ordine e disciplina

Viscontessa, 31 Marzo 2005

E infatti lo avevo scritto qui sul post it che ho lasciato attaccato al telefono: se squilla rispondere "pronto" e così ho fatto.

Certo poi sulla conversazione non mi ero adeguatamente preparata, avevo immaginato di dover mettere in fila una serie di parole di senso compiuto ma quali parole e quale senso non ero proprio riuscita a prevederlo.

"con chi parlo?" mi è tornata in mente questa frase della mia infanzia quando il telefono era ancora grigio, pesante e con un lungo filo nel quale attorcigliavo le mani ogni volta che l’oscuro oggetto mi richiamava a se con uno squillo e anche se dopo tanti anni quella frase me la sono giocata in varie espressioni gutturali che vanno dal "si" al "eh" al "dimmi" mi pareva che la frasetta, pronunciata con adeguata calma, mi consentisse di prendere un po’ di tempo per organizzarmi una conversazione.

"Sono quello della macchina del caffè passerei tra dieci minuti a prenderla". Devo uscire con uno che ho incontrato alla macchina del caffè? Questo non lo avevo appuntato sul post it ma fortunatamente ho trovato una busta ancora chiusa con un sacco di appunti scritti sopra appoggiata proprio sulla macchina del caffè.

La parola più evidente era "rotta" e da lì ho compreso che il signore che sarebbe passato entro breve non si sarebbe interessato a me ma alla macchina del caffè. Conforto o delusione non mi son ricordata di scriverlo per cui adesso nn vi saprei dire.

"aprire la porta quando suona il campanello" e così dieci minuti dopo mi son trovata di fronte il tipo che preferiva occuparsi della macchina del caffè piuttosto che di me: sollievo istintivo e delusione ragionata anche se non mi ero appuntata da nessuna parte quale espressione avrei dovuto assumere di fronte al volto dell’uomo sconosciuto.

"la macchina del caffè" ha detto lui mentre io in assenza di una indicazione scritta ben precisa indugiavo sull’uscio con lo sguardo interrogativo, "ah certo" ho risposto subito prelevando quell"ah certo" direttamente da un anfratto neuronale dove avevo riposto le frasi consuete di mia madre quelle che stavano bene su tutto come un maglioncino sulle spalle quando la sera comincia a rinfrescare, e l’ho condotto verso la cucina.

Lui ha preso la sua (mia?) macchina e se ne è andato non dopo aver appuntato il mio numero di telefono su un blocchetto pieno di appunti e ha detto che si sarebbe fatto sentire.

Io però non ho il suo numero di telefono perché devo averlo appuntato chissà dove in mezzo a chissà quanti altri numeri di telefono che scrivo continuamente un po’ ovunque, magari ho pensato che fosse il numero del mio bancomat, quello del pin della carta della Rinascente la data di nascita del mio cane o il conto dell’idraulico.

E’ passato oltre un mese e della mio caffè non ne so più niente.

Promemoria: comprare una macchina per il caffè nuova.

 

 

La Pasqua per un autolesionista

Viscontessa, 29 Marzo 2005

Farsi del male da soli anziché concedere agli altri il privilegio di ferirti, consente di gestire le proprie sofferenze con una certa autonomia che molti confondono per insensibilità o cinismo ignari del sur plus di dolore che i veri autolesionisti riescono ad infliggersi con la speranza di esorcizzare la paura del dolore dalla loro esistenza.

Il vero autolesionista è colui che ti concede un compassionevole sorriso di fronte ad una disgrazia che avresti voluto condividere con lui e mentre lo sguardo del disastrato si fa carico di rancore o di delusione per quella contenuta manifestazione di pietà, l’autolesionista è capace di corre in bagno a strizzarsi un punto nero sopra al sopracciglio sinistro che aveva adocchiato una quindicina di giorni fa ma aveva conservato per un’occasione importante come questa.

Senza una sofferenza da infliggersi, l’autolesionista è perduto e si sente inutile come una colonnina dell’SOS sull’autostrada ed è per questo che non è difficile incontrarlo nella sala di attesa di qualche psicanalista dove si reca ciclicamente nella speranza che lui lo aiuti a rievocare qualche trauma infantile che lo faccia stare male per un po’.

Di solito però fugge molto prima che ciò avvenga perché la consapevolezza del dolore rischia di coinvolgerlo in un processo di guarigione che lo renderebbe una persona normale completamente estranea al suo stile di vita e pertanto più pericolosa di se stesso.

Nei momenti quindi in cui l’autolesionista non trova niente con cui infliggersi qualche profonda ferita, si ripara nel sicuro porto dell’autocommiserazione che per rendere il più dolorosa possibile, condisce con una seduta di autoanalisi, dello squallido autoerotismo e una buona dose di autocontrollo sulle emozioni che vorrebbe lasciar fluire all’esterno ma che invece si terrà tutte dentro come quei peli incarniti sulla gamba che si deciderà ad estirpare solo quando saranno diventati delle dimensioni di setole da cinghiale.

Prima non varrebbe neanche la pena di dedicarcisi perché accanirsi contro un tenero pelo che ha smarrito la via non fa abbastanza male.

L’autolesionismo simplex, quello covato nel proprio organismo come il virus dell’herpes, si manifesta quindi di sovente con bizzare iniziative che distrattamente valutate da un occhio inesperto, appaiono più come vezzi di un carattere originale e malinconico ricco di sfaccettature la cui manifestazione dona all’autolesionista nello svolgimento della propria funzione, un’aurea affascinante superiorità.

Succede così che l’autolesionista, in procinto di un periodo di festività accolte dai più come momento di gioia e relax, si faccia pervadere da un incontrollabile malumore che egli stesso alimenterà trascorrendo i giorni di festa in un pietoso dormiveglia dal quale si rifiuterà di riemergere fino a festività concluse.

Quando poi, non ancora empio di sofferenza, si prenderà anche un giorno in più di ferie, trascorrerà il tempo che si è ritagliato per se stesso, ad elencare tutto ciò che avrebbe potuto o dovuto fare e non ha fatto lacerandosi macerare in un mare di sensi di colpa che finiranno per affogarlo in un angoscia tale da renderlo finalmente sazio.

Il ruttino, per buona educazione, ve lo risparmio.

Volevo presentarvi il mio pancreas

Viscontessa, 27 Marzo 2005

La cosa in assoluto più deprimente del quieto vivere in società è che ogni argomento che diventi di pubblico dibattito si trasforma, una volta che passandoti vicino ti si incolla tra le pieghe dell’animo, motivo di discussione a se stante come se i fiumi di parole lasciati tracimare un po’ ovunque, non avessero una valenza strettamente personale ma fossero una semplice teoria sulla quale trascorre tiepidi pomeriggi di primavera.

Mi viene in mente il teorema di Pitagora quale più fulgido esempio di primaverile prato su cui sorseggiare una limonata e penso a quanti, riscaldati da oziose parole che lo definiscono e ne fanno una star del teorema, sarebbero disposti a far dipendere la propria esistenza da ciò che pare assolutamente provato e certificato.

Mi chiedevo insomma chi sarebbe disposto a credere tanto profondamente a questo teorema da rischiare di mettere in gioco la propria vita se questa dipendesse dal teorema di Pitagora.

La incontrovertibile teoria sembra sorgere peregrina tra le righe di questo blog che raramente indugia su osservazioni di carattere generale perché il ruolo di osservatrice che mi sono proposta di adottare come stile di vita virtuale, mi mette spesso al riparo dall’esposizione in prima persona dei tormentati cazzi miei da infilare nell’impastatrice dei luoghi comuni da cui, molto spesso, escono ciambelle con buchi dissimili, alcuni invero propri fatti male, ma dal medesimo sapore e dalle prevedibili reazioni.

Pur rimanendo quindi come di consueto sul bordo dell’impastatrice che osservo nel suo monotono lavoro, mi limito a scrivere post sui quali diventa difficile il dibattito e spesso anche il semplice commento lasciando che la lettura di ciò che scrivo abbia il sapore che ognuno preferisce e l’apporto calorico che l’appetito dell’anima del lettore richiede.

Fatto sta però, che pur non rivolgendomi ad un pubblico a cui potrei dare una connotazione ben precisa, continuo da giorni a nutrire un certo timore per la mia scelta di seguire una dieta che mi auguro mi consenta entro breve tempo di perdere quei kili il cui eccesso non escludo dipenda da una mia particolarissima esigenza psicologica.

Dico questo perché se l’obsoleto "fare la dieta" retaggio di un antico linguaggio da amorose nonne e obese zie che di fronte al netto rifiuto del terzo piatto di ravioli sorridono complici tra loro come se la dieta fosse una moda da adolescenti in cerca di fidanzato, è anche vero che la sana e corretta alimentazione ricca di frutta e verdure e povera di grassi, sembra diventata la panacea di tutti i mali che ultimamente non trovano altra forma di diffusione se non nella fetta di pane e nutella nella quale di tanto in tanto ogni rappresentate della mia generazione affoga le proprie timide ansie.

L’alimentazione corretta, quindi, è proposta ovunque e sotto qualsiasi forma come unica vera cura al male di vivere che nutrito da quintali di mele, crusca, yogurt, musli e gelati senza soia, pare improvvisamente dissolversi nella regolare funzione intestinale, restituendo a intere categorie di persone quella vivacità che io avrei detto offuscata da ben altro genere di tormenti difficilmente etichettabili sotto alla voce grassi saturi o zuccheri morti.

D’altra però, pur succubi del teorema della carota e del gambo di sedano di cui potremmo recitare a memoria gli effetti benefici come il quadrato degli angoli di un triangolo rettangolo, mostriamo sempre un certo scetticismo quando il pioniere di turno, colui il cui peso o la cui vita non debba strettamente dipendere da quel teorema, decide di affidarsi a quelle chiacchiere primaverili e sottoporre la propria esistenza al cospetto del teorema.

E da qui l’imbarazzo di questa ammissione, di questa mia volontà di sottopormi ad un regime alimentare controllato che mi consenta di dimagrire quel tanto che mi serve a scacciare un male di vivere primaverile che mi ha colpita come venivano colpite da un esaurimento nervoso le amiche della nonna e delle obese zie che con questa semplice espressione, confinavano al di là di un muro coloro che adesso si definirebbero semplicemente depressi.

Se la tua esistenza è caratterizzata da una vivacità emotiva o intellettiva che offusca la tua mediocre forma fisica, coloro che godono della parte migliore di te, hanno difficoltà a comprendere quale sia il motore che ti spinge a ritoccare la cornice della tua personalità così come si tende a sottovalutare il depresso che autodefinendosi tale, mostra a coloro che lo circondano, una serenità che lascerebbe supporre che quel male denunciato, sia solo un vezzo del carattere più che un concreto disagio di cui si parla tanto su ogni prato primaverile come di un teorema la cui applicabilità, resta solo un’eventualità da non prendere neanche in considerazione.

Sono quindi a dieta e non per un bisogno fisico evidente, ma per alimentare con questa scelta, la necessità di un cambiamento il cui desiderio prende forma nell’anima e mi costringe ad una concentrazione su me stessa, che distraendomi da quella del mondo esterno, mi consente però una maggiore consapevolezza di me stessa e un attenzione per organi che pur sapendo di custodire dentro al mio corpo, avevo sempre lasciato che svolgessero le loro regolari funzioni senza alcuna interferenza da parte mia.

La verità è che, stufa degli altri, voglio sapere tutto sul mio pancreas e fare amicizia con quella coppia di reni che non so neanche esattamente dove ho messo.

E questo è quanto.

beneficienza

Viscontessa, 25 Marzo 2005

La verità è che qui anche il postino infila i volantini elettorali per i candidati di destra, direttamente nel cassonetto della carta. Attendevo con una certa curiosità l’opuscoletto del nostro Presidente sulle norme di salute e prevenzione, quello che immagino ci consigliasse di coprirsi bene quando fa freddo e di mangiare sano quando si ha fame, ma ho la sensazione che anche quello abbia fatto l’ingloriosa fine del macero e così mi sono messa la sciarpa da sola e ho comprato i propoli che fanno tanto bene e te li paghi da solo.

Da queste parti, però, non ci facciamo mancare la solidarietà ad ampio raggio, se per caso te ne rimani una mattina a letto pensando che nessuno si accorgerà di quel groviglio che russa sotto alle coperte, un tam tam telepatico tra te dormiente e i venditori di solidarietà ad ampio raggio, ti riporta immediatamente nel mondo dei derelitti che si presentano come in udienza alla tua porta di casa.

La porta di casa mia, modestia a parte, piace e piace molto perché alle ore 11.39 di questa giornata casalinga, è già la terza volta che suonano alla porta e io come il Papa in udienza del mercoledì e con la stessa vivacità di movimento che contraddistingue il nostro santo padre degli ultimi tempi, mi appresto al citofono per gracchiare un chi è speranzosa che un postino, un semplice postino, voglia approfittare della mia cassetta postale senza avere ulteriori rapporti con la mia scarmigliata persona.

Niente da fare, alla prima scampanellata mi hanno chiesto un offerta per l’edizione annuale della rivista marxista lennista, alla seconda mi hanno chiesto se per caso sapevo se in questo stabile vendessero o affittassero appartamenti, alla terza, quella che grazie all’abbondante dose di caffè ho affrontato con maggior consapevolezza, si è presentato un ragazzetto dalle movenze femminile e il piercing sfacciato, ad offrirmi la pubblicazione annuale (le annuali di marzo si vede che tirano) di una rivista "contro" l’abbandono degli animali.

Sulle precedenti due visite non mi soffermo per limiti temporali di post, ma sull’ultima, causa probabilmente l’argomento così sentito nella mia famiglia, una parola ce la spendo volentieri.

Ho quindi aperto il portone e poi, sentendo bussare con le nocche alla mia porta di ingresso, ho socchiuso l’uscio di casa dal quale si intravedeva oltre che la sottoscritta in evidente stato di abbandono, quei tre musi nei dei miei cani che facendo capolino uno a destra, uno a sinistra e uno tra le mie gambe, hanno accolto il nuovo arrivato con la consueta curiosità.

Il tipo ha quindi fatto un balzo indietro emettendo un gridolino di terrore che mi ha fatto temere per la sua integrità anale con gli operai che di fronte al portone maneggiavano un pesante martello pneumatico e interrogato sul perché di quel terrore, il tipo tremolante mi ha confessato di avere un gran terrore dei cani.

Niente di strano, per carità, se non fosse che il tipetto oltre a lanciarmi la sua rivista sopra alla testa, mi ha detto che "loro" si occupano di volontariato per i canili e i gattili e mi ha chiesto, nascosto dietro al muro dell’androne, se volevo fare un’offerta per sostenere la loro opera umanitaria.

Ora, detto tra noi, che credibilità può avere uno terrorizzato dai cani che ti chiede soldi per un canile????

effetti collaterali della primavera

Viscontessa, 24 Marzo 2005

Che cazzo vuoi serafica creatura che mi giri intorno ormai da settimane?

Io non ti conosco e soprattutto non ti riconosco, quello sguardo stanco che incontro sullo specchio la mattina non mi commuoverà certo a compassione e non è neanche detto che da domani non decida di mettermi un po’ di cipria e un po’ di ombretto per non vederti proprio più.

Un brufolo, ma ti rendi conto? Pensavo che fosse la puntura di una zanzara risvegliata dal letargo di qualche vaso di terra che ho spostato nel giardino e invece, l’ho guardato attentamente da vicino, è proprio un brufolo.

L’ultima volta che mi era venuto un brufolo avevo diciassette anni e quello se ne stava bello turgido sulla mia pelle da adolescente come un capezzolo alla brezza di primavera mentre tu ora ti sei messo lì sotto a quella borsa sotto all’occhio sinistro e sei anche po’ patetico nel rivendicare il tuo lieve rossore sul mio volto fuori stagione come una ciliegia sulla tavola di natale.

E poi ti ignoro, sappi che nel contesto la tua presenza rallegra i soliti lineamenti così noiosamente conosciuti e il tuo colore fa pendant con il mio sguardo stanco e l’ultimo colore che ho scelto per la tinta dei capelli.

Come vedi, caro mio, la serafica creatura si è impadronita del mio spirito e per quanto la sua presenza mi sia intollerabile, ne subisco l’influenza con signorile disinteresse mentre progetto produzioni oniriche primaverili che tu non puoi neanche immaginare.

Che cazzo vuoi serafica creatura da me? Il mio blog non ti aggrada perché vorresti dedicarti a bucoliche attività propedeutiche al riposo? Cara mia, ti ho concesso l’outing del post poco sotto e il privilegio di concedermi il tono pacato della soavità primaverile, ti ho promesso campi innevati di candide margherite e ti ho portato a spasso per il mio io mostrandoti gli anfratti più bui su cui poter gettare la tua luce.

Ora però dolcezza, se volessi portarti via questo stupido brufolo e lasciarmi tornare alla mia frenetica esistenza di inconcludente svampita, avrei da sistemare alcune cose che se mi si incancreniscono tra le pieghe di questa improvvisa primavera, non ho più speranze di curare con le mie medicine alternative.

Outing di neuroni

Viscontessa, 23 Marzo 2005

Era qualche giorno che volevo fare outing, ci tenevo proprio perché fare un po’ di outing, quando arriva la primavera, fa bene allo spirito come le curette ricostituenti per la crescita che il pediatra ti dava da bambino.

Che poi allora i bambini li seguiva il medico di famiglia e non come adesso che ogni bambino ha diritto al pediatra purchè riesca a trovarlo e la cosa, secondo le zone, è piuttosto complessa.

Così l’altro giorno ne ho anche parlato in casa, ho detto a mio marito che secondo me dovevamo fare un po’ di outing che anche lui, durante l’inverno, aveva messo su un po’ di pancetta ed era arrivato il momento di buttarla giù.

I miei cani, per esempio, è già da qualche settimana che fanno un sacco di ore di outing al giorno, Otto soprattutto, butta fuori tanto di quel pelo inutile che con l’outing che fa lui in questo periodo ci potrei fare un copriletto all’uncinetto ed è proprio seguendo il suo esempio e assecondando una rinascita primaverile che coincide con l’avvento pasquale, che l’altro giorno ho fatto un po’ outing con l’armadio e al suo posto ho lasciato sparsi l’appartamento abiti di tutte le fogge in attesa che il mobiliere facesse un po’ in outing con il suo magazzino e passasse dalla mie parti a portarmi l’armadio nuovo.

Che poi oggi, ragionando dietro a questa moda dell’outing, sono anche passata dal mio negozio preferito e ho chiesto alla Marisa, commessa buona per ogni circostanza, cosa raccomandava la moda di quest’anno in fatto di outing.

Lei, che non si perde certo d’animo per così poco, si è mascherata dietro ad un languido sorriso di comprensione e mi ha detto che per questa estate va di moda il verde da miscelare con il rosa e attenuare con bianco. Tra l’altro, ha concluso, un outing ben fatto lo metti bene su tutto anche su un paio di jeans che notoriamente, ho aggiunto io, vanno bene su tutto anche loro.

giuro

Viscontessa, 21 Marzo 2005

Giura, giura che se succede a me tu mi farai staccare dalle macchine, giura che non mi permetterai di vivere come un carciofo e neanche come quella pianta di ficus che teniamo di là in salotto.

Si, quella pianta bella rigogliosa che concimo tutti i mesi e giro ogni settimana perché possa inondarsi di luce da tutte le posizioni.

Giura che non mi farai questo, che non mi farai sentire un ficus in mano ad una squadra di giardinieri in camice bianco.

Giuro, ma il giuramento si aggroviglia subito su se stesso dando origine a mille sfaccettature che non sai neanche come esprimere e restano nascoste in angolo delle tue viscere. Forse tra il pancreas e l’intestino o magari tra il cuore e il polmone sinistro.

Si, devono essere proprio lì vicino al polmone sinistro perché come pensi a questo giuramento ti manca un po’ il fiato e il cuore batte un po’ più velocemente come se quel giuramento fosse troppo ingombrante per essere custodito lì.

Giuri, ma su quel giuramento quando la conversazione ha ripreso il solito consueto cammino, ti presenta il conto delle sue perplessità e delle incertezze che non puoi contemplare tutte in una volta sola e il rischio di esserti dimenticato qualche dubbio, qualche perplessità, ti spingerebbe a porre interrogativi che sono già lontani e non sai più come riacchiappare.

Senti, io giuro, giuro che se dovessi esserti perso una parte di cervello come è capitato a mio padre ti faccio staccare dalle macchine, giuro di non credere ai giardinieri in camice che mi diranno che forse, magari, può essere, non si sa mai che anche senza un po’ di quella materia grigia che si è spappolata come un cocomero maturo, tu non riconosca te stesso e mi allunghi una mano.

Giuro anche se con mio padre non lo abbiamo fatto perché mia mamma giurava di non aver mai giurato niente di simile e ancora adesso dopo dieci anni di distanza si illude che dietro a quel grosso ficus che un giorno era mio padre si nasconda un mondo diverso che solo i nostri limiti umani non riescono a comprendere.

Giuro, giuro che non ti terrò in vita solo per non prendermi la responsabilità di lasciarti seguire il tuo destino, giuro che se dovesse capitare non farò di te una nuova Terry Schiavo e giuro, giuro che non voglio chiedermi se quella donna dovrà semplicemente morire di fame e se nella sua vita di ficus si accorgerà che nessuno le annaffierà più il terreno.

Giuro che chiudo la porta del salotto.

Sul finir della festa del papà

Viscontessa, 19 Marzo 2005

Si sedeva appoggiando pesantemente le mani sulla superficie del tavolo e poi si accomodava sulla sedia fingendo un’indifferenza malcelata da quei gesti con cui chiedeva una sedia per appoggiare la sua cartella piena di fogli e la borsa dei pennarelli.

"dopo" diceva "ora voglio mangiare, non rompetemi i coglioni" e si versava un bicchiere di vino lasciando che altri scegliessero per lui il cibo che apprezzava in quella maniera poco raffinata con cui capita di aver fretta di cibarsi quando si ha un impegno importante subito dopo il pasto.

Fingeva indifferenza ma il suo sguardo, a chi come me lo conosceva bene, si posava rapido su un naso, una bocca, un gesto ed erano sempre i dettagli che più timidamente si nascondevano dietro al vezzo di essere mascherati, che finivano per primi sotto al suo impietoso pennarello e restavano nella storia di un locale come pietre miliari del suo cercarsi sempre altrove.

Io nel mio angolo lontano osservavo i camerieri, qualcuno si avvicinava a lui ostentando un neo, una calvizie, una porzione più abbondante o un vino più pregiato, altri, ignari di ciò che sarebbe successo poco dopo, portavano la loro deferente noia al cospetto di quel personaggio un po’ ingombrante che loro immaginavano avrebbe solo reso più pesante la fine del loro turno.

Lui mangiava con calma beandosi di quella attesa che la sua indifferenza creava nei commensali e solo quando i suoi compagni di desco, sfiancati dal cibo, dal vino e soprattutto dall’attesa, riacquistavano la consueta normalità dei gesti, lui prendeva il suo blocco di carta e sceglieva con calma un pennarello nero per poi catturare rapidamente l’anima della sua vittima su quel foglio di carta immacolata.

A volte era un commensale distratto, altre un cameriere annoiato, altre ancora una signora di un tavolo lontano a cui io, prontamente richiamata all’ordine, consegnavo la caricatura che lui aveva creato.

Una caricatura e poi un’altra e poi un’altra ancora in un crescendo di espressioni che venivano impresse su quei fogli bianchi con una umanità tale che quel naso troppo grande finito sotto al suo pennarello, pareva vivo e pulsante e in movimento nel modo esatto in cui il suo proprietario lo avrebbe mosso se non si fosse sentito osservato.

Non era la precisione dei gesti e neanche la tecnica a far la differenza, a volte strappava disegni che altri trovavano perfetti ma che io, come lui, sapevo essere privi di umanità, altre si rifiutava ostinatamente di disegnare qualcuno che lo scongiurava in ginocchio perché non trovava in quel soggetto niente che valesse la pena di essere fissato su un pezzo di carta.

A volte, quando la carta era finita, disegnava sui tovaglioli bianchi e altre chiudeva all’improvviso il suo pennarello e ordinava una grappa nella quale intingeva un sigaro speciale che si era portato dietro.

Per me che ero bambina erano serate lunghe in cui lo osservavo attentamente in cerca di quell’ammirazione che suscitava negli altri, serate in cui ero combattuta tra il lasciarmi andare all’entusiasmo che suscitava nel pubblico e il mantenermi stretta l’amarezza per quella somiglianza che ha sempre inquinato i nostri rapporti.

Non ricordo che mi abbia mai fatto una caricatura e io non ho mai scritto di lui.

qualcuno mi offre una granita?

Viscontessa, 18 Marzo 2005

L’infido mondo della blogsfera è ancora più infido se come me non si hanno neanche delle conoscenze tecniche necessarie ad accudirlo come si deve.

A volte guardo il mio blog e vorrei dargli un maggior contegno eliminando parte dei post che ci sono archiviati e parlando un po’ di politica o attualità che tanto un link da segnalare o un paio di foto da mostrare, le si trovano sempre. Perché visto così il mio blog, a volte, mi fa un po’ di tenerezza e penso che post brevi di un dieci parole al massimo, otterrebbero lo stesso scopo delle molte parole che ci butto di solito dentro.

Altre penso di congedare la gentile signorina che sta sullo sfondo e chiudere proprio lo studio come avviene per le trasmissioni televisive ritenendo di potermi accontentare qui della disciplina che mi ha condotto ad aprire questo luogo.

La primavera occhieggia dalle finestre, la mia casa avrebbe bisogno di una depilazione completa e io potrei dedicare un po’ del mio tempo alla cyclette che arrugginisce in giardino.

Succede insomma che se questo blog fosse un tapis ruolant, avrei una gran voglia di sgambettare su un prato e questo desiderio si fa tanto più insistente quanto le mie defaillances tecniche mi appaiono incolmabili.

Mi segnalano per esempio che sembra un dealer appaia quando si apre i mio blog e se dealer è già qualcosa che evoca nella mia mente linee erotiche che dalla Taylandia ti offrono ragazzine a prezzi speciali, tanto più sapere che sia io a proporre un collegamento con il Madagascar perché qualcuno legga ciò che scrivo, mi sconcerta al punto da intimorirmi.

E poi ci sarebbero due banner (dico bene banner?) che vorrei mettere da qualche parte tra la libreria del salotto ma poi mi ritrovo con l’aspirapolvere sempre in mano che i cani cominciano a perdere il pelo e se mi distraggo un attimo per capire dove sistemare il banner questo me lo ritrovo più peloso di una scimmia e un banner peloso come una scimmia mi sembra davvero una brutta cosa.

Insomma, soffro di una crisi di inadeguatezza primaverile e se la primavera per taluni è simbolo dell’ormone che germoglia, io mi ritrovo attaccato come una zecca alla parete cranica il neurone tutto spaurito che non sa più che direzione prendere.

Forse dovrei consentire alla signorina qui sopra di riposare per un momento il suo braccio indolenzito o magari mi basterebbe cambiarle d’abito e offrirle una granita al limone.

la mia amica roberta

Viscontessa, 17 Marzo 2005

La mia amica Roberta cuciva il tacchino sul tavolaccio di cucina.

Le avevo telefonato perché un gatto era zoppo e per quanto ormai le diagnosi fossero diventate il mio pane quotidiano, mi faceva piacere sentire la voce sempre un po’ preoccupata, con cui rispondeva al telefono.

E’ un "pronto" il suo che lascia il segno, un filo d’ansia che attraversa la cornetta e ti arriva diritta al cuore, un pronto che lei scandisce con petulanza e precisione come se da quel pronto dovesse dipendere il tono della conversazione.

Quel pronto mi suggerì subito che sarei dovuta essere rapida e concisa, mi petulò il pronto con un’insolita solerzia quasi a sollecitare l’interlocutore, chiunque esso fosse, a esporre rapidamente le sue esigenze.

La mancanza di esigenze in quel momento non era contemplabile ed io, messa rapidamente a parte del suo lavoro di cucito, immaginai che dipendesse dalla sua stravagante scelta culinaria.

Azzardai una battuta sulle patatine di contorno e fui immediatamente redarguita per la scarsa sensibilità dimostrata per il soggetto. Stava infatti, come mi disse rapidamente, ricucendo Poldo il suo tacchino americano da compagnia azzannato durante la notte da una volpe che troppo ottimistica riguardo alle dimensioni della preda, aveva tentato di pasteggiare a tacchino.

La cosa mi straziò il cuore e lasciai perdere le mie vicissitudini feline per manifestarle tutta la mia solidarietà per l’accaduto non tralasciando di rendermi disponibile a "fare la notte" per vegliare la povera bestia e ricacciare il nemico oltre al confine. Fortunatamente non fu necessario la povera bestia si riprese abbastanza rapidamente e la sua esistenza proseguì ancora per un po’ in festosa compagnia della sua padrona.

Il primo caso che le capitò quando aprì l’ambulatorio veterinario, fu subito una tartaruga di terra con il pene in necrosi e ricoperto di vermi, il secondo un pappagallo che non riusciva a fare l’uovo perché era troppo grosso e che morì poco dopo che la mia sconsolata amica manifestò la sua ignoranza in materia alla proprietaria del volatile.

Per la tartaruga invece la cosa fu più lunga e dolorosa perché mossa da umana compassione per la bestiola malata, pensò che sopprimere la tartaruga fosse l’idea migliore anche se, mi telefonò di soppiatto dal bagno per avere un po’ di conforto, non sapeva dove si potesse praticare un’iniezione letale ad una tartaruga.

Parlavamo spesso di queste cose quando ci incontravamo, passò un periodo in cui il suo hobby principale era leggere i libri sulla vita dei Santi, si immedesimava nelle sofisticate torture che venivano inflitte ai martiri e poi concludeva che tanta mistica sopportazione, non può che essere dovuta a disturbi mentali molto gravi.

Si consolò pensando che lei si sarebbe praticata una iniezione letale e tornò ad occuparsi dei suoi animali.

Una volta, era febbraio e pioveva fitto sul viottolo di campagna che arrivava alla mia casa, si offrì di accompagnarmi con il suo fuori strada fino al paese per comprare le sigarette, ma febbraio è il mese di accoppiamento dei rospi che copulando placidamente anche in gruppi di tre o quattro in mezzo alla strada, corrono il rischio di essere schiacciati dalle macchine di passaggio. Io, con la mia fedele twingo, avevo risolto brillantemente il problema zigzagando tra quelle orge di rospi con un’abilità di cui andavo molto fiera, ma la scelta della sua macchina, nonostante l’abbondante fango che ricopriva il viottolo, si rivelò subito la scelta sbagliata per via di quelle dimensioni troppo ingombranti che le impedivano di evitare le bestiole, così dopo essersi rimproverata per non essersi portata dietro il suo secchio porta rospi (nel quale percorrendo la strada di casa sua metteva tutti i rospi che trovava per la strada) mi costrinse a percorre la strada a piedi sotto l’acqua per spostare i rospi che abbagliati dai fanali non si muovevano di un millimetro dalla loro posizione.

Impiegammo più di un’ora per percorrere sette kilometri ma la nostra amicizia, così come i rospi, trasse un gran giovamento da quella esperienza anche se il giorno dopo con la febbre, non ebbi coraggio di raccontare a nessuno come avevo fatto ad ammalarmi.

Poldo, nel frattempo, guarito dalle ferite riportate in battaglia, imparò a correre piuttosto velocemente e finì per slogarsi una zampa. Una piccola slogatura che però lo costringeva zoppicare e la zoppia, quando devi salvarti le piume della coda dalle voraci fauci dei predatori, è un handicap piuttosto grave che rischia di mettere seriamente in pericolo la tua vita.

La mia amica Roberta stava seduta al suo tavolaccio di cucina quando le telefonai.

Le avevo telefonato perché il cane aveva preso in bocca il gatto e per quanto non ci fossero segni evidenti di lesioni, quella sparizione del mio felino nelle fauci del mio cane, mi aveva un po’ impensierito.

Il suo pronto allora petulò lamentoso e mi fu subito chiaro che doveva avere per le mani un altro caso pietoso che non sapeva come affrontare. Mi raccontò infatti, che la zoppia di Poldo la impensieriva molto perché non riusciva a trovare nessuna pubblicazione scientifica che parlasse della zoppia dei tacchini, "i tacchini zoppi si mangiano, non si curano", piagnucolò allora al telefono "ma quando ho detto a mio marito che forse dovrò abbattere Poldo, lui si è messo a piangere perché a Poldo è davvero affezionato , pensa che tutte le sere Poldo si accoccola sul divano accanto a lui e guardano insieme la televisione".

Poldo, purtroppo, se ne andò poco dopo lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia della mia amica Roberta e poco dopo fu anche necessario operare il mio gatto a cui, in seguito all’aggressione del cane, era venuta una palla di grasso necrotico sotto la pancia nel cui interno fu anche rinvenuto il testicolo atrofizzato che a lungo avevamo cercato con l’ecografo.

Poco dopo, a casa della mia amica Roberta, arrivò Pluto un piranha vegetariano di trenta kili, ma questa è un’altra storia………..

« Post precedenti