vivace mediocrità
Viscontessa, 23 Giugno 2005 Ieri a Firenze si è aperto Pitti Uomo, materiali innovativi e leggerissimi, l’arbitro Collina partecipa alla giornata inaugurale alla Fortezza da Basso e tanto nel traffico impazzino della città io osservo gli uomini con i loro calzini di un colore casuale rispetto al resto del loro abbigliamento.
Lui invece sarà un ottantino e ha una protuberanza sulla fronte pelata che mi ha fatto tornare in mente The Elephant Man. Indossa una camicia rossa a maniche corte sul retro della quale due pences mostrano ad ogni movimento della schiena un tessuto a righe bianche e rosse. Si siede al tavolo di fronte al mio, appoggia i gomiti sul tavolo e attende.
Un uomo solo, vecchio; se non fosse per il colore di quella camicia, penserei all’attesa di un menù ma quel vezzo delle righe sulla schiena che occhieggiano ad ogni movimento delle spalle, suggeriscono aspettative diverse.
Lei scende poco dopo dalle scale che conducono al giardino della pizzeria dove siamo seduti.
Trenta, quarant’anni, forse più o forse meno, quando sei vecchia dentro l’età anagrafica sbiadisce e non la riconosci più.
Ha i capelli lunghi centrifugati dalle tinture casalinghe, il trucco, sui lineamenti dozzinali del suo volto, è pesante, eccessivo, triste. Indossa una canottiera che le fascia un seno prosperoso e stanco e le lascia scoperto un ombelico infossato, sotto un paio di pantaloni bianchi leggermente trasparenti e carichi di lacciolini e stringhe che volteggiano nell’aria ad ogni claudicante passo dei suoi piedi costretti su tacchi altissimi.
Si siede di fronte a lui, sorride e prende dalla borsa il suo cellulare. Lui non lo vedo in volto ma le righe sulla sua camicia rispondono al sorriso della donna facendo birichine capolino dalla sua schiena. Ondeggiano per qualche istante poi tornano a chiudersi tra i lembi della camicia.
Mi alzo per andare in bagno, mi gira leggermente la testa, in attesa della pizza che arriva solo dopo un’ora e mezzo che l’aspetto, ho finito la birra e ora devo andare in bagno a tutti i costi. Passo accanto al loro tavolo e sento lei che con accento straniero rimprovera affettuosamente il suo commensale per aver già mangiato qualcosa prima di sedersi al tavolo di quella pizzeria. Lui le risponde qualcosa ma lei è già nuovamente attirata dal suo cellulare, così sorride distrattamente al vecchio mentre invia e legge messaggi, mentre parla al telefono, mentre si sistema i capelli centrifugati guardandosi ad uno specchietto che ha tirato fuori dalla borsa, mentre lui si passa continuamente la mano sulla protuberanza della sua fronte e guarda oltre l’orizzonte.
Solitudine, vecchiaia, miseria. Le righe dalla camicia sono cariche di colore e di speranza, i capelli centrifugati di egoistica rassegnazione, la pizza è mediocre, i calzini blu nel traffico della Fortezza fuori moda.
Lui invece sarà un ottantino e ha una protuberanza sulla fronte pelata che mi ha fatto tornare in mente The Elephant Man. Indossa una camicia rossa a maniche corte sul retro della quale due pences mostrano ad ogni movimento della schiena un tessuto a righe bianche e rosse. Si siede al tavolo di fronte al mio, appoggia i gomiti sul tavolo e attende.
Un uomo solo, vecchio; se non fosse per il colore di quella camicia, penserei all’attesa di un menù ma quel vezzo delle righe sulla schiena che occhieggiano ad ogni movimento delle spalle, suggeriscono aspettative diverse.
Lei scende poco dopo dalle scale che conducono al giardino della pizzeria dove siamo seduti.
Trenta, quarant’anni, forse più o forse meno, quando sei vecchia dentro l’età anagrafica sbiadisce e non la riconosci più.
Ha i capelli lunghi centrifugati dalle tinture casalinghe, il trucco, sui lineamenti dozzinali del suo volto, è pesante, eccessivo, triste. Indossa una canottiera che le fascia un seno prosperoso e stanco e le lascia scoperto un ombelico infossato, sotto un paio di pantaloni bianchi leggermente trasparenti e carichi di lacciolini e stringhe che volteggiano nell’aria ad ogni claudicante passo dei suoi piedi costretti su tacchi altissimi.
Si siede di fronte a lui, sorride e prende dalla borsa il suo cellulare. Lui non lo vedo in volto ma le righe sulla sua camicia rispondono al sorriso della donna facendo birichine capolino dalla sua schiena. Ondeggiano per qualche istante poi tornano a chiudersi tra i lembi della camicia.
Mi alzo per andare in bagno, mi gira leggermente la testa, in attesa della pizza che arriva solo dopo un’ora e mezzo che l’aspetto, ho finito la birra e ora devo andare in bagno a tutti i costi. Passo accanto al loro tavolo e sento lei che con accento straniero rimprovera affettuosamente il suo commensale per aver già mangiato qualcosa prima di sedersi al tavolo di quella pizzeria. Lui le risponde qualcosa ma lei è già nuovamente attirata dal suo cellulare, così sorride distrattamente al vecchio mentre invia e legge messaggi, mentre parla al telefono, mentre si sistema i capelli centrifugati guardandosi ad uno specchietto che ha tirato fuori dalla borsa, mentre lui si passa continuamente la mano sulla protuberanza della sua fronte e guarda oltre l’orizzonte.
Solitudine, vecchiaia, miseria. Le righe dalla camicia sono cariche di colore e di speranza, i capelli centrifugati di egoistica rassegnazione, la pizza è mediocre, i calzini blu nel traffico della Fortezza fuori moda.





23 Giugno 2005, 12:38
ciao cara vis, ho appena letto il tuo racconto su sacripante. bello.
in questi giorni non sono per niente vivace, sulla mediocrità non saprei, mi pare il livello di sempre.
ciao ciao
23 Giugno 2005, 12:48
Ma ti pare il caso di scappare così senza dir niente? son passata dalle tue parti e non ho trovato più niente.
‘naggia a te, ora cambio link, tu nel frattempo preparati che ti vivacizzo io:-)
23 Giugno 2005, 16:14
mi dispiace… peraltro il venerdì dell’incontro non potevo più venire e non sapevo come avvertire. ti mando un sorriso, viscontessa.
24 Giugno 2005, 8:38
Cacchio, da suicidio detta così! C’è alternativa però.
24 Giugno 2005, 10:13
mi sono sempre chiesta come siano i lineamenti dozzinali…ecco, dozzinale è uno degli aggettivi indicati per la mediocrità.
mi fai pensare che ho giusto bisogno di una dozzina di uova ( a me quella maionese è rimasta impressa) ma per evitare la mediocrità le dividerò in due cartoni da sei, oppure quattro da tre, tre da quattro…….sono troppo speciale. Minerva
24 Giugno 2005, 22:09
I lineamenti dozzinali sono composti da una dozzina di elementi sul viso.
Due gote, due occhi, un naso, una bocca, un mento, una fronte, due zigomi e due sopraciglia.
Se ne hai in più o in meno, che so due nasi o uno zigomo, non sei più dozzinale.
Ti mando un paio di tartine con la maionese :-))
25 Giugno 2005, 8:06
mi rendo conto della mia petulanza….ma dimmi tu come fai a parlare di mediocrità di fronte ha una che ha due nasi,due bocche…………Mn
25 Giugno 2005, 15:06
Minerva devo sempre spiegarti tutto.
La mediocrità è interiore così come i due nasi o le due bocche.
Se hai interiormente due bocche sei una che la bocca la usa troppo, o troppo il naso o troppo poco uno zigomo.
Tu per esempio quante dita hai? e come le usi le gote? insomma son cose.
25 Giugno 2005, 16:47
per le gote …ho idea che il gelato all’amarena aiuti. mn