lo stato d’animo del correre

Viscontessa, 30 Giugno 2005
Al bar dell’angolo il grillotalpa indossa una piccola gonna verde che mette in risalto le sue gambette desolanti come stecchini Samurai dopo l’uso.  

Non me ne ero accorta, lei ha allargato la sua piccola bocca da grillotalpa e mostrando i suoi enormi dentoni, ha richiamato la mia attenzione sui suoi samurai.

Fa caldo anche oggi, un caldo avvolgente che nel suo piccolo locale si insinua dalle due finestre poste in alto che lei apre e chiude continuamente aiutandosi con un lungo bastone. Una ventola sul soffitto non fa altro che spalmare l’afa sugli avventori ma l’impianto di aria condizionata posto su una parte resta spento nonostante anche il grillotalpa e il suo marito procione sudino copiosamente.

Fuori il solito piccione zoppo. Lo incontro ogni mattina mentre vado a prendere il caffè, cammina sull’asfalto rovente e raccoglie le briciole del quartiere. Oggi la zampa maciullata doveva dolergli più del solito perché la teneva su e saltellava come un merlo.

Penso che dovrei prenderlo e portarlo a curare, avevo un’amica che era specializzata nella cura dei volatili e con un filo di nostalgia rammento la sua dedizione e il suo impegno.

Il piccione saltella un po’ più in là, mi guarda di traverso, mi osserva chiedendosi quali siano le mie intenzioni, poi si sposta ancora un po’ e torna a beccare il niente dell’asfalto.

Anche il grillotalpa saltella, una folata di vento incandescente sbatte la finestra che lei si appresta a riaprire immediatamente con il suo lungo bastone.

Ma forse qualcosa ostacola la sua operazione e corrugando la fronte saltella mettendo in mostra i suoi piccoli samurai.

Penso che dovrei aiutarla a chiudere la finestra e penso che la mia amica per la quale provo nostalgia, era specializzata anche nella cura dei piccoli roditori.

Il grillotalpa saltella ancora un po’, mi guarda con occhi supplicanti poi allarga la sua piccola bocca e tira fuori i suoi enormi dentoni.

Mi giro e guardo l’impianto dell’aria condizionata, poi lascio 80 centesimi sul bancone e me ne vado.

Fuori il piccione non c’è più.

Sudo….un po’ come volete.

Viscontessa, 29 Giugno 2005
Ciao, tu che sei arrivato sul mio blog perché hai cercato su google Sudoko, sappi che dovevi cercare Sudoku perché è così che si chiama il gioco e il fatto che abbia sbagliato io non significa che anche tu debba perpetuare l’errore.
Se poi sei capitato su questo blog cercando Sudoco o Sudocu, a maggior ragione prendi un appunto sul nome corretto di questo gioco in maniera da poter fare bella figura con gli amici.
Però ormai che sei qui ti dico un po’ di cose sul gioco e poi ti do’ anche il link di un sito dove potrai giocare a sudoku fin quanto vuoi e se come me hai un bambino che vuol provare a giocare ma poi del gioco non gliene frega niente perché preferisce andare ad addestrare lombrichi, sappi che sul sito che ti segnalo c’è la versione facilitata che ti consente di sapere subito se il numero che hai messo in quella casellina bianca che ti pare così desolata, è quello giusto o meno. Il che naturalmente è valido anche per te che non hai alcuna voglia di perdere tempo con uno stupido gioco di numeri che assomiglia molto alle parole crociate.
Poi, giusto per la cronaca e per evitare che a domanda tu risponda che te "sudi" in un altro modo, sappi che questo è un gioco inventato in Giappone molto tempo fa e solo di recente approdato in Inghilterra e di riflesso in Italia.
Ora che sul Sudoku ti ho detto tutto quello che c’era da dire, volevo dirti un altro paio di cose.
Ciao caro lettore, nella tua ricerca di sudoko che ha fatto improvvisamente impennare gli accessi a questo sito, sei finito in un blog, tu caro lettore sai cos’è un blog? perché pensavo che ormai che ci sei e l’estate è vicina e piena di parole trendy da riempire, potresti fare la tua porca figura raccontando sotto all’ombrellone che oltre a giocare a Sudoku (se poi non ti dovesse riuscire fammi un fischio e io ti mando la soluzione) frequenti i blog.
Caro lettore, tu che non leggi niente, tu che sfogli il giornale solo per vedere i necrologi, tu che hai conosciuto il Sudoku perché guardi il telegiornale di Emilio Fede o peggio quello di Rossella, tu che La Gazzetta dello Sport è il tuo quotidiano preferito, tu che sudi facendo palestra e tu, tu che internet lo conosci poco, sappi che i blog sono delle pagine personali di informazione, di cultura, di divertimento o semplicemente di parole scritte.
Adesso non farti strane idee, il mio è un blog di cazzate ma se per esempio sposti il mouse un po’ sulla destra dove c’è quello strano elenco di nomi e poi ti fai coraggio e clicchi su uno di quei nomi, vedrai che troverai tanti altrui luoghi virtuali dove, non illuderti caro lettore che sei finito qui in cerca di "tette, culo, figa", potrai leggere tante cose che magari possono divertirti o interessarti o farti emozionare. E poi ricorda gli amici al mare "gioco a sudoku e leggo blog", ti garantisco che la cosa fa fine e non impegna.
E ora caro lettore, per testimoniare la tua gratitudine nei miei confronti, clicca in fondo a questo post dove sta scritto "commenti" e lascia un segno scritto del tuo passaggio.
Sappi, caro lettore che hai lasciato il tuo contributo come faresti sul quaderno del funerale della signora Rosa, che io, essendo viva e vegeta, potrò esserti molto più utile della Rosa che tanto, non ti illudere, non ti ha lasciato un fico secco.
Te invece che dalla scrivania del tuo ufficio digiti "cazzo duro" perché la tua collega te lo ha fatto tirare e in bagno c’è sempre la fila, sappi che quella sullo sfondo non sono io per cui risparmi l’autoerotismo virtuale che dovessi fare sui commenti.
Questo è il link, cliccate QUI e vi troverete nel favoloso mondo del Sudoku.

Il dramma della mia vita: gli uccelli mi muoian tra le mani

Viscontessa, 29 Giugno 2005
Siccome succede che a me gli uccelli mi muoian tutti tra le mani, stamattina ho pensato di vestirmi stile La Gradisca di felliniana memoria per sdrammatizzare la torrida giornata di oggi.

Sdrammatizzare è una bella parola, serve per fare retromarcia quando si commette una gaffe, oppure per tentare di spiegare un abito importabile quando non si vuol ammettere che l’abito è tale anche se lo si accoppia con una scarpa da ginnastica che quest’anno va tanto di moda.

Perché ieri pomeriggio in giardino abbiamo trovato un piccolo uccellino che non vola e lo abbiamo subito ricoverato in una grande gabbia con tutti i comfort compresa la piscina e vista albero ma anche se lui avidamente divora tutto quello che lo chef gli presenta, io non sto tranquilla fino a quando non torno a casa.

Di uccelli, nella mia vita, ne ho trovati tanti, i più robusti mi son volati via in cerca di libertà ma i più teneri mi sono sempre morti stecchiti tra le mani con quel capino reclinato che mette tanta tristezza.

E sull’uccello con il capo reclinato non c’è niente da sdrammatizzare.

Dicevo quindi che per una incomprensibile associazione di idee tra l’uccello e l’abito femminile, stamattina mi son vestita in perfetto stile anni cinquanta con il sandalo con la zeppa ed un abito aperto sul davanti con una profonda scollatura incrociata che mette in risalto la tetta anche laddove essa fosse piccola rinsecchita o praticamente inesistente. Poi, giusto per non lasciare incompiuta l’opera, ho aggiunto al tutto una fascia in testa e l’occhiale grande, enorme, totalizzante. Giusto per rendere drammatica la situazione.

E’ successo poi che una volta arrivata in ufficio, ho trovato sulla mia scrivania un paio di grossi cetrioli dell’orto del babbo della mia collega e poco dopo ho incontrato di fronte alla macchina del caffè, un’altra collega che con un sorriso stimato sui centocinquanta denti, mi ha sussurrato se volevo vedere il suo uccello.

Così mentre improvvisavo una lap dance con la bottiglia dell’acqua ad uso e consumo dei miei colleghi che esprimevano apprezzamento per lo stile mignottone da spiaggia con cui mi sono presentata oggi in ufficio, mi sono avviata con la mia collega a vedere il suo uccello che lei teneva in una scatola sulla sua scrivania.

Trattasi di rondone in giovane età che lei non mi ha fatto toccare con la scusa che era spaventato.

E adesso son qui nel mio ufficio con la bottiglia dell’acqua, i cetrioli sul tavolo e la peregrina domanda sull’eventuale nesso tra i fatti di oggi e l’uccello in gabbia.  

Tanto, nell’attesa di scogliere l’arcano, mi mangio un cetriolo.

Giusto per sdrammatizzare.

astratte estrazioni

Viscontessa, 27 Giugno 2005
Me ne sono rimasta una buona mezz’ora sul divano con la sguardo alla parete.
La parete la conosco, la conosco bene, è la parte di fronte al divano con i quadri dalle le cornici bordoux appesi tutti storti.
Il pensiero era serio, pensavo all’Iran e al risultato delle elezioni appena concluse, pensavo alle conseguenze o alla goccia nel mare di questo risultato elettorale e pensavo che pensare quando fa così caldo è davvero faticoso.
Quindi anche per blog, poco, pochissimo, la prova costume è già impegnativa e quando fa caldo non è l’arrivo delle vacanze a fiaccare l’animo, ma proprio l’afa ad opprimere ogni libero regime dell’azione.
Così, mentre contavo le colombe bianche sul poster messicano per un Chiapas Libero che tutto storto domina sulle case di ringhiera di Milano, ho pensato che il sud del mondo, della nostra penisola e anche del nostro ombelico, sono penalizzati da temperature che non consentono alcun ingegno ma favoriscono invece la posizione alta delle gambe a discapito di quella sottostante della testa che vacilla in preda a colombe bianche che sovrastano gatti di ringhiera della case di Milano.
D’altra parte quest’oggi in ufficio anche l’aria condizionata ha dato forfait e la mano sudata sul mouse ha reso ingovernabile il medesimo che come un topo vero e inafferrabile, se ne è andato a giro per contro proprio mentre io con il mio viscido palmo cercavo di rincorrerlo per schiacciargli la testa sul testo che mi interessava aprire.
Poi con quaranta gradi ho contato le stampine inglesi che come si conviene al loro ruolo stanno un po’ in disparte ma sono ovunque e sono sedici, e ventisette ho aggiunto le dodici porte della case di ringhiera che stanno sotto al Chiapas, ci ho messo su le diciannove colombe messicane e ho aggiunto un pizzico di led della stampante.
Il tutto da servire sulla ruota di Venezia dove ho visto il mio primo grosso topo sguisciante.
Caso mai qualcuno non se ne fosse accorto, dopo i suicidi per il 63 che non voleva uscire e le conseguenti polemiche sul vizio del gioco legalizzato dallo stato, adesso le estrazioni sono diventate trisettimanali.
Da due che erano.

mi sono innamorata

Viscontessa, 26 Giugno 2005
Di Angelo non ricordo niente se non che la mia prima volta è stata con lui ed è stato bellissimo: un pomeriggio al mare e una copia della Settimana Enigmistica che a pagina 7 conteneva la famosa prova di intelligenza di cui io successivamente sarei diventata un’esperta, la soluzione esatta che arriva dopo ore di ragionamenti mentre il sole tramonta sul mare.
Ci fu invece un periodo precedente al cubo di Rubik, in cui andavano molto di moda i giochi da smontare e rimontare. Mio padre e mia sorella trascorrevano serate intere a montare puzzle da migliaia di pezzi mentre io smontavo catene da cerchi chiusi, infilavo tasselli di legno dentro ad improbabili cavità e soprattutto passavo ore intere a fare un solitario simile alla dama cinese in cui dovevo automangiarmi dei piccoli pioli in legno fino a lasciarne uno solo.
Poi però arrivò lui e ogni altro trastullo familiare fu spazzato via.
Mio padre smise di disegnare, mia sorella di costruire oceani azzurri in diecimila pezzi e io di studiare soluzioni nuove per trasformare in quadrato i cerchi. Le nostre serate si trasferirono tutte intorno al cubo magico che per tacito accordo tra le parti poteva essere manovrato solo da colui che per primo riusciva ad afferrarlo dopo cena.
Nella corsa ad ostacoli che precedeva, perirono un vaso in cristallo di mia madre e un lampada a petrolio di mio padre che, passata la febbre del cubo, fu ricostruita come nuova forma di trastullo serale.
Mia nonna invece, aveva una vera passione per le parole crociate della settimana enigmistica che compilava in tempi brevissimi anche grazie alle Garzantine che le regalavamo nuove per ogni compleanno. Aveva iniziato, appena arrivata in Italia dalla Francia, per prendere confidenza con la lingua e dopo sessant’anni nel nostro paese, ancora ragionava in francese mentre compilava il Bartezaghi in italiano.
Io tanto trascorrevo nottate a giocare a Canasta e saccheggiare il frigo con la mia amica Francesca prima che altri trastulli ci distraessero definitivamente da certi giochi.
Una adventure ispirata alla famosa serie di Dallas, mi vide invece albeggiare in compagnia di mio cugino che dopo quell’esperienza sul commodore 64, si iscrisse alla facoltà di informatica di Pisa anche se la vera svolta tecnologica fu per me il Tetris per il quale inventai il livello undici. Un 486 dal quale si disattivavo il turbo quando la caduta dei pezzi diventava troppo veloce e una gamba alzata o un occhio chiuso, per aggravare le difficoltà del livello dieci e renderlo quindi livello 11.
Poi fu la volta di Mario Bross e le tartarughe ninja lanciatrici di coltelli, allora vivevo tra Roma e Firenze così comprai due Super Nintendo e sognai tartarughe lanciatrici di coltelli per molto tempo.
L’ultimo grande amore è stato un per una specie di packman che si articolava tra prove di abilità e altre di logica per ben 112 livelli. Fu creata una vera e propria cooperativa nella quale ogni socio dava il suo contributo salvando su un dischetto la soluzione del livello che era riuscito a superare. Non siamo mai arrivati però oltre il livello 70 e la fine del gioco resta tuttora un mistero.
Molte altre avventure di poco conto hanno segnato la mia esistenza, qualche puntata al casinò, qualche adventure, il gioco del bridge e quello del Risiko per il quale ho trascorso diverse notti bianche in attesa del suo cararmatino rosso, ma erano ormai molti anni che non provavo più niente di simile.
La verità è che mi sono innamorata, lui si chiama Sudoko e oggi, per la prima volta dopo anni, ho errato la monocromaticità della lavatrice.
Ora indosso mutande giallognole ma sono felice.

un cazzo di niente

Viscontessa, 25 Giugno 2005
Ciao, un cazzo di niente ma volevo dirtelo.
Non mi hai chiesto niente, non mi chiedi mai niente ma io volevo dirtelo ugualmente, un cazzo di niente grazie.
Che qui fa caldo, e il caldo è una questione mentale più che fisica, stai tutto il giorno caldo e il cervello cuoce, il neurone si dispera, il fisico si accascia.
Hai sentito che caldo "torrido" che fa? Un cazzo di niente, quando fa questo caldo ti si sciolgono i pensieri e colano via insieme al sudore lasciandoti invertebrato nella tua posizione fetale sopra al divano.
No niente, è che le cose vanno così, la mattina è sempre una bella mattina d’estate con i merli che cinguettano in giardino e il sole che filtra trai rami dell’albero, poi piano piano ti accasci, ti ammosci, ti disidrati e mentre il sudore e i pensieri si sciolgono, una strana morbidezza affiora e dilaga ovunque nel tuo corpo e nel tuo cervello.
Quindi un cazzo di niente, non me lo hai chiesto ma io così, tutta invertebrata in questo caldo torrido, mi sento un po’ più morbida e un po’ più soffice di prima.
Che se fossi qui, se tu fossi qui ovunque dentro di me, mi sentirei meglio, mi sentirei protetta da questo caldo improduttivo che non si arresta fino a notte fonda.
Si lo so, non si capisce cosa voglia dire, non capisci se sto parlando a te che passavi di qua distrattamente o a te che mi hai incrociata nei tuoi sogni o nei tuoi pensieri, lo so, è sempre così: quando fa caldo si diventa morbidi e si attorcigliano i pensieri più del solito. E poi c’è che non si capisce mai cosa voglio dire, non si capisce mai se parlo seriamente o scherzo, se ti amo o ti odio, se sono consapevole o incosciente, coraggiosa o sprovveduta.
Oggi ho acceso la televisione, mi piace la televisione d’estate perché è una televisione abbandonata da tutti e ricca di cose, ricordi, sensazioni, schifezze e programmi che avevi già incontrato in qualche vita precedente.
Ho acceso la televisione e mi è tornato in mente un film "pomodori verdi fritti", eppure niente mi conduceva ai pomodori e anche il fritto era da qualche parte in un cassetto che non ricordo.
Magari era solo che stavo lì al caldo, mi ero messa nuda sul letto e i pomodori verdi mi si sono affacciati per un’immagine che non c’entrava niente. Ma mi è tornata in mente della scena dell’autocoscienza tra le gambe osservata su uno specchietto da trucco.
Così ho preso uno specchietto e l’ho messo vicino all’orecchio, volevo avere autocoscienza del mio neurone se ancora esiste da qualche parte dentro alla mia testa.
Un cazzo di niente, non ho visto un cazzo di niente, non me lo hai chiesto ma volevo dirtelo.

Gelato all’amarena

Viscontessa, 24 Giugno 2005

Per oggi solo la consueta rubrica della Viscontessa su www.scala2.splinder.com.

Buon appetito a tutti.

 

vivace mediocrità

Viscontessa, 23 Giugno 2005


Ieri a Firenze si è aperto Pitti Uomo, materiali innovativi e leggerissimi, l’arbitro Collina partecipa alla giornata inaugurale alla Fortezza da Basso e tanto nel traffico impazzino della città io osservo gli uomini con i loro calzini di un colore casuale rispetto al resto del loro abbigliamento.

Lui invece sarà un ottantino e ha una protuberanza sulla fronte pelata che mi ha fatto tornare in mente The Elephant Man. Indossa una camicia rossa a maniche corte sul retro della quale due pences mostrano ad ogni movimento della schiena un tessuto a righe bianche e rosse. Si siede al tavolo di fronte al mio, appoggia i gomiti sul tavolo e attende.

Un uomo solo, vecchio; se non fosse per il colore di quella camicia, penserei all’attesa di un menù ma quel vezzo delle righe sulla schiena che occhieggiano ad ogni movimento delle spalle, suggeriscono aspettative diverse.

Lei scende poco dopo dalle scale che conducono al giardino della pizzeria dove siamo seduti.

Trenta, quarant’anni, forse più o forse meno, quando sei vecchia dentro l’età anagrafica sbiadisce e non la riconosci più.

Ha i capelli lunghi centrifugati dalle tinture casalinghe, il trucco, sui lineamenti dozzinali del suo volto, è pesante, eccessivo, triste. Indossa una canottiera che le fascia un seno prosperoso e stanco e le lascia scoperto un ombelico infossato, sotto un paio di pantaloni bianchi leggermente trasparenti e carichi di lacciolini e stringhe che volteggiano nell’aria ad ogni claudicante passo dei suoi piedi costretti su tacchi altissimi.

Si siede di fronte a lui, sorride e prende dalla borsa il suo cellulare. Lui non lo vedo in volto ma le righe sulla sua camicia rispondono al sorriso della donna facendo birichine capolino dalla sua schiena. Ondeggiano per qualche istante poi tornano a chiudersi tra i lembi della camicia.



Mi alzo per andare in bagno, mi gira leggermente la testa, in attesa della pizza che arriva solo dopo un’ora e mezzo che l’aspetto, ho finito la birra e ora devo andare in bagno a tutti i costi. Passo accanto al loro tavolo e sento lei che con accento straniero rimprovera affettuosamente il suo commensale per aver già mangiato qualcosa prima di sedersi al tavolo di quella pizzeria. Lui le risponde qualcosa ma lei è già nuovamente attirata dal suo cellulare, così sorride distrattamente al vecchio mentre invia e legge messaggi, mentre parla al telefono, mentre si sistema i capelli centrifugati guardandosi ad uno specchietto che ha tirato fuori dalla borsa, mentre lui si passa continuamente la mano sulla protuberanza della sua fronte e guarda oltre l’orizzonte.



Solitudine, vecchiaia, miseria. Le righe dalla camicia sono cariche di colore e di speranza, i capelli centrifugati di egoistica rassegnazione, la pizza è mediocre, i calzini blu nel traffico della Fortezza fuori moda.

Speciale

Viscontessa, 22 Giugno 2005

La verità è che mia mamma non si è mai data la pena di dirmi che ero una bambina speciale.
Non perché lo fossi, ero soprattutto musona e poco propensa all’approccio umano come forma di comunicazione, preferivo miagolare insieme ad un gatto o covarmi le uova di colomba nella tasca del cappotto, ma certo che se magari almeno lei mi avesse dato una mano ora non starei qui a sudare freddo tutte le volte che qualcuno mi chiede qual è la mia specialità.
Miss Italia non lo avrei potuto fare solo per quello, mi vedevo già di fronte ad un presentatore untuoso come la carta oleata su cui facevo il croccante, chiedermi se mi piaceva cucinare. Io tutta festosa e candida avrei sussurrato un orgoglioso sì (cuore di mamma!) e poi mi sarei sciolta in lacrime dopo aver balbettato un "non saprei" alla conseguente domanda che il presentatore untuoso mi avrebbe rivolto "e qual è la tua specialità?".
Certo mi sono risparmiata un bel po’ di delusioni per il giro vita che in alcuni momenti della mia mangereccia esistenza mia è parso essere davvero speciale, ma essere speciali, per affrontare certe prove, non serve. Più sei normale, conforme, prevedibile e malleabile, più sono le possibilità che qualcuno si prenda la briga di fare di te ciò che vuole sollevandoti dall’impiccio di chiederti ogni santa mattina che accidenti dovrai fare e non farai.
Se mi fossi fatta cullare dalla specialità con cui molte madri guardano le proprie figlie, magari le cose sarebbero andate meglio, adesso magari sarei una ex miss condominio che gira spot per un gommaio famoso della mia città, o magari apparirei in tailleur di fronte al lunotto intatto di un’autovettura a cui è stata iniettata in una crepa, una speciale colla capace di fare miracoli. Magari un po’ di colla qua e la tra le crepe me la sarei sparata dentro anche io e adesso, cuore di mamma, sarei qui con la mia genitrice che mi consiglia su quale tipo di crema antirughe è più efficace o su come vanno di moda le unghie per la prossima stagione.
E invece niente, unghie corte che sulla tastiera scivolano meglio e una mamma la cui specialità è indugiare sul lato negativo di ogni cosa per poi concludere ogni terrificante mazzolata con un "facevo così per dire".
Dio come sei invecchiata! Mi ha detto giorni fa guardando delle vecchie foto di 10 anni fa, e non che la cosa non sia vera ma se si fosse premurata dieci anni prima di dirmi "dio come sei giovane!" avrei affrontato la buca dello sconforto in cui mi ha gettata con la consapevolezza che almeno prima era stata su un poggio.
E invece mi chiama la domenica mattina e mi chiede cosa prepari oggi di speciale per pranzo? Io ad ogni speciale che pronuncia senza mai associarlo a niente di ciò che più intimamente mi riguarda, mi irrigidisco come quel croccante che scivolava sulla carta untuosa e le rispondo che di "speciale" preparerò del freschissimo sushi condito con alghe marine che mi sono fatta arrivare direttamente dal Giappone.
Se solo il sushi mi fosse venuto in mente quando la prova matita sotto alla tetta era uno scherzo da ragazzi, adesso potrei alzarmi la mattina e dopo un impacco decongestionante al cetriolo e mirtillo verde della Normandia, potrei andare dal gommaio a firmare autografi su ogni treno di gomme nuove venduto nella giornata.
L’untuoso presentatore lo avrei fregato con un bel sushi che non suona proprio come la melanzana alla parmigiana ma almeno una decimo posto in classifica me lo sarei guadagnato e avrei potuto accasarmi con un rozzo gommaio con cui riprodurmi serenamente tra una liposuzione e uno spot pubblicitario.
Che poi, forse a causa della mancanza di un gommaio nella mia vita, ho finito per sviluppare una sorta di intolleranza al termine "speciale" di cui mi pare che se ne faccia un abuso davvero vergognoso, se adesso per esempio fossi dal parrucchiere a farmi la messa in piega del fine settimana e mi chiamasse il mio marito gommaio dicendomi che sono una persona speciale, è probabile che sorriderei tronfia come un tacchino buttando l’occhio a destra e a manca tra le mie compagne di coiffeur, per vedere che effetto che fa sapere di trovarsi in compagnia di una persona speciale.
Una cosa così piccola e innocua che mi consentirebbe di attraversa questa nostra vita terrena, con una serenità che invece perdo ogni volta che sento dire da qualcuno che tal altro è davvero una persona speciale quando poi allo speciale non aggiunga anche un carinissimo sul quale di solito mi lascio cogliere da spasmi esofagei che talvolta possono risultare davvero imbarazzanti.
Perché tutti siamo speciali a qualcuno ma la specialità dispensata con tanta generosità, mi fa l’effetto che potrebbe farmi, sulla mia tavola domenicale, un alga nera proveniente dal giappone anziché quel piatto di lasagne che zitta zitta mi confenziono nella più totale normalità.
 
 

La catena di San Katiusha

Viscontessa, 21 Giugno 2005
Mi scrive lei e mi chiede preoccupata chi è Katiusha.

Lui, su un post  di lei, le dice di andare a leggere su quest’altro blog e lei legge prima che l’altra spieghi chi è
Katiusha.

Perché Katiusha sta di là dove prima c’era anche il padrone di casa che però se ne è andato.

Che se ne è andato lo ha detto lui e poi loro hanno confermato.

Lui invece parla di me senza sapere niente di Katiusha e chi dovesse arrivare qui da li e dovesse leggere i commenti qui e poi da qui andare lì e da lì qui, scoprirebbe chi è Katiusha solo al termine di una lunghissima passeggiata virtuale.

Tutti dicono qualcosa di altri, si chiamano segnalazioni ed è un po’ come andare ad Bar Sport per muoversi poi tutti insieme per recuperare un gruppo di amici che si trovano di fronte al cinema Cristallo i quali hanno la segnalazione di una festa che si tiene in collina ma per essere sicuri della quale, bisogna prima andare in centro dove c’è Gino che è in contatto con Anna che è a cena da Fabio che ha telefonato a Luigi che passa da Veronica che sta da Marta che ha mandato un messaggio a Vittorio che ha incontrato Stefano che passa da Franco che è ospite da Giulia che conosce Gino che ha una relazione con Katiusha.

Voi potete anche non crederci ma a Maria che una volta si è addormentata prima di telefonare ad Anselmo che era con Antonio che doveva chiedere a Gianni se sapeva il cellulare di Livia per chiamare Sandro che era ad un festa in collina, il giorno dopo la banca ha aumentato il tasso di interesse passivo, la padrona di casa le ha disdetto il contratto e lei è scivolata sulla cacca del  cane di Ottavio, collega di Laura che sta nell’appartamento di fronte al suo dove prima stava Roberto che era il figlio dell’ortolano che ha sposato la cugina del nipote del cognato della suocera di Katiusha.

E Andrea, che una volta ha sbagliato mailng list e ha invitato tutti i soci del Consorzio Carni Bovine ad una manifestazione Vegana, il giorno dopo è stato licenziato dal sindacato, ha inciampato in una cassa di cetrioli rompendosi il polso destro ed è stato denunciato per molestie sessuali dalla segretaria di direzione che aveva avuto una relazione sentimentale con il capo contabile che era sposato con l’addetta al terminale dell’ufficio contenzioso dove lavorava anche la Sandra che era amica di Francesco che prendeva le telefonate di Marzia che era innamorata della segretaria di direzione che però era stata rifiutata da Andrea che era innamorato di Katiusha.

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