sono rimasta bloccata nel bagno

Viscontessa, 30 dicembre 2004

Mi succede che non avendo idea di quale sia il pubblico a cui mi rivolgo, non mi riesce scrivere più niente.

Devo premettere, tanto per dirne una, che questo blog non era nato con l’intenzione di tenere un diario della mia noiosissima esistenza ma ambiva ad essere un luogo di sollazzo personale nel quale riportare le mie impressioni sul mondo esterno che invece mi si attorcigliano tutte intorno alle parole.

Insomma, entro qui e mi sembra di guardarmi allo specchio e la sensazione non è affatto gradevole.

Non so, forse dovrei solo uscire più spesso dal bagno…..

Buon anno a tutti urlato dal buco della serratura.

 

mi addormento sempre prima

Viscontessa, 28 dicembre 2004

E’ da qualche tempo che la sera mi addormento tra i tormenti di un dubbio che mi devo sbrigare a risolvere.

Tutto nasce dal supplizio delle mie notti animali che niente hanno a che vedere con un intrigante accoppiamento selvaggio ma riguardano la consuetudine dei miei gatti di appollaiarsi sulla mia testa e dell’abitudine della cagnetta di unghiellare sul pavimento della mia camera in cerca nessuno sa di cosa.

Così la sera, appena condivido il mio cuscino con il gatto, trovo consolazione alla sofferenza delle sue unghie che mi si piantano sulla cavezza, con il pensiero che gli anni passano anche per loro e che presto potrò spargere i miei lunghi capelli biondi (ho tutto il tempo di farli allungare e a tingerli biondi non ci vuole niente!) sul morbido cuscino bianco, finalmente esente da bestiali debiti affettivi.

Un attimo dopo, però, intenerita dal rombare delle fusa feline, mi pento del mio vanitoso desiderio e per por rimedio al mio malanimo, mi tuffo senza indugio nel dubbio che mi tormenta.

Cosa ne sarà del corpo dei miei animali una volta morti?

Devo ammettere che la domanda nasce peregrina giacché mai mi sono domandata che ne sarà del mio corpicino una volta che la mia anima lo avrà finalmente abbandonato dalla mia ingombrante presenza.

Anzi devo dire che io il mio corpicino tutto morto proprio non me lo vedo per cui l’unico desiderio in tal senso che nutro, è quello di farlo sparire dalla vista dei vivi il prima possibile.

Certo ho lasciato disposizione perché si disponga delle mie frattaglie come meglio si crede, ma una volta espletato l’espianto per esempio delle mie orecchie (intonse da forature varie; vera rarità da collezionisti) vorrei sparire sotto terra, dentro ad un forno o in mezzo al mare (ah! Come sono romantica) il prima possibile.

Siccome poi naturalmente faccio parte di quei sessanta milioni di italiani che non hanno mai ricevuto il tesserino come donatore di organi, non posso che affidare questa mia volontà a tutti coloro che mi circondano giacché la mia pigrizia mi impedisce di prendere iniziative atte a condurre il mio corpicino vivo alla sede dell’AIDO per iscrivermi alla loro associazione.

L’altra sera però, durante una cena natalizia, ho appreso che per la religione Indù, la pigrizia è una virtù perché testimonia il distacco spirituale dalle cose e così fingendo una spiritualità che non mi appartiene, ho pensato che come scusa quella del distacco non è male e che d’ora in avanti mi attaccherò come una cozza a questa fantastica interpretazione.

Il giorno dopo colui che mi erudiva sulla religione Indù, è partito per l’India meridionale, sono un po’ in pensiero.

Ma sto divagando.

Dunque dicevo, mi trastullo negli attimi che precedono il mio sonno, con il pensiero di una degna sepoltura animale.

Non che mi preoccupino i gatti, seppellire un gatto, purché sia morto altrimenti diventa una belva, è una cosa piuttosto semplice, ne ho già seppelliti due e una volta ho seppellito pure un piccione di nome Gastone. Devi semplicemente scavare una buca piuttosto modesta e poi infilarci dentro l’animale e sono sicura che la mia amica Roberta non avrebbe alcuna difficoltà a prestarmi un angolo del suo giardino per consentirmi una degna cerimonia funebre.

Ricordo per esempio quando da bambina mi morì la tartarughina d’acqua, la misi in una scatolina e la seppellii sotto i mughetti nel giardino di mia nonna, poi con la ghiaia ricoprii la sua piccola tomba e infine misi la fotocopia della tartaruga raffigurata sulla scatola del mangime, su un bastoncino infilato sulla tomba.

Ma Otto, Otto mi da pensiero, è un cagnaccio di almeno 50 kg e la sua stazza mi impensierisce.

Ecco però a questo punto della mia riflessione di solito mi sono già addormentata per cui questo post non avrà una fine………

oggi

Viscontessa, 27 dicembre 2004

Stanotte ho dormito sul divano perché un tuono ha terrorizzato i cani così ho deciso di dormire nello studio insieme a loro.

In camera da letto ci stanno i gatti e i cani non possono entrare.

Marchiare il territorio è un istinto naturale.

Forse era le due o le due mezza di notte poi alle 8 e mezza mi sono alzata e ho preso un caffè annacquato.

La macchinetta va cambiata, anche lei fa acqua da tutte le parti.

Mi sono vestita pensando a mio padre, volevo indossare qualcosa di poco vistoso che non suscitasse la sua curiosità infantile e ho messo un maglione nero paricollo e un paio di jeans.

In ufficio sono riuscita a finire il lavoro che un po’ mi aveva angosciato in questi due giorni di festa, Gherardo dice che mi ha sognato e avevo i capelli lunghi.

In un anno che lavoro lì credo che sia la prima volta che io e Gherardo ci rivolgiamo la parole.

Avrei dovuto fare una telefonata ad un amico, era una cosa importante ma mi sono dimenticata.

Alle quattro sono tornata a casa, dovevo far uscire i cani.

Poi ho aspettato mia mamma che è arrivata insieme a mi figlia e a mia zia.

Una zia che ha avuto la meningite durante la seconda guerra mondiale.

Allora era una bambina ed è rimasta tale.

Siamo andate a trovare mio padre nella sua casa di riposo dove risiede ormai da quasi dieci anni.

Anche lui è come un bambino, un incidente gli ha portato via buona parte del cervello e da allora ride senza motivo e non è sicuro di sapere chi io sia.

Però mi sorride.

Il mio maglione non gli è piaciuto.

In mezzo ai vecchi bambini con l’odore nauseante di orina e semolino e disinfettanti ho passato un’ora a giocare con un orologio.

Mia zia ripete sempre le stesse cose, mia figlia corre per acchiappare il suo orologio e mi padre le fa i dispetti e ride.

Mia mamma oggi sembra stanca ma domani, quando mia figlia sarà rientrata a scuola e mia zia sarà ripartita, si sentirà inutile e allora sarà peggio.

Poi ce ne siamo andate perché alle sei cenano e io non sopporto l’odore del purè delle case di risposo.

Qui piove, è tutto il giorno che piove, mi sono fermata a comprare il pane e il caffè, stasera vorrei andare al cinema.

Avrei anche voluto scrivere qualcosa su questo natale inondato di morti ma poi ho letto in qua e in là le solite polemiche fuori luogo e ho deciso di non farne di niente.

Mezzo miliardo di sms di auguri inviati in questi giorni di festa.

Solo il 35% sono stati messaggi personalizzati, per gli altri panettone con uvetta passa e vetri canditi.

pensierini di natale

Viscontessa, 25 dicembre 2004

Perversione natalizia: inondare un pandoro Bauli di cocaina anziché di zucchero a velo.

Auguri in serie via sms: tanti auguri di buon Natale e felice 2005 da lei, lui e i pargoli.

Perversione natalizia 2: inviare a lei, lui e i pargoli un panettone da € 1 farcito con uvetta passa e pezzi di vetro candito.

Sms personalizzato: Oh vis, se non si è buoni a Natale allora dimmi tu quando.

Citazione di un film, 100 punti in omaggio per il catalogo Vis premia la tua fedeltà, a chi indovina il titolo.

Altro indizio, ho risposto: i cinesi per queste cose (parlando dei puntali per l’albero di natale) vanno lasciati fare.

Ed esplode il puntale con conseguente corto circuito dell’impianto elettrico condominiale.

Il mio di puntale si è frantumato quando è caduto l’albero di Natale e per dispetto babbo Natale mi ha portato un lettore mp3 che non so bene a cosa serva.

Pensavo fosse un vibratore hi-tech, poi però non vibrava e le cuffiette mi hanno insospettito.

Cenone di natale a casa della mamma, cena a base di pesce, scampi impazziti che giravano ovunque e giovani arselle impertinenti che stavano nascoste sotto agli spaghetti.

Beati gli ultimi perché ai primi toccano gli spaghetti sconditi.

Una ciofega di cena, devo in tutti i modi ricordarmi di farglielo sapere, magari le telefono.

sono tutta eccitata

Viscontessa, 24 dicembre 2004

Mi sto eccitando.

Come quando devi fare sesso e ti stai eccitando.

Ora mi rilasso, sono venuta qui nella pace di un ufficio alla vigilia di natale, così poi mi eccito meglio.

Come quando nei film lui le dice "rilassati" che vuol dire "eccitati" ma detto meglio.

Si lo sento, mi sto rilassando anzi, sono così rilassata che mi sono anche accesa una sigaretta.

Una sigaretta in ufficio.

Poi mi eccito come quando stai pulendo il forno e lui ti dice "uumhh in quella posizione mi fai venire strane idee".

"tienitele" è la risposta normale di una massaia normale che per il bene della pace familiare si limita ad un "tienitele".

Se la pace familiare non è da salvaguardare va bene anche un "ok, tieni tu il Fornet e fatti passare le idee".

Mica come nei film che lei sta chiudendo il sacco della nettezza e arriva lui "uhmmmm in quella posizione mi fai venire strane idee" e lei voltandosi sorridente con un sedano marcio e riottoso in mano gli risponde "uhmmmmm….".

Uhmmm che? perché ci raccontano che una alle prese con lo smistamento di un rifiuto alieno si eccita?

Ecco, ora sono proprio rilassata, sono così rilassata che comincio a percepire i primi segni dell’eccitamento. Si lo sento, ancora venti minuti e poi mi faccio eccitare dal natale: gesti inconsulti, gridolini di piacere e compulsivo godimento estatico.

Si ci sono, l’autoerotismo vacanziero comincia a dare i primi segni della sua presenza, uno sfrigolio sotto alle ascelle, il respiro affannoso, un sedano marcio come simbolo fallico o una saponetta al tamarindo verde come simbolo natalizio.

E’ fatta, sono abbastanza eccitata da potermi tuffare nel Natale, a zia Berencie una fascia per i capelli, a zio Olindo una sciarpa.

Visto? Ci sono riuscita, chi non regala almeno una sciarpa per Natale?

Sono normale.

p.s oggi mi sono fatta coraggio e mi sono avvicinata ad un Bancomat dove ho chiesto un estratto conto.

Ho scoperto che esiste un babbo natale ma non so ancora chi sia.

Lunedì indago e poi torno qui.

Mi sono accorta così…

Viscontessa, 22 dicembre 2004

Mi sono accorta così all’improvviso che non mi viene più niente di buono.

Non so come vadano queste cose ma se mi viene voglia di scrivere qualcosa, mi rendo conto che non mi riesce e allora tanto vale.

Magari è solo il clima natalizio, trovo pochi stimoli in giro e quelli che trovo mi sembrano tutti fuori luogo.

O magari sono semplicemente io che per la prima volta non riesco a lasciarmi affascinare dal Natale e mi sento in una posizione intermedia come se me ne andassi in giro vestita con i bigodini in testa e i tacchi alti.

Così ho pensato che è meglio se la smetto qui.

Basta, stop, pausa, ferie.

Chiudo il blog per ferie e aspetto che passi il Natale.

O forse se decido di chiudere il blog in attesa che il Natale passi, mi torna la voglia di scrivere.

Praticamente una donna tutta d’un pezzo!

Mi avvantaggio con gli auguri.

Se qualcuno dovesse passare da qui si senta ben augurato per un Natale felice, un anno sereno e bla, bla, bla.

Io me ne vado a leggere i due libri che ho appena comprato.

Yehoshua – Il responsabile delle risorse umane

Andrés Trapiello – Gli amici del delitto perfetto.

(Speriamo di non aver fatto errori di ortografia almeno qua)

ho perso il fegato

Viscontessa, 20 dicembre 2004

L’astrusa tematica del niente mi si risolve sovente tra i fornelli.

La vis oggi era inquieta come le capita quando le energie servono a ricucire toppe sulle lacere vesti della sua inconcludente esistenza di farfalla.

Era inquieta per quella inadeguatezza a se stessa che prende forma dall’autoctono accartocciamento dei pensieri su altri pensieri che generano pensieri e che non arrivano da nessuna parte.

Ho preparato della pomarola, ho sbollito dei pomodori San Marzano fuori stagione e li ho pelati, poi li messi in una pentola con gli odori: sedano, cipolla e carota, quindi ho messo in una padella l’olio d’oliva e un po’ di strutto e ho tagliato a fette le melanzane.

La vis oggi per interrompere il fiume in piena dei suoi errabondi pensieri, ha finto di essere la persona giusta nel posto giusto e ha dato vita ad una serie di accorgimenti contabili che dovrebbero garantirle giubilo natilizio e ozioso deperimento morale per i prossimi giorni.

Ho aggiunto alla pomarola un po’ di zucchero, un po’ di dado granulare, dell’olio di oliva, un po’ di sale e qualche foglia di basilico, poi ho salato, con il sale grosso, le melanzane e le ho messe a scolare in uno scolapasta affinchè si addomesticassero ad un sapore più delicato.

Ho tagliato a fette molto sottili delle cipolle di tropea, ho aggiunto un filo d’olio d’oliva e le ho messe sul fuoco con un coperchio; un fuocherello timido perché non si bruciassero ma si lasciassero andare a quel tepore come cuccioli in grembo alla madre.

La vis oggi, maltollerante nei confronti di se stessa, ha manifestato l’ardore dei suoi pensieri relegando ad un ruolo secondario quella sua figura di finta tonta e ha sgraziatamente preso le parti di quella se stessa incastrata tra le costole, riequilibrando umani errori che non possono essere stati di sua esclusiva pertinenza.

Ho ripulito un pezzo di manzo bollito dalle callosità e l’adipe in eccesso e l’ho tagliato a tocchetti, quindi ho asciugato con un panno le melanzane le ho fritte quel tanto che basta da renderle dorate come un’abbronzatura di giugno.

Poi ho disposto uno strato di melanzane in una pirofila e le ho ricoperte con un lieve strato di pomarola su cui ho lasciato scendere una nevicata di parmigiano e qualche candida fetta di mozzarella.

La vis oggi, violentando la sua umana rassegnazione a quell’evidente inedia che la caratterizza, ha di malavoglia prodotto scartoffie che la distraessero da quel groviglio di dolorose spine che le pungolavano l’animo e, insensibile al dolore procurato dall’umano sudore, ha proseguito incurante fino al termine il suo meschino mandato.

Un po’ d’olio d’oliva e un po’ di sale hanno insaporito ogni strato della mia parmigiana come faceva mia nonna con il profumo al mughetto sulla sua pelle.

Quando le cipolle, languide come vecchi nostalgici, si sono fatte più scure, ho lasciato che i tocchetti di manzo si unissero a loro e per pudoreho nuovamente coperto la pentola quando un lieve sfrigolio ha cominciato ad animare l’incontro.

La vis oggi, vistosamente contrariata dal suo lavoro, l’ho aggredito famelica e vorace dando di se l’inconsueta immagine di colei che sa quel che fa.

Tigre in trappola, si è amputata l’arto della distrazione come stile di vita ed è fuggita nella giungla di un autolesionismo che nessuno può assaporare.

Ho acceso il forno affinchè le melanzane potessero godere di un calore nuovo e le ho appoggiate li su una griglia perché anche loro potessero amalgamarsi con la pomarola e il formaggio.

Quindi mi sono seduta e ho atteso.

La vis oggi mendica raminga il proprio fegato, che non è in nessuna padella e neanche sulla propria scrivania.

letterina di Natale

Viscontessa, 20 dicembre 2004

Caro babbo natale,

scusa il ritardo con cui ti invio questa letterina, ma la tua imbarazzante obesità mi ha procurato un certo disagio e ancora non sono sicura di potermi fidare di te visto che non ti vuoi troppo bene neanche tu.

Ma lo sai caro babbo natale che a causa del tuo peso sei più soggetto ad infarti, problemi circolatori, trombosi e raffreddori da fieno? Lo sai tu, sempre a fare il ragazzino con la slitta e le renne, che l’obesità è un problema serio e che dopo il fumo è una delle principali cause di morte del nostro sistema occidentale?

E poi Babbo Natale, l’anno scorso, esattamente un anno fa, mi hai portato via la nonna e io non sono affatto sicura che tu quest’anno mi porterai qualcosa invece di portarmela via.

Comunque, visto che sei rimasto l’unico a cui chiedere qualcosa, volevo sapere se quest’anno tu potessi farmi trovare sotto l’albero che questo Natale mi è venuto un po’ così (è tutto storto ed è pure stonfato al suolo in una cacofonia di palle frantumate) un lavoro nuovo di zecca.

Non è che io sia cattiva, non esistono bambini cattivi ma solo bambini indisposti (diceva la pubblicità della Dolce Euchessina) e io ultimamente sono particolarmente maldisposta verso il mio lavoro che non mi piace e che anche economicamente è uno schifo.

Io avrei pensato, per aiutarti, ad un lavoro di merda dove mi pagano tanto o a un lavoro divertente dove mi pagano poco, come vedi non ho molte pretese soprattutto se tieni conto delle ciofeghe di Natali che mi hai fatto passare negli ultimi anni.

Io, dal canto mio, prometto che l’anno prossima sarò più buona e la smetterò di inondare internet con le mie cazzate vituali.

Riguardati e se se sai dov’è, dai un bacio da parte mia alla mia nonna.

Tua Vis

patate e cervello

Viscontessa, 19 dicembre 2004

Se devo dirla tutta, mi capita spesso di trovarmi un po’ smarrita nel mondo dei blog.

Deficienze tecniche e mentali, carenze oragnizzative, scarsa conoscenza dei meccanismi che li regolano, insufficienza renaria, sono tra le principali cause dell’inadeguatezza che mi coglie ogni volta che mi muovo da qui.

Spesso mi capita di abbandonare il mio orticello per vedere cosa succede nel campicello accanto, ma la sensazione è sovente quella di imbattermi un qualche cooperativa di coldiretti che pur accettando il mio misero contributo di patate un po’ così, sembrano piuttosto restii a tesserarti coop.

La coop sei tu chi può darti di più.

Fatto sta che l’altro giorno ho partecipato ad un www.blogrodeo.org che però sembra essere naufragato nel nulla, e fatto sta che oggi mi andava di mettere qui il mio contributo di patate un po’ così .

Questo era il tema:

PATARODEO

care anime sensibili ai pixel, scapriolatevi!
questo è un "patarodeo"
(purtroppo, non nel senso della patata..)

nel primo oceanico raduno dell’OpLePost – Opificio di Letteratura Postabile (di cui mi onoro essere fondatrice e, al momento, membro unico) svoltosi nella cabina telefonica sita presso la locale discarica, ho deliberato con me stessa d’impegnarvi nella stesura di una "mistery story con delitto", da elaborare nel rispetto di 3 semplici vincoli – eccoli:


1) la lunghezza del testo dovrà essere contenuta entro un numero tot di caratteri, tale da non debordare oltre la soglia d’attenzione del tipico "lettore-del-lunedì-in-ufficio" – in pratica, non più di 3000 battute
2) in ogni composizione agiranno 6 personaggi (individui, animali, oggetti) il cui nome o la cui professione inizi per le seguenti lettere: O, P, L, E, S, T
3) ogni elaborato potrà contenere, in un punto qualsiasi, la seguente frase: "quando si è escluso l’impossibile, ciò che rimane, sebbene improbabile, deve essere la verità"

la lunghezza del testo dovrà essere contenuta entro un numero tot di caratteri, tale da non debordare oltre la soglia d’attenzione del tipico "lettore-del-lunedì-in-ufficio" – in pratica, non più di 3000 battute
2) in ogni composizione agiranno 6 personaggi (individui, animali, oggetti) il cui nome o la cui professione inizi per le seguenti lettere: O, P, L, E, S, T
3) ogni elaborato potrà contenere, in un punto qualsiasi, la seguente frase: "quando si è escluso l’impossibile, ciò che rimane, sebbene improbabile, deve essere la verità"

4 ore è il tempo disponibile… oppure no!
(apro una parentesi per una prece: apprezzerei sommamente se, una volta tanto, l’assassino potesse essere identificabile con la vittima o, in alternativa, con il lettore…

e qui chiudo la parentesi, chè altrimenti prendete freddo!)

care anime sensibili ai pixel, scapriolatevi!
questo è un "patarodeo"
(purtroppo, non nel senso della patata..)

nel primo oceanico raduno dell’OpLePost – Opificio di Letteratura Postabile (di cui mi onoro essere fondatrice e, al momento, membro unico) svoltosi nella cabina telefonica sita presso la locale discarica, ho deliberato con me stessa d’impegnarvi nella stesura di una "mistery story con delitto", da elaborare nel rispetto di 3 semplici vincoli – eccoli:


1) la lunghezza del testo dovrà essere contenuta entro un numero tot di caratteri, tale da non debordare oltre la soglia d’attenzione del tipico "lettore-del-lunedì-in-ufficio" – in pratica, non più di 3000 battute
2) in ogni composizione agiranno 6 personaggi (individui, animali, oggetti) il cui nome o la cui professione inizi per le seguenti lettere: O, P, L, E, S, T
3) ogni elaborato potrà contenere, in un punto qualsiasi, la seguente frase: "quando si è escluso l’impossibile, ciò che rimane, sebbene improbabile, deve essere la verità"

la lunghezza del testo dovrà essere contenuta entro un numero tot di caratteri, tale da non debordare oltre la soglia d’attenzione del tipico "lettore-del-lunedì-in-ufficio" – in pratica, non più di 3000 battute
2) in ogni composizione agiranno 6 personaggi (individui, animali, oggetti) il cui nome o la cui professione inizi per le seguenti lettere: O, P, L, E, S, T
3) ogni elaborato potrà contenere, in un punto qualsiasi, la seguente frase: "quando si è escluso l’impossibile, ciò che rimane, sebbene improbabile, deve essere la verità"

4 ore è il tempo disponibile… oppure no!
(apro una parentesi per una prece: apprezzerei sommamente se, una volta tanto, l’assassino potesse essere identificabile con la vittima o, in alternativa, con il lettore…

e qui chiudo la parentesi, chè altrimenti prendete freddo!)

E questo era il mio contributo:

Quando arrivò il SEDANO, la POLENTA era già lì da un pezzo.
Se ne stava chiusa in uno di quei contenitori di vetro ormai da giorni e non si svegliava più neanche all’accendersi della lucina ogni volta che qualcuno apriva il frigo.

Le OLIVE, sempre pronte a festeggiare ogni volta che se ne presentava l’occasione, salutarono garrule il sedano riservando alla polenta il solito sguardo di rassegnato rimprovero.
Non che i loro destini dovessero mai incontrarsi fuori da lì, ma l’indolenza della polenta era per loro più fastidiosa dello sgradevole odore del TALEGGIO che se non altro si prestava volentieri agli spuntini veloci e agli happy hour.

Più sotto invece, un giovane litro di LATTE, lusingava con movenze fluttuanti un fresco mazzolino di ERBETTE, che al sedano, un tipo smilzo, pallido e piuttosto insipido, piacquero subito per una sorta di affinità elettiva che non avrebbe saputo spiegare.

Fu questo probabilmente il motivo che scatenò la gelosia delle olive (regine incontrastate del frigo) e fu questo il motivo per cui le sciagurate cominciarono a prendersi gioco del giovane sedano e della sua singolare capigliatura che svettava verde e tenera tra le grate del frigo.
E fu invece sicuramente la desolazione del sedano che spinse il taleggio, formaggio tutto d’un pezzo, a cercare di consolare il povero sedano che ora giaceva sempre più appassito nel suo angolo di frigo.

Fatto stà che qualche giorno dopo il sedano e le erbette giacevano esanime in fondo al frigo, mentre il latte, sempre più appesantito nei suoi movimenti, ricopriva, goffo e grumoso, buona parte del taleggio che ora appariva molle e poco odoroso come uno stracchino qualsiasi.

La polenta ben protetta dal suo contenitore di vetro, non esitò neanche un attimo ad incolpare le impertinenti olive
- quando si è escluso l’impossibile – le apostrofò – ciò che rimane, sebbene improbabile, dev’essere la verità –
- come avremmo potuto! – gracchiarono piagnucolanti le olive – siamo chiuse anche noi dentro a questo barattolo di vetro, come avremmo potuto muoverci di qua?

Poi qualcuno aprì lo sportello del frigo e un volto umano vi si affacciò dentro….
- VIIIISSSS!! Ma è possibile che non ti fossi accorta che è andata via la luce?!?! Dentro al frigo è successo un disastro!

La polente e le olive rimasero lì ancora per qualche giorno ma quando Vis si decise a mangiarle, le parve di percepire nel loro sapore un retrogusto amaro come quello che da bambina le aveva lasciato la fiaba della ballerina e del soldatino di piombo.
E non fu mai sicura che quell’amaro dipendesse dall’eccessiva permanenza nel frigo delle olive e della polenta…..

13 Dicembre alle 22:41

Ci sarebbe poi, tanto per rimanere in tema di blog e pubblicizzare i frutti del proprio lavoro, quest’altra cosa qui:

Pulendo un cervellino di manzo da fare fritto, mi sono un po’ perduta tra molte insenature che ne fanno un organo così particolare.
Il fegato è diverso, è liscio e scuro, scivola tra le mani e se funziona correttamente, assolve alla sua funzione.
La trippa è bianca e spugnosa e i nervetti guizzano vitalità anche da morti.

Il cervello è scuro, protetto dalla sua sottile membrana sanguinolenta, il suo roseo pallore appare dopo un lavoro piuttosto lungo e delicato. La membrana va rimossa, insieme ai grumi di sangue, facendo attenzione a non sciupare la consistenza dello stesso.
Il cervelletto è il più robusto, quasi filamentoso è meno riottoso a farsi libera alla membra protettiva.
Quando la mia vita scorreva come un lungo fiume tranquillo, cucinavo molto spesso il cervello.
Lo facevo per Maurizio.
Mi guardava con quei suoi profondi occhi neri e mi chiedeva "quando mi cucini il cervello?" e io sorridevo divertita perché mio marito, allora, si dimostrava contento di quella strana amicizia tra me e il suo amico.

Il segreto del cervello fritto per Maurizio, consisteva nel non scottarlo prima di friggerlo.
Lo tagliavo delicatamente in pezzetti e lo passavo nell’uovo avendo cura di non farlo spappolare durante l’operazione.
Poi, maneggiandolo pensando a Maurizio, lo ripassavo languidamente nel pan grattato e quindi in padella con molto olio bollente.
Quando era pronto lo portavo in tavola e osservavo compiaciuta i suoi avidi occhi scuri.

Il cuore invece, è completamente diverso, a differenza del fegato che è molle e viscido, il cuore è duro e va cucinato con la salvia avendo cura di tagliarlo in fette molto sottili.
Il cuore, a volte, si dice che è di pietra o di burro (come quando cucinavo il cervello per Maurizio) ma del cuore si sa tutto e per quanto ci piaccia immaginarlo organo portante dei nostri sentimenti, è sempre tra i meandri del cervello che si annidano le nostre emozioni.

Con Claudio il cervello lo cucinavo al cartoccio, "me lo cucini il cervello se vado a comprarlo?" e io, fissandolo negli occhi più azzurri che avessi mai visto, correvo in giardino a cercare il rosmarino.
Il cervello al cartoccio va pulito mantenendolo intatto, per questo si rende necessario che sia freschissimo perché un cervello un po’ invecchiato, anziché frollare come la carne, si attacca tenacemente alla sua membrana protettiva ed è molto difficile convincerlo a mollarla per mostrarsi in tuo il suo tenue candore.
Poi lo si avvolge in foglio di carta argentata con un filo d’olio e un bastoncino di rosmarino e lo si mette in forno per un po’, giusto il tempo di ripulire la cucina dalle tracce di sangue che un cervello tenace lascia inevitabilmente ovunque.

Poi un giorno la mamma di Claudio mi telefonò perché voleva sapere come cucinavo il cervello per il suo Claudio e io, dopo averle passato la ricetta, non ho più cucinato cervello per Claudio e sono passata ai duroni di pollo.

I duroni di pollo vanno ripuliti per benino, vanno lavati molto bene e cucinati in pentola con uno spicchio d’aglio e un po’ d’olio d’oliva, a volte, mentre li mangi, ti accorgi che tra i duroni è capitato lì per caso un cuoricino di pollo, un piccolo cuoricino a forma di ghianda che serve a rilassare le mandibole dalla difficoltosa masticazione dei duroni.
E per un po’ ti rilassi.

I duroni, a differenza del cervello, li trovi nel banco frigo del supermercato dove la gente li acquista da dare al cane.
Il cervello, invece, devi sapere dove andare a comprarlo, devi saperlo cucinare e devi trovare qualcuno che ne apprezzi la delicata consistenza.

E così se ti capita tra le mani un cervello da pulire non puoi fare a meno di domandarti perché sia l’unico organo la cui funzionalità produttiva varia in maniera spettacolare tra un individuo e un altro, pur mantenendo invariata la sua forma e la sua consistenza.

Che per gentile concessione di un pellegrino virtuale, mi è stata invece pubblicata su www.cartaigienicaweb.it

13 Dicembre alle 22:41

Ci sarebbe poi, tanto per rimanere in tema di blog e pubblicizzare i frutti del proprio lavoro, quest’altra cosa qui:

Pulendo un cervellino di manzo da fare fritto, mi sono un po’ perduta tra molte insenature che ne fanno un organo così particolare.
Il fegato è diverso, è liscio e scuro, scivola tra le mani e se funziona correttamente, assolve alla sua funzione.
La trippa è bianca e spugnosa e i nervetti guizzano vitalità anche da morti.

Il cervello è scuro, protetto dalla sua sottile membrana sanguinolenta, il suo roseo pallore appare dopo un lavoro piuttosto lungo e delicato. La membrana va rimossa, insieme ai grumi di sangue, facendo attenzione a non sciupare la consistenza dello stesso.
Il cervelletto è il più robusto, quasi filamentoso è meno riottoso a farsi libera alla membra protettiva.
Quando la mia vita scorreva come un lungo fiume tranquillo, cucinavo molto spesso il cervello.
Lo facevo per Maurizio.
Mi guardava con quei suoi profondi occhi neri e mi chiedeva "quando mi cucini il cervello?" e io sorridevo divertita perché mio marito, allora, si dimostrava contento di quella strana amicizia tra me e il suo amico.

Il segreto del cervello fritto per Maurizio, consisteva nel non scottarlo prima di friggerlo.
Lo tagliavo delicatamente in pezzetti e lo passavo nell’uovo avendo cura di non farlo spappolare durante l’operazione.
Poi, maneggiandolo pensando a Maurizio, lo ripassavo languidamente nel pan grattato e quindi in padella con molto olio bollente.
Quando era pronto lo portavo in tavola e osservavo compiaciuta i suoi avidi occhi scuri.

Il cuore invece, è completamente diverso, a differenza del fegato che è molle e viscido, il cuore è duro e va cucinato con la salvia avendo cura di tagliarlo in fette molto sottili.
Il cuore, a volte, si dice che è di pietra o di burro (come quando cucinavo il cervello per Maurizio) ma del cuore si sa tutto e per quanto ci piaccia immaginarlo organo portante dei nostri sentimenti, è sempre tra i meandri del cervello che si annidano le nostre emozioni.

Con Claudio il cervello lo cucinavo al cartoccio, "me lo cucini il cervello se vado a comprarlo?" e io, fissandolo negli occhi più azzurri che avessi mai visto, correvo in giardino a cercare il rosmarino.
Il cervello al cartoccio va pulito mantenendolo intatto, per questo si rende necessario che sia freschissimo perché un cervello un po’ invecchiato, anziché frollare come la carne, si attacca tenacemente alla sua membrana protettiva ed è molto difficile convincerlo a mollarla per mostrarsi in tuo il suo tenue candore.
Poi lo si avvolge in foglio di carta argentata con un filo d’olio e un bastoncino di rosmarino e lo si mette in forno per un po’, giusto il tempo di ripulire la cucina dalle tracce di sangue che un cervello tenace lascia inevitabilmente ovunque.

Poi un giorno la mamma di Claudio mi telefonò perché voleva sapere come cucinavo il cervello per il suo Claudio e io, dopo averle passato la ricetta, non ho più cucinato cervello per Claudio e sono passata ai duroni di pollo.

I duroni di pollo vanno ripuliti per benino, vanno lavati molto bene e cucinati in pentola con uno spicchio d’aglio e un po’ d’olio d’oliva, a volte, mentre li mangi, ti accorgi che tra i duroni è capitato lì per caso un cuoricino di pollo, un piccolo cuoricino a forma di ghianda che serve a rilassare le mandibole dalla difficoltosa masticazione dei duroni.
E per un po’ ti rilassi.

I duroni, a differenza del cervello, li trovi nel banco frigo del supermercato dove la gente li acquista da dare al cane.
Il cervello, invece, devi sapere dove andare a comprarlo, devi saperlo cucinare e devi trovare qualcuno che ne apprezzi la delicata consistenza.

E così se ti capita tra le mani un cervello da pulire non puoi fare a meno di domandarti perché sia l’unico organo la cui funzionalità produttiva varia in maniera spettacolare tra un individuo e un altro, pur mantenendo invariata la sua forma e la sua consistenza.

Che per gentile concessione di un pellegrino virtuale, mi è stata invece pubblicata su www.cartaigienicaweb.it

Ho in testa Franco

Viscontessa, 18 dicembre 2004

E’ successo che una mattina di qualche mese fa, cercando di riconoscere quel volto che appariva sullo specchio in un’ora sicuramente troppo presto della mattina, ho incontrato il mio primo capello bianco.

Ho fatto finta di non vederlo illudendomi che non si trattasse di un vero capello bianco ma di un riflesso sbagliato della lampada sopra allo specchio del bagno.

Poi, un paio di giorni dopo, sono tornata lì e l’ho guardato per bene.

Era proprio bianco e stava lì spudorato in mezzo agli altri.

La prima cosa che mi sono chiesta osservandolo, è stata se i capelli bianchi nascono così e si allungano rapidi in una notte per mettersi al pari con gli altri, oppure se un mite capello castano, all’improvviso decide di farsi bianco come la crostata nel forno che un attimo è cruda e quello dopo è bruciata.

La seconda è stata quella di chiedermi come mi sarei comportata nei suoi confronti.

L’improvvisa timidezza però non ha mi ha certo giovato perché, quando qualche giorno dopo sono ripassata dallo specchio, quello si era già fatto degli amici e io sono svenuta con la testa dentro al water.

Poi le cose sono andate come sempre vanno le cose, schiacci una mosca sul muro privando della vita un essere complesso pieno di zampe, ali, occhi e frattaglie varie e non puoi niente contro un capello bianco, un misero capello bianco che non capisci come mai non ti cade mai nella minestra o non ti resta mai incastrato nella spazzola.

E così ho fatto l’unica cosa da fare, sono andata dal parrucchiere con un berretto in testa e solo quando lui si è convinto a seguirmi nel ripostiglio delle lacche e dei bigodini, ho avuto il coraggio di presentare a Pasquale, il parrucchiere che vale, Franco il capello bianco e i suoi compari.

Si dice infatti che se strappi un capello bianco, quello per osmosi ne produce immediatamente altri due che a loro volta divelti, ne produrranno altri quattro fino al completo incanutimento della capigliatura nel giro di qualche settimana.

L’unica catena di Sant’Antonio che pare dare risultati certi anche se nessuna donna sana di mente, metterebbe alla prova l’efficacia di un simile diabolico procedimento.

Pasquale, uomo insensibile e rude, non si è impressionato affatto alla vista di Franco e qualche ora dopo, grazie alla sua pozione magica, Franco era sparito dalla vista dei più anche se io sarei stata in grado di individuarlo immediatamente.

Da quel giorno però, niente è stato più come prima.

Franco, forse contrariato dal mio gesto, ha cominciato a riprodursi come un Gremlis e nel giro di qualche mese mi sono ritrovata imboscata tra i miei capelli castani, una banda di malavitosi capelli bianchi, di entità tale da compromettere definitivamente il buon esito di qualsiasi tentativo di mascherarli.

Ormai ho imparato a convivere con la banda di Franco da qualche mese, pago regolarmente il pizzo a Pasquale anche se contestualmente ho messo in pratica una politica di denuncia del fenomeno sociale con conseguente sensibilizzazione dell’opinione pubblica del mio scalpo.

Sono infatti convinta che un’informazione capillare sul territorio possa portare ad ottenere buoni frutti anche se temo che non sarà mai possibile sradicare il fenomeno da un tessuto capillare così vasto e complesso.

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