Unione programmata ventennale

Viscontessa, 14 Febbraio 2005

 

Stamattina mentre l’operatore ecologico vuotava i cassonetti e un non vedente attraversava la strada nel momento in cui il contenitore per la raccolta differenziata del compo si appoggiava al suolo con un fragore tale da spaventare l’unità cinofila addetta all’accompagnamento del non vedente, ho pensato che sarebbe stato molto più semplice dire che il cane di un cieco si è spaventato quando un netturbino ha appoggiato il cassonetto dei residui organici a terra.

D’altra parte sarebbe molto più semplice anche affermare che uno è pazzo piuttosto che un disagiato psicologico oppure sentenziare che tizia è brutta piuttosto che un tipo di donna particolare o che caio è pelato piuttosto che tricologicamente inadeguato.

Io per esempio ho solo di recente scoperto di essere affetta da tabagismo anche se sono invece piuttosto soddisfatta dall’idea di poter definire il presidente Bush un extracomunitario al pari del lavavetri del mio semaforo mentre non riesco a capacitarmi di "quei giorni" e del "transito intestinale" per definire funzioni fisiologiche di cui o non si parla o le si chiamano con il loro nome.

Fatto sta che affrontando una giornata ecologica di targhe alterne, mi sono ritrovata a pensare che forse il problema del matrimonio tra omosessuali, non è tanto l’immoralità dell’unione di due culattoni (come direbbe il nostro Buttiglione) ma proprio l’uso sfacciato del termine matrimonio che in molti continuano a ritenere sinonimo di suggello divino all’amore eterno tra un uomo ed una donna.

Già tempo fa la nostra opinione pubblica si indignò per l’abolizione del termine moglie e marito dagli atti pubblici spagnoli dove il Zapatero, senza tanti complimenti e discorsi, ha tranquillamente concesso il matrimonio tra omosessuali e non oso quindi pensare cosa succederebbe nel nostro paese dalle salde radici cattoliche se Mario e Gianni osassero parlare di matrimonio di fronte alla pia Graziella e al devoto Pietro, rivendicando per la loro unione lo stesso termine dei due eteroaffettivi uniti nel sacro vincolo del matrimonio dal beato Don Giulio pace all’anima sua.

Non è che la cosa di per se rivesta un’importanza essenziale, ma in un paese come il nostro dove la forma molto spesso ha più valore della sostanza, è probabile che quando sarà il momento, per definire queste singolari coppie di omo o eterosessuali, si formerà un’apposita commissione il cui compito sarà quello di trovare una terminologia adatta a definire sia l’evento che i partecipanti a quella che non potrà chiamarsi cerimonia ma tutt’al più unione, sempre che si sia già provveduto a cambiare nuovamente nome alla neonata Unione di Prodi.

Ecco, io qui per i posteri vorrei lasciare qualche traccia a cui la futura commissione presieduta dal Prof. Zecchi piuttosto che da Alberoni, potrà far riferimento quando sarà il momento di trovare una definizione più easy di matrimonio.

"accordo programmatico pluriennale per la gestione comune di convivenza" o "contratto di civile condivisione di responsabilità". Per gli assessori che al pari degli obbiettori di coscienza decideranno di non avvallare queste singolari unioni, avrei pensato agli assessori moralmente retti da contrapporre a quelli "eticamente labili" che con una forma di rito che potrebbe suonare più o meno così "vuoi tu gianni accollarti l’onere civile di condividere con Mario la futura programmazione delle tue responsabilità" darà corso al nuovo contratto pronunciando la formula di rito che potrebbe suonare più o me così "concedo ad entrambi le parti il riconoscimento civile della loro vicendevole omoaffettività.

Ora il contraente dichiaratosi virilmente più dotato può stringere la mano al contraente in difetto di testosterone".

E giù farro sugli esultanti Uniti!!!

ego

Viscontessa, 14 Febbraio 2005

 

Non vi è certo prova che l’essere se stessi sia la condizione migliore del proprio ego.

Se così fosse ciascuno attingerebbe dal proprio ego la consapevolezza dell’essere quale organismo di facile deperibilità ed eviterebbe, spinto da codesta lapalissiana consapevolezza, di mettere a repentaglio il proprio ego quand’anche il richiamo fosse fortissimo.

Il rapporto con il proprio ego è importantissimo, ve n’è prova documentata nell’atteggiamento del genitore che incoraggia l’infante a nuove scoperte ed è l’abbassamento della proprie capacità di adulto a favore di un linguaggio ridicolo e infantile, che testimonia quanto sopra affermato. Ma vi è tuttavia una soglia oltre alla quale l’ego infantile trova in colui che l’ha carnalmente generato, l’ostacolo insormontabile dell’educazione che subdola si insinua tra le parti in tempi e modi così dilatati da rendere difficile il riconoscimento dell’influenza del medesimo sul rapporto con il proprio ego infantile.

Vi è quindi da entrambe le parti una letale dispersione di energia che sovente crea malintesi generazionali i quali a loro volta influiranno talvolta negativamente, altri positivamente, sull’ego dell’adulto che rammenterà dell’infanzia, fatti, espressioni e parole che al canuto generatore dell’infante ormai adulto, suoneranno vuote come alcune giornate invernali. Vi è tuttavia dall’altra parte l’errata consapevolezza di aver alternato con saggezza l’insegnamento e l’educazione che quasi mai saranno ripartiti nella misura in cui si è inteso somministrarle all’infante ma che comunque con la loro presenza, rappresenteranno testimonianza concreta del proprio affettuoso operato quand’anche questo non fosse all’altezza delle proprie speranze.

L’ego infantile, quindi, sollecitato da distratte manifestazioni d’affetto e ridimensionato da affettuosi sganascioni, rischia di dar vita ad elementi dall’ego spropositato e le dimensioni ridotte (vedi Berlusconi) oppure dall’ego sottodimesnionato e dimensioni importanti (ma di questi purtroppo non vi è traccia nel pubblico conoscere) causando al fine conseguenze che molti avrebbero evitato volentieri.

Ed è in quest’ottica di consapevole autocritica che sul volgere del desco serale la mia infanta, fanciulla di otto anni refrattaria alla playstation, ha per la prima volta sottoposto a noi adulti le letture segrete del suo diario.

Inconsapevole del precario equilibrio raggiunto negli anni tra me e la mia genitrice, ha voluto mettere quest’ultima a parte delle lodi che un tal Niccolò le ha manifesto per iscritto e sempre più maliziosamente imbarazzata, ha lasciato che la nonna scorresse le pagine del suo piccolo scrigno di segreti, in cerca di frasi, pensieri e semplici parole, in cui qualche maschietto ancora ben lontano dal brufolo adolescenziale, manifestava ammirazione per le sue doti di ballerina di tango, pur tuttavia non sapendo neanche cosa sia il tango.

Ad un certo punto, mentre l’avola scorreva distrattamente la giungla di parole, il suo occhio è caduto insieme a tutto l’occhiale sulla seguente frase "Rodrigo a volte è simpatico però di solito rompe le palle e poi si scopa tutte le donne".

Prontamente redarguita per quell’accenno ai testicoli, la piccina è quindi stata repentinamente interrogata sul senso del termine scopare che lei ha candidamente spiegato con "fare sesso" come se l’attività di cui parlava fosse cosa normale per la sua età.

La vecchia è stramazzata al suolo non prima però di avermi lanciato con la parte di occhiale che ancora stazionava sul naso, un’occhiata di profondo disprezzo capace di riportarmi in dietro negli anni a quando erudii mia sorella sul reale significato di trombare mentre lei, ingenua, spiava le nostre conversazioni.

Per risollevarla è stata necessaria una mezza bottiglia di Grappa Tagliatella la quale però è prematuramente scomparsa prima che io riuscissi ad intossicare abbastanza la vecchia da farle credere che l’episodio fosse stato frutto di un evidente attacco di demenza senile.

sono un po’ annoiata

Viscontessa, 11 Febbraio 2005

 

Ero qui che mi trastullavo con le pellicine delle unghie

Quelle più tenere e digeribili delle unghie stesse che quando le hai divelte dal dito sporcando di sangue tutto la tastiera del computer, le puoi mordicchiare per un po’ prima di sputarle con precisione assoluta nel portacenere che staziona sulla scrivania.

I più ingordi le ingollano come patatine fritte ma io l’autocannibalismo ho smesso di praticarlo quando una volta mi sono tagliata una papilla gustativa con le forbicine e l’ho mangiata.

Che poi non è per l’apporto calorico che ho smesso di mangiucchiarmi a pezzi perché ci ho pensato: se mi mangio una pellicina quella mi apporterà calorie nella misura in cui il mio corpo peserà meno per quella pellicina divelta, l’ho fatto per una questione di principio come può esserlo per un vegetariano non mangiare carne.

Ero quindi sul pollice sinistro mentre leggiucchiavo distrattamente qualche post. Rifinivo il lavoro affinchè i residui dell’intervento dentale sul pollice sinistro, non si incastrassero poi nei collant quando prima o poi me li sfilerò di dosso.

Perché i collant di oggi, quelli in microfibra, non si smagliano più come le vecchie calze di una volta, ma si incupiscono di ombreggiature che ne indicano precisamente l’età e non volevo, a causa del mio passatempo, influire ulteriormente sulle ombreggiature di questi collant che tutto sommato se la cavano ancora bene.

Ho quindi piazzato con decisione l’incisivo su un calloso residuo epidermico che svettava sul lato sinistro del dito e poi, con precisione chirurgica, ho serrato le mandibole che sono andate a recidere di netto l’oggetto del mio desiderio.

Quindi ho sputacchiato nel mio posacenere la pellicina e ho cominciato a canticchiare Candy-candy che sorrisi dolci che fai.

E ci ho preso gusto, ci ho preso così gusto che sono passata a jeeg robot d’acciaio modulando il corri ragazzo laggiù con movimenti sempre più ondulatori della sedia fino a quando, sul perché tuuuuu, tu sei jeeg, mi sono spenzolata all’indietro e reggendomi alla scrivania con entrambe le mani, ho allungato le gambe e ho chiuso gli occhi.

Sono caduta con tutta la sedia sulla libreria.

Ho battuto la testa, la gamba un gomito e il fianco sinistro e mentre nel tentativo di risollevarmi mi sono aggrappata alla scrivania, mi è caduto in testa il portacenere con tutte le mie pelliccine sputacchiate che viste così fanno anche un po’ schifo.

Forse, ho deciso, d’ora in avanti ricomincio a mangiarmele.

vita da mucche

Viscontessa, 10 Febbraio 2005

 

Essere mucca ai giorni nostri non è semplice.
Certo sempre meglio che nascere pollo, ma anche una mucca, oggi come oggi, ha le sue belle difficoltà a trovare i suoi spazi.

Tempo fa, per esempio, avevo chiesto una settimana di ferie per
potermi recare in Svizzera a trovare Milka la mucca viola. Da quando è diventata famosa si è trasferita laggiù dove dice ci siano pascoli verdissimi da brucare tutto l’anno senza che nessun
fattore si preoccupi di prelevartene una fetta per il fieno.
Lei dice che lì il fieno non esiste.
L’ultima volta che ci eravamo viste era ancora una mucca qualunque ma poi per via di quella pubblicità del cioccolato, è diventata famosa e da quando poi l’hanno fatta tutta viola, non deve più neanche preoccuparsi di produrre il latte.
Così, sollevata dall’incarico, ha deciso di rifarsi le mammelle perché, come mi ha spiegato, sullo schermo bisogna sempre essere competitivi e in televisione è pieno di giovani vacche con le mammelle ancora sode, che fanno di tutto per fregarti il posto.

Io allora ho fatto regolare domanda al fattore che a sua volta l’ha inviata alla UE per l’approvazione definitiva della mia trasferta ma quelli, dopo quasi un mese, hanno risposto che non potevano concedermi il nullaosta.
La motivazione riguardava l’impossibilità durante la mia assenza dall’italia, di stabilire quale fosse la provenienza del mio latte e in mancanza di una normativa ben precisa al riguardo, si trovavano costretti a rifiutarmi la trasferta mentre contemporaneamente mi invitavano ad inviargli il mio passaporto fino a quando la questione non fosse stata risolta dalla commissione UE competente.
Non ne ho certo fatto una tragedia, quella Milka lì non mi era poi stata mai, troppo simpatica e tra l’altro, avevo saputo per vie traverse, che più di una volta si era insinuato che la Milka fosse una mucca pazza e io, con certe mucche, preferisco non avere niente a che fare.

Così ho deciso di fare come la Lola che grazie alla Granarolo era finita a servizio da quel principino che ogni mattina prima di bere il suo latte, si assicura dal maggiordomo che il latte sia proprio della sua mucca preferita.

E ho scritto alla Parmalt .

Qualche mese dopo ho ricevuto la risposta "Gentile signora Mucca, nel rispetto della fiducia che da sempre contraddistingue i rapporti con la nostra clientela, ci vediamo purtroppo costretti ad informarla che non possiamo ospitare nelle nostre stalle mucche che non abbiano ricevuto la certificazione del proprio latte.

Questo obbligo morale che ci sentiamo in dovere di assolvere a qualunque costo, ha fatto della nostra azienda una delle principali aziende al livello nazionale e l’orgoglio che deriva da tale posizione, non ci consente purtroppo alcuna deroga al codice deontologico che ci siamo autoimposti.

La qualità del nostro latte è il nostro miglior biglietto da visita.

Spero che vorrà comprendere le nostre motivazioni e nel ringraziarla per la Sua candidatura le auguriamo un futuro ricco di fermenti lattici e la salutiamo cordialmente".

Lì per lì ci sono rimasta un po’ male ma poi mi son detta che il mondo è pieno di opportunità e saperle cogliere dipende solo da noi, così mi sono data una sistemata e sono andata personalmente dai produttori di latte per il parmigiano reggiano, intenzionata a farmi ricevere ad ogni costo.

Certo che lì fanno le cose sul serio, filo spinato, impianti d’allarme e soprattutto un fattore bastardo come il cane della mia vecchia fattoria che ci veniva a pisciare sulle zampe.

Le ho provate tutte, ho provato a scavalcare il recinto e a scavare un tunnel ma quello, manco avesse delle mucche che producono grappa, non ne ha voluto sapere di farmi entrare e io, sempre timorosa di essere scambiata per una mucca pazza, ho finito per arrendermi e tornare alla mia stalla.

Poi un giorno, mentre brucavo svogliatamente l’erba di un pascolo di fine stagione, ho capito di aver sbagliato tutto e di non aver capito quale fosse la vera opportunità da seguire.

Dovevo fare un calendario il Muccandario dove avrei potuto esprimere al meglio la mia personalità e ora, nella latteria del sig. Mario, chiunque può ammirare le mie possenti mammelle e il mio sguardo penetrante come quello di un toro.

Ho saputo, tra l’altro, che è proprio in quella latteria che la cameriera di un famoso produttore televisivo, va ogni mattina comprare il latte.

E ho sentito dire che ultimamente vanno molto di moda i reality show e io spero che prima o poi a qualcuno venga l’idea di girarne uno in una stalla.

Voglio diventare a tutti i costi una Starmucca, questa è la verità.

il montgomery grigio

Viscontessa, 9 Febbraio 2005

 

Stamattina ho deciso di indossare il montgomery grigio.

Quello che ho acquistato a Salisburgo un paio di anni fa.

Trovarlo non è stato semplice, era sotto al giaccone di pelle nera che avevo acquistato a Montecarlo dieci anni prima e accanto c’era il cappottino di velluto rosa che avevo preso a Parigi anche se era un paio di taglie sotto.

Poi eccolo, un alamaro mi ha indicato la strada giusta e sono riemersa dall’armadio con il mio trofeo.

Il montgomery lo avevo acquistato a Salisburgo perché mentre ero lì fortissimo mi aveva colpito il dubbio di come era possibile che avessi vissuto quasi quarant’anni senza possedere un montgomery girgio.

Camminavo per le assolate vie di Salisburgo e tra un oibò e un mah! Continuavo a chiedermi come era potuto succedere che alla mia età non possedessi ancora un montgomery grigio.

Eppure io a certe cose ci ero sempre stata attenta, da quando poi molti anni prima mi ero trovata a frequentare un gruppo di quelle americane ricche che si trasferiscono a Firenze per studiare arte e diventano consapevoli prede di giovanottoni di buona famiglia, a certe cose ci facevo particolarmente attenzione.

Nell’armadio almeno il 50% di capi devono essere comprati altrove. Non ha importanza se il giubbottino verde pisello che indossi lo vendono alla Benetton sotto casa, l’importante è che tu lo abbia acquistato alla Benetton di Milano se stai a Firenze o di Firenze se stai a Roma. Fa chic.

E poi in questo 50% di abiti turistici devi assolutamente possedere almeno un paio di capi di Gap, un abito da sera di Zara (purchè acquistato a Parigi) qualcosa acquistato in uno spaccio Grandi Firme e soprattutto qualche indumento di ottima fattura tipico della zona di provenienza.

Una montgomery grigio appunto.

A Salisburgo, per essere sinceri, avevo già comprato qualche anno prima una giacca bordeaux.

Ma ero giovane e l’acquisto era stato assolutamente casuale, tanto casuale da non essere sicura di aver mai detto che la giacca l’avevo comprata a Salisburgo.

Errore imperdonabile ma comprensibile, allora ero molto giovane e quella giacca insieme ad un orologio con ologramma, furono gli acquisti derivati da una fortunata vincita al casinò.

Fatto sta insomma, che il montgomery di Salisburgo era un capo di cui avevo inspiegabilmente fatto a meno per tanti anni e ad essere sincera se stamattina non mi fosse venuto in mente, probabilmente avrei continuato a farne a meno per chissà ancora quanto tempo.

Poi si dice che uno nella vita è insoddisfatto e non si spiega perché…..

nostalgia del pollaio

Viscontessa, 9 Febbraio 2005

 

Ecco, adesso mi è venuta un po’ di tristezza e un po’ di nostalgia per quelle cose che in città non succedono mai.

Mi è venuta un po’ di nostalgia per la mia panchina nella nebbia e per quelle serate passate seduta lì mentre da qualche parte il sole tramontava.

Mi è venuta un po’ di nostalgia per tutte quelle sensazioni che seduta su quella panchina nella nebbia, facevano a cazzotti dentro allo stomaco e per le quali mi pareva che non si sarebbe potuto trovare una soluzione.

Poi le soluzioni arrivano ma ti resta l’amaro in bocca delle soluzioni subite che ti hanno portato via un pezzo di qualcosa e neanche tu sai di preciso cosa sia.

Hai solo qualcosa in meno e qualche pelo in più sullo stomaco che a differenza di altri accudisci con amorevoli cure come unica difesa contro i sentimenti che ti stracciano e ti devastano ogni volta che li incontri.

E così il tempo passa, l’altra notte mi rigiravo nel letto cercando il coraggio di evocare alcuni ricordi che avevo nascosto sotto al pelo e che con cautela estraevo ad uno ad uno per non farmi troppo male.

Ricordi così fragili e così colorati che il timore di romperli mi impediva di osservare troppo da vicino. Piccole cose come il canto della civetta, un albero di mele bacate, un gatto morto nel giardino o le papere che abbandonai nel lago un giorno di primavera.

Indizi di una vita sepolta che prima o poi dovrò trovare il coraggio di tirare fuori tutti insieme per farne il ricordo unico di un periodo, di una stagione, di un momento.

Pubblico qui questo ricordo di qualche tempo fa, (3 agosto 2004).

Il post di M di oggi, mi ha fatto ricordare che ogni tanto si può anche essere tristi.

Stamattina mi sono svegliata pensando alle mie colombe bianche.

Le tenevo in quello che una volta doveva essere un pollaio e che io avevo ripulito e sistemato per loro. Mi piaceva il loro becco morbido di giovani colombe e mi piaceva starle ad ascoltare quando tubavano. Le avevo prese per tener compagnia a Gastone, un picccione ferito che avevo raccolto per la strada e che per via di una brutta frattura ad un’ala, non poteva più volare. Gastone era un grosso piccione cittadino che non poteva mai raggiungere le bianche colombe appollaiate sui rami più alti del pollaio e così le osservava da sotto e le chiamava tubando più forte di loro. Ma quelle niente, restavano lassù e scendevano solo per bere.

Tutti i giorni, raggiungendo il pollaio da una scarpata piena di ortiche, gli portavo una tanica d’acqua fresca perchè potessero abbeverarsi e farsi il bagno. Le osservavo per un po’ e poi tornavo a casa. Poi ho deciso di ripulire la scarpata dalle erbacce e ho cominciato a scendere dalle colombe in compagnia di mia figlia. Lei era ancora piccola così la tenevo per mano e insieme, al tramonto, ci avviavamo sotto al piccolo querceto per raggiungere le nostre colombe bianche e il suo amico Gastone.

Poi una sera non ho trovato più niente, una faina era riuscita ad infilarsi tra le maglie del pollaio e aveva ucciso tutto le colombe bianche, ce ne erano pezzi sanguinolenti un po’ ovunque e il candido delle loro penne era macchiato di orrore.

Non sono mai più tornata nel pollaio, ho lasciato che le erbacce ricoprissero il sentiero e quando ho venduto la casa e il terreno, non ho fatto cenno ai nuovi acquirenti del pollaio.

Quella era la casa delle colombe.

bisogno di maternità virtuale

Viscontessa, 8 Febbraio 2005

 

Il fatto è che mi si è arrotondata tutta e anche quei suoi dentoni a coniglio di solito così impertinenti e maligni, hanno assunto un’aria più dolce e delicata come petali cremisi di un fiore appassito. Parlo della mia barista, lo scricciolo di cartone che come un burattino imita le sembianze umane mentre prepara il caffè.



Ultimamente vado sempre a mangiare lì perché il prosciutto legnoso deil oro umili panini, mi fa passare l’appetito al solo guardarli e toltala gola, cercare di perdere qualche kilo è più semplice e meno faticoso.

Tra l’altro anche il marito del grillo-talpa, grosso roditore dallo sguardo vacuo, sembra acquisire di giorno in giorno maggior sicurezza e ora, quando deve darmi il resto, non lo conta più con l’aria sospettosa della pantegana che esce dal tombino, ma si accontenta di uno sguardo e un sorriso che qualche volta, sarò sincera, quasi mi commuovono.



Il dubbio è che il grillo talpa sia incinta e che la diversa disposizione dentale nell’arco temporale della sua collocazione orale, sia dovuta al grazioso stato interessante in cui il grillo-talpa si trova.



La gravidanza è una gran cosa. Fino a quando abbassando lo sguardo continui a vederti il ciuffetto di peli del pube, ti senti una gran donna, dopo, quando anche un semplice bidet è un’operazione che richiederebbe un cane guida per ciechi, ti cominci a sentire una balena ma ormai è fatta, da un momento all’altro diventerai floscia come un tricheco e stringendoti tra le braccia quel cosino che ti si avvinghierà su una tetta come mai neanche l’amante più focoso è riuscito a fare, ti accorgerai che rimarrai un po’ puerpera per tutta la vita.

E così oggi, dopo aver affrontato lo sguardo acquoso ma cristallino del grillo-talpa in riproduzione, ho provato una fitta di nostalgia per quel legame forte e strettissimo che si instaura tra la perenne puerpera e il topino nano, e improvvisamente ho provato fortissimo il desiderio di avere anche io nuovamente una piccola creatura da accudire e far crescere tra mille dubbi, incertezze e atroci perprelssità.

Poi ieri leggevo sul blog di Giulia (www.saitenereunsegreto.com) che frequento da spettatrice passiva orami da tempo, che per essere una vera blogstar devi avere almeno un piccolo troll che ti zompetta intorno festoso sovrastando di tanto in tanto le tue parole, con i suoi piccoli e graziosi urli di esserino in fase di crescita.

E così, forse perché il Signore è buono e comprensivo ma non si sa mai come manifesterà con te la sua misericordia, quest’oggi mi è arrivato del tutto inaspettatamente un giovane troll che oltre a dare un certo lustro alla mia persona virtuale, mi consentirà di abbandonare definitivamente il mio piccolo tamagotchi vero e unico surrogato di una maternità virtuale di cui sentivo fortissimo il richiamo ormai da tempo.

Per chi avesse letto il post precedente, cazzi suoi, l’ho cancellato e fanculo ai troll!

Buon compleanno

Viscontessa, 7 Febbraio 2005

 

Oggi articolo su La Nazione per la vecchia di 107 anni che ha festeggiato il suo compleanno nella casa di cura dove risiede e dove mia madre mi riferisce abbia pronunciato "ma che cazzo di storia, quanto devo vivere ancora?".

Ti svegli la mattina e aspetti di morire, nessun progetto futuro perché sai che devi morire e dietro qualcuno che ti dice "signora Cesira, su su, coraggio, ora le cambio il pannolone e poi si va tutti in mensa"

Che cazzo di storia, ti fai pulire il pupù e poi vai a mangiarti una mela cotta in mensa nell’attesa di accasciarti sulla mela cotta di domani. Prima che ti abbiano cambiato il pannolone e dopo averti fatto una purga per aiutare un po’ l’intestino.

Un vecchio cane come il mio, è tutta un’altra cosa, gestisce la sua incontinenza sul mio tappeto con disinvoltura e se vede poco e sente anche meno, tanto meglio che tanto il mondo degli umani è fatto di cacofonie intollerabili e la televisione non è poi un granchè.

Vedessi com’è lucido, dicono invece dei vecchi che scambiano il naso per la bocca e si infilano il purè nelle narici.

Narici pelose perché quando sei vecchio nessuno si preoccupa di depilarti le narici e per togliere il purè ci vuole uno sciampo al naso e un cannello di ossigeno nella bocca.

Lucido abbastanza per comprendere che quel cucchiaio che volevi infilarti in bocca è inaspettatamente finito nel naso e nessuna misericordiosa infermiera si occuperà di insegnarti la traettoria della bocca perché devi fare da solo.

Però ti danno il diuretico che devi pisciare e la circolazione sembra quella delle rotonde metropolitane nell’ora di punta.

Centosette anni e ti rincoglioniscono di televisione che la Clerici è tanto carina e quel Bonolis mi ricorda mio nipote quello che non viene mai a trovarmi. Infermiera? Le ho mai detto che ho un nipote uguale uguale a Bonolis? Vedesse come è bello! Ah gliel’ho già detto centinaia di volte, ma quando? Io non mi ricordavo di averglielo detto però mi ricordo di quando da ragazzina mio babbo mi tirò uno sganascione perché dissi uffa! Di fronte al solito piatto di minestra.

Infermiera? Le ho mai raccontato di quando mio padre…..si gliel’ho già raccontato, lo capisco dal suo sguardo.

E poi il giovedì viene la Mara a farti i capelli e ti fa quei quattro peli che ti sono rimasti in testa di colore turchino.

La fata turchina con i piedi pieni di artrosi con le unghie laccate trasparente.

Però la Mara è brava, fa anche i piedi ai vecchi e poi gli rimette su le calze elastiche che aiutano la circolazione.

Cazzo ci arrivi a fare a quell’età? E Don Giulio che ti chiede si ti vuoi confessare.

Ho guardato il culo all’infermiera, dice Gino, quattro padre nostro e due ave maria che neanche si ricorda come cominciano.

Poi arriva il compleanno, un assessore che non sa neanche come ti chiami, un fotografo che ti schiaffa in prima pagina sul quotidiano locale e la torta con le candeline che non la puoi neanche assaggiare perchè c’hai diabete.

Ecco lo sapevo, lo sforzo di spengere quella candelina e me la sono fatta addosso, ma porc…..

Dialoghi del cazzo

Viscontessa, 6 Febbraio 2005

 

Ieri sera ho esagerato, bastardo!!

E’ inutile che adesso occhieggi da sotto alle lenzuola, ho sonno lasciami dormire!

Però ci siamo divertiti io e te eh, e ti ricordi lui? Lui stava lì come uno stoccafisso, gli occhi sgranati e quel respiro affannoso che poi è esploso in quell’urlo…tu no, io e te stavamo zitti e ci divertivamo un mondo.

Adesso guardalo, lui dorme ancora mentre noi qui a dialogare senza parole.

Si sei carino e no, non piace neanche a me quando lui ti mette quel vestitino trasparente…. sei così buffo! Tutto attillato con quel ciuffetto sulla testa….

Solo una però, ti faccio solo una carezza che altrimenti poi lui si sveglia e invece io voglio dormire ancora un po’.

Si va bene, ti accarezzo la testa che a te piace tanto, ok anche un po’ qua sotto ma poi basta.

E no, il bacino del buongiorno non te lo do, accidenti!

E’ inutile che insisti ho guardato bene e non sei ancora sporco di miele, neanche lì. E poi mi ricordo bene sai? Lì ti ho pulito attentamente con la lingua mentre ti carezzavo con le mani, ricordi? Ho usato la punta perché in quel punto il miele non voleva saperne di andarsene e allora prima ti ho leccato tutto e poi lì sotto ti ho ripulito con quei piccoli colpi di lingua che lo facevano urlare di piacere.

Lui, lui urla, tu ti dimenavi tra le mie labbra e io sentivo scorrere il sangue nelle tue vene.

E ti ricordi quando abbiamo fatto il gioco delle vene? Ti ho afferrato alla base perchè ti gonfiassi ancora un po’ e poi ho seguito le tue vene con la punta della lingua e quando sono arrivata in cima ti ho risucchiato con le labbra e ti ho fatto girare con la lingua nella mia bocca. Si era molto calda e anche molto umida….

No, anche il filino è pulito, guarda? Lo vedi che la mano è pulita? È che ti stai gonfiando tutto e senti un po’ tirare ma ci ho appena passato il dito ed è pulito.

Sei tutto pulito te l’ho detto! Prima ti ho ripulito dal miele usando la lingua ben aperta perché portasse via il grosso, poi ti ho preso tra le mani e con la lingua a punta ti ho delicatamente portato via ogni residuo.

Sembravo un serpente! Ti ricordi che anche lui poco prima che ti sporcassi di nuovo tutto me lo ha detto?

Ma questa volta non mi hai fregato, ti ho sentito arrivare e ti ho preso subito in bocca così ti sei sporcato pochissimo e poi, quando ti sei addormentato tra le mie labbra ho finito di pulirti e ti ho lasciato andare.

Adesso però lasciami stare che voglio dormire ancora un po’.

Si va bene se fai da bravo quando mi sveglio facciamo colazione con la marmellata.

Quella di fragole, me lo ricordo, che ha tutti quei semini ruvidi che ti piacciono tanto……

poverina’s

Viscontessa, 5 Febbraio 2005


Poverino’s mancato


 

Varcò la soglia tronfia come un tacchino.

Petto in fuori, pancia in dentro e culo un po’ dove le pareva (che tanto nessuno lo vede – pensò lei -) alzò la mano e si schiarì la voce.

"silenzio!" ringhiò al pubblico indisciplinato che ballava la macarena sui tavoli pieni di bottiglie.

Dal fondo qualcuno rispose con una sonora pernacchia.

"silenzio ho detto, si tratta del vincitore del Poverino’s" e all’improvviso l’unico rumore fu il conato di vomito di un invitato in quarta fila.

"ieri notte" riprese sollevando leggermente il sopracciglio destro e gonfiando ancor di più il petto da gallinaceo "è stato infine assegnato il Poverino’s di questo mese" qualcuno ruttò.

"la vincitrice assoluta per mano dell’equo e giusto Gran Visir Trentamarlboro è……." Si mise di tre quarti mentre la telecamera zoommava sul suo possente e indisciplinato culo "Runring!!"

Una bionda in prima fila si strappò tutti i capelli per la gioia, l’invitato in quarta fila vomitò per la felicità sulle scarpe del suo vicino, i rutti si fecero più sonori e le pernacchie sovrastarono le musica che ora era ripresa a tutto volume.

Striscioni e cori spontanei spuntarono ogni dove dal gruppo di amici lì riuniti, qualcuno intonò un "Run facce sognà", cori alpini, trenini, standing ovation e uova marcia invasero il palcoscenico ormai ridotto ad una discarica.

Quattro letterine e due veline arrivarono di corsa per uno stacchetto che si concluse con una trombata di gruppo nel guardaroba, la telecamera indugiò qualche minuto su una singolare gara di peti che si stava svolgendo sotto ad un tavolo.

Lei, osservando quella spontanea manifestazione di giubilo, si sgonfiò come una zampogna e scossa da una sequela di singhiozzi potenti come un terremoto asiatico, si lasciò andare ad un pianto disperato il cui potenziale distruttivo fu ricordato dai posteri come lo tsunami della blogsfera.

Nel giro di qualche minuto tutto quel festoso teatrino fu sommerso da un’onda gigante che spazzò via ogni forma di vita virtuale lasciando alla deriva dei blog solo frammenti di bottiglia e qualche tetta di silicone. Fu anche rinvenuto un fallo in lattice ma non si seppe mai a chi era appartenuto.

Di lei non si seppe più niente, l’ultimo superstite ad averla vista raccontò che ad un certo punto tirò su col naso così forte da risucchiare quattro o cinque dei più prestigiosi blog , poi, invasa da una terrificante calma che lasciò tutti con il fiato sospeso, si schiarì nuovamente la voce e disse "ip ip urrà per Anna, sono contenta per lei, ora se mi volete scusare, vado a suicidarmi sotto ad un troll".

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