questo post è portatore sano di rogna

Viscontessa, 23 novembre 2010

Nel complesso, quella appena trascorsa, è stata una bella settimana caratterizzata da un tempo di merda che almeno, negli anni dopo l’alluvione, ci si preoccupava di quanto fosse incazzato l’Arno e invece adesso siamo già abbastanza incazzati noi che dell’Arno ci importa una sega.

Lunedì sono andata a farmi iniettare qualcosa nella chiappa per vedere se questo nervo sciatico mi da tregua ma il bastardo non ne vuol sapere e infatti oggi mi sono adocchiata la chiappa destra (perché alla sinistra non ci arrivo proprio) e torcendomi tra atroci spasmi trattenuti a stento da una sigaretta che mi penzolava tra le labbra, mi sono iniettata un antidolorifico sentendomi molto House con la sua dose di Vicodin.

Martedì mia figlia si è ammalata, febbre a trentotto, tempo di merda e io sono andata al mercato dove ho trovato un amico – l’ennesimo amico, conoscente, parente, amico di un parente conoscente, conoscente di un parente amico – che ha insistito perché mi segnassi il numero di telefono di un medico/fisioterapista/osteopata/omeopata/stregone sciamano/chiropratico/naturopata/santona calabrese, che ha fatto miracoli con la sciatalgia/lombalgia/ernia/lussazione vertebrale e financo alluce valgo di un parente conoscente amico o una delle combinazioni sopra menzionate.
Tutti hanno qualcosa da raccontarti, qualcuno da raccomandarti, un miracolo da condividere tanto che alla fine quando incontri qualcuno che ti chiede perché cammini tutto storto, finisce che gli dici “scusa ma ho pestato una merda e devo andare a pulirmi”. E’ stato bello.

Mercoledì la mia mamma è stonfata a terra a faccia in giù. “tutto bene, mi sono messa a letto per riposarmi un po’ ma davvero questa volta non mi sono fatta niente”.

Giovedì c’avevo un sonno che mi sono alzata dal letto e mi sono riaddormentata sul divano. Mia figlia tanto vagava per casa con la sua febbre a trentotto.
Nel pomeriggio alle 18 in punto con la pelle già detersa e nutrita per la notte, scopro in tempo reale che l’appuntamento delle 18 che io credevo fosse per sabato, era proprio per giovedì.
Alle 18.10 vestita come una vamp per la presentazione di una collezione di biancheria intima, sono fuori di casa, sotto la pioggia, tutta bardata per prendere un motorino che non c’è perché il motorino lo ha preso mio marito che tanto io sono sempre in casa e vai a pensare tu che proprio in un giovedì piovoso di novembre mi agghindo come una vamp per salutare un’amica che presenta il suo libro in una libreria della mia città e il motorino non c’è.
Più veloce della luce, cambio ambito nuovamente, mi spoglio della mia tutta da acqua mentre impreco come un partecipante del Grande Fratello, e sono di nuovo la vamp in attesa di un taxi che dieci minuti dopo mi permette una rentrèe sulla scena della presentazione del libro, degna più di una s-vamp-ita che non di una vamp.
In serata mi deprimo e inizio una lunga sciarpa ai ferri con disegno geometrico secondo l’estro e senza contare i punti che tanto perdo sempre il conto e vabbè.

Venerdì dalle 15.00 alle 19.00 sto al pronto soccorso dove mia sorella ha portato a forza la mamma che ha tutta la faccia blu e per metà gonfia tanto che sembra quasi ringiovanita, con la pelle più tesa e le labbra più carnose e se non fosse quello strano colore blu, sarebbe quasi topa.
Queste cose gliele dico tra le 15 e le 15.30 poi il resto del tempo lo trascorro a cercare di evitare lo sguardo di un altro tizio che è cascato di muso sull’asfalto e c’ha un occhio nero e una ferita sul sopracciglio. Ho capito che dovevo evitare lo sguardo quando ho capito che la tizia che aveva accanto e che lui stava mettendo al corrente di buona parte della sua vita passata e presente, era una perfetta sconosciuta. Da principio – vuoi per l’età molto avanzata di lui, vuoi per la sua stravaganza senile – avevo pensato che la poveretta potesse essere la sua badante ma quando lui ha cominciato a parlarle della sua giovane moglie (della quale poi abbiamo involontariamente saputo tutto) ho capito che la donna doveva essere lì per caso e che quel suo ostinato silenzio non era la forma di rassegnazione che inevitabilmente deve sviluppare chi è costretto a lavorare per un tipo del genere, ma una forma di autodifesa che comunque non l’ha salvata dai racconti del vecchio che ha proseguito come niente fosse fino a quando la tizia è stata chiamata da un medico e sorridente se ne è andata verso il proprio destino.
Il vecchio allora ha posato lo sguardo sull’uomo che gli era seduto di fronte e che da quando era arrivato aveva stampato in volto un sorrisino di circostanza di quelli che si fanno quando si vanno a trovare i vecchi in un ospizio, sorrisini affettuosi e compassionevoli di coloro che hanno sempre una parola buona per tutti perché pensano “col cazzo io mi riduco a diventare così, io mi ammazzo prima”. E gli pare di aver avuto un”idea originale, un’idea che secondo loro non ha mai avuto nessuno, neanche il vecchio lì di fronte a te che per non ammazzarsi da vecchio, fa finta di essere ancora giovane.
Insomma il tipo sta seduto lì con quell’aria lì e ascolta il vecchio che gli racconta ancora come è caduto mentre lui ogni tanto gira lo sguardo e lo appoggia su uno a caso degli altri pazienti tanto per essere sicuro di avere la nostra attenzione. Sorride e annuisce al vecchio poi gira lo sguardo al momento giusto – né troppo presto come fanno i disattenti e neanche troppo tardi come fanno quelli in cerca di approvazione – e ci guarda proprio nel momento nel quale il tono del vecchio si fa un tono da vecchio e noi non siamo più costretti a sentirlo.
Siamo cinque in tutto, il vecchio che continua a domandarsi come sia stato possibile che sia caduto senza motivo, io che sono tentata di rispondergli “perché sei vecchio, yeah!” ma temo che questo, anziché zittirlo, potrebbe invogliarlo ad intavolare una discussione sul tema “giovani dentro”, mia madre che a tratti assomiglia ad un bulldog inglese e a tratti a Nina Moric, una signora con lo sguardo basso che deve aver capito molto prima di me il pericolo che si corre con quel vecchio logorroico, e il tizio con il sorriso che al momento giusto ci volge il suo sguardo compassionevole costringendoci ad assentire con la testa anche se non c’è un cazzo da assentire.
Poi all’improvviso, proprio mentre il vecchio sta parlando al telefono con una tizia che non sentiva da vent’anni ma alla quale racconta particolari truculenti della sua caduta, il tipo con il sorriso saluta, ringrazia, sorride di più e se ne va gettando me, mia mamma e la signora consapevole, nel panico.
Infatti a questo punto il vecchio, colto di sorpresa, si gira intorno con lo sguardo scrutore, poi prova con qualche colpo di tosse e infine tenta di rintracciare il telefono della sua maestra d’asilo per fargli sapere che è caduto e si è sfracellato il volto.
Tanto noi, approfittando della sua distrazione, alziamo lo sguardo da terra e ci cerchiamo vicendevolemente con gli occhi come per contarci dopo una battaglia ma ecco che un attimo dopo,il nemico è nuovamente all’attacco e dopo aver tentato ivano di catturare lo sguardo miope e pesto di mia mamma, individua in me, la più vicina fisicamente a lui, la sua preda.
Così si schiarisce la voce, si gira verso di me e come se avesse davanti agli occhi il mio sguardo rapito comincia a parlare a bassa voce facendo in modo che io possa capire chiaramente solo alcune parole….
Sono le 19, mia mamma ha un polso fratturato, ha il viso tumefatto, i denti rotti, un ematoma in testa e continua a mettersi il cappotto per andare a casa, io ho la schiena indolenzita e l’ipood scarico. Sono così stanca che sto per cedere, sto per girarmi verso il vecchio logorroico con la moglie giovane e per chiedergli “scusi?”. Sto per commettere un errore madornale e lo capisco dallo sguardo di sollievo della signora consapevole ma la stanchezza è tanta e poi.
Poi entra in sala d’aspetto un signore distinto con un bambino con un braccio dolente e si siede proprio di fronte al vecchio che a quel punto torna nella sua posizione, si schiarisce la voce e rivolto al bambino chiede “ti sei fatto male?”. E lo sventurato rispose.

Sabato, quando mio marito scivola su una pipì di gatto sulla soglia di casa, capisco che come aspirante San Francesco non valgo un cazzo. Io con Micione ci ho parlato, gli ho chiesto perché accidenti gli è presa così di pisciare in casa, gli ho comprato le scatolette che voleva, l’ho fatto venire nel lettone con me, gli grattato fortissimamente la testa come piace a lui, ma non c’è stato niente da fare: sta tutto il giorno a dormire, poi si alza mi guarda, miagola e spiscetta per casa e la notte la fa davanti alla porta.
Ci ho provato anche con le cattive, l’ho chiamato il fatto Boffo, gli ho detto che era attenzionato e dossierato ma lo stronzo per tutta risposta ha pisciato anche nell’altro angolo della porta roba che uno di questi giorni lo butto fuori di casa….. vabbè dal divano per cinque minuti.
Poi siccome cazzo, non posso pensare tutto il giorno alla pipì del gatto, alla febbre di mia figlia e a mia mamma ricoverata in ospedale alla quale devono fare un drenaggio alla testa, mi dico che ok, almeno su internet ce la posso fare e non ho neanche bisogno di vestirmi. Poi con questa cosa dello shopping in rete posso pure comprare vestiti e occhiali da sole online senza neanche muovermi dal divano, quindi, a volte, mi chiedo: chi me lo fa fare di uscire? In fondo, dai, sono una tipa simpatica, cioè voglio dire, a parte il fatto che secondo me porto rogna, quando voglio sono una sveglia, in gamba, persino simpatica e poi dai, cazzo, ora alla mia amica delle medie che non ho più visto ma grazie a facebook ho ritrovato, gli faccio una battuta simpatica che accidenti a questo fb perché mica tutti ci tengono tanto a ricordare come eravamo da adolescenti, io per dire non ci tengo affatto perché poi la scemerella – che sarei io quando mi sento in empatia con il mondo – gli fa “certo che mi ricordo di te, ti invidiavo le tette” e ci mette dietro tutte quelle faccine perché torni adolescente, perché lei te la ricordi adolescente e le parli come parlavate quando eravate adolescenti e non sei sicura che lei capisca che la tua è una battuta perché da adolescenti non si fanno le battute, le cose sono tutte così terribilmente serie e anche le tette della tua amica lo diventano perché lei ce l’ha e tu no e tu sai, perché nessuno ti convincerà del contrario, che tu sicuramente non le avrai mai e che quindi tu sarai diversa, sarai diversamente donna e nessun ragazzo ti vorrà mai e ti toccherà farti suora e anzi forse forse farsi suora non è male……
Ecco, tu resti ancorata a quel tuo pensiero di tette, le sue tette sono state un momento molto doloroso della tua adolescenza e anche se lei non lo sa, tu con la tua battuta le dici che ti è passata, che ora su certe cose ci scherzi e che anche tu con il tempo hai conquistato la tua decorosa terza scarsa…….
E mentre sei lì che sorridi con quel sorriso ebete e compassionevole che spesso rivolgiamo alla nostra adolescenza, lei mi risponde e mi dice che ha avuto un tumore al seno.

Domenica o oggi – perché tutte queste cose sono successe in settimana ma ho la sensazione di aver fatto un po’ di confusione con i giorni – ho raggiunto l’apice dell’imbecillità settimanale e ho pensato che farmi consigliare un libro da un premio Campiello faceva davvero molto figo soprattutto se lo leggi nella sala d’aspetto di un reparto di neuro-chirurgia. Ognuno affronta le situazione a modo proprio e a me, quello chiamare Michela per farmi consigliare un libro da ospedale, pareva un buon modo per affrontare l’attesa dell’intervento di mia madre alla quale hanno inserito un tubicino nella testa e adesso ricorda un po’ un alieno con la faccia blu, la testa grossa e il tubo al seguito.
(l’intervento è andato bene)
Il libro che mi ha consigliato Michela lo stavo già leggendo ma non mi diverte affatto.
Sarà che ultimamente mi sento così noir……

Note della settimana: ho perso i Raiban ho ritrovato la Montblanc

Italia spa. Non ci vergogniamo di niente. Vieni a provarci

Viscontessa, 6 novembre 2010

Distretto per l’orientamento didattico femminile.

- La ragazza ha manifestato delle preferenze?
- Veramente no….
- Meglio, le ragazze con le idee troppo chiare fin da piccole, hanno più difficoltà ad adattarsi. Un ottimo indirizzo adesso sarebbe quello del liceo per accompagnatrici professionali. Lo conosce già?
- Veramente non ne ho mai sentito parlare….
- Perché è una novità, è uscito sul mercato quest’anno, è il nuovo liceo della Escort International la multinazionale di escort orientali che per la prima volta sul mercato europeo, ha deciso di lanciare la sua catena di scuole per accompagnatrici professionali. Il vantaggio, tra l’altro, di chi frequenta questa scuola è che può cominciare a guadagnare fin da subito grazie a stage tra i meglio retribuiti di qualsiasi categoria.
- Non saprei…. ma non ce ne sono già abbastanza di prostitute?
- Beh certo, di prostitute improvvisate è pieno il mondo ma ormai se non hai almeno qualche specializzazione è difficile andare avanti. Ma lo sa che il nostro Paese è tra i primi posti nella classifica mondiale dei Paesi più goderecci del mondo’?… “Italia spa. Non ci vergogniamo di niente. Vieni a provarci”. Eppure siamo rimasti uno degli ultimi Paesi avanzati nei quali una donna qualsiasi una mattina può alzarsi e può decidere di fare la prostituta. E’ che da noi manca ancora una vera e propria cultura della prostituzione, sono anni che si parla di istituire un albo nazionale, di aprire nuove case di piacere e addirittura di costruire la cittadella della gnocca, e tanto il resto del mondo va avanti e in alcuni Paesi è ulteriormente sceso il limite di età oltre il quale e possibile prostituirsi.
- Ma allora per questo liceo rientra tra quelli previsti per chiedere il contributo statale?
- Esatto!
- E quale sarebbe il corso di studi?
- Un biennio uguale per tutte con le solite materie…. cultura generale, cura del corpo, immagine, elementi di lingue straniere e comunicazione, poi le ragazze devono scegliere tra l’indirizzo politico, quello mediatico o internazionale.
- Non sono molto convinto…. sa, si tratta della mia unica figlia…..Alternative?
- Un’alternativa molto valida sarebbero le “Signorinelle”…… la scuola fondata dall’Ordine del Pallone d’Oro che offre una preparazione molto accurata alle ragazze che vogliono diventare mogli di calciatori. Questa comunque è solo una delle possibilità, tra le scuole per l’orientamento al matrimonio, non c’è che scegliere, un’altra per esempio molto prestigiosa è quella del Movimento Gerontofilo – le scuole marchiate “Gerontomania” non so se le ha mai notate – che ogni anno assicura in termini di testamento non so quanti milioni di euro a giovanissime vedove, molte delle quali, provenienti proprio dalle loro scuole.
- E un professionale?
- Anche. Ci sono le scuole per operatrici sociali, per sex workers, veline e conduttrici di comunità familiare ad alto tasso riproduttivo.
- E questa che scuola sarebbe?
- Diciamo che le ragazze che escono da questo istituto hanno tutte le carte in regola per diventare delle ottime casalinghe e delle prolifiche madri. Al termine del corso di studi viene persino consegnato loro un certificato di qualità sane&feconde. Queste scuole hanno il vantaggio di essere sponsorizzate da grosse aziende di prodotti per l’infanzia e per la donna, per cui per esempio alle iscritte che partoriscono un figlio prima del termine del regolare corso di studi di cinque anni, viene regalato subito dopo il parto un intervento di chirurgia plastica al seno e all’addome, di contro la concorrenza è tanta e materie come la tecnica erotica o la psicologia sessuale maschile sono appena accennate… Se proprio sua figlia, però, non se la sente di affrontare un liceo serio, più che un professionale,io fossi in lei, gli regalerei un pacchetto studio all’estero. I migliori sono in vendita presso le agenzie del Vaticano, sono i più seri e, da un punto di vista dei risultati, i più efficaci. Organizzano campus estivi nei lebbrosari dei Paesi africani, scambi culturali con famiglie afghane, corsi full immersion nei bordelli di Bangkok e stage da perpetua per alti prelati della curia.
- Certo i tempi sono proprio cambiati…. quando mio nonno era giovane non poteva neanche portarsi a casa una prostituta. Mia nonna lo avrebbe ammazzato!
- Ma sua nonna, caro mio, pensava ancora che la vera rivoluzione sessuale l’avesse fatta la pillola. Non poteva certo immaginare che il Viagra avrebbe davvero cambiato il mondo….

Abbiamo i nostri tempi

Viscontessa, 4 novembre 2010

Devo riprenderci un po’ la mano perché è tanto tempo che non uso più questa tastiera. Non uso più neanche la gamba destra perché ho scoperto di avere un’ernia ma questo è un altro discorso che non ho voglia di affrontare.
Mi sembra di essere convalescente come quando decidi che è l’ora di uscire e il mondo è troppo vasto per essere percorso tutto. Tanto vale non farne di niente.
No davvero, è che mi fa male la gamba e la schiena ed ogni movimento diventa faticoso e io mi consumo lentamente su questo divano e non ho vinto niente neanche al win for life.
Non è la prima volta che mi succede. Ogni tanto mi capita, mi fermo e basta e non riesco più a muovere neanche un passo. L’ultima volta ho letto un libro di Valerio Massimo Manfredi e poi una notte mi sono svegliata e ho scritto una cosa sulle palpebre.
La volta precedente ho ammazzato un blog e ho adottato un dog.
Questa volta invece mi sono appassionata di televisione. La tengo accesa tutto il giorno perché la stanza è un po’ buia e ho paura che le piante ne soffrano. Tolgo il volume e lascio scorrere sullo schermo le immagini luminose. Risparmio sulle lampadine e sulle piante.
I miei migliori amici sono Cesar Miller, l’addestratore di cani di Animal Planet, Carla Gozzi ed Enzo Miccio di “ma come ti vesti?” in onda su Real Time (e che nel mio cuore hanno preso il posto che un tempo fu di Fabio e Fiamma su Radio 2), e il procuratore Mc Coy di Low and Order in onda un po’ ovunque a qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Anche adesso mentre sto scrivendo ci sono in onda almeno un paio di episodi e io faccio una gran fatica a non premere il tasto del volume sul telecomando.


Per quanto riguarda invece le relazioni esterne sono quotidianamente in contatto con un’anziana signora che mi telefona quasi ogni giorno in cerca di Laura, di Luisa o per sapere se buttare la pasta o meglio la minestrina. L’ultima volta che l’ho sentita voleva che le mandassi un giovanotto e siccome non avevo niente da fare, ho cercato nuovamente di capire chi fosse ma soprattutto chi cercasse. Ma la conversazione è andata come al solito.
“signora, ha sbagliato numero un’altra volta, ma lei chi cerca?”
“Luisa?”
“No sono Giovanna, non sono Luisa e non sono neanche Laura, lei sbaglia numero, che numero deve fare?”
“quello che ho fatto!”
“no perché quello che ha fatto è il mio e io sono Giovanna e non sono Laura e neanche Luisa”
“Giovanna ha detto?”
“esatto!”
“va bene, allora Giovanna me lo manda lei un giovanotto?”
“averne!”
“come?”
“niente…. che giovanotto le dovrei mandare signora?”
“uno qualsiasi”
“uno qualsiasi. Ora lo cerco e glielo mando”
“grazie Luisa”
“di niente signora, a domani”.

Adesso però devo proprio andare perché sono arrivate le mie amiche Ruby e Sarah e io mi sono appassionata anche alle loro storie. Meglio guardare le belle ragazze che ballare il bunga bunga con lo zio.

Un garbato vaffanculo

Viscontessa, 9 settembre 2010

Silvia Avallone è la vincitrice del prestigioso premio Campiello per la sezione esordienti. Una giovane scrittrice dotata, dicono, di grande talento ma dotata anche di una bellezza solare e maliziosa come vanno di moda oggi tanto che, quando la vedo avviarsi sorridente verso il palco per ritirare l’ambito premio, penso che potrebbe indifferentemente trovarsi sul red carpet del vicino Festival del Cinema.
Giovane, bella ed elegante la Avallone non ha l’andatura un po’ ingobbita dello scrittore e non indossa un casto tubino Chanel con un filo di perle al collo ma si muove invece con disinvoltura nel lungo abito chiaro dalla profonda scollatura sul davanti.
Sul palco ad accoglierla un Bruno Vespa particolarmente entusiasta per quel decoltè e che evidentemente obnubilato dalla propria “garbata” virilità, lascia spudoratamente scivolare il suo sguardo libidinoso nella profonda scollatura di lei e incoraggia il pubblico e le telecamere a fare altrettanto.
Poi, giulivo e rassicurante come un gatto mammone, cinge confidenzialmente con il braccio le spalle nude della ragazza che con un impercettibile sussulto – forse dovuto all’imprevedibilità del gesto, forse all’eccessiva intimità del contatto, forse (come suggerisce prontamente lo stesso Vespa) per l’emozione di trovarsi su quel palco – gli ricorda che lui non è lì nel ruolo dello zio troppo affettuoso ma in quello di presentatore semmai un un po’ troppo garbatamente premuroso.
Tanto, seduti in prima fila come scolaretti saccenti in attesa del proprio turno, assistono al fatto anche altri scrittori candidati al premio, due dei quali – Michela Murgia e Gad Lerner – commentano infastiditi l’accaduto. Sul disgusto per l’evidente manifestazione di libidinosa incontinenza senile e su quanto la capacità femminile di provocarne sia pericolosamente diventata la qualità femminile più apprezzata, ruoteranno i cardini del loro disappunto.

Fin dal giorno dopo, come succede spesso nel nostro Paese, l’attenzione per un premio come il Campiello si è spostata tutta sulla polemica che sarebbe prevedibilmente scaturita dall’atteggiamento di Vespa e dalle reazione di Michela e di Lerner. Polemica che ha visto coinvolti in prima persona prima di tutto i due personaggi principali, Silvia Avallone e Bruno Vespa.
L’una candidamente attenta a non scontentare nessuno, come ancora avvolta nel candido abito provocante, che interpellata fa sapere che non ci ha fatto caso perché ero troppo emozionata ma certo se fosse vero ciò che altri insinuano sia successo ma che io non posso neanche confermare, non sarebbe affatto bello perché lì si doveva parlare di libri no? Cioè non è che ho sbagliato teatro ed ero al Festival del Cinema vero? E comunque grazie sorellona Michela che vegli su di me perché tu sei davvero fortissima anzi sei il mio mito.
Boh!
L’altro, garbato come una fistola nel culo, che rivendica la propria supremazia di maschio paragonando gli ipertrofici dati di vendita del suo libro con quelli poco meno di un terzo del libro di Gad in corsa per il Campiello.
E poi a seguire tutte le altre campane, divisi tra quelli che capiscono cosa significhi vivere sotto al burka culturale imposto dal dovere presunto delle donne di essere desiderabili per l’uomo, e quelli che in un esubero di energie sprecate nel tentativo di convincerci che la libidine può essere impalpabile come la bellezza, si rilassano sulla brandina lisa della presunta invidia. Quella di Michela per l’avvenenza fisica della Avallone e quella di Lerner per i successi letterari di Vespa.
Io Tarzan, tu Jane. E mi fermo qui.

Ridateci Alberto Lupo

Viscontessa, 4 luglio 2010

Adesso va il podcast. Contando il tempo con il calendario tecnologico non proprio “adesso adesso” ma misurando il tempo in funzione della storia che passa, un adesso immediato.
Adesso per esempio, c’abbiamo Berlusconi e quando è arrivato il podcast non esisteva neanche. Se avesse saputo che un giorno avrebbero inventato il podcast sicuramente lo avrebbe comprato lui con una trattativa poco chiara sulla quale la magistratura starebbe cercando di indagare nonostante i paletti conficcati sul luminoso cammino della Giustizia, dal leggi, leggine, minacce.
Da un’intercettazione telefonica tra Mister X e Mister Y sarebbero emersi elementi poco chiari circa il ruolo rivestito da Mister X (un tipo losco con i tacchi alti e con un pesante trucco di scena) nella trattativa per l’acquisto di un piccolo spazio di libertà, roba da poco per la quale, sostengono i legali di Mister X, il capo non si sarebbe certo sporcato le mani.
Poi torniamo a quel discorso sulla libertà ma c’è prima da affrontare questo discorso del tempo tecnologico che scorre più veloce di quanto non faccia per esempio quello della ricerca medica (chirurgia estetica esclusa perché su quella si investe tanto.). E corre molto più veloce del tempo politico e così questa cosa di Internet a Mister X gli è scappata prima che potesse metterci le mani sopra per offrire gnocca virtuale a tutti gli italiani. Che poi sarebbe stata meglio della gnocca televisiva che non è neanche interattiva e anche se lecchi la tivvu mentre lei (la gnocca ndr) conduce un programma di approfondimento sui motivi socio-politici per i quali la frisella napoletana è preferita dai napoletani e quella pugliese dai pugliesi, quella – la stronza che parla delle friselle e mostra le tette – continua a mangiarsi la frisella anche quando le cade un pezzo di pomodoro nella scollatura e voi vi offrite di recuperarlo. Niente. La gnocca televisiva non fa niente, non reagisce, provoca e poi ti ignora, praticamente come fanno tutte le donne.
La gnocca interattiva invece, può fare quello che vuoi tu. Non puoi ancora toccare, ma la gnocca virtuale reagisce alle tue porcherie e questo è già un bel passo in avanti. Il prossimo è lo stupro.
Se forse Mister X si fosse accorto prima che il suo geniale piano per controllare la Nazione rischiava di essere intralciato da un nuovo mezzo di comunicazione avrebbe fatto un ddl sulle comunicazioni anziché sulle intercettazioni perché le comunicazioni sono tutte uguali ma quelle di Mister X sono più uguali delle altre.
E invece noi siamo liberi, liberi di navigare e di ascoltare i podcast ma io preferivo quando alla radio davano gli sceneggiati perché così potevo scrivere ascoltando una storia.
La libertà è come la gnocca, pensi sempre di averla raggiunta ma poi ti accorgi che non è mai quello che credevi. Ridatemi Alberto Lupo.

Ehi ragazzi ho un piano!

Viscontessa, 28 giugno 2010

Pareva cosa fatta. Pareva sempre cosa fatta come la tramvia, il palazzo di giustizia, l’aeroporto, la tav, la sistemazione del manto stradale cittadino, la cittadella viola e persino i mendicanti per strada.
Pareva sempre cosa fatta e invece non abbiamo fatto ancora niente o ci siamo accontentai delle pezze messe qua e là per rammendare quel che resta di una città come la nostra dove dalla demolizione della pensilina della stazione alla cittadella della musica, dall’abbatimmento del palazzo delle poste di via del pratellino all’ultimazione di quello di giustizia che non finisce mai, le idee non mancano ma i fatti latitano.
Fortunatamente, però, i nostri problemi stanno per finire perchè il nostro Sindaco, la nostra giovane guida scout ha finalmente un “piano” e noi Giovani Marmotte adepte di questo modo “easy” di far politica, vogliamo credergli perchè Matteo è uno simpatico, uno che gli piace stare tra le gente, uno di noi, uno che hai l’impressione di poter chiamare anche quando ti si rompe lo scarico del bagno perchè è molto più facile rintracciare lui di un idraulico.
Renzi fa parte di quella nuova generazione di Sindaci un po’ politici, un po’ assistenti sociali, un po’ Mister Hyde alle prese con le torbide acque dell politica e un po’ dottor Jekyll, medici della psiche dei propri concittadini. Per questo forse, a garanzia della propria credibilità per un piano che si propone di traghettare la nostra città verso un fulgido splendore, Renzi ci ha presentato il carnet dei suoi successi di sindaco tutti orientati a farci divertire, tutti dedicati al nostro benessere immediato, tutti destinati a farci tirare un sospiro di sollievo come quando il precedente sindaco disse basta ai lavavetri e loro adesso non lavano più i vetri ma mendicano ancora ai semafori.
Così Renzi può vantare la pedonalizzazione di Piazza Duomo, la riapertura dell’anfiteatro, il varo di una tramvia costruita da altri, l’elemininazione della figura dei vigilini. Tutti “simpatici” provvedimenti e persino condivisibili, ma la battaglia politica condotta a suo tempo dai due candidati sindaci si era svolta per buona parte sulle buche del manto cittadino che sono un’inezia a confronto del ritorno al suo antico splendore promesso dai due, ma sono purtroppo l’unico suolo che dovremmo percorre quoditianamente almeno fino a quando, grazie al ritrovato splendore, potremmo camminare tre metri sopra le buche.
Matteo, tappaci le buche e fai cento flessioni.

Su Il Firenze di oggi

passi da gigante

Viscontessa, 22 giugno 2010

Eccomi qua, sono tornata perché mi sono venute in mente altre due cose e dovevo fissarle da qualche parte prima di potermi dedicare ad altro.
La prima cosa riguarda il linguaggio. Molti anni fa, così tanti che “bastardo” lo si sentiva dire solo nei telefilm americani, dormivo con un amico nella capitaneria di porto di un posto molto figo che adesso non ricordo. Ad un certo punto si guardava la televisione e si cominciò a fare gli scemi come lo fai quando sei molto giovane e ogni notte ha un sapore diverso. Facevamo gli scemi come quando scopri che il tuo amico si è fumato l’ultima sigaretta o si è mangiato l’ultimo Magnum Imperiale con granella di cortigiane e gocce di sangue plebeo del Madagascar. Così scemi che quando me ne accorsi in quegli anni si sarebbe detto “stronzo” e invece a me venne in mente questo flash dei telefilm americani e gli dissi “bastardo”. L’effetto fu strepitoso per cui presi quel “bastardo” e lo misi nella mia saccoccia lessicale convinta che avrebbe funzionato per sempre.
E’ il “per sempre” della giovinezza che ti frega. Quando sei giovane pensi di dover fissare immediatamente i tuoi “per sempre” e non ti sfiora neanche il dubbio che per sempre non sarai neanche tu. Comunque sia “bastardo” è durato tanto anche se non abbastanza da regalarmi sufficienti soddisfazioni.
“Festoso”, per dire, è un ottimo termine. Non l’ho inventato io ma sono anni che posso permettermi il lusso si sfoderarlo con disinvoltura. E funziona, “festoso” piace, strappa un sorriso e talvolta viene persino inserito nel lessico personale dei più sofisticati.
Ma sto divagando perché il problema era il “bastardo” e non il “festoso” ed è sul bastardo che mi sono concentrata.
E’ successo ieri sera mentre ascoltavo le “tesine” che mia figlia deve presentare oggi all’esame di terza media. Non sapendo come placare la sua ansia che di solito si trasforma in lacrime, urla, gesti inconsulti, addii e perdoni, ho pensato che per distrarla le avrei mostrato un cartello con scritto “bastarda!” ogni volta che durante la narrazione avesse commesso degli errori. Un gioco innocente per non interromperla mentre parlava visto che diceva che gli facevo perdere il filo del discorso e che allora non te le dico più e addio per sempre me ne vado nello studio del babbo a studiare da sola e non voglio più vederti.
Allora ho giurato e spergiurato che non l’avrei interrotta ma poi è stato più forte di me e quando per spiegare che tizio aveva moralmente rivendicato un omicidio ha detto che praticamente lo aveva ammazzato lui, a me mi sono venute un po’ di convulsioni e lei ha detto che la distraevo anche se gli rotolavo per terra sbavando copiosamente e con gli occhi rivoltati all’insu come un’indemoniato.
Addio per sempre ma questa volta davverissimo non scendo più lasciatemi crogiolare nel mio dolore.
Allora ho pensato ai cartelli. Se scrivo qualcosa sui cartelli non la interrompo e non la distraggo. Le esprimo solo il mio dissenso, l’aiuto a capire che sta dicendo una grandissima cazzatissima.
“Bastarda” però, mi pareva poco efficace e “brutto pezzo di merda” forse un tantinello eccessivo. E sarà che mentre cercavo ispirazione il cane era salito sul tavolo e stava leccando i nostri piatti, ma ad un certo punto ci sono arrivata. “Brutto verme schifoso!” ho urlato al cane in preda alle reminiscenze del trailer di un vecchio film di Cowboy che avrebbero dato in tv non so quando.
E’ incredibile le vagonate di spazzatura e di vecchiume che riescono a passare in tv d’estate e poi sto tempo di merda che l’altro giorno sono uscita e mi sono trovata in mezzo ad una specie di tromba d’aria. Un’esperienza emozionante soprattutto quando nell’aria pesante di una bufera vedi caderti un albero di fronte alla macchina. “cazzo” pensi “ma se un attimo fa ero nel centro di Firenze in una bella giornata di sole, com’è possibile che adesso mi trovi nel mezzo di un urgano sulle pendici montuose del Vermont?”.
In alternativa avrei anche “lurido pezzente” che in sostituzione di “bastardo” quasi quasi suona anche meglio. Non so, ma tanto so che devo cambiare il “bastardo” e questo è un fatto.

La seconda singolare testimonianza di me stessa, vorrei lasciarla con la fiction “Raccontami”. Per una strana somiglianza di luoghi e persone, mi sono tornai in mente alcuni episodi della mia infanzia. Più che altro mi sono venuti in mente ora un appartamento, ora un tavolo, ora un personaggio. In uno degli episodi, per esempio, si vede appeso al muro un disegno o la stampa di un poliziotto inglese e i miei cugini ne avevano uno uguale uguale. Ma proprio ugualissimo e così mi è tornato in mente dove era appeso e com’era la loro camera e com’eravamo noi e cazzate a seguire.
Così sabato e domenica ha diluviato e mia figlia studiava per l’esame e mio marito era in moto (ahahahah) per il fine settimana e io mi sono sparata le ultime 10 puntate della seconda seria da un un’ora e mezzo ciascuna. In una settimana ho visto entrambe le serie per un totale di 26 puntate e adesso ho deciso che Raccontami lo devo per forza portare con me perché spararsi 39 ore di fiction in una settimana qualcosa vorrà pur dire anche se non so benissimo cosa.

Due indizi

Viscontessa, 13 giugno 2010

Povero, mi si stringe il cuore a vederlo così abbandonato. Gli ho detto “vado a fare pipì dietro al cespuglio e torno” e invece non sono tornata. L’ho lasciato qui legato ad un palo virtuale.
Bleah. E’ che non volevo più pronunciare parole come “virtuale” per un po’. Mi dava una leggera nausea come la parola “solidarietà” o “degrado” o “democrazia” o “libertà”.
Tutte parole che mi ribolle il sangue quando le sento come mi viene l’acquolina in bocca se dico bignè alla mousse di cioccolata.
Però, cristo! Erano mesi che di tanto in tanto mi allontanavo senza dire niente, pensavo che avrebbe imparato a cavarsela da solo magari dissolvendosi in una nuvola di vapore azzurro. Sono nella fase “azzurra” e questa è l’unica cosa certa che ho capito di me. Da qualche parte devo pur cominciare.
E invece niente, clicco (ecco un’altra parola che non volevo più pronunciare) sul link di questo sito e quello è ancora lì che mi aspetta. Ma cazzo, non ti è venuto il sospetto che me ne sia andata, che ti abbia mollato, che non ti voglia più vedere? E quanto potrà mai durare una pisciata, un mese? Ma lui mica è un cane che ti fa da grillo parlante ma ad un certo punto sei tu che devi occuparti di lui, no, il blog ti fa da specchio, ti rende la tua immagine così come l’hai impressa ogni volta che ti sei specchiata, ma il blog non ha mai bisogno di te, ti sopravvive per molto tempo e anche quando muore, non muore mai, le sue scorie virtuali restano per sempre nell’etere e prima o poi l’umanità si troverà a fare i conti con l’inquinamento virtuale e nasceranno gruppi di ecovirtuali che svilupperanno sofisticati software per intercettare e distruggere vecchie parole.
Poi un giorno si scoprirà il valore di quelle parole come sono stati riscoperti i dischi in vinile, il detersivo alla cenere come le nostre nonne e gli abiti vintage, e allora qualcuno che le aveva conservate le ritirerà fuori e rimpiangerà i favolosi anni duemila nei quali, anche se il mondo andava a rotoli, internet era ancora un luogo nel quale si poteva dire tutto.
Comunque sia me ne ero andata perché non avevo più niente da dirti. So bene che questa cosa te la dico periodicamente e poi torno, ma questa volta era tanto tempo che non ti portavo più neanche una ciotola di acqua fresca.
Ma mi fa pena, lo apro e sullo sfondo c’è sempre quella scema in verde con il cappello. E’ una foto vecchissima forse del 2002. Lo dico perché oggi mi è venuto in mente che l’anno 2002 non lo rammento mai. Rammento quelli successivi e quelli precedenti ma questo benedetto 2002 non lo rammento mai tanto che oggi mi son chiesta se io nel 2002 ci fossi veramente o fossi invece rimasta bloccata in una dimensione spazio temporale sconosciuta. E nel 2002 non mi sono neanche specchiata perché questo blog non c’era. E così mi sono messa a pensare al 2002 e piano piano l’ho ricostruito sia nei suoi aspetti migliori che in quelli peggiori. Nel 2002 ho comprato due costumi da bagno improponibili. Mi stavano malissimo ma li ho ancora. Nel 2002 altre cose tra le quali quella foto, quel cappello e un paio di pantaloni da uomo tutti colorati che facevano molto vintage. Però io allora non sapevo che si chiamassero vintage.
A distanza di circa un mese posso quindi dire che sono nella fase azzurra e ho vissuto l’anno 2002. Informazioni che mi servono per crearmi un’identità perché io in questo momento ho le idee un po’ confuse e devo trovare la mia strada. Per questo sto a casa perché fino a quando non ho preparato l’itinerario preferisco non uscire per non perdermi. E poi fa davvero troppo caldo e non riesco a decidermi sul colore dello smalto. Perlato suorina, nero pantera, ciclamino bon ton o rosso glamour? E poi, tacco autolesionistico, ballerina “non la do”, zeppa “Cesira”, sandalo chic, infradito “li adoro” o “fanculo” scarpa da ginnastica?
E’ così difficile a volte decidersi che ormai mi sono concentrata proprio su quest’argomento: “come fare la scelta giusta?” Per adesso l’unica cosa che mi è venuta in mente è quella di non offrirsi scelte così non si deve neanche affrontare il problema. Un po’ come l’astinenza per evitare le gravidanze indesiderate o l’amputazione di una mano per eliminarne il prurito.
Per questo pensavo che dovrei pensarci su come quando mi viene un ricordo all’improvviso e mi pare di doverlo riporre in un cassettino della memoria. Il mio timore è che se vado avanti così, riempio i cassettini prima del tempo e poi finisco per ammorbare tutti con i ricordi della mia gioventù come quei vecchi che ti raccontano sempre di quando erano militari o c’hanno sempre qualche storiella sui loro tempi estremamente edificanti anche per la gioventù di oggi.
Il fatto è che io non sono ancora abbastanza vecchia per fare queste cose e i vecchi ricordi che affiorano come brufoli della pelle, dovrei semplicemente ignorarli.
Va bene comunque adesso ho fretta e devo andare. Tanto tu tieni a mente (o in memoria) l’azzurro e l’anno 2002. Quando mi viene in mente qualcos’altro torno.
Parola.

Domani

Viscontessa, 7 giugno 2010

Domani a mezzanotte e mezzo su Radio 1.
Da dopodomani qui.

Da bosco e da riviera

Viscontessa, 11 maggio 2010

Stamattina mi ha telefonato un’amica per sapere cosa deve fare per sbiancare le vie di fuga delle mattonelle. Si rammentava che una volta, quattro case fa, mi aveva trovata armata di siringa che sparavo della roba tra le mattonelle del bagno per togliere la muffa. Quattro case fa. Io non ricordavo neanche di aver avuto il problema della muffa perché negli anni – e soprattutto nelle case – ho dovuto affrontare tanti di quei problemi con il risanamento della casa che quello della muffa mi era proprio passato di mente. Avrei potuto dirle come stanare un nido di calabroni dalla cappa del camino, ma lei è sempre vissuta in un condominio in città e non ha mai avuto un camino.
Ultimamente ho dato consigli su come sostituire il rubinetto di un bagno (ma non ricordo a chi), ho inviato per mail foto di un mobiletto di cucina che mi sono costruita, ho virtualmente aiutato un amico a sostituire il galleggiante del water, ho insegnato a mia figlia la tecnica del decapè, ho spiegato ad un’amica dove acquistare certe vernici e poi so usare un tosaerba, so pulire una stalla, so riparare uno steccato, so accatastare la legna, so foderare le sedie, so incorniciare un quadro, so attaccare una mensola, pulire un pozzetto, restaurare un mobile, attaccare un lampadario, costruirmi un cavo antenna, sostituire il braccio della doccia, attaccare un televisore, imbiancare un muro, concimare le piante, lavorare a maglia e volendo anche stirare le camice. Sapevo anche dipingere sulla ceramica e rilegare libri ma queste cose non le ricordo tanto bene.
Poi mi arriva la mail di un’amica che mi chiede aiuto perché le sta per arrivare a casa un cucciolo di labrador. Tipo labrador. Nessun problema, come accogliere un cucciolo lo ricordo bene o almeno ricordo bene cosa ho provato la prima volta che mi sono portata a casa un cucciolo. Dal secondo in poi diventa routine e anche i ricordi si fanno meno nitidi. Però ho dato consigli ad un’amica su come evitare che il suo cane le faccia pipì in casa e ho spiegato ad un’altra amica perché la gatta le piscia nel letto. Se avete un animale e avete bisogno di una parola di conforto, di un incoraggiamento o un di un aiuto, non fate complimenti. Sono una specie di San Francesco de noartri, io gli animali li capisco, parlo con le creature del signore come gli uccelli.
A proposito la mia pappagalla mi sta dicendo da mesi che la miscela di semi che le ho comprato non le piace, ne ha appena tirata giù mezza mangiatoia con un colpo di becco. Ma questa casa non è un albergo dove si può scegliere il menù!
A proposito di uccelli, se avete un problema di cuore non fate complimenti. Con il passare degli anni le mie competenze si sono modificate e se prima mi chiedevano come conquistarne uno, adesso sono diventata una specialista nei problemi di uccelli spezzati. Ma sono davvero molto brava e molto qualificata nel settore. Riassumendo – tanto per accorciare i tempi – le cose stanno così: i tempi non coincidono. Le donne vorrebbero accasarsi quando gli uomini vorrebbero divertirsi e vorrebbero divertirsi quando gli uomini sono già accasati. Gli uomini si rompono i coglioni prima del matrimonio e mollano, le donne se li rompono dopo e mollano. Per le donne il matrimonio è un punto di partenza e per gli uomini un punto di arrivo. Tutto il resto è noia.
Parecchio noiose sono anche le questioni fiscali ma se un’amica ti telefona e ti chiede se secondo te il suo nuovo fidanzato può scaricare l’acquisto della moto sulla sua azienda, devi per forza metterti lì e devi spiegarle un paio di cose partendo proprio dal fenomeno della migrazione degli uccelli per giungere a quello delle frodi fiscali in un crescendo di intimidazioni e di “allora fai quel cazzo ti pare”. E poi siamo in odore di dichiarazioni dei redditi e allora Unico, Cud, 730, Caf…. tutti vogliono sapere qualcosa e allora eccomi qui.
Vado bene anche per consigli sull’arredamento, la cucina, adolescenti impazziti e cardatura della lana. Un volta ho fatto pure quello.

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