Il miracolo

Viscontessa, 20 Giugno 2005
Tutto è iniziato giovedì notte quando ho sognato di avere due grosse mammelle gonfie e materne.
Poi alle quattro di mattina mi sono svegliata con un grosso cerchio di fuoco in mezzo alla fronte e quando mi sono alzata per prendere un Brufen, mi sono accorta che ero tutta gonfia come un rospo incazzato.
Venerdì quindi non ho potuto far altro che tenere alto il livello di Brufen nel sangue ma quando sono arrivata a mezzanotte, mi sono resa conto che il mal di testa aveva preso la meglio sulle quattro pasticche di Brufen che mi ero fatta nel corso della giornata (600 mg x 4 = 2.400 mg di Brufen) e che adesso ero doppata, con il mal di testa e vagamente stordita come un rospo abbagliato dai fari di un automobilista.
Sono andata a letto alle due e la mattina alle sei ero in piedi sveglia e pimpante come un rospo in procinto di una pozzanghera melmosa.
Così alle 7e qualcosa siamo partiti in moto.
Ho indossato la tuta nera piena di protezioni ovunque, il casco nero con il microfono piantato sotto al naso e l’assorbente di ordinanza, tipico di ogni partenza "intelligente" e programmata da mesi.
Un’ora dopo cominciavo già ad avere le prime allucinazioni importanti: Padre Pio mi ha dato la sua benedizione appoggiando la sua mano sul mio casco rovente, San Fosco, protettore del rospo che c’è in ognuno di noi, mi ha invitato a recitare un rosario contro il gonfiore e verso le undici ho avuto la netta sensazione di levitare verso il cielo come una mongolfiera richiamata dalle correnti ascensionali provenienti dal Paradiso. Fortunatamente, nonostante mi fossero apparse anche le stigmate sulle mani (da cui sgorgavano fiumi di sudore), sono riuscita ad ancorarmi alle maniglie della moto e a concentrarmi sulle voci che avevano invaso il casco: l’ape maya interrotta dal servizio viabilità di centotrepuntotre, quattro scariche elettriche e Katiuscia, il navigatore satellitare, che ci comunicava che dovevamo procedere a dritto per centocinquanta kilometri e poi svoltare a destra.
Alle undici e mezzo, con un anticipo sugli altri di quasi un’ora e una temperatura che doveva sfiorare i quaranta gradi, abbiamo fatto la prima tappa e abbiamo atteso.
Succede che dopo aver a lungo dialogato con tutti i Santi del paradiso e aver a loro promesso vari fioretti in cambio di un alleggerimento del supplizio che stai subendo, si perde un po’ il contatto con la realtà e con essa la possibilità di considerare la medesima, una condizione alla quale adattarsi. Quindi, ormai in preda a deliri mistici di varia natura, ho pensato che se dovevo morire in terra straniera, tanto valeva farlo con le consuete modalità con cui io affronto le sofferenze più atroci e sotto al sole e il caldo cocente di sabato mattina, mi sono bevuta un Campari soda accompagnato da quattro patatine Pai risalenti probabilmente al tardo paleolitico.
Da quel momento in poi niente è stato più come prima, mi sono accasciata al suolo sul gradino di un edificio e recitando l’Eterno Dolore, ho fatto mentalmente testamento dei miei averi e ho inviato un caro saluto di commiato a tutti coloro che mi hanno voluto bene. In attesa della morte che mi auguravo sarebbe sopraggiunta entro breve , ho quindi trascorso una buona mezz’ora fino a quando è arrivato anche l’altra parte del gruppo di amici che mi aspettavo mi dessero l’estrema unzione e che invece mi hanno condotto verso il bar per prendere una altro aperitivo.
Sicchè, quando siamo ripartiti, circa un’ora dopo e ci siamo subito arenati in un semaforo rosso che non accennava a modificare il suo focoso calore, ho avvistato sulla mia destra il giardino dell’Eden.
Un prato verde, verdissimo e curatissimo, sulla destra un piccolo gazebo sotto al quale un bel tavolo da giardino con le sue sei sedie intorno e qualche gioco sopra, poi nel mezzo il vialetto di accesso lastricato di pietra grigia e sulla sinistra un piccolo lago protetto da una rete e sorvegliato da una madonnina.
Non una madonnina qualsiasi, ma una statuetta di circa 50 centimetri, protetta da una nicchia a forma di conchiglia e posizionata sopra ad una grossa pietra in maniera tale che il tutto raggiungesse l’altezza di almeno un metro.
La madonnina con il suo bel velo azzurro, un rosario appeso al collo e il volto che prometteva di lacrimare non appena se ne fosse presentata l’occasione.
Colpevole la mia incresciosa situazione mentale, mi sono fissata ad osservare la madonnina, il volto ceruleo contrito in un’espressione di materno dolore, un sorriso appena accennato, lo sguardo intenso e sofferente ma pur carico di speranze e di buoni sentimenti, le mani leggiadre e aggraziate protese verso di me, la veste immacolata.
Ora mi vede e piange - ho pensato – mi vede, si mette a piangere e io urlo "miracolo! Miracolo!" .
E invece quella si è messa a ridere, si è messa a ridere come una matta e mentre il semaforo finalmente verde mi portava lontano da lei, l’ho vista contorcersi dalle risate fino a quando è caduta nel laghetto.
Chissà se nel laghetto ci sono i rospi.

per la mia strada

Viscontessa, 17 Giugno 2005


Io mi faccio gli affari miei e tiro avanti per la mia strada.

Qualche volta inciampo, annaspo nell’aria per ritrovare l’equilibrio perduto e poi proseguo, magari zoppico per un po’, una caviglia, un piede, il ginocchio, qualcosa messo male che quando inciampo si posiziona per un attimo nella maniera sbagliata. Duole per qualche minuto ma poi torna a posto, il suo posto, la sua collocazione naturale e io riprendo il mio passo.

Io tiro avanti per la mia strada a testa alta perché gli altri mi possano guardare negli occhi, gli occhi bassi, quelli collocati più in basso non mi interessano, non ho tempo per guardarli, magari quando cresceranno li incontrerò, per adesso devo tirare avanti per la mia strada.

Io cammino con il mio passo deciso, un piede davanti all’altro poi c’è un semaforo rosso, mi fermo  e quando arriva il verde attraverso.
Non mi distraggo guardandomi introno, osservo il semaforo per non farmi cogliere impreparata quando diventa verde. Al semaforo ci si ferma per aspettare che arrivi il verde e non per cercare il cellulare nella borsa o sistemarsi il lacciolino dei sandali.

Io non porto sandali perché sono scomodi e intralciano il mio passo, io trio avanti per la mia strada senza incertezze perché la strada è fatta per essere camminata e non ha senso fermarsi, girarsi, distrarsi ed osservare.

Io tiro avanti senza osservare niente, quelli che stanno sempre con il naso all’insù finiscono per sbattere nei pali oppure per venirti addosso e io non sopporto che gli altri mi finiscano addosso. Le persone, se le tocchi, ti invadono con la loro umanità e ti distraggono dal quell’armonia di gambe e braccia che si muovo con una sincronia perfetta.  Poi devi riprendere il passo che hai perduto e ci vuole un po’ di tempo per riprendere il ritmo.

Io mi faccio gli affari miei e tiro avanti per la mia strada.

Esco la mattina presto e cammino, cammino, cammino fino a quando sono stanca e torno a casa.

Cammino per gli affari miei, mi fermo ai semafori e giro appena la testa quando devo attraversare sulle strisce. Sulle strisce ho la precedenza e sono gli altri a doversi fermare, mi giro appena e attraverso. Una volta ho sentito un botto alle mie spalle ma io non mi sono girata a guardare. Ho solo sentito il botto e quel lieve sussulto delle spalle che mi ha colto di sorpresa, mi ha infastidita. La colpa era loro e io per colpa loro ho sussultato con le spalle.

Poi quando sono ripassata ho visto che per terra c’era un motorino e del sangue sull’asfalto.



Io non porto sandali perché sono scomodi, calzo scarpe chiuse e robuste con la suola di gomma zigrinata che fa più presa sul suolo. Ogni suolo e ogni tempo.

Oggi ho pestato la cacca di un cane, dal rumore che ho sentito doveva essere una grossa cacca maleodorante che si è insinuata sotto alla suola zigrinata della mia scarpa destra.

Ma io non mi sono fermata, io non mi fermo mai, ho tirato avanti per la mia strada e mi sono portata dietro la grossa cacca maleodorante fino quando sono tornata a casa.

Poi ho pulito le mie scarpe per domani.

una tira l’altra e insieme ti trascinano nel baratro

Viscontessa, 16 Giugno 2005
Ho iniziato oggi la terapia disintossicante.

Si dice che la consapevolezza della malattia sia il primo passo versa la guarigione e io sono malata, sono intossicata e  sono consapevole della mia intossicazione.

Non posso dire di sentirmi bene, effettivamente non avrei dovuto smettere così di colpo perché l’organismo, abituato da tempo ad assumere grossi quantitativi di una sostanza, risente immediatamente della sua assenza e l’intestino, questo pomeriggio, è particolarmente silenzioso come un cuore dal flebile battito.

Psicologicamente non va certo meglio, ho fatto degli acquisti di cancelleria e ho scelto dei contenitori rosso ciliegia, dei pennarelli rosso ciliegia, dei quaderni rosso ciliegia e sono rimasta molto seccata dalla mancanza di cd rosso ciliegia.

Per fortuna i cd sono almeno tondi anche se la mancanza di sfericità mi costringe comunque a cercare altrove la mancata soddisfazione del mio bisogno.

Però come ogni mattina anche stamattina mi sono alzata con il mio bel ventre piatto, o almeno normalmente adiposo con i suoi festosi rotolini ben assortiti tra loro e all’improvviso ho capito che quei rotolini, quei deliziosi rotolini di grasso, meritavano tutte le mie cure e le mie attenzioni. E’ stato lì che ho preso consapevolezza del mio male ed è stato lì, tra le lacrime ritrovate tra i gioiosi rotolini che mi salutavano dalla pancia, che ho deciso che avrei fatto qualsiasi cosa perché non dovessero più soffrire per la mia ingordigia, per la mia gola, la mia mancanza di autocontrollo.

Basta con le ciliegie – gli ho promesso tra i singulti, e loro, riconoscenti di questa mia promessa, hanno accompagnato ogni mio singhiozzo ritmando il loro movimento sul mio dolore.

Così oggi sono entrata con fare sicuro nell’alimentari dove mi procuro la “roba” e dopo aver preso un’insalata di pollo ho detto “no! Le ciliegie non le voglio, dammi le fragole”.

Sono orgogliosa di me e del silenzio che proviene dalla mia pancia, da quella mancanza di gonfiore e gorgoglio, di movimento e disagio, di insofferenza e fastidio che per settimane ha accompagnato la seconda parte di ogni mia giornata.

Penso ancora a loro e a quel mezzo kilo di roba che mi facevo ogni giorno dopo pranzo, penso ancora al loro sapore e alla loro consistenza, al suadente suono del picciolo strappato tra i denti, alla loro pelle liscia e morbida, al loro colore intenso e sensuale…. Ma da oggi basta, da oggi non mi lascerò più incantare dal loro fascino perverso.

Alle brutte farò domanda per un centro di disintossicamento da ciliegie, sono sicura di non essere l’unica ad essere affetta da questa forma di dipendenza.

niente niente

Viscontessa, 15 Giugno 2005
Si fa presto a dire mi lavo, mi vesto e vado. Diluvia, acqua torrenziale e tuoni che spaventano i cani.
Mi guardano e sbadigliano nervosamente, uno si è infilato sotto alla scrivania, l’altro cammina, mi si avvicina e poggia il muso sulle mie gambe ma nessuna carezza riesce distendere il fascio di nervi che si annida sotto al manto di pelo lucido.
Si fa presto.
Ora mi lavo e poi mi vesto, potrei lavarmi andando in giardino cinque minuti, il senso della pioggia è un’incognita, ovunque mi metta posso farmi il bidet o lavarmi la schiena con la stessa rapidità.
Che un po’ ti viene voglia. Uscire sotto alla pioggia torrenziale e lasciarsi bagnare fino a battere i denti, magari con il bagnoschiuma che fa le bolle e scivola via sulla ghiaia portando con se impurità di ogni tipo.
Che le impurità sulla pelle, a dire il vero, ormai non se le tiene quasi più nessuno, magari si annidano dentro, dentro dentro dove nessuno le può vedere ma le pelli che passeggiano per le nostre città sono liscie e pulite, spesso anche profumate e tirate perché l’età non lasci troppi cicatrici da incontrare la mattina allo specchio. Che anche quelle stanno dentro, dentro dentro dove nessuno le può vedere.
Che noi del temporale non abbiam paura, le nuvole cozzano, si incontrano e fanno scintille che producono i tuoni, noi lo sappiamo e del temporale non abbiam paura. Che poi la paura c’è ma si annida dentro, dentro dentro, insieme alle impurità e le cicatrici e nessuno le può vedere.
Così piove, piove e ancora piove in questa metà giugno che dovrebbe essere già estate, che se ci fai un referendum sopra, tutti vanno a votare e rispondo si che vogliono abrogare questa pioggia torrenziale di giugno. Magari quattro soldi messi via per le vacanze e le vacanze le passi sotto alla pioggia torrenziale. Ti incazzi ma l’incazzatura la tieni fuori, in bella vista che quella non serve tenerla dentro, dentro dentro dove hai messo le altre cose.
I cani invece continuano ad aggirarsi nervosi per casa, loro le cicatrici, le impurità, le paure le tengono fuori, fuori fuori e non se ne vergognano neanche un po’, magari mettono via le incazzature perché i cani non possono incazzarsi che se lo fanno diventano pericolosi e aggressivi e in città si può essere pericolosi e aggressivi solo se hai una carta di identità con su scritto che sei nato in Italia. Meglio se al nord. Magari a Varese.
Allora puoi tenere dentro, dentro dentro le paure, così dentro da non sapere neanche di averle e puoi tirare fuori le incazzature, incazzature da stadio, roba che se non sai di avere dentro le paure, anche le incazzature sono stupide e ignoranti come quelle dello stadio o della caccia all’albanese. Che dentro dentro, cos’hai non lo sai neanche tu ma qualcun altro ti vede, ti vede bene e mentre tu stai al bar con gli amici, si mette a dialogare con le tue paure e te le porta via per organizzarle in cortei.
E così dentro dentro ti resta il vuoto, un vuoto che non riesci a colmare e non sai neanche che si chiama vuoto ma sai che fa male, male male, così male che lo porti allo stadio per distrarlo e lo riempi di niente.
Niente, niente…..

Ma meglio che in Italia, dove credi di stare?

Viscontessa, 14 Giugno 2005
Stavamo lì a fumarcene una sigaretta sull’uscio come avviene per noi piccole irriducibili viziose del fumo.
Si parlava forse di abiti come avviene per noi piccole donne fashion victims della vanità femminile e poi, tra un tiro e l’altro, una messa in piega e un addominale da scolpire, come di consueto si sono infilati nella conversazione i nostri piccoli, e la collocazione creativa dei medesimi, che ciascuno di noi deve inventarsi a scuole chiuse.
Dove lo piazzi il pupo quando la scuola è chiusa?
Le possibilità sono tante e tutte molto valide, quasi tutte hanno già i capelli bianchi e ti hanno comunicato, quando sei rimasta incinta, che loro avevano già cresciuto i loro figli e che il tuo non ce l’avrebbero fatta a tenertelo, qualcuna ha i capelli ancora scuri anche se il tuo piccolo ha contribuito a sbiancargliene diversi, altre hanno i capelli grigi e quello sguardo intenerito dal tuo cucciolo pestifero che gli ha smontato il vecchio televisore di casa nei dieci minuti in cui la tua alternativa è andata in bagno a fare pipì.
Comunque sia, la tua unica alternativa sono i nonni perché nel nostro paese, nel nostro paese così attento alla vita e al significato di dignità della vita su cui noi non abbiamo alcun diritto di giudicare, non ci sono altre possibilità valide per chi abbia un reddito medio decurtato dal muto per la casa, la pensione integrativa e la retta per l’asilo nido del cucciolo, se sei abbastanza sfortunato da potervi accedere.
Donne! Quando siamo arrivate al filtro di quella sigaretta da accattoni consumata lì in mezzo alla strada come prostitute in vetrina, è passata una collega raggiante.
  • vado a prendermi un gattino!
  • Hai preso un gatto? – ho esclamato intenerita da quel piccolo peloso già autosufficiente dopo un paio di mesi di vita.
  • Figli non me ne posso permettere – ha risposto lei malinconica mentre il nostro pensiero tenero e rapido si è posava sulle chiome tinte delle nostre mamme e su questo nostro strano paese che meglio che in Italia, dove stai?
Una lista lunghissima ci ha dissuaso dal farne l’elenco, abbiamo spento il nostro vizio in mezzo alla strada e siamo tornate alla tecnologia dei nostri picci.

Pianeta stanco

Viscontessa, 13 Giugno 2005
Adesso l’importante è scrivere più velocemente della capacità di formarsi del pensiero.
Perché mi sono fermata, mi sono seduta in mezzo ai miei pensieri e mi sono accorta che questi hanno preso un’andatura disordinata, indisciplinata, casuale e imprevedibile.
E’ passata la primavera e quest’anno è stata talmente rapida, dolorosa, ribelle e svogliata, che neanche mi sono accorta del suo incedere come i pensieri che adesso ha depositato qui davanti alla mia porta.
Una volta, quando ero piccola, era il lattaio a lasciare il cartone triangolare del latte fuori dalla porta e anche la nettezza la si depositava sull’uscio del portone ed era contenuta in grossi sacchetti di cartone marrone sul quale erano riportate le stesse indicazioni che adesso si trovano nei cassonetti.
Poi c’è stato il periodo dell’assicuratore, era un tipo piccolo, mingherlino, gobbo, con i capelli untuosi di brillantina e gli occhiali dalla grossa montatura nera. Quando suonava la porta, mia mamma mi dava cinque mila lire da portargli giù per le scale perché lui non si affaticasse troppo a salire quelle due rampe di 51 scalini che conducevano al nostro appartamento, e lui mi rilasciava una ricevuta scritta a mano di fronte a me che lo osservavo tuffarsi con tutti i suoi enormi occhiali neri dentro al suo bollettario.
Poi di lui non ho più saputo niente e neanche di quella assicurazione che mia madre mi ripeteva ogni volta, essere stata stipulata per me e mia sorella per quando saremo state più grandi.
Ma le cose vanno sempre così, domani si è più grandi di oggi e nel breve tragitto tra oggi e domani, ti sei perso qualcosa che non sapevi neanche di possedere fino a quando la sua assenza sarà diventata talmente ingombrante da chiederti come sia stato possibile che tu non ti sia accorta di quel vuoto.
Non è successo niente di particolare in realtà, mi sono solo seduta e ho fatto un giro per la blogsfera e le sue microscopie creature aggregate da pensieri comuni, fini condivisi o argomenti familiari. E ho osservato le microscopiche creature inserite a loro volta in piccole comunità tutte simili tra loro ma lontane come calamite usate in senso inverso e collegate solo da un impercettibile filo di regole scritte e non scritte come sensazioni comuni nel buio della medesima sala cinematografica.
Non è quindi successo niente di particolare se non, come periodicamente avviene, che mi sia perduta tra l’ieri e l’oggi il senso delle mie parole che sono per me dolci come una melodia quando non pretendono di farsi ascoltare.
E questa perdita, questo buco nero che si è presentato di fronte al mio piccolo pianeta e ha risucchiato qualche giravolta su me stessa, mi appare ora in tutta la sua ingordigia senza senso e questo è il motivo per cui ho deciso di ignorarlo come accadde da bambini quando per noia si gira se stessi fino a cadere a terra tramortiti.
Nient’altro da aggiungere, prendo la bici e vado a farmi un giro intorno all’isolato.

ipotesi contro voglia

Viscontessa, 13 Giugno 2005
Anna non è andata a votare perché è malata. I medici le hanno detto che ad ogni gravidanza rischia di mettere al mondo un figlio malato ma per adesso le è sempre andata bene e così non ha più tanta fiducia nella medicina mentre pensare all’ammirazione degli altri per il suo coraggio di madre malata, la fa sentire meglio.

Teme che l’abrogazione di questa legge possa modificare il suo coraggio in incoscienza e lei ne morirebbe di dolore.



Maria non è andata a votare perché ha fatto la guerra e lei, piccola e nera, si ricorda ancora della fissazione dei nazisti per la selezione della razza ariana.



Antonio non è andato a votare perché non ha capito tanto bene cosa si dovesse votare. Si è perso nell’eugenetica la crioconservazione, l’analisi preimpianto, i gameti e gli ovociti.

Tanto le zucchine sono aumentate ancora di prezzo ma i referendum sul prezzo delle zucchine non lo propone nessuno.



Mario non è andato a votare perché se uno i figli non ce l’ha, significa che è bene che non ce l’abbia. Lui di figli ne ha cinque e se fai il tuo dovere di maschio, i figli arrivano.



Francesca non è andata a votare perché la vita è sacra e vale sempre la pena di essere vissuta. Lei ogni mercoledì fa volontariato in una casa di cura per bambini celebroloesi  e i loro sorrisi per lei , sono la prova più evidente del meraviglioso mistero della vita umana.



Giulia non è andata a votare perché la clonazione umana le fa paura. Esseri apparentemente identici a noi ma creati dal niente senza genitori e senza sentimenti. Mostri umani capaci chissà di cosa. Guerre apocalittiche e marziani, dischi volanti e bambini a tre teste.



Luca non è andato a votare perché il suo amico di cui si fida, gli ha detto che la materia su si sarebbe dovuto votare, è troppo complicata per poter essere sottoposto al giudizio della gente comune.



Gianni non è andato a votare perché tanto che il quorum non si sarebbe raggiunto, si sapeva già per cui ha preferito andare al mare con gli amici.



Livia non ha votato perché il parroco ha detto che Dio è l’unico che possa decidere della vita umana e lei che spera di rincontrare in paradiso il figlio morto qualche anno fa, non vuole andare contro la volontà del parroco o Dio.



Stefano non è andato a votare perché non si fida dei comunisti che fanno i comunisti e son tutti buoni e poi si comprano la barca.

notizie strepitose

Viscontessa, 10 Giugno 2005
Due notizie strepitose e strepitanti.

Mi è rimasta l’ultima sigaretta e ho finito l’acqua della bottiglia per cui entro breve abbandonerò questa tranquilla postazione di lavoro e tornerò nella bolgia del piano di sotto dove potrei essere risucchiata da situazioni lavorative inenarrabili.

Le notizie non sono ovviamente queste ma i dettagli sono importanti come la polvere che, depositandosi sopra agli oggetti, fornisce chiare informazioni sull’uso più o meno frequente che si fa dei medesimi.

Il mio comodino, per esempio, è lindo e pulito,  l’ho spolverato di recente e così il nuovo numero di Noluogo, incentrato sugli incipit letterari da devastare con le proprie parole, è disponibile  per chiunque ne voglia approfittare purchè, naturalmente, la lettura del medesimo non avvenga sotto all’ombrellone pagato dal parroco della propria chiesetta.

La seconda notizia riguarda invece il polveroso condominio virtuale
dove ho preso un appartamentino in affitto sotto le mentite spoglie di una viscontessa ninfomane che adesso, per non venir meno al suo ruolo, ha deciso di pubblicare settimanalmente (e il venerdì mi pare un buon giorno) i suoi racconti pseudo erotici che tra il serio e il faceto, prenderanno spunto da una ricetta culinaria che di volta in volta farà da sfondo al racconto.

D’altra parte il sesso e il cibo sono strettamente legati tra loro e se è vero che il ballo rappresenta il linguaggio del corpo, il cibo è di quel medesimo corpo, il nutrimento più intimo e più saporito.

Questa settimana si comincia con la ricetta della maionese.

Buone letture a tutti, e per chi in serata si trovasse dalle nostre parti, ricordo l’incontro di cui qualche post più sotto.

considerazioni in merito

Viscontessa, 9 Giugno 2005
Ieri sera c’era Coscioni che a modo suo parlava di questi referendm.
Quindi è apparso sullo schermo Porcu (AN) che a modo ancor più suo ha raccontato che la vita è bella e vale sempre la pena di essere vissuta.
Strani tic hanno cominciato ad impossessarsi del mio corpo e mentre il rischio di lanciarmi in complicate dissertazioni filosofiche sulla soggettività del bello hanno cominciato ad affiorare nella mia mente, ho notato che anche i postumi della vecchia frattura alla gamba, hanno fatto la loro comparsa sulla mia andatura e la conclusione che a stare con lo zoppo si impara a zoppicare, mi ha procurato l’aborto spontaneo di quel rognoso embrione di ragionamento che avevo appena concepito .
Così prima che tornasse sullo schermo Vespa e che il mio capo si infossasse tra le spalle e le mie mani cominciassero a fregarsi in un movimento tanto fastidioso quanto laido, ho cambiato canale e sono finita su Le Iene.
Il servizio delle Iene riguardava la possibilità di far recitare alcuni dei loro sketch più famosi ad un gruppo di ragazzi down ed era preceduto da una breve intervista a colui che immagino fosse il coordinatore di questo gruppetto (sono arrivata tardi per cui non so quale fosse esattamente il ruolo del personaggio intervistato, me ne scuso).
Niente di male e niente di bene nel senso che ritengo che una società civile debba fare il possibile per aiutare e garantire la vita di chi è affetto da handicap e tanto più l’handicap verrà tutelato dalla società, tanto più il disagio di questa condizione sarà inferiore. Ma negare che l’handicap sia tale, mi pare che sia aberrante tanto quanto costringere alla vergogna chi ne è portatore.
Il tipo infatti, e sulla buona fede di certe affermazioni con i tempi che corrono non ci giurerei, sosteneva che la sindrome di down è appunto una sindrome e non una malattia e che per quanto i portatori di questa sindrome abbiano problemi sia fisici che mentali notevoli, la loro condizione, non solo non deve essere di alcun ostacolo per una vita vissuta secondo le regole di una società di normodotati, ma anzi dev’essere quasi una fortuna per le famiglie che hanno figli con questa sindrome perché i down oltre a poter fare tutto ciò che fanno gli altri, sono particolarmente sensibili e buoni.
Io, quando sono rimasta incinta, l’amniocentesi non l’ho fatta perché quando sarebbe stato il momento giusto per farla, mi ero già affezionata a quel fagiolino che mi cresceva nella pancia e sapevo che non avrei più potuto prendere in considerazione l’idea di sbarazzarmene neanche se fosse stata down, però in cuor mio ho sperato, come sperano tutti i genitori in attesa, che mia figlia fosse normodotata e non ho mai pensato che quel cromosomo in più che avrebbe potuto renderla diverso-dotata, fosse una benedizione e una gioia.
Lo so che chi è contrario all’analisi pre-impianto dell’embrione conta molto su quello specialissimo rapporto che si crea tra la madre e il suo fagiolino nella pancia, ma esaltare l’handicap, per insegnarci ad accettarlo, mi pare sfuorviante.

oggi dal salumiere

Viscontessa, 8 Giugno 2005
La donna aggressiva intimorisce, quella remissiva stufa, bella senza cervello annoia, brutta e con la testa resta brutta, bella senz’anima spaventa,  bella e intelligente è troppo impegnativa, con le colleghe d’ufficio no per evitare casini, con le amiche no perché  siamo amici, quelle che ci provano no perché non intrigano, quelle che non ci provano no perchè non la danno.

Se la dai è perché la dai, se te la tieni perché te la tieni.

No perché è troppo giovane, troppo vecchia, troppo bella, troppo brutta.

No perché è sciatta, sofisticata, in carriera, impegnata, esigente, amorfa.

Mi piacerebbe ma. Mi piaci ma. Ti piaccio? Ma.

Però le donne, tutte dicono che.

ma poi si attaccano e non te le levi più di turno, ma poi così non mi piace perché vorrei essere io, ma poi non si attaccano e se ne vanno, ma poi si, no, forse.

No perché la da a tutti, no perché dice che te la darebbe ma poi non te la da, no perché te la da e poi te la riprende, no perché te la da e poi non se la riprende, no perché è impegnata, no perché è libera e potrebbe mettersi strane idee in testa, no perché è stata impegnata e chissà cosa vuole. Donne subdole, infingarde, bugiarde e opportuniste.

Perché io sono all’antica, perché io rispetto le donne, perché io non mi tiro mai indietro ma, perché io preferisco che , perché io non sono sicuro che, perché tu non sei…..

E poi sarà vero oppure giochi, oppure fai sul serio, oppure ci provi oppure sono confuso, non capisco, ci devo pensare, ti devo pensare, pensiamoci, ci penso.



- Fortunatamente non mi manca niente, non hai idea delle proposte che ricevo

- (lo immagino, ci provi con tutte le clienti e qui c’è un bel giro, ad occhio e croce, di donne che la darebbero volentieri) immagino……

- No vis, tu non ci crederai ma davvero, c’è una fame in giro

- (affetta la mortadella e la mette nella schiacciatina) mah, non saprei dire se è fame, io direi che c’è voglia di divertirsi e tu prometti giochi a chiunque.

- No, a parte gli scherzi, ieri sera mi telefona una cliente qui in negozio alle 20.30, una separata di 50 anni con due figli piccoli e mi dice “volevo farti una domanda diretta, che fai stasera?” ti rendi conto?

- No, non molto, di cosa dovrei rendermi conto?

- Ma dai, io gli ho detto che ero impegnato

- Perché è stata troppo diretta, doveva ordinare un salamino cacciatore e chiederti di portarglielo a casa

- Ma no! Figurati è che con le clienti…

- Con le clienti cosa?

- E’ tanti anni che faccio questo lavoro, certe cose le intuisco…

- Cosa intuisci scusa?

- Beh, una così poi spera di venire a fare la spesa e insomma, qualche vantaggio, dopo quello che c’è stato tra noi…

- Cioè vorresti dire che una di cinquant’anni ti telefona a te che ne hai dieci meno di lei e ti chiede di uscire con te per ottenere lo sconto su due etti di pecorino?

- Dammi retta io certe cose le intuisco

- ………

- ti serve altro?

- No grazie, segna tutto sul conto oppure stasera si esce insieme

- Io con te lo sai che…… te lo metterei anche per iscritto se servisse a qualcosa.

- Lascia perdere và e metti per iscritto quanto costa questo panino con la mortadella.



Parole, parole, parole.

Ma chi è che chiacchiera? Il dubbio sulle parole inutili si infittisce sempre più e infarcisce persino i panini già straripanti di mortadella.









 














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