considerazioni
Viscontessa, 19 luglio 2005
Avevo scritto un post sulla vicenda del suicida di Lodi che prima di dare corso al suo proponimento, aveva aperto un blog per narrare il suo percorso verso la morte. Ne parlavo con irriverente sarcasmo e con l’amara ironia con cui si affronta qualsiasi argomento non ci tocchi da vicino ma le reazioni che ne sono scaturite, soprattutto dopo in chat da parte di chi lo aveva conosciuto personalmente, sono state di dura condanna per la presunta insensibilità con cui ho trattato la vicenda.
Non è la prima volta che incontro la morte virtuale e non è la prima volta che mi scontro contro l’accusa di insensibilità.
Già un’altra volta, di fronte all’esposizione del cadavere, non avevo trovato parole adatte di cordoglio ma è proprio l’esposizione virtuale della salma e non della sofferenza, a condurmi sulla strada di considerazioni fredde e cattive come quei cadaveri piazzati lì per evocare dolore.





20 luglio 2005, 12:11
una delle domande che mi faccio è quanta influenza abbia internet su questo tipo di suicidio o meglio: senza l’esaltazione del web ciro avrebbe visto spegnere il fascino della morte?Minerva
20 luglio 2005, 13:25
Non lo so Minerva, certo è strano che qualcuno che pensi davvero al suicidio coltivi ancora un attaccamento tale alla vita da tenre un blog sull’argomento.
La domanda non troverà rispsota se non nell’amara constatazione della volubilità dell’animo umano.
Speriamo resti un caso isolato.
20 luglio 2005, 14:36
L’amara constatazione (o l’inquietante interrogativo, come hai scritto altrove) è proprio il trasformare la mortecome ordinario argomento di conversazione o come accadimento al quale attribuire la stessa importanza del commento alla notizia di cronaca.
Fatto assai deprecabile e stupefacente ove si tratti della propria vita, cui viene attribuito un valore affatto diverso da quello attribuito alla medesima comunicazione virtuale.
I commenti, poi, lasciano altrettanto esterrefatti della pochezza mentale e dell’aridità d’animo o espressiva.
Forse sto invecchiando o forse sto diventando semplicemente come i miei genitori che ragionano per preconcetti.
E’ anche probabile.
Ma pensando al suicidio la mia concettualizzazione mi porta all’Hotel Roma di Torino ed al pensiero che ancor prima che esistessero blog od altre diverse forme di espressione e comunicazione di massa vi è stato qualcuno che del proprio “male di vivere” ne ha fatta altissima poesia e poetica.
Forse l’impulso era lo stesso ed anche il sentimento interiore.
Non così l’esteriorizzazione del medesimo sentimento.
20 luglio 2005, 14:56
Ci vuole più coraggio a vivere o ad ammazzarsi?
Io resto dell’idea che suicidarsi significhi prendere definitiva consapevolezza del proprio, vero o presunto, fallimento e la consapevolezza che la nostra vita sia stata un’illusione, è sempre una coraggiosa presa di coscienza. Magari errata ma coraggiosa. Può essere che Ciro avesse bisogno degli altri non tanto per credere ancora che la vita sia bella e piena di speranze, ma trovare il coraggio di farla finita.
I commenti non sono niente di nuovo sotto al sole, la gente non è buona e il rancore, la vigliaccheria, l’odio, la cattiveria, sono ovunque nella nostra civile società. Basta dargli modo di esprimersi, come nei commenti del blog di Ciro, per accorgersi delle dimensioni della sua portata.
Tutto cova.
20 luglio 2005, 16:34
Pavese ha lasciato traccia del suo male di vivere attraverso scritti e poesie e mai avrebbe pensato appunto di farne spettacolo, anzi ,lo scritto alla sua morte è chiaro:fate pochi pettegolezzi (parlatene poco, vi prego).
quello che appunto mi chiedevo è , se in questo caso, si partisse da un impulso decisamente diverso, più esteriore che interiore ….
un attimo di esaltazione fatale.
non la convinzione radicata .mi pare più angosciante.
mn
20 luglio 2005, 17:37
Forse da un impulso interiore che per trovare il coraggio di esprimersi aveva bisogno dell’esteriorità.
Ma è solo un’ipotesi.
21 luglio 2005, 12:01
Mi spiace ma non condivido.
La esteriorizzazione del sentimento consente anche valutazioni del sentimento stesso.
Le motivazioni mi paiono del tutto inconsistenti rispetto ad un evidente disagio individuale che nell’X% dei casi è identico per tutti coloro che si suicidano.
Qui l’esteriorizzazione è un’aggravante, rende il motivo futile.
Buona vacanza, Vis.