nostalgia del pollaio

Viscontessa, 9 Febbraio 2005

 

Ecco, adesso mi è venuta un po’ di tristezza e un po’ di nostalgia per quelle cose che in città non succedono mai.

Mi è venuta un po’ di nostalgia per la mia panchina nella nebbia e per quelle serate passate seduta lì mentre da qualche parte il sole tramontava.

Mi è venuta un po’ di nostalgia per tutte quelle sensazioni che seduta su quella panchina nella nebbia, facevano a cazzotti dentro allo stomaco e per le quali mi pareva che non si sarebbe potuto trovare una soluzione.

Poi le soluzioni arrivano ma ti resta l’amaro in bocca delle soluzioni subite che ti hanno portato via un pezzo di qualcosa e neanche tu sai di preciso cosa sia.

Hai solo qualcosa in meno e qualche pelo in più sullo stomaco che a differenza di altri accudisci con amorevoli cure come unica difesa contro i sentimenti che ti stracciano e ti devastano ogni volta che li incontri.

E così il tempo passa, l’altra notte mi rigiravo nel letto cercando il coraggio di evocare alcuni ricordi che avevo nascosto sotto al pelo e che con cautela estraevo ad uno ad uno per non farmi troppo male.

Ricordi così fragili e così colorati che il timore di romperli mi impediva di osservare troppo da vicino. Piccole cose come il canto della civetta, un albero di mele bacate, un gatto morto nel giardino o le papere che abbandonai nel lago un giorno di primavera.

Indizi di una vita sepolta che prima o poi dovrò trovare il coraggio di tirare fuori tutti insieme per farne il ricordo unico di un periodo, di una stagione, di un momento.

Pubblico qui questo ricordo di qualche tempo fa, (3 agosto 2004).

Il post di M di oggi, mi ha fatto ricordare che ogni tanto si può anche essere tristi.

Stamattina mi sono svegliata pensando alle mie colombe bianche.

Le tenevo in quello che una volta doveva essere un pollaio e che io avevo ripulito e sistemato per loro. Mi piaceva il loro becco morbido di giovani colombe e mi piaceva starle ad ascoltare quando tubavano. Le avevo prese per tener compagnia a Gastone, un picccione ferito che avevo raccolto per la strada e che per via di una brutta frattura ad un’ala, non poteva più volare. Gastone era un grosso piccione cittadino che non poteva mai raggiungere le bianche colombe appollaiate sui rami più alti del pollaio e così le osservava da sotto e le chiamava tubando più forte di loro. Ma quelle niente, restavano lassù e scendevano solo per bere.

Tutti i giorni, raggiungendo il pollaio da una scarpata piena di ortiche, gli portavo una tanica d’acqua fresca perchè potessero abbeverarsi e farsi il bagno. Le osservavo per un po’ e poi tornavo a casa. Poi ho deciso di ripulire la scarpata dalle erbacce e ho cominciato a scendere dalle colombe in compagnia di mia figlia. Lei era ancora piccola così la tenevo per mano e insieme, al tramonto, ci avviavamo sotto al piccolo querceto per raggiungere le nostre colombe bianche e il suo amico Gastone.

Poi una sera non ho trovato più niente, una faina era riuscita ad infilarsi tra le maglie del pollaio e aveva ucciso tutto le colombe bianche, ce ne erano pezzi sanguinolenti un po’ ovunque e il candido delle loro penne era macchiato di orrore.

Non sono mai più tornata nel pollaio, ho lasciato che le erbacce ricoprissero il sentiero e quando ho venduto la casa e il terreno, non ho fatto cenno ai nuovi acquirenti del pollaio.

Quella era la casa delle colombe.



Lascia un commento