ipotesi di reato

Viscontessa, 9 Dicembre 2004

Annalisa quando arrivò a Milano pensò che finalmente avrebbe visto la neve.

Alla stazione a prenderla c’era quell’amico di sua mamma che le era capitato di vedere qualche volta nella sua vecchia casa e per quanto lei non lo avesse mai trovato troppo simpatico, era contenta che sua mamma fosse felice di vederlo.

Alla sua mamma, quando c’era lui, le si illuminavano gli occhi e lei si perdeva in quel riflesso di gioia come da piccola si era persa tra le sue braccia quando il sonno è ancora lieve come una carezza.

I primi tempi a Milano furono eccitanti, una scuola nuova, un’insegnante nuova e più carina di inglese, le strade con quei buffi autobus che stavano attaccati al cielo e una cameretta grande e luminosa che dava su un giardino con un fragile alberello nel mezzo.

Con il nuovo compagno di sua mamma di solito si ignoravano, lui era sempre gentile e cortese ma sembrava lontano e distratto e lei, così occupata ad annusare quella sua nuova esistenza, non se ne sarebbe curata troppo se non si fosse accorta che la sua mamma faceva di tutto perché lei si affezionasse a lui.

Quel primo Natale insieme, lui le fece un regalo bellissimo e lei ne rimase così colpita che da quel giorno cercò di essere più gentile e disponibile nei confronti di quell’uomo per i cui lineamenti, ormai così familiari, cominciava a provare una certa nostalgia ogni volta che lui era lontano.

Quell’inverno trascorse con la crescente consapevolezza che presto sarebbero diventati una vera famiglia e Annalisa, che pure voleva un gran bene al suo vero papà, cominciò ad affezionarsi talmente tanto a quell’amico della sua mamma, che pensò di chiamare papà anche lui.

E l’affetto fu ricambiato, profondo, inatteso e vigoroso come la chioma dell’alberello che vedeva nel giardino della sua finestra e che quando arrivò l’estate, diventò bella, forte e di un verde intenso come il colore di quel mare dove trascorsero un’estate indimenticabile.

Poi Annalisa, non avrebbe saputo dire il perché, ma le cose cominciarono a cambiare.

La sua mamma ora sembrava più nervosa, più scontenta, quel suo sguardo luminoso si era spento per riaccendersi solo quando prendendole il volto tra le mani, le diceva che le voleva tanto bene e stringendola forte al suo cuore, le sussurrava parole rassicuranti che sembravano pronunciate più per se stessa che per la piccola Annalisa.

Anche quel nuovo papà sembrava tornato lontano e distante.

Era sempre gentile con lei, ma le sue premure, talvolta inesistenti, altre le sembravano eccessive e fuori luogo come quella volta che andò a prenderla a scuola e la portò al Luna Park in una giornata di pioggia e gelo.

A volte, quando rimaneva sola nella sua cameretta, le sembrava di sentire il suono strozzato di un singhiozzo provenire dalla camera accanto e altre sentiva bisbigliare quel suo nuovo papà, con un tono che non avrebbe saputo definire ma che le ricordava quelle folate di vento gelido che spazzavano via le foglie del suo alberello del cortile.

Lei rimaneva distesa nel suo lettino con il fiato sospeso e lo sguardo perduto fuori dalla finestra e immaginava che le lacrime della sua mamma fossero come le foglie strappate dall’albero dal vento gelido che silenzioso, si placava solo dopo molte ore.

Annalisa cominciò ad essere triste, si sentiva nuda e fragile come l’alberello del cortile e solo le sue radici saldamente conficcate nel cuore di sua madre, le donavano quel tepore che le serviva a sopravvivere.

Poi un giorno il vento soffiò più rumoroso e gelido del solito e lei, in preda ad un’angoscia che non aveva mai provato, si precipitò nella camera accanto e vide nello sguardo di quel suo nuovo papà un gelo che conosceva.

Qualche giorno dopo lei e sua madre se ne andarono, lei, prima di partire corse nel cortile e raccolse da terra la foglia più bella che trovò.

Poi salutò l’alberello.

“mi mancherai” le disse “conserverò questa foglia nel mio diario. Tu crescerai forte e bello e io quando sarò più grande tornerò a trovarti. Te lo prometto”.

Milano diventò solo il ricordo di quell’albero e delle sue foglie strappate come lacrime dai suoi rami.



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