Ho fatto un tuffo nel liquido amniotico
Viscontessa, 29 Luglio 2005come pastorizzare la marmellata
Viscontessa, 21 Luglio 2005le pietanze mi piacerebbe sceglierle da sola
Viscontessa, 20 Luglio 2005Divertiti, riposati.
Ne l’uno nell’altro, mi tuffo semplicemente in una full immersion al femminile della mia famiglia, mamma, zia, sorella, nipote, figlia. Forse qualche altra zia, qualche amica di qualche zia, qualche prozia, una zia acquisita, un’amica chiamata zia e un pesce di nome Wanda. Su tutto alcune cugine.
Tutto sotto i migliori auspici, telefono ieri sera per chiedere se il mio arrivo anticipato crea disturbi. La risposta è assolutamente no così faccio il biglietto e avviso mia figlia. Che almeno lei sembra felice di rivedermi.
Stamattina mi chiama mia zia, ci avrebbe ripensato, anzi precisa di non averci dormito tutta la notte - è meglio se non anticipi il tuo arrivo che poi arrivi all’ora di pranzo e mi tocca venire a prenderti all’aeroporto e a quell’ora…. –
Ho già fatto il biglietto, prendo un autobus e arrivo in città.
Dopo un’ora mi chiama mia mamma, non preoccuparti, mi dice, tua zia lì per lì ha reagito così ma figurati non ci sono problemi, ci fa piacere se arrivi però ho detto a tua figlia che forse non arrivi, per cui stai tranquilla, lei ha pianto e ha detto che tu glielo avevi promesso, ma tanto anche questa è fatta: le ho detto che forse non puoi venire.
Ho già il biglietto, ribatto, per cui vengo. Ah va bene ma tanto anche se non vieni tua figlia ha già pianto.
Passa un’altra ora, mi ritelefona mia mamma, sono uscita un attimo per chiamarti perché volevo dirti una cosa.
Tua zia mi ha appena detto che è contentissima che tu arrivi, dice che ha reagito così perché è un po’ stressata e poi aspettava l’architetto per i lavori di ristrutturazione della casa per cui non ha dormito per colpa dell’architetto ma pensava che fosse per colpa tua. Non preoccuparti c’è posto anche per te.
Va bene, ok, prendo l’autobus e arrivo. Ma no dai, ti veniamo a prendere, anzi tua zia non ti viene a prendere ma viene sicuramente tua sorella con la macchina di tua zia.
Un breve scorcio di famiglia matriarcale, un assaggio di questa settimana per la quale non sono affatto pronta.
Non ho messo ordine nelle cose e oggi mentre pedalavo in bicicletta pensavo che non posso assolutamente presentarmi in Sardegna così: senza un canovaccio, un copione, la trama della mia vita, un ruolo.
E’ imbarazzante questa situazione, imbarazzante per le domande che non mi porranno e rimarranno sospese nell’aria, imbarazzante per il non detto che si presenta educatamente sotto forma di riserbo. Imbarazzante per le deduzioni del non detto e per le controdeduzioni alla deduzioni del non detto. Tutto nel silenzio più totale di fiumi di parole che scorreranno nell’unica direzione delle futili chiacchiere sotto l’ombrellone: quelle sull’ultimo colore di moda, sull’educazione dei figli, sul torneo di bridge di mia zia e sulla gravidanza di mia sorella.
Tutto in silenzio perché è buona norma ed educazione mantenere un tono dimesso della propria vita interiore lasciando che sia l’esteriorità dei gesti a sentenziare vinti e vincitori.
Perché i nostri incontri finiscono sempre ed inesorabilmente con l’elezione tacita della vincitrice morale che rimarrà in carica fino all’anno successivo e che avrà per il tempo che le rimarrà a disposizione dopo la vittoria, l’onore di essere assecondato in ogni sua scelta e decisione. Dal colore delle pareti dell’appartamento di mia zia, alla scelta della pietanza da cucinare per l’ora di pranzo.
Mi devo preparare.
Prima di preparare una valigia di abiti sobri ed eleganti ma alla moda e di tendenza, devo scegliermi la parte da interpretare, devo ritagliarmi un ruolo, devo lavorarci su.
Che le pietanze mi piacerebbe scegliermele da sola.
il caffè shekerato
Viscontessa, 19 Luglio 2005Il procione del bar ha voluto sapere a tutti i costi il mio nome.
Io non glielo avrei voluto dire, l’ultima volta che gli ho chiesto un caffè shakerato me lo sono dovuta fare da sola e questa eccessiva confidenza mi ha disturbata.
I primi giorni dopo aver saputo il mio nome, mi salutava pronunciandolo per intero, adesso lo ha abbreviato, ne ha fatto un diminuitivo, un soprannome, un altro nome.
Lui il caffè shekerato non lo sa proprio fare mentre il girllo talpa lo fa buono e ci mette sopra anche una spolveratina di cacao ma non ha mai voglia di farlo.
Vado lì e chiedo un caffè shekerato, lei alza gli occhi al cielo, sbuffa poi si gira, mi sorride con tutti quei dentoni e mi dice un “va bene” dal suono del favore.
Un favore che mi costa un euro e cinquanta centesimi ovvero tre vecchie banconote da mille lire. Se esistessero ancora quelle da cinquecento, per chi le ricorda, sarebbero sei banconote per un caffè sbattuto con il ghiaccio.
Lui mi chiama con questo nome che non è il mio, gli avevo detto che mi chiamavo giovanna e adesso mi chiama gianna.
Gianna non mi è mai piaciuto e nessuno mai mi aveva chiamato gianna. Lui invece lo fa.
Il primo giorno che gli ho detto come mi chiamavo sembrava stupito dal mio nome.
Gli era piaciuto molto, lo trovava un bel nome, un nome altisonante e originale forse pittoresco.
Continuava a ripeterlo a voce alta e mi chiedeva se davvero mi chiamavo così.
Neanche gli avessi detto che mi chiamavo Adalgisa o Ermengarda.
Lei invece sorrideva con i denti e pareva imbarazzata da tanto clamore.
Però il caffè schekerato me lo fa e io ogni volta le devo dire quanto è buono il suo caffè shekerato mentre il procione continua a ripetere Gianna o signora Gianna e lei mette le tazzine dentro alla lavastoviglie.
Io bevo il mio caffè shekerato leggendo il giornale, in questi giorni non ho molta voglia di far conversazione o forse dovrei dire che in questi giorni non ho molta voglia di vivere ma non vorrei essere fraintesa.
Lui però è sempre festoso e lei quando le dico quanto è buono il suo caffè shekerato si gonfia tutta come una tacchina e carica la lavastoviglie più rapidamente.
Oggi mentre lui cinguettava signora gianna e lei sbuffava per insofferenza, ho bevuto il mio caffè shekerato e ho chiesto se potevo avere un po’ d’acqua da bere.
Lei ha preso il bicchiere sporco di caffè e cacao che tenevo in mano e di ha messo un po’ di acqua del rubinetto.
Da lì ho capito che avrei dovuto dire a suo marito un nome falso.
Forse prima della fine della stagione dovrò abbatterli.
considerazioni
Viscontessa, 19 Luglio 2005
Avevo scritto un post sulla vicenda del suicida di Lodi che prima di dare corso al suo proponimento, aveva aperto un blog per narrare il suo percorso verso la morte. Ne parlavo con irriverente sarcasmo e con l’amara ironia con cui si affronta qualsiasi argomento non ci tocchi da vicino ma le reazioni che ne sono scaturite, soprattutto dopo in chat da parte di chi lo aveva conosciuto personalmente, sono state di dura condanna per la presunta insensibilità con cui ho trattato la vicenda.
Non è la prima volta che incontro la morte virtuale e non è la prima volta che mi scontro contro l’accusa di insensibilità.
Già un’altra volta, di fronte all’esposizione del cadavere, non avevo trovato parole adatte di cordoglio ma è proprio l’esposizione virtuale della salma e non della sofferenza, a condurmi sulla strada di considerazioni fredde e cattive come quei cadaveri piazzati lì per evocare dolore.
deduzioni sul 18 luglio
Viscontessa, 18 Luglio 2005vita da azalee
Viscontessa, 16 Luglio 2005ma dove vai Tommaso in bicicletta
Viscontessa, 15 Luglio 2005Era già da qualche giorno che mi pareva di aver intravisto una ruga nuova vicino al naso e volevo essere sicura che ci fosse e fosse riconoscibile.
E infatti l’ho ritrovata, era lì stesa per lungo vicino al naso e increspava la pelle come un mare in burrasca che sputa onde o nasi dalla sua superficie. L’ho chiamata Tommaso per via di quella faccenda del naso che ne resta coinvolto.
Pantaloni corti, scarpe da ginnastica e maglietta, il tutto nei toni del rosa come il lucidalabbra su cui si incollavano i capelli bagnati mentre pedalavo per arrivare in ufficio.
Non ero io stamattina ma non lo ero neanche ieri. Stanotte mi sono sognata, per la prima volta da quando sogno ero la protagonista del mio sogno e non la spettatrice angosciata degli eventi.
Perché la verità vera è che ieri sera ho dato un’occhiata al pezzo di registrazione di quella lì in televisione e mi è sono venute in mente in rapida successione la D’urso de noartri, le espressioni di mia sorella, un palo nel sedere, e una vecchia commedia americana degli anni cinquanta in cui un bambino sosteneva che le donne con la bocca sottile sono cattive. Forse “una fidanzata per papà”.
Cose strane dunque, perché ti guardi allo specchio ma non ti vedi, non ti vedi mai abbastanza né come sei fuori e da lì neanche come sei dentro e il dentro fuori diventa un tormentone che si srotola nelle pedalate in bicicletta per raggiungere l’ufficio.
Mi è insomma venuto in mente che non mi conosco affatto e che quella che portavo accovacciata tra il polmone e il bronco mentre pedalavo in bicicletta, è un’estranea che non capisco come abbia fatto ad infilarsi proprio lì tra il bronco e il polmone.
“parli con me?” diceva De Niro nel vecchio Taxi Driver, “ero io quella?” chiedevo al bronco in bicicletta stamattina…
parlerò di un tamagotchi
Viscontessa, 13 Luglio 2005Non è per una questione di vanità femminile allo stato brado, semmai l’opposto, si tratta di non sembrare quella vecchia babbiona che sono di fronte ad un pubblico “gggiovane” che vuole giovani.
Certo magari mi sarei trovata più a mio agio a parlare davanti alle telecamere di come cucino io lo gnocco fritto della domenica, oppure mi sarei vista bene in versione lady chatterly mentre con un vistoso cappello di paglia racconto ai telespettatori del pomeriggio come prendersi cura del proprio roseto, certo non ho neanche un piercing all’ombelico e neppure un piccolo tatuaggio in un posto molto segreto che non posso far vedere. E allora cosa te lo fai a fare il tatuaggio se non lo puoi far vedere?
Pensavo che però magari, forse cioè, potrei parlare della natica gipsotecata e lanciare la nuova moda dell’arabesco sul fianco. Oppure potrei semplicemente perdermi e infittire così il mistero sulla viscontessa stordita.
Che poi no, non è così, a chi vuoi che interessi la storia della viscontessa stordita? A me non di certo.
Bene, quindici anni di meno e avrei ancora il mio piccolo cane da portarmi dietro, quindici anni di meno e sarei ancora in treno per Roma destinazione Piazza di Spagna. E avrei le scarpe a punta che mi fanno male, due kili meno di adesso, le mutande che arabescano la pelle ancora di un colore ggiovane, i capelli, le unghie, le giacche e la vita più lunghi, i pantaloni, il morale, il conto in banca, il collo delle camice e l’umore più alti, le mutande e i denti più bianchi e i capelli meno bianchi. Questa trasmigrazione del bianco è fastidiosa.
Comunque la viscontessa stordita, se non si perde per la metropoli dei suoi inconcludenti pensieri, domani pomeriggio per l’ora della merenda dovrebbe essere su rai futura a leggere una cosina piccola come il tatuaggio di un tamagotchi tra le pieghe arabescate di una natica.




