questo post è portatore sano di rogna
Viscontessa, 23 novembre 2010Nel complesso, quella appena trascorsa, è stata una bella settimana caratterizzata da un tempo di merda che almeno, negli anni dopo l’alluvione, ci si preoccupava di quanto fosse incazzato l’Arno e invece adesso siamo già abbastanza incazzati noi che dell’Arno ci importa una sega.
Lunedì sono andata a farmi iniettare qualcosa nella chiappa per vedere se questo nervo sciatico mi da tregua ma il bastardo non ne vuol sapere e infatti oggi mi sono adocchiata la chiappa destra (perché alla sinistra non ci arrivo proprio) e torcendomi tra atroci spasmi trattenuti a stento da una sigaretta che mi penzolava tra le labbra, mi sono iniettata un antidolorifico sentendomi molto House con la sua dose di Vicodin.
Martedì mia figlia si è ammalata, febbre a trentotto, tempo di merda e io sono andata al mercato dove ho trovato un amico – l’ennesimo amico, conoscente, parente, amico di un parente conoscente, conoscente di un parente amico – che ha insistito perché mi segnassi il numero di telefono di un medico/fisioterapista/osteopata/omeopata/stregone sciamano/chiropratico/naturopata/santona calabrese, che ha fatto miracoli con la sciatalgia/lombalgia/ernia/lussazione vertebrale e financo alluce valgo di un parente conoscente amico o una delle combinazioni sopra menzionate.
Tutti hanno qualcosa da raccontarti, qualcuno da raccomandarti, un miracolo da condividere tanto che alla fine quando incontri qualcuno che ti chiede perché cammini tutto storto, finisce che gli dici “scusa ma ho pestato una merda e devo andare a pulirmi”. E’ stato bello.
Mercoledì la mia mamma è stonfata a terra a faccia in giù. “tutto bene, mi sono messa a letto per riposarmi un po’ ma davvero questa volta non mi sono fatta niente”.
Giovedì c’avevo un sonno che mi sono alzata dal letto e mi sono riaddormentata sul divano. Mia figlia tanto vagava per casa con la sua febbre a trentotto.
Nel pomeriggio alle 18 in punto con la pelle già detersa e nutrita per la notte, scopro in tempo reale che l’appuntamento delle 18 che io credevo fosse per sabato, era proprio per giovedì.
Alle 18.10 vestita come una vamp per la presentazione di una collezione di biancheria intima, sono fuori di casa, sotto la pioggia, tutta bardata per prendere un motorino che non c’è perché il motorino lo ha preso mio marito che tanto io sono sempre in casa e vai a pensare tu che proprio in un giovedì piovoso di novembre mi agghindo come una vamp per salutare un’amica che presenta il suo libro in una libreria della mia città e il motorino non c’è.
Più veloce della luce, cambio ambito nuovamente, mi spoglio della mia tutta da acqua mentre impreco come un partecipante del Grande Fratello, e sono di nuovo la vamp in attesa di un taxi che dieci minuti dopo mi permette una rentrèe sulla scena della presentazione del libro, degna più di una s-vamp-ita che non di una vamp.
In serata mi deprimo e inizio una lunga sciarpa ai ferri con disegno geometrico secondo l’estro e senza contare i punti che tanto perdo sempre il conto e vabbè.
Venerdì dalle 15.00 alle 19.00 sto al pronto soccorso dove mia sorella ha portato a forza la mamma che ha tutta la faccia blu e per metà gonfia tanto che sembra quasi ringiovanita, con la pelle più tesa e le labbra più carnose e se non fosse quello strano colore blu, sarebbe quasi topa.
Queste cose gliele dico tra le 15 e le 15.30 poi il resto del tempo lo trascorro a cercare di evitare lo sguardo di un altro tizio che è cascato di muso sull’asfalto e c’ha un occhio nero e una ferita sul sopracciglio. Ho capito che dovevo evitare lo sguardo quando ho capito che la tizia che aveva accanto e che lui stava mettendo al corrente di buona parte della sua vita passata e presente, era una perfetta sconosciuta. Da principio – vuoi per l’età molto avanzata di lui, vuoi per la sua stravaganza senile – avevo pensato che la poveretta potesse essere la sua badante ma quando lui ha cominciato a parlarle della sua giovane moglie (della quale poi abbiamo involontariamente saputo tutto) ho capito che la donna doveva essere lì per caso e che quel suo ostinato silenzio non era la forma di rassegnazione che inevitabilmente deve sviluppare chi è costretto a lavorare per un tipo del genere, ma una forma di autodifesa che comunque non l’ha salvata dai racconti del vecchio che ha proseguito come niente fosse fino a quando la tizia è stata chiamata da un medico e sorridente se ne è andata verso il proprio destino.
Il vecchio allora ha posato lo sguardo sull’uomo che gli era seduto di fronte e che da quando era arrivato aveva stampato in volto un sorrisino di circostanza di quelli che si fanno quando si vanno a trovare i vecchi in un ospizio, sorrisini affettuosi e compassionevoli di coloro che hanno sempre una parola buona per tutti perché pensano “col cazzo io mi riduco a diventare così, io mi ammazzo prima”. E gli pare di aver avuto un”idea originale, un’idea che secondo loro non ha mai avuto nessuno, neanche il vecchio lì di fronte a te che per non ammazzarsi da vecchio, fa finta di essere ancora giovane.
Insomma il tipo sta seduto lì con quell’aria lì e ascolta il vecchio che gli racconta ancora come è caduto mentre lui ogni tanto gira lo sguardo e lo appoggia su uno a caso degli altri pazienti tanto per essere sicuro di avere la nostra attenzione. Sorride e annuisce al vecchio poi gira lo sguardo al momento giusto – né troppo presto come fanno i disattenti e neanche troppo tardi come fanno quelli in cerca di approvazione – e ci guarda proprio nel momento nel quale il tono del vecchio si fa un tono da vecchio e noi non siamo più costretti a sentirlo.
Siamo cinque in tutto, il vecchio che continua a domandarsi come sia stato possibile che sia caduto senza motivo, io che sono tentata di rispondergli “perché sei vecchio, yeah!” ma temo che questo, anziché zittirlo, potrebbe invogliarlo ad intavolare una discussione sul tema “giovani dentro”, mia madre che a tratti assomiglia ad un bulldog inglese e a tratti a Nina Moric, una signora con lo sguardo basso che deve aver capito molto prima di me il pericolo che si corre con quel vecchio logorroico, e il tizio con il sorriso che al momento giusto ci volge il suo sguardo compassionevole costringendoci ad assentire con la testa anche se non c’è un cazzo da assentire.
Poi all’improvviso, proprio mentre il vecchio sta parlando al telefono con una tizia che non sentiva da vent’anni ma alla quale racconta particolari truculenti della sua caduta, il tipo con il sorriso saluta, ringrazia, sorride di più e se ne va gettando me, mia mamma e la signora consapevole, nel panico.
Infatti a questo punto il vecchio, colto di sorpresa, si gira intorno con lo sguardo scrutore, poi prova con qualche colpo di tosse e infine tenta di rintracciare il telefono della sua maestra d’asilo per fargli sapere che è caduto e si è sfracellato il volto.
Tanto noi, approfittando della sua distrazione, alziamo lo sguardo da terra e ci cerchiamo vicendevolemente con gli occhi come per contarci dopo una battaglia ma ecco che un attimo dopo,il nemico è nuovamente all’attacco e dopo aver tentato ivano di catturare lo sguardo miope e pesto di mia mamma, individua in me, la più vicina fisicamente a lui, la sua preda.
Così si schiarisce la voce, si gira verso di me e come se avesse davanti agli occhi il mio sguardo rapito comincia a parlare a bassa voce facendo in modo che io possa capire chiaramente solo alcune parole….
Sono le 19, mia mamma ha un polso fratturato, ha il viso tumefatto, i denti rotti, un ematoma in testa e continua a mettersi il cappotto per andare a casa, io ho la schiena indolenzita e l’ipood scarico. Sono così stanca che sto per cedere, sto per girarmi verso il vecchio logorroico con la moglie giovane e per chiedergli “scusi?”. Sto per commettere un errore madornale e lo capisco dallo sguardo di sollievo della signora consapevole ma la stanchezza è tanta e poi.
Poi entra in sala d’aspetto un signore distinto con un bambino con un braccio dolente e si siede proprio di fronte al vecchio che a quel punto torna nella sua posizione, si schiarisce la voce e rivolto al bambino chiede “ti sei fatto male?”. E lo sventurato rispose.
Sabato, quando mio marito scivola su una pipì di gatto sulla soglia di casa, capisco che come aspirante San Francesco non valgo un cazzo. Io con Micione ci ho parlato, gli ho chiesto perché accidenti gli è presa così di pisciare in casa, gli ho comprato le scatolette che voleva, l’ho fatto venire nel lettone con me, gli grattato fortissimamente la testa come piace a lui, ma non c’è stato niente da fare: sta tutto il giorno a dormire, poi si alza mi guarda, miagola e spiscetta per casa e la notte la fa davanti alla porta.
Ci ho provato anche con le cattive, l’ho chiamato il fatto Boffo, gli ho detto che era attenzionato e dossierato ma lo stronzo per tutta risposta ha pisciato anche nell’altro angolo della porta roba che uno di questi giorni lo butto fuori di casa….. vabbè dal divano per cinque minuti.
Poi siccome cazzo, non posso pensare tutto il giorno alla pipì del gatto, alla febbre di mia figlia e a mia mamma ricoverata in ospedale alla quale devono fare un drenaggio alla testa, mi dico che ok, almeno su internet ce la posso fare e non ho neanche bisogno di vestirmi. Poi con questa cosa dello shopping in rete posso pure comprare vestiti e occhiali da sole online senza neanche muovermi dal divano, quindi, a volte, mi chiedo: chi me lo fa fare di uscire? In fondo, dai, sono una tipa simpatica, cioè voglio dire, a parte il fatto che secondo me porto rogna, quando voglio sono una sveglia, in gamba, persino simpatica e poi dai, cazzo, ora alla mia amica delle medie che non ho più visto ma grazie a facebook ho ritrovato, gli faccio una battuta simpatica che accidenti a questo fb perché mica tutti ci tengono tanto a ricordare come eravamo da adolescenti, io per dire non ci tengo affatto perché poi la scemerella – che sarei io quando mi sento in empatia con il mondo – gli fa “certo che mi ricordo di te, ti invidiavo le tette” e ci mette dietro tutte quelle faccine perché torni adolescente, perché lei te la ricordi adolescente e le parli come parlavate quando eravate adolescenti e non sei sicura che lei capisca che la tua è una battuta perché da adolescenti non si fanno le battute, le cose sono tutte così terribilmente serie e anche le tette della tua amica lo diventano perché lei ce l’ha e tu no e tu sai, perché nessuno ti convincerà del contrario, che tu sicuramente non le avrai mai e che quindi tu sarai diversa, sarai diversamente donna e nessun ragazzo ti vorrà mai e ti toccherà farti suora e anzi forse forse farsi suora non è male……
Ecco, tu resti ancorata a quel tuo pensiero di tette, le sue tette sono state un momento molto doloroso della tua adolescenza e anche se lei non lo sa, tu con la tua battuta le dici che ti è passata, che ora su certe cose ci scherzi e che anche tu con il tempo hai conquistato la tua decorosa terza scarsa…….
E mentre sei lì che sorridi con quel sorriso ebete e compassionevole che spesso rivolgiamo alla nostra adolescenza, lei mi risponde e mi dice che ha avuto un tumore al seno.
Domenica o oggi – perché tutte queste cose sono successe in settimana ma ho la sensazione di aver fatto un po’ di confusione con i giorni – ho raggiunto l’apice dell’imbecillità settimanale e ho pensato che farmi consigliare un libro da un premio Campiello faceva davvero molto figo soprattutto se lo leggi nella sala d’aspetto di un reparto di neuro-chirurgia. Ognuno affronta le situazione a modo proprio e a me, quello chiamare Michela per farmi consigliare un libro da ospedale, pareva un buon modo per affrontare l’attesa dell’intervento di mia madre alla quale hanno inserito un tubicino nella testa e adesso ricorda un po’ un alieno con la faccia blu, la testa grossa e il tubo al seguito.
(l’intervento è andato bene)
Il libro che mi ha consigliato Michela lo stavo già leggendo ma non mi diverte affatto.
Sarà che ultimamente mi sento così noir……
Note della settimana: ho perso i Raiban ho ritrovato la Montblanc







