se non sai quanti anni sono passati

Viscontessa, 30 Luglio 2005
Secondo me sono invecchiata tutta di colpo.
Dev’essere successo come reazione alla regressione adolescenziale della settimana in sardegana, stamattina mi sono alzata e ho trovato le tette sgonfie e, cosa ancor più grave, ho provato l’irrefrenabile istinto di fare una crostata.
Naturalmente con la marmellata di albicocche.
Naturalmente non l’ho fatta ma altrettanto naturalmente mi sono accorta che ho smarrito una certa parte di identità e che niente mi è più insopportabile di questa mutilazione umorale che mi porto dietro.
Così ho deciso che adesso vado dalla mia amica Roberta, non perché lei abbia ritrovato la mia identità smarrita ma semplicemente perché a casa sua c’è fresco e magari con il fresco riesco anche a ragionare meglio.
Oggi mi sento tanto signora di mezza età e avevo quasi pensato di farmi la tinta ai capelli con la marmellata di albicocche così vado da lei prima non riuscire più a contenermi.
Gli eventi si susseguono, lo fanno con meticolosa regolarità ma mi è un po’ passata la voglia di rincorrerli.
Per esempio, oggi, c’è il mio amico dell’adolescenza in sardegna, che sta più o meno da queste parti.
Non ci sentivamo, come di consueto, da un paio di anni ma io a questo giro avevo deciso di non telefonargli perché ero tutta concentrata a macerarmi nella mia autocommiserazione. Poi è squillato il telefono ed era lui che mi voleva dire che sarebbe venuto dalle mie parti e io mi sono trovata non poco in imbarazzo a confessargli che guarda caso, io ero a si e no duecento metri da casa sua.
Quindi una sera siamo andati a cena fuori insieme ma direi, se la memoria non mi inganna, che lui si era appena fumato una canna così io ho fatto amabile conversazione, per tutta la sera, con sua moglie.
Non so cose da farsi.
Poi mi è venuto in mente che tempo prima avevo ricevuto una sua strana telefonata in cui mi raccontava che aveva provato un’irrefrenabile ed insolito desiderio per un’altra. Una molto più giovane di lui.
Non so come sia andata a finire perché non gliel’ho mai chiesto ma non ricordo neanche se questa cosa è successa un anno fa o magari cinque.
Adesso mi pare brutto chiederglielo.
Un anno o cinque o son cose, quando ci siamo conosciuti di anni ne avevamo quattordici e il pomeriggio stavamo sulla spiaggia a raccontarci le barzellette, cinque anni dopo ne avevamo diciannove e il pomeriggio dormivamo fino all’ora di cena per poter trascorrere la nottata a divertirci. Dev’essere stato quell’anno lì che mi era venuta la fissa dell’alba, mi ero imposta di non tornare mai a casa prima che il sole fosse altro nel cielo e così anche quando non trovavo nessuno disposto a farmi compagnia, me ne andavo in spiaggia da sola a guardare sorgere il sole. Una volta ricordo che prendemmo la barca per andare a vedere all’orizzonte come si formava l’alba.
Allora era di gran moda il Negroni.
Poi all’aereporto, l’altro giorno, ho incontrato la mia vecchia amica di quei tempi. Era bruttissima allora e anche adesso, per quanto sia dimagrita, è sempre inguardabile. Adesso fa l’hostess a terra, è separata, ha una figlia e a dicembre a deciso che cambia lavoro. - Che farai? - le ho chiesto - non so, sono molto creativa con le mani per cui vorrei fare qualcosa con i bambini -.
E mi è venuto in mente che la sua creatività manuale, quando era ancora più brutta di così, si sarebbe volentieri espressa con ben altri tipi di "bambini" ma purtroppo non trovò mai nessuno disposto ad affidargliene uno. - sono buddista - ha concluso, e io lì ho capito perché non diventerò mai buddista.
Comunque la nostra amicizia durò solo una stagione perché lei un giorno mi tirò un bruttissimo bidone e io dopo aver trascorso tutta la sera in casa in attesa che passasse a prendermi, mi scopai per dispetto il ragazzo dei suoi sogni.
Spero che qualcuno glielo abbia detto perché io da allora, tutte le volte che vado in sardegna, soffro della sindrome dell’attesa e non mi preparo mai fino a quando non suonano il campanello per venirmi a prendere.

Ho fatto un tuffo nel liquido amniotico

Viscontessa, 29 Luglio 2005
Lei ha abbandonato il bridge e il teatro perché deve ristrutturare la casa, per pranzo prepara due patate lesse, una minestina con un pezzo di lesso tolto dal congelatore e cotto nella pentola a pressione, due porzioni di pasta al pomodoro, delle fettine scongelate, l’insalata, un pesce che si era preso troppa confidenza con lo stracchino e una melanzana che si era nascosta tra gli affettati.
All’una e un quarto esce per comprare le pesche e torna con gli hamburger e i pomodori.
Lei invece ha i suoi orari, le sue valigie, le sua enciclopedia medica, la sua malattia, la sua gravidanza, la cacca della sua bambina, la sua spiaggia alle nove e il suo pisolino postprandiale all’una e un quarto quando l’altra deve ancora comprare le pesche e torna a casa con gli hamburger.
Lei poi ha la cacca e il trasloco delle altre due. A mezzogiorno, per accontentare quella della cacca, tira fuori dal congelatore il pezzo di lesso che mette però in pentola all’una per accontentare anche quella che va a comprare le pesche all’una e un quarto.
Andiamo tutti a tavola alle due, quella della cacca è scontenta perché è troppo tardi, quella delle pesche è scontenta perché è troppo presto, quell’altra è scontenta perché sono scontente le altre due.
Quella del trasloco, mia zia nonché padrona di casa, dice sempre di no per principio. Nasconde le magagne della propria vita criticando quelle altrui e come una cozza nello scoglio di un mare torbido del porto, resta ancorata alle sue convenzioni sociali come unico appiglio ad un’esistenza meno fulgida di quella sperata.
Dice sempre no per affermare la sua indipendenza di pensiero, ti scaglia addosso dei "no" per vedere che effetto ti fanno e tenta, con le sue incongruenti negazioni, di assicurarsi la pretestuosa supremazia del suo status che lei ama arricchire con prese di posizione affatto singolari.
Quella della cacca invece è mia sorella, una donna che fa della maternità lo stesso uso che mia zia fa della sua posizione sociale. Esibisce sua figlia e la sua gravidanza con la stessa pervicacia con cui l’altra espone il suo tennis club, nessuna indecorosa ostentazione ma un costante stillicidio di "no" che affermino, negando, la sua posizione di madre.
Le sue giornate sono scandite dalle presunte esigenze di sua figlia e da una specie di vita sociale che le consenta da un lato di esibire la sua maternità a quante più persone sia possibile, dall’altra a dimostrare la sua bravura nella gestione pratica della sua esistenza.
Se l’una da un lato fa della sua disorganizzazione un vezzo da donna di classe, l’altra fa della sua meticolosità un elemento di merito della donna di famiglia. Entrambe cieche di fronte alle esibizioni dell’altra, si scontrano continuamente su campi totalmente opposti come guerrieri di fronte ad uno specchio.
L’ultima infine è mia madre che nel tentativo esistenziale di dispensare amor di pace, si plasma sulle ansie altrui assecondando ora l’una ora l’altra e scontentando regolarmente entrambe.
Il suo ruolo, che lei vorrebbe saggio e marginale, è in realtà quello di una figura in grado con sorprendente leggerezza e superficialità, di dire e fare cose dalla potenza emotiva devastante che lei, colta in fallo, minimizza con frasi tipo "non ho voglia di discutere" o il più efficace "non ha importanza".
Su tutto due bambine, la figlia di mia sorella più piccola e ancora del tutto impermeabile alle nevrosi degli adulti e mia figlia già abbastanza grandicella per soffrire visceralmente di questa intollerabile situazione.
Così quando nella farsa di questa commedia dai toni melodrammatici arrivo io, le ansie e le nevrosi del gruppetto si riversano sulla sottoscritta con la potenza di uno tsunami emotivo che mi ha tenuta sveglia tutta la prima notte passata in quella casa.
Mia figlia, emozionata per il mio arrivo, ha finalmente potuto ostentatamente ignorare le altre per reclamare tutta la mia attenzione e il mio affetto. Mia sorella mi ha meticolosamente fatto la lista di tutte le mancanze di mia zia rea, a suo avviso, di non mostrarle la gratitudine dovuta per averle concesso il beneficio di godere di sua figlia. Mia zia, a sua volta, con astuzia degna della sua età più avanzata, mi ha trascinato nella sua boutique preferita perché potessi condividere con lei la gioia dei saldi di marca e l’elenco dei suoi stilisti preferiti.
Mia madre, infine, come di consueto, mi ha praticamente ignorata convinta che io non rientri nella categoria umana di coloro che necessitano della sua opera caritatevole.
Quindi io, modello perfetto e irraggiungibile per tutti se non fosse che ho questo vizio di scrivere sul "terminale" (come dice mia madre), di cui per buon gusto non si accenna mai come si farebbe della scabrosa malattia di un parente degno, in egual misura, di commiserazione e condanna.
Non che si debba parlare dei miei interessi, ma l’alone del terminale che il gruppetto pare intravedere intorno alla mia persona, è così vasto e sfumato che la lettura di un quotidiano da parte mia, è considerata un bruttissimo effetto collaterale di questa indecorosa malattia.
Eccomi quindi nuovamente qui con la sgradevole sensazione di essere un’appestata irriconoscente nei confronti della vita, per la mia maternità e la mia camicia di marca nell’armadio.
Ho bisogno di un po’ di tempo per riacquisire la mia identità virtuale. Con calma mi rimetto in pari.

come pastorizzare la marmellata

Viscontessa, 21 Luglio 2005
Quindi non ho preso le valige dalla soffitta perché la soffitta è lontana e sta lassù troppo in alto per essere raggiunta.
Quindi ho raccattato quello che c’era. Una vecchia borsa regalo di mia madre di almeno vent’anni fa e una borsa da moto, ma questo è meglio non dirlo che il legittimo proprietario potrebbe non gioire della scelta.
Quindi due barattoli di marmellata da mezzo kilo l’uno frutto della mia ultima avventura con le albicocche.
Una è più scura perché si è bruciata, l’altra è liquida perché non si è addensata.
Le ho infilate in borsa, ho preso una grossa cesta di paglia e ci ho messo questi due barattoli di marmellata di albicocche che non ho sterilizzato, pastorizzato, conservato o protetto in alcun modo. Non so come si fa.
L’altro giorno ho comprato i barattoli per il sottovuoto, poi ho dato un’occhiata ad internet in cerca di una ricetta per la marmellata di albicocche, quindi ho preso le albicocche e ho fatto a modo mio ma quando sono andata a leggere sui tappi per il sottovuoto come fare a pastorizzare la marmellata, ho trovato scritto di tenere i barattoli immersi nell’acqua per il tempo previsto dalla ricetta. E io non ho una ricetta.
Allora ho pensato che avrei fatto ad occhio come avevo fatto con la marmellata di albicocche, ma quando sono andata a prendere una pentola per immergere i barattoli per il sottovuoto dentro l’acqua, mi sono accorta che non avevo una pentola abbastanza grande per ricoprire i barattoli con i cinque centimetri di acqua previsti dal coperchio sottovuoto del barattolo.
Adesso ho dieci barattoli di questa roba dentro al frigo più due nella borsa.
Ho pensato che magari in aereo con la pressione mi si forma il sottovuoto dei barattoli di marmellata che tengo nella borsa, se funziona magari mi faccio un altro giro e metto sotto vuoto il tutto.
Onestamente la soluzione del volo mi pare molto più semplice delle altre.
Ci si vede tra una settimana, sono già in ritardo.

le pietanze mi piacerebbe sceglierle da sola

Viscontessa, 20 Luglio 2005
Va bene, domani parto, sto via una settimana.

Divertiti, riposati.

Ne l’uno nell’altro, mi tuffo semplicemente in una full immersion al femminile della mia famiglia, mamma, zia, sorella, nipote, figlia. Forse qualche altra zia, qualche amica di qualche zia, qualche prozia, una zia acquisita, un’amica chiamata zia e un pesce di nome Wanda. Su tutto alcune cugine.

Tutto sotto i migliori auspici, telefono ieri sera per chiedere se il mio arrivo anticipato crea disturbi. La risposta è assolutamente no così faccio il biglietto e avviso mia figlia. Che almeno lei sembra felice di rivedermi.

Stamattina mi chiama mia zia, ci avrebbe ripensato, anzi precisa di non averci dormito tutta la notte - è meglio se non anticipi il tuo arrivo che poi arrivi all’ora di pranzo e mi tocca venire a prenderti all’aeroporto e a quell’ora…. –

Ho già fatto il biglietto, prendo un autobus e arrivo in città.

Dopo un’ora mi chiama mia mamma, non preoccuparti, mi dice, tua zia lì per lì ha reagito così ma figurati non ci sono problemi, ci fa piacere se arrivi però ho detto a tua figlia che forse non arrivi, per cui stai tranquilla, lei ha pianto e ha detto che tu glielo avevi promesso, ma tanto anche questa è fatta: le ho detto che forse non puoi venire.

Ho già il biglietto, ribatto, per cui vengo. Ah va bene ma tanto anche se non vieni tua figlia ha già pianto.

Passa un’altra ora, mi ritelefona mia mamma, sono uscita un attimo per chiamarti perché volevo dirti una cosa.

Tua zia mi ha appena detto che è contentissima che tu arrivi, dice che ha reagito così perché è un po’ stressata e poi aspettava l’architetto per i lavori di ristrutturazione della casa per cui non ha dormito per colpa dell’architetto ma pensava che fosse per colpa tua. Non preoccuparti c’è posto anche per te.

Va bene, ok, prendo l’autobus e arrivo. Ma no dai, ti veniamo a prendere, anzi tua zia non ti viene a prendere ma viene sicuramente tua sorella con la macchina di tua zia.



Un breve scorcio di famiglia matriarcale, un assaggio di questa settimana per la quale non sono affatto pronta.

Non ho messo ordine nelle cose e oggi mentre pedalavo in bicicletta pensavo che non posso assolutamente presentarmi in Sardegna così: senza un canovaccio, un copione, la trama della mia vita, un ruolo.

E’ imbarazzante questa situazione, imbarazzante per le domande che non mi porranno e rimarranno sospese nell’aria, imbarazzante per il non detto che si presenta educatamente sotto forma di riserbo. Imbarazzante per le deduzioni del non detto e per le controdeduzioni alla deduzioni del non detto. Tutto nel silenzio più totale di fiumi di parole che scorreranno nell’unica direzione delle futili chiacchiere sotto l’ombrellone: quelle sull’ultimo colore di moda, sull’educazione dei figli, sul torneo di bridge di mia zia e sulla gravidanza di mia sorella.

Tutto in silenzio perché è buona norma ed educazione mantenere un tono dimesso della propria vita interiore lasciando che sia l’esteriorità dei gesti a sentenziare vinti e vincitori.

Perché i nostri incontri finiscono sempre ed inesorabilmente con l’elezione tacita della vincitrice morale che rimarrà in carica fino all’anno successivo e che avrà per il tempo che le rimarrà a disposizione dopo la vittoria, l’onore di essere assecondato in ogni sua scelta e decisione. Dal colore delle pareti dell’appartamento di mia zia, alla scelta della pietanza da cucinare per l’ora di pranzo.

Mi devo preparare.

Prima di preparare una valigia di abiti sobri ed eleganti ma alla moda e di tendenza, devo scegliermi la parte da interpretare, devo ritagliarmi un ruolo, devo lavorarci su.

Che le pietanze mi piacerebbe scegliermele da sola.

il caffè shekerato

Viscontessa, 19 Luglio 2005

Il procione del bar ha voluto sapere a tutti i costi il mio nome.

Io non glielo avrei voluto dire, l’ultima volta che gli ho chiesto un caffè shakerato me lo sono dovuta fare da sola e questa eccessiva confidenza mi ha disturbata.

I primi giorni dopo aver saputo il mio nome, mi salutava pronunciandolo per intero, adesso lo ha abbreviato, ne ha fatto un diminuitivo, un soprannome, un altro nome.

Lui il caffè shekerato non lo sa proprio fare mentre il girllo talpa lo fa buono e ci mette sopra anche una spolveratina di cacao ma non ha mai voglia di farlo.

Vado lì e chiedo un caffè shekerato, lei alza gli occhi al cielo, sbuffa poi si gira, mi sorride con tutti quei dentoni e mi dice un “va bene” dal suono del favore.

Un favore che mi costa un euro e cinquanta centesimi ovvero tre vecchie banconote da mille lire. Se esistessero ancora quelle da cinquecento, per chi le ricorda, sarebbero sei banconote per un caffè sbattuto con il ghiaccio.

Lui mi chiama con questo nome che non è il mio, gli avevo detto che mi chiamavo giovanna e adesso mi chiama gianna.

Gianna non mi è mai piaciuto e nessuno mai mi aveva chiamato gianna. Lui invece lo fa.

Il primo giorno che gli ho detto come mi chiamavo sembrava stupito dal mio nome.

Gli era piaciuto molto, lo trovava un bel nome, un nome altisonante e originale forse pittoresco.

Continuava a ripeterlo a voce alta e mi chiedeva se davvero mi chiamavo così.

Neanche gli avessi detto che mi chiamavo Adalgisa o Ermengarda.

Lei invece sorrideva con i denti e pareva imbarazzata da tanto clamore.

Però il caffè schekerato me lo fa e io ogni volta le devo dire quanto è buono il suo caffè shekerato mentre il procione continua a ripetere Gianna o signora Gianna e lei mette le tazzine dentro alla lavastoviglie.

Io bevo il mio caffè shekerato leggendo il giornale, in questi giorni non ho molta voglia di far conversazione o forse dovrei dire che in questi giorni non ho molta voglia di vivere ma non vorrei essere fraintesa.

Lui però è sempre festoso e lei quando le dico quanto è buono il suo caffè shekerato si gonfia tutta come una tacchina e carica la lavastoviglie più rapidamente.

Oggi mentre lui cinguettava signora gianna e lei sbuffava per insofferenza, ho bevuto il mio caffè shekerato e ho chiesto se potevo avere un po’ d’acqua da bere.

Lei ha preso il bicchiere sporco di caffè e cacao che tenevo in mano e di ha messo un po’ di acqua del rubinetto.

Da lì ho capito che avrei dovuto dire a suo marito un nome falso.

Forse prima della fine della stagione dovrò abbatterli.



considerazioni

Viscontessa, 19 Luglio 2005



Ieri sera si parlava di morte.

Avevo scritto un post sulla vicenda del suicida di Lodi che prima di dare corso al suo proponimento, aveva aperto un blog per narrare il suo percorso verso la morte. Ne parlavo con irriverente sarcasmo e con l’amara ironia con cui si affronta qualsiasi argomento non ci tocchi da vicino ma le reazioni che ne sono scaturite, soprattutto dopo in chat da parte di chi lo aveva conosciuto personalmente, sono state di dura condanna per la presunta insensibilità con cui ho trattato la vicenda.

Non è la prima volta che incontro la morte virtuale e non è la prima volta che mi scontro contro l’accusa di insensibilità.

Già un’altra volta, di fronte all’esposizione del cadavere, non avevo trovato parole adatte di cordoglio ma è proprio l’esposizione virtuale della salma e non della sofferenza, a condurmi sulla strada di considerazioni fredde e cattive come quei cadaveri piazzati lì per evocare dolore.

deduzioni sul 18 luglio

Viscontessa, 18 Luglio 2005
Siccome oggi non avevo alcuna voglia di mettere ordine tra i pensieri, mi sono chiesta che accidenti di pensieri avessi esattamente un anno fa e frugando nel vecchio archivio del vecchio blog, ho trovato questo scritto datato 18 luglio 2004.
Ne ho dedotto che il 18 luglio sia una data terribilmente noiosa e anche per oggi ho imparato qualcosa.
"Assecondare la pigrizia significa eliminare la noia. Non per tutti, ma per alcuni la noia può essere un grosso problema e io sono tra quelli.
"La noia" è stato il primo libro che ho letto e mi sono talmente innamorata del concetto di insufficienza, inadeguatezza o scarsità della realtà, da rimanere per tutta la vita assolutamente fedele alla mia noia.
Subito dopo ho letto "La Nausea"….
Devo dire che durante l’età della giovinezza, quando la vita è tutta una sfida, ho tentato di combattere questa sorta di inadeguatezza accumulando una serie di esperienze per lo più inutili. Combattere la noia, allora, significava combattere la contingenza della situazione, la reazione causa effetto era immediata e l’ansia di porre immediatamente rimedio alla struggente sensazione di noia, era il motore principe di ogni mio gesto.
Poi con il passare degli anni ho imparato a moderare le mie reazioni e ho saggiamente (questa volta me lo dico da me) messo in pratica la strategia secondo la quale se non si può combattere un nemico, tanto vale farselo amico. Ne è scaturito il fastidioso effetto collaterale di una inadeguata collocazione spazio temporale della mia personalità, ma adesso posso tranquillamente trascorrere un torrido fine settimana chiusa in casa da sola, in compagnia della mia noia senza che questa turbi il trascorrere della mia giornata. E non è poco.
Per chi mi conosce, poi, sono una persona iper-attiva sempre impegnata nelle più disparate attività improduttive che la mente umana possa concepire, ieri pomeriggio, per esempio, dopo essermi tuffata a capofitto dentro al tombino del mio giardino e averci trascorso buona parte del pomeriggio, ho pensato che l’aspirapolvere avesse bisogno di una energica pulita. Mi sono armata di cacciavite e l’ho smontata tutta eliminando anche il più improbabile granellino di polvere dal suo interno. Oggi ne ho testato l’efficacia e sono particolarmente soddisfatta.
Certo l’effetto collaterale dell’inadeguatezza spazio temporale, è un problema che prima o poi mi troverò costretta ad affrontare, negli ultimi dieci anni ho cambiato due mariti, cinque case, quattro lavori e un imprecisato numero di altre cose che non è il caso di stare ad elencare, però è anche vero che indugiare nella staticità dei fatti, potrebbe avere effetti ancor più devastanti dello strano compromesso con me stessa che mi sono imposta. E poi adesso ho aperto questo blog al quale avevo promesso di rimanere fedele e se le white-streaps per sbiancare i denti in tre settimane mi sono venuti a noia in una, mi pare che questo esercizio quotidiano prosegua con una certa regolarità.
E’ che la posa plastica non mi si addice, c’è stato un periodo in cui, per esempio, avevo deciso di diventare una signora di buona famiglia. Dev’essere stato più o meno tra il periodo in cui volevo immolarmi al ruolo tragico dell’amante e quello in cui mi sono trasformata in una signora di campagna. Mi pareva allora che il filo di perle fosse essenziale per la buona riuscita del personaggio e non essendo mai stata un’amante dei gioielli, ho dovuto forzare non poco la mia personalità per adeguarmi alle mie scelte.
Mi è venuta in mente oggi questa cosa perchè mi ha telefonato la mia amica-socia quella che il fine settimana va al mare e alla quale prometto sempre che sarà per la prossima volta e dopo averle raccontato che l’altro giorno avevo incontrato il mio primissimo fidanzato, lei mi ha chiesto ridendo se fosse quello del Valium. In realtà quello del Valium era quello di quando giocavo a fare l’amante a cui un giorno, seguendo il copione tragicomico della sceneggiatura da me scritta, avevo messo del valium nella aranciata affinchè la smettesse di tediarmi con la piagnucolosa elencazione delle qualità della sua fidanzata ufficiale.
E allora è stato lì che mi è venuto in mente l’affaire delle perle. Mentre l’ennesima albicocca matura cadeva dall’albero spiaccicandosi sulla mia testa, mi è venuto in mente che quella del valium fu la scena finale di quel discusso personaggio e che subito dopo entrò in scena, con la sua aria un po’ mesta, la signora dal filo di perle.
Adesso conservo bauli interi dei miei personaggi, dico bauli perchè mi è sempre piaciuto fare le cose in grande e se in quello della signora di campagna ho riposto stivaloni di gomma, cappelli di paglia e camice a scacchi, in quello da amante ho messo guepiere di pizzo nero, un paio di manette foderate di peluche rosa e molte lettere bagnate di lacrime. Il fatto è che quello con le perle, probabilmente per le sue piccole dimensioni, non riesco più a rendermi conto di dove possa averlo cacciato e in più mi ritrovo questo baule vuoto davanti e non riesco proprio ad inventarmi qualcosa da metterci dentro. Insomma ho il problema della collocazione spazio temporale che mi tormenta!
Forse "uno, nessuno, centomila" mi si addice di più. Potrei iniziare da lì."

vita da azalee

Viscontessa, 16 Luglio 2005
All’inizio stavano ai lati della porta di ingresso. Le annaffiavo quando me lo chiedevano anche se le azalee non sono come le ortensie che quando hanno sete si afflosciano tutte per richiamare l’attenzione.
Le azalee quando hanno sete, cambiano colore, diventano più opache e minacciano il suicidio arrampicate sul cornicione del loro vaso. Si fanno tutte secche contro il vaso e guardano altrove, oltre l’orizzonte come esili figure evanescenti.
Le azalee quando hanno sete diventano esili ed evanescenti come cristallo incrostato di calcaree.
Poi ci fu un periodo in cui le mandai vacanza, le prese una mia amica che aveva un bel giardino nella sua casetta tra i monti e lì si riposarono per un paio di anni tra l’aria fresca di montagna e le cure della loro assistente.
Io le chiamavo ogni settimana per sapere come stavano e loro, rinchiuse nel loro ostinato mutismo, lanciavano segnali di soddisfazione sputando giovani e tenere foglioline verde pallido di cui io intuivo correre la fragranza sul filo del telefono.
Quando tornarono in città le trovai piuttosto bene, non erano cresciute molto ma parevano comunque sane e robuste e per questo furono sistemate nel mio piccolo giardino in un angolo adatto alle loro esigenze dove, per scongiurare quel loro patetico tentativo di suicidio, furono attaccate ad un tubo dell’acqua che come morfina, rilasciava la sua dose in orari regolari durante il giorno.
Certo in giardino ogni pianta ha le sue esigenze, c’è chi vuole il sole e chi non lo gradisce, chi ha sempre sete e chi invece beve poco, c’è chi si adatta meglio alle esigenze altrui e chi si ostina a rimanere nel suo vaso occupandosi solo dei fiori suoi. Di sicuro le azalee non hanno mai mostrato molta attenzione verso gli altri e quel loro atteggiamento così altezzoso e istrionico ha finito per renderle piuttosto antipatiche al resto del gruppo che ha finito per emarginarle anche se invero le due si mostravano piuttosto indifferenti all’indifferenza altrui.
Succedeva quindi che la crescita disordinata delle azalee non trovata molta comprensione nelle loro vicine che mentre si facevano più in là per consentire ad un arbusto di albicocco di affacciarsi verso il sole, rimanevano saldamente sulle loro radici ogni qualvolta una delle due tentava di incunearsi con un ramo in uno angolo più fresco del giardino, magari proprio sotto ad un ramo altrui. E così anche l’albicocco che dall’alto della sua posizione domina tutti, ha cominciato, appena il suo arsenale è stato pronto, a bombardare di frutti maturi le due azalee che sotto i colpi di quei proiettili arancioni, hanno perduto qualcuno dei loro inteccheriti arti.
Poi un giorno le ho spostate e le ho avvicinate al confine di quel terreno minato di albicocche dove mi auguravo che il loro atteggiamento non avrebbe più compromesso il buon andamento del giardino e lì è successo che le due sono diventate la mira preferita del mio cane il quale le ha scelte tra tutte per alzare la sua robusta gamba e orinare.
All’inizio le due si ostinavano a crescere anche nella direzione in cui il cane faceva pipì, loro buttavano un nuovo ramo in direzione del cane e lui ci passava accanto pisciandoci sopra e seccando all’istante ogni loro tentativo di espansione.
Ogni mattina trovavo arti di azalea amputati, loro stavano zitte, nessun lamento, nessuna richiesta di aiuto, ma quei moncherini di arto sparsi sulla ghiaia al confine del campo minato di albicocche, mi straziava il cuore.
Raccoglievo quelle piccole mani piene di verdi dita e giravo un po’ il vaso nel tentativo di sottrarre le due a quel supplizio, ma ogni impercettibile spostamento sottraeva i loro arti alla vescica del cane per offrirli nuovamente in sacrificio agli ordigni micidiali dell’albicocco, così un giorno ho smesso e ho abbandonato le azalee al loro destino.
Poi stamattina sono uscita in giardino e ho notato un buco nello stomaco di una delle due. Una zona scura da cui si intravedevano le frattaglie disordinate e marroni del loro interno, rami scuri e grossi esposti alla vista e alla luce, un groviglio di intestini che si attorcigliava su se stesso tra residui di bombe arancioni che marcivano nel vaso. E ho pensato che fosse finita, ho pensato che le azalee si fossero arrese alla loro ostinazione, ho creduto che fosse giunto il momento di salutarle per sempre fino a quando il mio occhio lucido si è fatto più secco e ha notato che le cose non stavano affatto così.
L’azalea ha semplicemente smesso di crescere in direzione della vescica del cane e si è infilata altrove sotto ad una pianta che la ripara dalle bombe dell’albicocco. L’azalea ha mostrato il suo intestino perché quella atroce nudità scoraggiasse il suo aguzzino dal proseguire il suo supplizio e ha trovato altre strade, altri compromessi, altri bui cunicoli per proseguire la sua vita.
L’azalea si è adattata, dal che ne ho dedotto che anche le azalee nel loro piccolo si arrangiano.

ma dove vai Tommaso in bicicletta

Viscontessa, 15 Luglio 2005
Stamattina mi sono guardata allo specchio più a lungo del solito.

Era già da qualche giorno che mi pareva di aver intravisto una ruga nuova vicino al naso e volevo essere sicura che ci fosse e  fosse riconoscibile.

E infatti l’ho ritrovata, era lì stesa per lungo vicino al naso e increspava la pelle come un mare in burrasca che sputa onde o nasi dalla sua superficie. L’ho chiamata Tommaso per via di quella faccenda del naso che ne resta coinvolto.

Pantaloni corti, scarpe da ginnastica e maglietta, il tutto nei toni del rosa come il lucidalabbra su cui si incollavano i capelli bagnati mentre pedalavo per arrivare in ufficio.

Non ero io stamattina ma non lo ero neanche ieri. Stanotte mi sono sognata, per la prima volta da quando sogno ero la protagonista del mio sogno e non la spettatrice angosciata degli eventi.

Perché la verità vera è che ieri sera ho dato un’occhiata al pezzo di registrazione di quella lì in televisione e mi è sono venute in mente in rapida successione la D’urso de noartri, le espressioni di mia sorella, un palo nel sedere, e una vecchia commedia americana degli anni cinquanta in cui un bambino sosteneva che le donne con la bocca sottile sono cattive. Forse “una fidanzata per papà”.

Cose strane dunque, perché ti guardi allo specchio ma non ti vedi, non ti vedi mai abbastanza né come sei fuori e da lì neanche come sei dentro e il dentro fuori diventa un tormentone che si srotola nelle pedalate in bicicletta per raggiungere l’ufficio.

Mi è insomma venuto in mente che non mi conosco affatto e che quella che portavo accovacciata tra il polmone e il bronco mentre pedalavo in bicicletta, è un’estranea che non capisco come abbia fatto ad infilarsi proprio lì tra il bronco e il polmone.

“parli con me?” diceva De Niro nel vecchio Taxi Driver, “ero io quella?” chiedevo al bronco in bicicletta stamattina…



parlerò di un tamagotchi

Viscontessa, 13 Luglio 2005
Direi che se non è cambiato niente, per domani dovrei organizzarmi qualcosa per dimostrare circa un quindicina anni di meno. Quindici anni di meno mi sembrano un buon compromesso tra ciò che dovrei essere e ciò che sono.

Non è per una questione di vanità femminile allo stato brado, semmai l’opposto, si tratta di non sembrare quella vecchia babbiona che sono di fronte ad un pubblico “gggiovane” che vuole giovani.

Certo magari mi sarei trovata più a mio agio a parlare davanti alle telecamere di come cucino io lo gnocco fritto della domenica, oppure mi sarei vista bene in versione lady chatterly mentre con un vistoso cappello di paglia racconto ai telespettatori del pomeriggio come prendersi cura del proprio roseto, certo non ho neanche un piercing all’ombelico e neppure un piccolo tatuaggio in un posto molto segreto che non posso far vedere. E allora cosa te lo fai a fare il tatuaggio se non lo puoi far vedere?

Pensavo che però magari, forse cioè, potrei parlare della natica gipsotecata e lanciare la nuova moda dell’arabesco sul fianco. Oppure potrei semplicemente perdermi e infittire così il mistero sulla viscontessa stordita.

Che poi no, non è così, a chi vuoi che interessi la storia della viscontessa stordita? A me non di certo.

Bene, quindici anni di meno e avrei ancora il mio piccolo cane da portarmi dietro, quindici anni di meno e sarei ancora in treno per Roma destinazione Piazza di Spagna. E avrei le scarpe a punta che mi fanno male, due kili meno di adesso, le mutande che arabescano la pelle ancora di un colore ggiovane, i capelli, le unghie, le giacche e la vita più lunghi, i pantaloni, il morale, il conto in banca, il collo delle camice e l’umore più alti, le mutande e i denti più bianchi e i capelli meno bianchi. Questa trasmigrazione del bianco è fastidiosa.

Comunque la viscontessa stordita, se non si perde per la metropoli dei suoi inconcludenti pensieri, domani pomeriggio per l’ora della merenda dovrebbe essere su rai futura a leggere una cosina  piccola come il tatuaggio di un tamagotchi tra le pieghe arabescate di una natica.

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