidio di "no" che affermino, negando, la sua posizione di madre.
Le sue giornate sono scandite dalle presunte esigenze di sua figlia e da una specie di vita sociale che le consenta da un lato di esibire la sua maternità a quante più persone sia possibile, dall’altra a dimostrare la sua bravura nella gestione pratica della sua esistenza.
Se l’una da un lato fa della sua disorganizzazione un vezzo da donna di classe, l’altra fa della sua meticolosità un elemento di merito della donna di famiglia. Entrambe cieche di fronte alle esibizioni dell’altra, si scontrano continuamente su campi totalmente opposti come guerrieri di fronte ad uno specchio.
L’ultima infine è mia madre che nel tentativo esistenziale di dispensare amor di pace, si plasma sulle ansie altrui assecondando ora l’una ora l’altra e scontentando regolarmente entrambe.
Il suo ruolo, che lei vorrebbe saggio e marginale, è in realtà quello di una figura in grado con sorprendente leggerezza e superficialità, di dire e fare cose dalla potenza emotiva devastante che lei, colta in fallo, minimizza con frasi tipo "non ho voglia di discutere" o il più efficace "non ha importanza".
Su tutto due bambine, la figlia di mia sorella più piccola e ancora del tutto impermeabile alle nevrosi degli adulti e mia figlia già abbastanza grandicella per soffrire visceralmente di questa intollerabile situazione.
Così quando nella farsa di questa commedia dai toni melodrammatici arrivo io, le ansie e le nevrosi del gruppetto si riversano sulla sottoscritta con la potenza di uno tsunami emotivo che mi ha tenuta sveglia tutta la prima notte passata in quella casa.
Mia figlia, emozionata per il mio arrivo, ha finalmente potuto ostentatamente ignorare le altre per reclamare tutta la mia attenzione e il mio affetto. Mia sorella mi ha meticolosamente fatto la lista di tutte le mancanze di mia zia rea, a suo avviso, di non mostrarle la gratitudine dovuta per averle concesso il beneficio di godere di sua figlia. Mia zia, a sua volta, con astuzia degna della sua età più avanzata, mi ha trascinato nella sua boutique preferita perché potessi condividere con lei la gioia dei saldi di marca e l’elenco dei suoi stilisti preferiti.
Mia madre, infine, come di consueto, mi ha praticamente ignorata convinta che io non rientri nella categoria umana di coloro che necessitano della sua opera caritatevole.
Quindi io, modello perfetto e irraggiungibile per tutti se non fosse che ho questo vizio di scrivere sul "terminale" (come dice mia madre), di cui per buon gusto non si accenna mai come si farebbe della scabrosa malattia di un parente degno, in egual misura, di commiserazione e condanna.
Non che si debba parlare dei miei interessi, ma l’alone del terminale che il gruppetto pare intravedere intorno alla mia persona, è così vasto e sfumato che la lettura di un quotidiano da parte mia, è considerata un bruttissimo effetto collaterale di questa indecorosa malattia.
Eccomi quindi nuovamente qui con la sgradevole sensazione di essere un’appestata irriconoscente nei confronti della vita, per la mia maternità e la mia camicia di marca nell’armadio.
Ho bisogno di un po’ di tempo per riacquisire la mia identità virtuale. Con calma mi rimetto in pari.


3 commenti a “Ho fatto un tuffo nel liquido amniotico”

  1. riccionascosto Says:

    Insomma ti serve una cura disintossicante… fai con comodo. ;)

  2. personalitaconfusa Says:

    oh, settimana prossima si va a volterra, ospiti di certi amici. farà caldo?

  3. Viscontessa Says:

    fa caldo sempre e comunque, questo è un buon modo per affrontare l’estate:-)

    Riccio, penso di potercela fare, con molta calma e quattro stronzate forse posso tornare ad essere la fava di sempre :-)

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