Il miracolo
Viscontessa, 20 Giugno 2005Tutto è iniziato giovedì notte quando ho sognato di avere due grosse mammelle gonfie e materne.
Poi alle quattro di mattina mi sono svegliata con un grosso cerchio di fuoco in mezzo alla fronte e quando mi sono alzata per prendere un Brufen, mi sono accorta che ero tutta gonfia come un rospo incazzato.
Venerdì quindi non ho potuto far altro che tenere alto il livello di Brufen nel sangue ma quando sono arrivata a mezzanotte, mi sono resa conto che il mal di testa aveva preso la meglio sulle quattro pasticche di Brufen che mi ero fatta nel corso della giornata (600 mg x 4 = 2.400 mg di Brufen) e che adesso ero doppata, con il mal di testa e vagamente stordita come un rospo abbagliato dai fari di un automobilista.
Sono andata a letto alle due e la mattina alle sei ero in piedi sveglia e pimpante come un rospo in procinto di una pozzanghera melmosa.
Così alle 7e qualcosa siamo partiti in moto.
Ho indossato la tuta nera piena di protezioni ovunque, il casco nero con il microfono piantato sotto al naso e l’assorbente di ordinanza, tipico di ogni partenza "intelligente" e programmata da mesi.
Un’ora dopo cominciavo già ad avere le prime allucinazioni importanti: Padre Pio mi ha dato la sua benedizione appoggiando la sua mano sul mio casco rovente, San Fosco, protettore del rospo che c’è in ognuno di noi, mi ha invitato a recitare un rosario contro il gonfiore e verso le undici ho avuto la netta sensazione di levitare verso il cielo come una mongolfiera richiamata dalle correnti ascensionali provenienti dal Paradiso. Fortunatamente, nonostante mi fossero apparse anche le stigmate sulle mani (da cui sgorgavano fiumi di sudore), sono riuscita ad ancorarmi alle maniglie della moto e a concentrarmi sulle voci che avevano invaso il casco: l’ape maya interrotta dal servizio viabilità di centotrepuntotre, quattro scariche elettriche e Katiuscia, il navigatore satellitare, che ci comunicava che dovevamo procedere a dritto per centocinquanta kilometri e poi svoltare a destra.
Alle undici e mezzo, con un anticipo sugli altri di quasi un’ora e una temperatura che doveva sfiorare i quaranta gradi, abbiamo fatto la prima tappa e abbiamo atteso.
Succede che dopo aver a lungo dialogato con tutti i Santi del paradiso e aver a loro promesso vari fioretti in cambio di un alleggerimento del supplizio che stai subendo, si perde un po’ il contatto con la realtà e con essa la possibilità di considerare la medesima, una condizione alla quale adattarsi. Quindi, ormai in preda a deliri mistici di varia natura, ho pensato che se dovevo morire in terra straniera, tanto valeva farlo con le consuete modalità con cui io affronto le sofferenze più atroci e sotto al sole e il caldo cocente di sabato mattina, mi sono bevuta un Campari soda accompagnato da quattro patatine Pai risalenti probabilmente al tardo paleolitico.
Da quel momento in poi niente è stato più come prima, mi sono accasciata al suolo sul gradino di un edificio e recitando l’Eterno Dolore, ho fatto mentalmente testamento dei miei averi e ho inviato un caro saluto di commiato a tutti coloro che mi hanno voluto bene. In attesa della morte che mi auguravo sarebbe sopraggiunta entro breve , ho quindi trascorso una buona mezz’ora fino a quando è arrivato anche l’altra parte del gruppo di amici che mi aspettavo mi dessero l’estrema unzione e che invece mi hanno condotto verso il bar per prendere una altro aperitivo.
Sicchè, quando siamo ripartiti, circa un’ora dopo e ci siamo subito arenati in un semaforo rosso che non accennava a modificare il suo focoso calore, ho avvistato sulla mia destra il giardino dell’Eden.
Un prato verde, verdissimo e curatissimo, sulla destra un piccolo gazebo sotto al quale un bel tavolo da giardino con le sue sei sedie intorno e qualche gioco sopra, poi nel mezzo il vialetto di accesso lastricato di pietra grigia e sulla sinistra un piccolo lago protetto da una rete e sorvegliato da una madonnina.
Non una madonnina qualsiasi, ma una statuetta di circa 50 centimetri, protetta da una nicchia a forma di conchiglia e posizionata sopra ad una grossa pietra in maniera tale che il tutto raggiungesse l’altezza di almeno un metro.
La madonnina con il suo bel velo azzurro, un rosario appeso al collo e il volto che prometteva di lacrimare non appena se ne fosse presentata l’occasione.
Colpevole la mia incresciosa situazione mentale, mi sono fissata ad osservare la madonnina, il volto ceruleo contrito in un’espressione di materno dolore, un sorriso appena accennato, lo sguardo intenso e sofferente ma pur carico di speranze e di buoni sentimenti, le mani leggiadre e aggraziate protese verso di me, la veste immacolata.
Ora mi vede e piange - ho pensato – mi vede, si mette a piangere e io urlo "miracolo! Miracolo!" .
E invece quella si è messa a ridere, si è messa a ridere come una matta e mentre il semaforo finalmente verde mi portava lontano da lei, l’ho vista contorcersi dalle risate fino a quando è caduta nel laghetto.
Chissà se nel laghetto ci sono i rospi.




