mi appropincuo con mestizia alla cena…

Viscontessa, 17 Dicembre 2004

mi appropincuo con mestizia alla cena aziendale.

il presidente ha cucinato per tutti noi e noi gli facciamo un bel regalo.

ip-ip urrà (sigh)

 

p.s non ci tocca neanche un panettone. Roba vecchia come i contratti di lavoro dipendente, ora va il co.co.co e la cena aziendale preparata dal presidente.

 

 

biografia di una neocloc

Viscontessa, 16 Dicembre 2004

Niente di nuovo.

Porto il lutto stretto vestendomi di nero e evito di truccarmi per non compromettere l’impatto visivo.

Come ho già detto altrove ho deciso che non mi laverò più per un po’, voglio diventare una neoclochard e devo immedesimarmi nel personaggio.

Ora che davanti a me ho un obbiettivo ben preciso mi sento meglio.

Vi lasciò qua una biografia che ho scritto qualche giorno fa quando ancora il mio destino non era segnato. Il gentile signore che per primo l’ha letto, mi ha garantito che la cosa si poteva fare.

Nel mia nuova vita di accattonaggio virtuale questo quattro righe mi sono servite per ottenere una pubblicazione su www.cartaigienicaweb.it che sarà mia premura strombazzare ai quattro venti non appena ciò sarà avvenuto.

Sappiate che tutto ciò che è scritto nella mia biografia, era valido prima che la banca mi rubasse l’anima.

Neo splendida quarantenne in cerca di autore, sono in preda ad una crisi di mezza età che per facilità di gestione ho cominciato a frequentare in concomitanza con l’affievolirsi di quella tardo adolescenziale.

Sposata e con una figlia, convivo oltre che con me stessa e la mia famiglia, con tre grossi cani, due gatti e un topo raccattato in una scuderia.

Ho un contratto co.co.co nel settore amministrativo di una società di sciroccati buddisti che finanziano opere caritatevoli in favore della dignità dell’essere umano e assumono solo con contratti co.co.co della durata di sei mesi,

vivo a Firenze e sono ancora in attesa dello stipendio di novembre.

A quindici anni volevo fare la squillo, a venti volevo fare esperienze, a venticinque ho fatto la donna in carriera, a trenta la mamma, a trentacinque sono andata a vivere in campagna, a quaranta sono tornata in città con tutti gli strascichi delle mie vite precedenti e ho messo su un blog per raccontare tutto quello che avrei voluto fare e non ho mai fatto.

Nel tempo libero, a dire il vero poco, tento di addestrare lumache affinchè la smettano di mangiarmi le ortensie e acquisto scarpe, unica vera passione che coltivo senza pause fin dalla più giovane età.

Due sogni nel cassetto: liposurgermi qualcosa e scrivere fantasiosi bugiardini per i medicinali.

Naturalmente sono in trepidante attesa della crisi della terza età.

cercasi hacker

Viscontessa, 15 Dicembre 2004

Certo che le cose vanno sempre per un verso imprevisto.

Uno mette un annuncio sul blog in cerca di qualche ricco pellegrino virtuale, e si ritrova a raccattare tutti gli sfigati come me che non hanno una lira.

Poi, come se non bastasse, finisce su MN e trova che a quell’altro gli hanno ciullato 6.000 euro con la carta di credito.

Manco li avessi chiesti a lui i soldi!

Comunque fatto si è che oggi sono andata in banca e ho mendicato 100 euro per lo zucchero, i sacchi della nettezza e le sigarette che sono pure aumentate.

Il direttore si è commosso e me li ha dati, ma oltre a questa miserabile concessione, non ho ottenuto altro, così adesso mi sento mediamente nella merda e me ne sto immobile per non fare l’onda.

Fatto sì è poi, che questa non-operazione ha minato nel profondo tutte le mie in-certezze sgretolandole sotto il peso del niente più totale e regalandomi una nuova vagonata di dubbi che non so neanche bene dove sistemare.

Per cui la rivogo a voi, pellegrini virtuali e squattrinati, che di tanto in tanto passate di qua.

  1. a cosa serve il mio blog?
  2. che fine hanno fatto le Lecciso?
  3. A cosa serve il tuo blog?
  4. A cosa serve una Lecciso?
  5. Com’è conformata una blogstar e che vantaggi ne trae dal suo essere star?
  6. Come si diventa una Lecciso?
  7. È necessario autopromuoversi per diventare una blogstar?
  8. Per essere una Lecciso, bisogna per forza avere una dentatura cavallina?
  9. Quanti blog decenti conoscete?
  10. Quanta Lecciso c’è in ognuno di voi?

Adesso fatevi una domanda e rispondetevi da soli, io il resto di questa settimana voglio dedicarla a sedurre un hacker.

Banca Toscana ag. 25 Firenze c/c 599.86 abi 3400 cab 2825

Viscontessa, 14 Dicembre 2004

Quest’oggi mi si è presentato il problema dello zucchero quello che quando lo finisci vai a prenderlo dal tuo vicino di casa.

Devo premettere che del mio vicino di casa non mi fido affatto.

Niente è più come una volta, adesso invece di una massaia di nome Mariarosa che prepara ciambelloni al cioccolato per i suoi bambini, ho un vicino di casa che nei tempi morti fa il punckabestia e in quelli vivi si fa di tutti i tipi di stupefacenti in commercio, e qualcuno magari anche inventato da lui.

Mariarosa facciamo una torta è out, adesso Mariarosa fa i tortini con quattro negroni raccattati su un sito porno della Costa d’Avorio e i bambini mangiano merendine geneticamente modificate, preparate da loro con una ricetta che gira da tempo sulla Play Station.

Allora sono uscita.

Ho preso il mio bancomat e sono uscita.

Digitare il codice segreto *****

La sua carta non è abilitata per questo tipo di operazioni.

Sbam! Sono svenuta di fronte all’impietoso bancomat e ho capito che in banca doveva essere arrivato il saldo della carta di credito di novembre. Lo stipendio no, quello lo so che non è ancora arrivato perché il presidente, poverino, forse questo mese non paga neanche le tasse. La mia collega, poverina, sarebbe da sodomizzare insieme ad Adriana punto.

Lo so, oggi sono pure rimasta a casa per andare in banca, ma poi, mentre stavo per uscire, sono stata colpita da una rarissima quanto inspiegabile forma di paralisi agli arti inferiori che mi ha bloccato come una statua di sale sull’uscio del portone.

Lo sapevo che sarebbe successo perché un paio di notti fa ho rifatto il sogno della paralisi totalizzante, mi sembra di essere sveglia e di non riuscire a muovermi fino a quando una minacciosa paralisi dell’apparato cardio-circolatorio, mi convince inconsciamente a muovere un dito del piede.

Kill Bill vol.1.

In banca, girin giurella, andrò domani ma solo per constatare i danni riportati dal mio conto corrente e offrire al direttore un servizietto sotto alla scrivania. Ho già tirato fuori le ginocchiere che usavo per andare sui pattini.

Mi son fatta prestare dieci euro cantilenando affranta l’inspiegabile perdita del bancomat, ho comprato lo zucchero e ho mollato il chiodo dal tabaccaio, due pacchetti di sigarette e non se ne parla più.

Ora però, pellegrino virtuale pervaso da un incontenibile spirito natalizio, tu, proprio tu che ti sei commosso leggendo le mie parole e anche tu, si tu lì dietro che fai finta di niente, perché questo Natale non devolvi la somma che avevi deciso di offrire in beneficenza per adottare un bambino orfano della Costa D’avorio (che poi quelli quando crescono ti trombano la moglie) ad una povera Viscontessa caduta in miseria?

Ecco io ti lascio qui le coordinate bancarie per farmi un bonifico, se preferisci puoi farlo in forma anonima così non ti devo neanche ringraziare.

Sappi che se deciderai di occuparti della mia crescita, non solo non ti tromberò la moglie, ma avrai contribuito a salvare uno dei rarissimi esemplari di viscontesse ancora in circolazione.

Perché i tuoi soldi non vadano in tasca di due Simone qualsiasi, per rendere dignità ad una Viscontessa distrutta, per una viscontessa migliore, contribuisci anche tu con un piccolo bonifico.

Riceverai in dono un accesso gratuito giornaliero al mio blog dove potrai seguire la mia crescita , il mio sviluppo e il mio cammino verso una vita migliore.

Ti prometto che non chiederò più in prestito 10 euro alla mia bambina.

 

p.s ho appena bruciato due uova soda. Le avevo messe sul fuoco per cena ma poi sono venuta qua a scrivere questa cosa e l’acqua si è tutta consumata lasciando le uova con il loro tenero guscio, in balia di una pentola rovente.

(scherzi a parte sono davvero nella merda!)

un’amica fedele: bastarda!!!

Viscontessa, 14 Dicembre 2004

Ho un fottutissimo mal di testa che mi si è incuneato dentro all’orecchio sinistro.

Detesto il mal di testa che si infila nelle orecchie perché da lì non puoi farlo uscire e ti tocca tenertelo.

Molto meglio quello che prende la direzione della nuca, il collo è più forte e più robusto di un tipano e se hai la pazienza di lasciarlo dilagare su tutta la calotta cranica, piano piano quello passa dalla nuca e se ne va.

Prima, quando ero più giovane e inesperta, mi tenevo stretta la mia emicrania e cercavo di confinarla in qualche angolo della testa nella speranza che lo spazio ristretto la dissuadesse dal perseguitarmi. Poi invece, crescendo, ho imparato che se quella stronza non l’assecondi lasciandola invaderti tutto il capoccione, lei si incaponisce ancora di più e ti tormenta per giorni.

Ora, quando la sento arrivare, faccio finta di non vederla, mi metto lì buona buona e la lascio spadroneggiare dentro alla testa fino a quando, la bastarda, perde vigore e se ne va.

Quando però come oggi l’emicrania si infila in un orecchio o, peggio, dentro ad un occhio, so già che non c’è niente da fare. Io provo a parlarci con la mia emicrania, suadente le chiedo cosa le piacerebbe fare e cerco di convincerla a spostarsi anche sull’altro emisfero cranico, ma lei, stronza, se ne resta lì abbarbicata ad un orecchio come se avesse paura che spostandosi, la costringa a defluire dal collo.

In questo preciso momento, per esempio, la sento martellarmi dispettosa il timpano e fare l’occhiolino maliziosa anche al mio occhio sinistro. Sta lì tutta attaccata all’orecchio e se provo a girare la testa, quella, presa alla sprovvista, resta un attimo sospesa a mezz’aria per poi tornare, più impertinente di prima a infastidire il mio orecchio.

Certo potrei sdraiarmi mettendomi di fianco in modo da lasciare l’emicrania su per aria costringendola, grazie alla forza di gravità, a passare anche sull’altro emisfero, ma se talvolta lo stratagemma funziona, altre peggiora la situazione perché l’infingarda, irrorata da un maggior afflusso di sangue dovuto alla posizione orizzontale della testa, acquista vigore e si attacca al mio orecchio come zecca disturbata dallo sprovveduto tocco di una mano nemica.

E allora, visto che l’orecchio comincia ad arrossarsi e a manifestare cenni di grave insofferenza, metterò in pratica il piano 2 bis.

Adesso me ne vado fuori in giardino al freddo così quella stronza si rattrappisce tutta e se non se ne va, almeno farà meno danni.

Caro Ministro Calderoli

Viscontessa, 13 Dicembre 2004

Visto che la taglia sui due assassini del benzinaio di Lecco, oltre ad essere stata accompagnata da enormi polemiche, non è neanche servita a niente, mi chiedevo se non si potesse spostare quella taglia sulla testa di Adriana, l’impavida decorticata che da mesi sfugge al suo promesso sposo nella pubblicità della Tim.

anna e angela

Viscontessa, 10 Dicembre 2004

Marco ha festeggiato i suoi quarant’anni con gli amici e una puttana raccattata in un locale.

Lui se la ricorda russa perché l’Erzegovia non sa neanche dove sta e poi l’importante era che non fosse una di quelle nigeriane con il culo enorme e il puzzo di stalla sotto alle ascelle.

Doveva solo scoparsela e da dove veniva quella puttanella di si e non diciott’anni, non era affar suo.

Però si ricordava la sua figa bionda e lo sguardo vecchio di chi di cazzi ne ha già visti anche troppi e non si impressiona certo per uno più grosso di un altro. Gli avrebbe fatto piacere che lei lo avesse notato ma era solo una puttana e se una sceglie di fare la puttana evidentemente ci è portata e non era certo colpa sua se alla sua età era già finita a fare quel lavoro.

Non è vero che la miseria giustifica tutto, se una è una persona onesta va a pulire i cessi piuttosto che a fare la puttana ma con quello che gli è costata quella sera, quella lì ci campava tutta la famiglia per un mese intero.

E poi secondo lui lei si era anche divertita, questa era la verità

Marinella non aveva niente da rimproverarsi, era stata troppo impegnata con i bambini per chiamare Anna e adesso che aveva trovato il tempo per ascoltarla, Anna non aveva niente da raccontarle..

Magari le cose si erano sistemate ed era lei una sciocca a farsi tanti sensi di colpa per la sua amica sfortunata.

Che poi, pensandoci bene, Anna era sempre stata un po’ così, troppo remissiva, troppo docile con il marito.

Marenella glielo aveva detto tante volte, la prossima volta che alza le mani tu fai le valige e te ne torni da tua madre.

E invece Anna niente, le diceva di si che lo avrebbe fatto e la volta dopo era sempre lì.

Anna le telefonava in lacrime e Marinella la consolava, ma quell’inverno i bambini era stati sempre malati e aveva dovuto cambiare tre tate così le ultime volte che si erano sentite Marinella aveva sempre un tono un po’ frettoloso e Anna aveva smesso di chiamarla.

Ma non poteva essere colpa sua, sicuramente Anna aveva trovato il modo di far ragionare quella bestia di suo marito e le cose si erano sistemate.

Tornò a pensare alla tata nuova, anche l’ultima se ne era andata via, se Anna non fosse stata così irriconoscente, le avrebbe chiesto se voleva lavorare per lei.

E poi secondo lei la gente non meritava niente, questa era la verità.

Antonio aveva ereditato l’appartementino dei genitori e aveva deciso di investire il ricavato dell’affitto per assicurare un futuro a suo figlio. Una piccola pensione che lo avrebbe aiutato a vivere anche quando loro non ci sarebbero stati più.

Lo avevano saputo fin da subito che il piccolo Benedetto non sarebbe stato come tutti gli altri bambini ma l’amore che li legava a quel piccolo feto, se possibile, era aumentato alla notizia della sua malformazione e quando finalmente Benedetto si decise a nascere, lui e sua moglie furono i genitori più felici del mondo.

Don Giulio, a cui Anotnio era legato da una profonda amicizia, li seguiva con affetto e ammirazione e non dimenticava mai di portare una parola di conforto ogni volta che l’esperienza con Benedetto si faceva più dura e più dolorosa. Antonio, da parte sua, ricambiava aiutando Don Giulio in parrocchia con i ragazzi dell’oratorio che il sacerdote raccattava per la strada.

L’appartamentino lo affittò proprio tramite Don Giulio e fu dato in locazione ad una coppia proveniente dall’Erzegovia. Un uomo e una donna a cui, per carità cristiana, non fu mai chiesta l’umiliazione di presentare una busta paga per ottenere l’appartamento in affitto.

Antonio pensò che fossero padre e figlia e che quello sguardo da vecchia della ragazza fosse la storia di un dolore antico che grazie all’aiuto suo e di don Giulio, avrebbe presto dimenticato.

E poi secondo lui la sofferenza aiutava a crescere, e questa era la verità.

Angela aveva avuto una madre che non si era mai fatta scrupoli ad elencarle i sacrifici che aveva fatto per lei.

Di suo padre ricordava poco ma dai racconti di sua madre ne emergeva un personaggio spregevole che sua madre aveva sempre sopportato per amore suo.

Angela aveva giurato che a lei non sarebbe mai capitato di dover dipendere da un uomo e aveva sempre lavorato come una matta per potersi garantire quell’autonomia economica che l’aveva infine portata a raggiungere una posizione di rilievo.

Memore delle sue origini emotive, aveva sempre scelto collaboratrici donne e aveva sempre fatto di tutto perché la sua efficienza fosse merito anche loro.

Poi un giorno le era capitata Anna, una donna bella e di una intelligenza fuori dal normale ma con quei suoi momenti di buio che Angela, nonostante gli sforzi, non riusciva a comprendere.

Un giorno Angela convocò Anna nel suo ufficio e con una dolcezza quasi materna l’aiutò ad aprirsi.

Anna le raccontò tutto, pianse le lacrime più amare che avesse mai versato e quando finalmente trovò un po’ di pace ai suoi singhiozzi, trovò anche le lacrime di Angela che tramite le sue parole, avevano trovato quello sfogo che attendevano da anni.

Angela le giurò che l’avrebbe aiutata in tutti i modi e le poggiandole delicatamente una mano sulla spalla, cominciò ad accarezzarle il collo e più giù verso il seno.

Anna qualche giorno dopo si licenziò e Angela giurò che mai più avrebbe versato una lacrima per qualcuno.

E poi secondo lei nella vita bisognava imparare ad accettare i compromessi e questa era la verità.

Quella sera Anna, rientrando a casa, si accorse di una ragazza bionda che aspettava l’autobus con in dosso solo una giacca troppo corta per quel freddo pungente.

Si fermò e le chiese se voleva un passaggio.

La ragazza bionda sorrise diffidente e poi accettò il passaggio.

E poi secondo me non è successo niente e questa è solo una storia.

Due sono le cose che ho sempre temuto. Due…

Viscontessa, 10 Dicembre 2004

Due sono le cose che ho sempre temuto.

Due come le mie debolezze più evidenti, quelle che non ho mai neanche guardato in faccia ma che ho sempre saputo attendermi al varco con il loro conticino da pezzenti come un piatto di cipolle fritte e il suo tanfo incollato alle pareti delle scale.

Stamattina mentre accendevo la mia prima sigaretta della giornata è arrivata una telefonata.

La sigaretta può attendere, non il suo aroma che scivola giù in gola ma il suo momento, arriverà il momento in cui lei, amica fedele di tanti momenti amari, mi presenterà il suo conto, ma non oggi, oggi posso ancora consolarmi con il suo sapore dolce amaro e con la sua compagnia.

Centocinquantadue euro, sono sotto di centocinquantadue euro, ora vado in banca e rendo alla banca i suoi micragnosi centocinquandue euro.

Ho finito i soldi, mi sono venduta una casa tre anni fa e ora ho finito i soldi.

Non ho più casa e non ho più soldi.

Il conto è questo.

Mi resta sto cazzo di lavoro vestito da progetto che io svolgo con la stessa falsità con cui è stato progettato il mio contratto. Mi restano millecento eruo al mese, qualche debito da finire di saldare e l’mpossibilità cronica di essere diversa.

Mi rimane qualche contrattino di schiavitù a vita e il biasimo di chi mi sta intorno.

Mi resta questo fallimento che mi perseguiterà fino a quando la mia amica sigaretta deciderà di presentarmi il suo conto.

Non so fare un cazzo. Parole.

ipotesi di reato

Viscontessa, 9 Dicembre 2004

Annalisa quando arrivò a Milano pensò che finalmente avrebbe visto la neve.

Alla stazione a prenderla c’era quell’amico di sua mamma che le era capitato di vedere qualche volta nella sua vecchia casa e per quanto lei non lo avesse mai trovato troppo simpatico, era contenta che sua mamma fosse felice di vederlo.

Alla sua mamma, quando c’era lui, le si illuminavano gli occhi e lei si perdeva in quel riflesso di gioia come da piccola si era persa tra le sue braccia quando il sonno è ancora lieve come una carezza.

I primi tempi a Milano furono eccitanti, una scuola nuova, un’insegnante nuova e più carina di inglese, le strade con quei buffi autobus che stavano attaccati al cielo e una cameretta grande e luminosa che dava su un giardino con un fragile alberello nel mezzo.

Con il nuovo compagno di sua mamma di solito si ignoravano, lui era sempre gentile e cortese ma sembrava lontano e distratto e lei, così occupata ad annusare quella sua nuova esistenza, non se ne sarebbe curata troppo se non si fosse accorta che la sua mamma faceva di tutto perché lei si affezionasse a lui.

Quel primo Natale insieme, lui le fece un regalo bellissimo e lei ne rimase così colpita che da quel giorno cercò di essere più gentile e disponibile nei confronti di quell’uomo per i cui lineamenti, ormai così familiari, cominciava a provare una certa nostalgia ogni volta che lui era lontano.

Quell’inverno trascorse con la crescente consapevolezza che presto sarebbero diventati una vera famiglia e Annalisa, che pure voleva un gran bene al suo vero papà, cominciò ad affezionarsi talmente tanto a quell’amico della sua mamma, che pensò di chiamare papà anche lui.

E l’affetto fu ricambiato, profondo, inatteso e vigoroso come la chioma dell’alberello che vedeva nel giardino della sua finestra e che quando arrivò l’estate, diventò bella, forte e di un verde intenso come il colore di quel mare dove trascorsero un’estate indimenticabile.

Poi Annalisa, non avrebbe saputo dire il perché, ma le cose cominciarono a cambiare.

La sua mamma ora sembrava più nervosa, più scontenta, quel suo sguardo luminoso si era spento per riaccendersi solo quando prendendole il volto tra le mani, le diceva che le voleva tanto bene e stringendola forte al suo cuore, le sussurrava parole rassicuranti che sembravano pronunciate più per se stessa che per la piccola Annalisa.

Anche quel nuovo papà sembrava tornato lontano e distante.

Era sempre gentile con lei, ma le sue premure, talvolta inesistenti, altre le sembravano eccessive e fuori luogo come quella volta che andò a prenderla a scuola e la portò al Luna Park in una giornata di pioggia e gelo.

A volte, quando rimaneva sola nella sua cameretta, le sembrava di sentire il suono strozzato di un singhiozzo provenire dalla camera accanto e altre sentiva bisbigliare quel suo nuovo papà, con un tono che non avrebbe saputo definire ma che le ricordava quelle folate di vento gelido che spazzavano via le foglie del suo alberello del cortile.

Lei rimaneva distesa nel suo lettino con il fiato sospeso e lo sguardo perduto fuori dalla finestra e immaginava che le lacrime della sua mamma fossero come le foglie strappate dall’albero dal vento gelido che silenzioso, si placava solo dopo molte ore.

Annalisa cominciò ad essere triste, si sentiva nuda e fragile come l’alberello del cortile e solo le sue radici saldamente conficcate nel cuore di sua madre, le donavano quel tepore che le serviva a sopravvivere.

Poi un giorno il vento soffiò più rumoroso e gelido del solito e lei, in preda ad un’angoscia che non aveva mai provato, si precipitò nella camera accanto e vide nello sguardo di quel suo nuovo papà un gelo che conosceva.

Qualche giorno dopo lei e sua madre se ne andarono, lei, prima di partire corse nel cortile e raccolse da terra la foglia più bella che trovò.

Poi salutò l’alberello.

“mi mancherai” le disse “conserverò questa foglia nel mio diario. Tu crescerai forte e bello e io quando sarò più grande tornerò a trovarti. Te lo prometto”.

Milano diventò solo il ricordo di quell’albero e delle sue foglie strappate come lacrime dai suoi rami.

Vendo all’asta una scoreggia del mio cane

Viscontessa, 7 Dicembre 2004

Mi pare di aver sentito che il fantasma messo in vendita all’asta su eBaydalla signora dell’Indiana, abbia raggiunto la favolosa cifra di 65.000 dollari.

A testimonianza dell’etereo fantasma, la signora consegnerà all’acquirente il bastone appartenuto a suo padre ora, a sentir lei, fastidiosa presenza evanescente che disturba i sogni di suo figlio.

Purtroppo io di fantasmi da vedere non ne ho, ma avrei pensato di vendere un scoreggia del mio cane e di consegnare all’eventuale acquirente, uno stronzo del medesimo a testimonianza della sua evanescente manifestazione.

D’altra parte anche mia figlia ha manifestato un certo disagio per il ripetersi del fenomeno.

L’altra sera, per esempio, mentre sonnecchiava sul divano con la testa appoggiato al cucciolone, lui si è manifestato in tutta la sua non trascurabile scala polifonica, tra le quali mi è parso di riconoscere un’aria del Verdi e un’Overture di Rossini e la piccolina, perduti momentaneamente i sensi sotto alle macerie di Anselmo il divano scosso da un terremoto registrato anche dai sismografi delle Filippine, ha sentenziato che per certi fenomeni naturali, la nostra famiglia dovrebbe chiedere lo stato di calamità naturale.

Tra l’altro mentre il bastone del fantasma è quello, io posso offrire all’acquirente del peto, la possibilità di scegliere la forma, la consistenza e finanche le dimensioni dello stronzo in omaggio con il peto.

La seduta è aperta.

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